giovedì 14 giugno 2018

Rifugiati: non ci sono soluzioni semplici per un problema complesso. Lavorare in Africa, lottare contro i mercanti della morte, aprire corridoi legali

L'Europa non deve essere una fortezza. L'integrazione è un problema complesso, non ci sono soluzioni semplici o urlate
 
L'immigrazione è al centro di un dissidio europeo che dura da anni, come si vede anche dalla drammatica vicenda della nave Aquarius di Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranée a cui è stato negato l'approdo in Italia, invocando la competenza di Malta. Ogni Governo guarda al proprio interesse nazionale e, soprattutto, agli umori dell'elettorato, sempre più spaventato da una "invasione" di stranieri dal Sud del mondo.  
Ma i problemi reali della gente comune non sono tanto gli immigrati quanto la difficoltà di vivere nelle periferie, la mancanza di lavoro, la precarietà quotidiana, la crisi economica. E sono seri. 
Eppure si parla tanto di migranti. Si deve dire, però, che l'Italia non è stata aiutata dagli altri Paesi europei, anche se Bruxelles ha sostenuto finanziariamente l'accoglienza italiana. Ed è stato un errore europeo. Tuttavia, una questione grave come i migranti non si può affrontare in modo emotivo, anche se le forze politiche europee hanno appreso che alimentare le paure può portare consenso. Invece è un problema da gestire nella solidarietà tra europei. Ma la scorsa settimana, in Lussemburgo, l'Unione si è di nuovo divisa sui cambiamenti da apportare al regolamento di Dublino. Il quale prevede che il Paese europeo dove il migrante entra debba compiere le procedure di asilo. Così le frontiere esterne dell'Europa sono viste non in modo unitario, ma in una prospettiva nazionale. 
L'Italia, la Spagna e la Grecia sono più esposte all'arrivo dei migranti via mare. E sono quindi contrarie alla riforma perché considerano scarsa la ripartizione dei migranti con gli altri Stati. Per ragioni antitetiche, i Paesi del Centro-Est europeo si oppongono alla riforma: non intendono farsi carico (neanche solo economicamente) dei migranti arrivati in altri Stati. La Germania è stata contro la riforma e l'Italia non ha insistito sul negoziato. 
Il sottosegretario belga Francken ha concluso sui migranti: «Dobbiamo rimandarli indietro». Il commissario europeo Avramopoulos ha risposto: «Non saremo la fortezza Europa». Non ci sono soluzioni semplici per un problema così complesso. Né soluzioni semplificate sono applicabili. Prima di tutto bisogna calmare le opinioni pubbliche e governare i flussi migratori con una politica efficace di accoglienza e integrazione. Va condotta una lotta senza quartiere ai mercanti dei viaggi della morte. Poi c'è da lavorare in Africa, spiegando alla gente il dramma dei viaggi verso il Nord ed esigendo dai Governi africani più responsabilità verso i loro giovani. Bisogna lavorare con gli Stati africani, perché i giovani trovino futuro nei loro Paesi. Inoltre, vanno aperti corridoi perché, in piena legalità e sicurezza, i migranti possano giungere nei nostri Paesi. Non è solo un fatto umanitario ma anche, per l'Italia, una necessità, proprio per la crisi demografica. Il problema delle migrazioni è tanto complesso. Abbiamo bisogno di governarlo con intelligenza, ragionevolezza, umanità e preveggenza. È una sfida seria, ma è possibile

Questo editoriale di Andrea Riccardi è apparso, con il titolo: L'Europa non deve essere una fortezza", su Famiglia Cristiana del 17/6/2018

martedì 12 giugno 2018

Premio Roma 2018 per i 50 anni di Sant'Egidio. Oggi la consegna a Andrea Riccardi

NARRATIVA STRANIERA
 NARRATIVA ITALIANA
SAGGISTICA

Comunicato Stampa

PREMIO ROMA: QUESTA SERA LA CONSEGNA DEI PREMI 2018

Alberto Angela, Diego Della Valle,  Nicola Gratteri,
Andrea Riccardi e Paolo Mieli tra i vincitori

Cerimonia nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma

Roma, 12 giugno 2018 – Saranno uomini della cultura, dello spettacolo, delle istituzioni e della letteratura a ricevere, questa sera, nell’Aula Magna del rettorato della Sapienza Università di Roma, i riconoscimenti dell’edizione 2018 del Premio Roma.
La cerimonia si aprirà con la Banda Musicale dell’Arma dei Carabinieri che eseguirà gli inni nazionali dell’Italia, del Belgio (gemellato quest’anno con il Premio Roma) e Europeo  oltre alla marcia trionfale dell’Aida.

