Passa ai contenuti principali

Intervista a Andrea Riccardi: «È il '68 dei giovani migranti, non si faranno fermare dai muri»

Il fondatore della Comunità di Sant'Egidio Andrea Riccardi, intervistato da Carlo Lania de "Il Manifesto", sulla questione delle migrazioni: «E' il '68 dei giovani africani,  non si faranno fermare dai muri» 

Sulla Siria: «Se in futuro ci sarà un piano per la ricostruzione i siriani torneranno, ma oggi il paese è balcanizzato, mancano le condizioni di sicurezza». Sull'Africa. «E' in corso una rivoluzione dei giovani africani che vogliono vivere meglio e che fuggono dalla guerra». Sull'Europa: «C'è il vezzo infondato di sentirsi invasi dai rifugiati. In realtà non aver posto come centrale la pace in Siria è stato un errore e il segno della debolezza dell'Unione europea». 66 anni, storico, ministro della Cooperazione con il governo Monti, in passato Andrea Riccardi ha svolto un ruolo di mediatore in numerosi conflitti, africani e non solo. Un «eroe moderno» per la rivista Time, ma soprattutto il fondatore nel 1968 della Comunità di Sant'Egidio con cui, insieme alla Federazione delle chiese evangeliche e alla Tavola Valdese, ha organizzato corridoi umanitari che hanno permesso finora di portare in Italia 350 profughi siriani e palestinesi dal Libano. «Un successo, al quale dal 2017 parteciperà anche la Francia», dice. 
Professore, cosa si aspetta per il 2017? Per quanto riguarda l'immigrazione i problemi principali riguarderanno ancora la Siria e l'Africa. La Siria è la madre dei rifugiati. C'è il vezzo europeo di sentirsi invasi dai profughi siriani, che invece si trovano soprattutto in Turchia, Giordania e Libano. Sei anni di conflitto siriano durante i quali come europei non siamo intervenuti o lo abbiamo fatto male. E qui c'è la prima contraddizione: non si è vissuto il primato della ricerca della pace, credendo che la guerra degli altri non fosse un nostro problema o che comunque si potesse isolare. Non aver posto questa priorità è stato un errore e allo stesso tempo la debolezza dell'Unione europea. Adesso c'è questo accordo russo-turco-iraniano che però non credo che limiterà il flusso dei profughi. C'è poi l'Africa, un continente in movimento. Quella africana è un'immigrazione in parte ambientale, in parte economica e in parte dovuta all'instabilità. L'idea di fermarli alla frontiera o di scaricarli sui paesi di prima accoglienza è folle.
Il governo punta sui migration compact, la convincono? E' una politica giusta. Sono stato sempre convinto che esista una irresponsabilità dei governanti africani nei confronti dei loro migranti. Ha mai visto un presidente africano venire a inchinarsi a Lampedusa di fronte alle proprie vittime? L'immigrazione è una valvola di sfogo per questi paesi, anche perché i migranti finanziano una parte delle economie locali con le rimesse. 

I risultati degli investimenti promessi nei paesi africani non si vedranno prima di una, forse due generazioni. Intanto però si chiede di fermare subito i migranti. Sarei più ottimista. Non dico che i migration compact sono la soluzione, ma occorre moltiplicare la cooperazione e responsabilizzare i governi africani nel sensibilizzare le giovani generazioni. In Africa si vive un '68 permanente e i giovani senza lavoro sono un elemento di instabilità per i governi, per i quali è meglio mandarli via. Ma questo è un sistema antidemocratico, che mette a rischio la vita delle persone. Conosco i giovani africani e so che la scelta di andare via, di attraversare il deserto rappresenta una sorta di rivolta contro nazioni che sono matrigne, perché vogliono vivere meglio di come vivono. E' la rivolta dei giovani. Senza dimenticare che c'è anche tanta gente che è costretta a fuggire. Pensiamo alla Nigeria, al Corno d'Africa, alla Somalia, li si fugge dalla guerra. Questa rivoluzione non si fermerà in un anno, ma una politica europea di cooperazione è la direzione giusta. Europa e Africa non hanno destini separati e i destino dell'Africa ci coinvolgerà. 
La riforma di Dublino sarà una delle prime questioni che l'Ue dovrà affrontare nel 2017. Per ora però non si intravede niente di buono. Siamo in un momento in cui l'Unione europea stenta a esistere. Dublino come è ora è sostanzialmente l'accordo di chi non vive lo spirito dell`Unione. D'altro canto molti stati hanno capito che sull'immigrazione si vincono e si perdono le elezioni, quindi non vogliono socializzare un problema come questo. E questa è la crisi drammatica dell'Europa. Ma a preoccupare non è solo Dublino, riforma miope, ma i muri nell'est europeo a partire dall'Ungheria. Quando a marzo celebreremo i Trattati di Roma dovremo dire cosa è per noi l'Europa.
Intanto la crisi dei migranti ha prodotto l'avanzata prepotente dei populismi in Europa. Questo è successo prima di tutto perché in passato una politica di sinistra o di centrosinistra ha voluto nascondere la questione migranti pensando che fosse meglio non parlarne per non perdere voti. E' vero, si perdono voti, ma bisogna avere il coraggio di dire con molta chiarezza che noi abbiamo bisogno dei migranti perché abbiamo un vuoto demografico incredibile. Paesi che si chiudono come l'Ungheria tra un po' saranno vecchi e dovranno invitare i migranti nella propria terra. Non avranno più però la capacità di integrazione perché saranno paesi di anziani, quindi saranno conquistati. 
Per quanto riguarda i migranti l'unica buona notizia del 2016 sono i corridoi umanitari che Sant'Egidio organizza insieme alla Federazione delle chiese evangeliche e alla Tavola Valdese
E' un'esperienza di successo a costo zero per il paese, perché sono le famiglie e le comunità che si assumono il mantenimento dei siriani e di alcuni palestinesi che arrivano in Italia. Stiamo negoziando un accordo con la Francia per un nuovo corridoio umanitario per 300 rifugiati. Siamo convinti che si tratti di una soluzione giusta, anche nell'interesse di quei paesi che presto saranno troppi vecchi e dovranno implorare l'arrivo dei migranti. Ma questo sarà il loro suicidio e insieme la perdita della loro storia.