I premi saranno consegnati a:

  • Alberto Angela, giornalista,  per la Promozione delle meraviglie italiane nel mondo;
  • Giuliano Amato, Giudice Costituzionale, nel 70mo anniversario della nascita della Costituzione Italiana;
·         Vincenzo Barone, Direttore della Normale di Pisa,  il Premio Roma Urbs Universalis;
·         Frank Carruet, Ambasciatore del Belgio in Italia, il Premio Roma-Bruxelles;
·         Diego Della Valle, imprenditore, per la promozione dell’imprenditoria italiana nel mondo;
·         Nicola Gratteri, magistrato,  per la lotta alla criminalità organizzata;
·         Andrea Riccardi, storico,  in occasione del 50° anniversario di fondazione della Comunità di Sant’Egidio;
·         Federica Mazzucca, ricercatrice, per la ricerca in campo oncologico “Irma Feroci Milesi”.
Saranno consegnati anche i premi delle due sezioni in concorso:

Per la Narrativa
·         Luigi  Guarnieri,  “Forsennatamente Mr Foscolo”, La nave di Teseo;
Per la Saggistica:

·         Paolo Mieli, “Il Caos italiano”, Rizzoli 

 
PREMIO ROMA
UFFICIO STAMPA

giovedì 7 giugno 2018

Adesso lavoriamo per il bene comune, priorità del nuovo governo

C'è rabbia, la speranza sembra smarrita. Ricostruire il tessuto sociale è per tutti un dovere
L'editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 10 giugno 2018

Finalmente l'Italia ha un Governo, dopo quasi tre mesi di estenuanti tentativi e conciliaboli. Tra i problemi più gravi la situazione d'incertezza degli italiani e i rischi che la stabilità della nostra economia andava correndo. Intanto l'Europa e il mondo ci guardavano attoniti, chiedendosi che cosa sarà dell'Italia. Anche perché ormai con l'Europa unita e con la globalizzazione siamo tutti legati. La crisi di un grande Paese come il nostro si contagia. «Che succede in Italia?», mi sono sentito chiedere pochi giorni fa in Albania, un Paese che dipende tanto dall'Italia per il commercio e quindi per il suo benessere.
Il fatto più preoccupante di questo periodo è stato il clima nel Paese: rabbia, forti tensioni, criminalizzazione dell'altro, attacco al presidente della Repubblica... Tutto questo è stato veicolato dai social media senza autocontrollo. Si tratta di odio a rischio di degenerazione, non di vitalità della democrazia. Dopo decenni di politica ideologica, siamo oggi approdati alla politica dei sentimenti, di per sé volubili, che talvolta si esprimono in modo da stadio. C'è rabbia nel Paese: sembra smarrita la speranza di un futuro migliore. Tante sono le difficoltà, soprattutto delle fasce più deboli e anche di quello che un tempo si chiamava il ceto medio. Non vanno sottovalutate. La risposta è una politica seria, che affronti queste problematiche, che favorisca la crescita economica e accresca le possibilità di lavoro, specie per i giovani. L'origine dei nostri problemi non è certo la presenza degli immigrati: un tema molto enfatizzato, che va ricondotto alle sue dimensioni reali. Forse bisogna apprendere a essere ragionevoli, anche se la ragionevolezza sembra non avere troppa cittadinanza in questa stagione. Gli italiani hanno votato. E, anche grazie alla tenacia del presidente Mattarella, l'Italia ha oggi un Governo politico (cui partecipano alcuni tecnici, tra cui il presidente del Consiglio, dopo che l'essere ministri tecnici era additato come fatto negativo nella polemica politica). Il Governo può agire: conta su una solida maggioranza parlamentare. Lo vedremo alla prova dei fatti. C'è, però, una responsabilità che riguarda tutti: ricostruire il tessuto umano di tanti ambienti sociali, lacerato da tensioni e contrapposizioni.
Ha scritto il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti: «È infatti eticamente doveroso lavorare per il bene comune dell'Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale». Abbiamo, come italiani, un destino comune. C'è un bene comune da realizzare in un clima costruttivo e di pace sociale. E poi - ne sono convinto - va recuperata quell'umanità italiana, un po' logorata, tanto intrisa di pietas cristiana, di senso della persona, di tenerezza per i deboli e i bambini, di sentire familiare e comunitario. Non è retorica, è la nostra storia. Soprattutto è esperienza umana del nostro Paese. La sua ricchezza umana ci ha reso forti nelle difficoltà. È un patrimonio da non sprecare nell'orgia delle emozioni e delle contrapposizioni.

martedì 5 giugno 2018

Venezuela, un paese che muore

In Venezuela non c'è guerra, ma la vita è impossibile: tre milioni di cittadini hanno abbandonato il paese. Le elezioni hanno ratificato il distacco del partito al potere dalla popolazione stremata.

Il Venezuela vive una situazione drammatica. Il 20 maggio ci sono state le elezioni presidenziali, cui non ha partecipato l'opposizione, denunciando mancanza di trasparenza. Ufficialmente è stato riconfermato il presidente Maduro, delfino del defunto presidente Chavez. Le elezioni ratificano ormai il distacco profondo del partito al potere dalla maggioranza della popolazione, astenutasi dal voto. La situazione economico-sociale è catastrofica, quasi al livello dello Zimbabwe di Mugabe, ma con una grande differenza: il Venezuela possiede la maggiore riserva petrolifera del mondo.

Come si è arrivati a questo punto? Tre milioni di venezuelani sono fuggiti all'estero, circa il 1.0% della popolazione: un esodo paragonabile solo alla crisi siriana. In Venezuela non c'è guerra, tuttavia la vita è impossibile. La situazione economica è paragonabile alla Germania di Weimar durante l'iperinflazione. Dal 2004, quando l'allora presidente Chavez iniziò la sua politica economica, si è verificato un mix mortale: attacchi agli investitori esteri, nazionalizzazioni forzate, indebitamento pubblico con i futuri profitti petroliferi a garanzia e nascita di un'economia gestita dalla casta militare. L'inflazione incontrollata ha impoverito la classe media e svuotato le casse dello Stato. Il crollo dei prezzi petroliferi ha dato il colpo di grazia. Il premio Nobel Mario Vargas Llosa scriveva nel 1999, dopo l'elezione di Chavez, un articolo titolato "Il suicidio di una nazione". 
I fatti gli hanno dato ragione. Maduro sostiene che la disastrosa situazione economica sia il risultato dell'ostilità degli Stati Uniti e dei suoi alleati, che certamente non hanno aiutato. Ma la narrativa del complotto internazionale funziona solo ai fini della propaganda: un mix di nazionalismo, cristianesimo, santerìa e marxismo. Si vede come l'ideologia rivoluzionaria del regime sia al servizio di un gruppo di potere, mentre la gente soffre. Per consolidare il consenso, il regime organizza reti di distribuzione gratuita di alimenti (ormai introvabili) solo per chi ha la tessera del partito. L'isolamento internazionale porta la presidenza a cercare appoggi vari: dalla Russia di Putin alla Cina e a pericolosi partner mediorientali. Il regime osserva con indifferenza la fuoriuscita dei cittadini, ma questo rappresenta il fallimento dello Stato. La Conferenza episcopale venezuelana aveva chiesto un rinvio delle elezioni presidenziali «per evitare una catastrofe umanitaria senza precedenti» e non cadere in una «spirale di conflitto». Aveva incoraggiato il dialogo tra presidenza e opposizione, ma i risultati sono stati deludenti. Intanto il Venezuela muore.

mercoledì 30 maggio 2018

Tutto può cambiare. La realtà oltre il sogno

Un articolo di Federica Gieri Samoggia apparso su Avvenire di Bologna, il 27 maggio 2018