Commenti

Post popolari in questo blog

L'avvenire dell'Africa può cominciare dalla Costa d'Avorio

Una veduta di Abidjan di Gennaio 2025 - Foto Creative Commons Decisivo consolidare la democrazia del Paese. Le prossime elezioni saranno un banco di prova L'Africa non è tutta "nera" - così titolava anni fa Limes , l'autorevole rivista geopolitica. È un invito a leggere con attenzione le diversità e gli squilibri di un continente forse più complesso del nostro.  Sono ritornato di recente in Costa d'Avorio, Paese che conosco dagli anni Novanta. La capitale economica (in pratica pure politica), Abidjan, non era allora la megalopoli odierna con oltre sette milioni di abitanti, ma una città tranquilla, verde, niente di simile alla realtà caotica, vivace e trafficata di oggi. Nel 1960, all'indipendenza, contava 200 mila abitanti. Ora le grandi costruzioni, i grattacieli, le torri, le tante opportunità offerte in differenti campi, ne fanno una megacittà avveniristica, ben collocata nel mondo globale.  Abidjan è una città ricca, molto ricca, differente da tante c...

Sudan, la guerra invisibile che riguarda anche l'Europa

Profughi sudanesi in Ciad, ad Adre - 24 Gennaio 2025 - Foto Foreign Office UK/Russel Watkins Da 3 anni il Paese è devastato da scontri tra fazioni. E i rifugiati diventeranno un nostro problema Tra le troppe guerre aperte (oltre 50), forse una delle più sanguinose è quella in Sudan, dove il conflitto civile è iniziato nell'aprile del 2023. Se ne parla solo a tratti.  Sulle vittime i dati sono scarsi perché la guerra è avvolta dal silenzio e dal disinteresse: è raro che giornalisti indipendenti od operatori umanitari abbiano accesso alle aree degli scontri. Si parla di circa 30 mila morti in combattimento e di 150 mila per fame e malattie. Secondo gli esperti, tuttavia, oltre 5 milioni di sudanesi sono a rischio.  La guerra è esplosa tra i due alleati del golpe del 2021: l'esercito ufficiale (Saf, Sudanese Armed Forces) e le Forze rapide di supporto (Rsf), milizia paramilitare usata per combattere i ribelli del Darfur. I due gruppi si sono divisi per ragioni economiche (il c...

La Settimana Santa ci richiama alla compassione. Dall'Ucraina al Libano e all'intero Medio Oriente, non possiamo abituarci al grande dolore delle guerre

Siamo in tempi difficili. Talvolta spaesati e disorientati. Non si vede come le guerre in corso - basta pensare all'Ucraina o alla situazione infiammata in Medio Oriente - approdino a una tregua o alla pace. Ma siamo nella Settimana Santa, in cui la memoria della Passione di Gesù ci spinge a pensare al suo grande amore e alle croci di tanti uomini e donne.   Il piccolo Libano, paese di convivenza (non sempre facile) tra cristiani e musulmani, con meno di sei milioni di abitanti, accoglie due milioni di profughi spinti dal Sud del Paese verso il Centro e il Nord. Una situazione dolorosa e di estremo bisogno.  Non si dimentichi che il Libano ospita dal 1949 mezzo milione di rifugiati palestinesi e da qualche anno due milioni di siriani che hanno lasciato la Siria per la guerra civile. E noi ci lamentiamo di qualche rifugiato!  La Passione e la Croce di Gesù ci chiamano a stare vicini a chi soffre: accanto a noi e in terre lontane. È la scelta di Maria, delle donne, del dis...