E' stato presentato giovedì pomeriggio nella suggestiva cornice della Cappella Farnese a Palazzo d'Accursio il libro del fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi, «Tutto può cambiare», edito da San Paolo. All'incontro sono intervenuti l'arcivescovo Matteo Zuppi, Ivano Dionigi, Romano Prodi, e Stefano Zamagni. «In quelle pagine - osserva Riccardi - ho voluto cogliere le radici nel passato e guardare in avanti. Il titolo è di Giovanni Paolo II. Era molto vecchio, malandato e disse: "Tutto può cambiare: dipende anche da te". Ecco credo che non dobbiamo rinunciare a quella leva fondamentale per cambiare il mondo che è cambiare noi stessi e agire personalmente». Con speranza. Un libro che l'Arcivescovo confida di aver letto «con evidente partecipazione» poiché quell'esperienza «mi ha coinvolto e mi coinvolge». Tutto può cambiare, esordisce Zuppi, «è un'affermazione che racchiude già la prospettiva di Riccardi e della Comunità. Tutto: non è un'ambizione personale, un conato di onnipotenza o una specie di slancio utopico». Come poteva esserci in quel 1968 quando la Comunità di Sant'Egidio muoveva i primi passi. «In quegli anni - ricorda l'Arcivescovo - c`è stata un'esplosione di tante esperienze, molte con vita brevissima». Anni in cui lo slancio dell'«impossibile per essere realisti, era una delle chiavi: chiedere tutto era il vero modo con cui si entrava nella realtà». Una grande energia «che si è esaurita rapidamente». Sant'Egidio no, ha continuato il suo cammino perché «una delle cose più evidenti» che lo hanno caratterizzato era «combattere il vivere per sé. La grande ricchezza dell'esperienza di Riccardi è di aver saputo mettere insieme tanti pezzi diversi, di saperli far vivere insieme in una sapienza che non è già scritta, ma che è accompagnata da tanti incontri». E dove i «poveri sono stati, fin dall'inizio, la chiave per non diventare un gruppo che viveva per se stesso». Un uomo fa la differenza e può cambiare con «l'ambizione di risolvere e non con presunzione dilettantesca o cinico realismo dell'impotenza». Senza dubbio, Riccardi, «per certi versi, ripropone un'utopia, ma è una ricerca con tanto realismo». «Quel millenarismo qui è diventato convinzione che tutto possa cambiare. Quel può dipende anche da noi: tutti possono cambiare, non c'è un limite». Del resto lo stesso papa Wojtyla, in un incontro con la Comunità, disse «l'unica frontiera che vi siete posti è quella dell'amore». Una comunità che contiene «tante antinomie: sogno e grande realismo» che chiamano uno «sforzo personale» tanto che Riccardi «continua a imparare, a capire e a trovare, negli incontri, il senso di un cammino lungo cui quel sogno si è dipanato». E tra le antinomie si ravvisa anche «il particolare» letto e vissuto «sempre in un orizzonte universale», ma anche radicalità e una «fraternità ben lontana dalle derive della new age; soggettivismo e oggettivo, il mio e il noi, il privato e il pubblico; la preghiera e la laicità perché per pregare uno deve essere laico». La Comunità di Sant'Egidio «ama le istituzioni proprio perché non è istituzionale. Nasce fuori da qualunque realtà parrocchiale, istituzionale; sapendo parlare l'ecclesialese senza diventare ecclesiastica. Laici, ma non clericali». Una «teologia laica: laicità nell'azione e ispirazione religiosa; misticismo e realismo». Insomma «un cristianesimo moderno, non mondanizzato né tributario alla mentalità corrente del politically correct, ma che sa riconoscere i tanti motivi di vicinanza all'uomo così com`è».

giovedì 24 maggio 2018

Quelle periferie dimenticate da tutti

Roma ormai è divisa fra il centro, spazio solo per i turisti, e quartieri privi di legami: istituzioni, società civile e Chiesa sono troppo distratte sulla sorte della capitale e in borgata "tira brutta aria"

Romanina, ma non solo. Sono diverse le aree periferiche della capitale in cui periodicamente s'accendono proteste. Nella foto Tiburtino III, finito sui giornali nel 2017 per il degrado urbano e sociale.

Un atto di violenza a Roma, in un bar di periferia: il gestore romeno e una disabile sono stati picchiati da persone riconducibili al clan dei Casamonica, che volevano un trattamento di riguardo. La giustizia farà luce sul triste episodio, denunciato coraggiosamente dal romeno e dalla moglie, che sono un esempio nel clima di omertà che tante volte avvolge la vita quotidiana. Le telecamere hanno ripreso l'episodio. Il magistrato, che ha convalidato l'arresto, parla di «ostentazione del potere su uno spazio che ritengono proprio». C'è il problema del controllo del territorio delle periferie da parte delle famiglie o di gruppi mafiosi.
Torna sulla scena il clan che, nell'agosto 2015, celebrò i funerali del "patriarca" Vittorio Casamonica a San Giovanni Bosco, con manifestazioni impressionanti: 200 auto seguivano il feretro, mentre da un elicottero venivano gettati petali di rosa. Sull'immagine del defunto c'era la scritta: "Re di Roma". Il messaggio era ostentato: il controllo, se non di Roma, almeno della zona est, tra Romanina e Anagnina.
Qualcosa di simile accade a Ostia, il quartiere-città con quasi 100 mila abitanti, la spiaggia di Roma, dove cosche mafiose esercitano attività illecite e lecite. Al di là delle vicende criminali, c'è una domanda di fondo che riguarda i romani (come me), ma anche gli italiani che guardano alla loro capitale: che succede a Roma? Sta avvenendo una trasformazione profonda nel tessuto urbano: da una parte un centro sempre più spazio solo per i turisti e l'amministrazione e, dall'altra, le periferie, dove le reti e le relazioni sociali si sono molto allentate.
La periferia di qualche decennio fa era più povera, ma più ricca di legami comunitari, partitici, associativi, sindacali. Oggi tanti cittadini della periferia si sentono abbandonati. C'è risentimento. Nel vuoto s'insinuano reti criminali. Non si dimentichi che, durante gli arresti a Ostia, ci sono state anche alcune espressioni di solidarietà verso i fermati. Le periferie sono, poi, un luogo strategico per l'integrazione dei migranti, il 13% dei residenti, meno di 400 mila persone. Ci vuole un nuovo investimento sulle periferie di Roma da parte dello Stato e del Campidoglio.
Ma non possiamo trascurare la società civile, troppo distratta. La Chiesa, la più grande rete sul territorio, fatica ad avere una visione della città. Visione che c'era al convegno sui mali di Roma nel 1974 e durante la Missione di Roma. La Chiesa rischia di diventare un insieme di nicchie, pur generose. Tante persone e istituzioni sono troppo disattente sulla sorte della città. La nuova Roma globale ha bisogno di visione, passione civile, nuove reti sociali ed educative in periferia.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 27 maggio2018

sabato 19 maggio 2018

In Terra Santa la pace è lontana. Proteste e sangue, mancano i mediatori

Israele registra lo spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. Le conseguenze politiche e diplomatiche sono drammatiche. Un editoriale di Andrea Riccardi fa il punto su una situazione bloccata, dove la violenza sembra non avere fine.

La scelta americana ha generato violenti scontri sul terreno, con morti e feriti, causando attriti diplomatici non di poco conto. Ha indotto una rottura anche all'interno dell'Unione Europea, i cui Paesi si erano finora rifiutati di compiere questo passo considerando la realtà di Gerusalemme una tematica ancora da discutere in un eventuale accordo di pace.
Lunedì 14 maggio era un giorno di festa per lo Stato di Israele, impegnato a celebrare i suoi 70 anni di vita e felice di registrare il trasferimento ufficiale dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, fatto a lungo auspicato dalla diplomazia israeliana.
Invece, tra i 28 Stati membri dell'Ue, 4 (Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca) hanno accettato l'invito del ministero degli Esteri israeliano inviando loro rappresentanti all'inaugurazione dell'ambasciata Usa nel quartiere di Arnona, nella parte ovest della città. Repubblica Ceca e Romania hanno inoltre garantito, anche se con tempi e modalità diverse, di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Italia, Francia e Spagna, da parte loro, mantengono a Gerusalemme un Consolato generale, autonomo dalle ambasciate a Tel Aviv. Così l'Europa risulta spaccata su un tema tanto delicato. Del resto l'Unione europea è piuttosto irrilevante sulle questioni mediorientali. Ma ciò che più preoccupa è la reazione dei Palestinesi, che sentono ormai definitivamente gli Stati Uniti e una parte dell'Occidente contrari alle loro aspirazioni su Gerusalemme. Forti reazioni serpeggiano anche nel mondo arabo, mentre in Siria la presenza iraniana, sempre più nutrita, tormenta Israele. Il Medio Oriente sta scivolando ancora di più verso la tragedia? La decisione americana innescherà una situazione ancor più conflittuale in Terra Santa e provocherà, come già si vede, nuovi lutti? Sono domande che ci inquietano tutti e su cui non abbiamo purtroppo una risposta. Mi sembra che tutte le politiche abbiano dalla loro delle motivazioni, ma nell'incandescente situazione israelo-palestinese, come nel più largo Medio Oriente, mancano mediatori. I ponti sono crollati. Del resto ci troviamo in un quadro di estremizzazione delle posizioni antagoniste in troppe parti del mondo. In Terra Santa, dove tutto assume un tono drammaticamente paradossale, manca la fiducia vicendevole. In questa situazione prosperano purtroppo gli atti terroristici e le violenze, da tutte le parti in causa. 
Ci interroghiamo su cosa sia possibile fare per riaprire un dialogo che ponga fine a un conflitto che dura da 70 anni. E che ormai sembra incancrenirsi. Non c'è una via per conciliare la sicurezza di Israele, cui teniamo molto, con le aspirazioni legittime dei palestinesi di avere un loro Stato in quella terra? In questo momento ci sentiamo vicini alla piccola comunità cristiana di Terra Santa. Con loro speriamo nella pace e preghiamo per essa.

giovedì 10 maggio 2018

Ridiamo all'Africa un futuro migliore

Le Nazioni Unite prevedono che gli abitanti dell'Africa subsahariana raddoppieranno ancora da un miliardo del 2017 a 2,2 miliardi nel 2050. Il numero di migranti crescerebbe da 24 a 54 milioni. La grande sfida del continente è affrontare il prossimo boom demografico.

I migranti sono all'ordine del giorno nei dibattiti europei. Si parla di "soglia di tollerabilità" delle società europee e si discute su come fermarli. Ma sarebbe più onesto andare di là delle frontiere europee e chiedersi perché vengono in tanti, provando a guardare la realtà dei loro Paesi.
C'è un primo motivo (di cui abbiamo talvolta parlato): la guerra. Il caso più evidente è il terribile conflitto siriano che ha fatto uscire dai suoi confini circa cinque milioni di profughi, la gran parte rimasta in Medio Oriente. La guerra è madre di tante miserie. E anche i Paesi non confinanti, come quelli europei, ne pagano il prezzo. Questo dovrebbe rendere più sensibili a lavorare per la pace, perché è inaccettabile che una guerra, come quella in Siria, duri da sette anni.
Gran parte dei migranti, però, vengono dall'Africa (e anche dalle sue guerre). Sono giovani, figli di un continente che - al 70 per cento - è sotto i trent'anni. Vengono spesso da una classe medio-bassa, ma sono istruiti e non poveri. Ho recentemente avuto una conversazione diretta con alcuni ragazzi in Costa d'Avorio: dicevano che l'Europa nell'aspettativa di tanti è un mito, un Eldorado dalle grandi opportunità. Tra giovani si parla di amici partiti ma perduti nel deserto o in mare, perché l'emigrazione registra tanti caduti. Tuttavia spesso le storie d'insuccesso sono nascoste, mentre i successi (reali o presunti) vengono esaltati. In Tunisia migrare si dice in arabo haraga, che vuol dire bruciare: bruciare le frontiere... I giovani non hanno più fiducia nel loro Paese, come invece i loro genitori o nonni, che salutarono con entusiasmo l'indipendenza dal colonialismo.
Questa generazione, rispetto alle precedenti, si sente protagonista e non si rassegna all'orizzonte tradizionale. Molti vivono in città, tutti stanno in Rete con il mondo, sono informati e reagiscono, scrivendo la loro opinione. Tanti di loro, spesso senza lavoro, possono essere all'origine di proteste, delusi come sono dai Governi e dalla corruzione del potere, arrabbiati per le diseguaglianze sociali. Così le migrazioni sono una valvola di sfogo, utile al potere per evitare rivolte o manifestazioni. Se si vogliono regolare i flussi migratori, bisogna agire in Africa. Non è la prima volta che parliamo della responsabilità dei Governi africani per dare un futuro ai giovani nel loro Paese. È la grande sfida delle società africane: non essere matrigne per i loro figli. Non è solo il problema di fermare l'emigrazione verso l'Europa, ma di come affrontare il boom demografico dei prossimi decenni.
Ci sono storie di successo. Mi raccontava un affermato magistrato che 25 anni fa ebbe la possibilità di venire in Europa da studente: tutta la famiglia gli fece pressioni per non perdere l'occasione. Mi diceva: «Oggi ho un lavoro importante e la mia dignità nel mio Paese. Che sarei diventato emigrando?». Ci sarà ancora emigrazione in futuro, ma bisogna dare la possibilità di restare nella propria terra. È prima di tutto un bene per l'Africa. E poi ci vuole la pace.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 13 maggio 2018
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venerdì 4 maggio 2018

Moro: Si poteva fare di più per salvare il leader DC

Paolo VI e Aldo Moro
Restano i dubbi sulla linea della fermezza e su come non sia stato possibile liberarlo in 55 giorni

Sono passati quarant'anni dal rapimento e dalla morte di Aldo Moro, dopo 55 giorni di carcere delle BR, eppure si discute ancora di quella tragedia nazionale. Emergono pure particolari inediti su una storia senza fine. La vicenda della "prigionia" del presidente della DC mise a nudo le fragilità e le rigidità della classe politica, della Chiesa e della società.
Tre mesi dopo la morte di Moro, scomparve un altro grande protagonista della ricostruzione (e "cofondatore" della Dc con De Gasperi), papa Paolo VI. Fu una figura drammatica e dolente, che tentò di salvare la vita del leader Dc, ma si scontrò con molti ostacoli, tra cui la decisione del Governo italiano di non negoziare con i terroristi. Dal carcere delle Br, Moro si rivolgeva a lui e dignitosamente chiedeva: «Quale altra voce, che non sia quella della Chiesa, può rompere le cristallizzazioni che si sono formate?». Si cristallizzò la volontà di non trattare. Andreotti se ne fece interprete, recependo la dura posizione del Pci, decisivo nell'appoggio al suo Governo. Ebbe la percezione che l'Italia non avrebbe tenuto di fronte a un negoziato. Molti la pensavano come lui in un clima di un certo unanimismo.
Lo storico Agostino Giovagnoli, nel saggio Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, ricostruisce come la classe politica fosse invece più divisa di quanto si diceva e che le crepe, dopo lo shock del rapimento, stavano emergendo quando Moro fu ucciso. Si doveva fare di più per salvarlo, anche per la sensibilità alla vita umana che caratterizza l'Italia dalla Seconda guerra mondiale.
Si è fatto di più in Italia in vari casi, e anche per italiani rapiti all'estero. Altri Paesi, come Gran Bretagna e Stati Uniti, non negoziano. L'Italia sì. Certo, niente era facile in quei momenti terribili. Marco Damilano, nel suo libro Un atomo di verità, commenta: «Quarant'anni dopo, lo Stato non è riuscito ancora a spiegare come sia stato possibile consegnare per 55 giorni il Presidente a una banda di terroristi incolti e mal preparati».
Dopo la morte di Moro, la Dc si trascinò in quella che oggi appare un'agonia. Con la Dc finirono i socialisti e poi arrivò l'ora del Pci. Così scomparve la politica, legata alle culture storiche e a "popoli" di militanti. Si può e si deve discutere ancora di questa nostra tragedia nazionale. Resta però, come un macigno, la responsabilità di un gruppo di stolti e radicalizzati, come le Br. Le loro interviste e i loro libri mostrano la loro insensata volontà di usare la violenza per cambiare in meglio il mondo, e invece lo resero peggiore. È la follia del terrorismo di ieri e di oggi.

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giovedì 26 aprile 2018

Macron, un leader per l'Europa in crisi

Europa e democrazia sono sinonimi, afferma Andrea Riccardi. Eppure perchè questo si realizzi c'è bisogno di una leadership capace di esprimere una visione. Tra Germania e Francia oggi si muove qualcosa.

Nonostante sia meno potente della Germania, la Francia ha ormai un ruolo di primo piano in un'Europa senza leader? È la sensazione diffusa nel nostro continente, mentre l'Italia attende il nuovo Governo. Eppure, mai come oggi, con la crisi in Siria, la perdurante guerra in Ucraina e le sfide interne all'Unione, c'è bisogno di una leadership europea.
Infatti, mentre i Paesi di Visegràd (la cooperazione tra Polonia, Ungheria, Slovacchia e Cechia) hanno una politica non coincidente con l'Europa occidentale, si va profilando un'iniziativa degli Stati nordici, baltici, dell'Irlanda e dell'Olanda che chiedono maggiore responsabilità nazionale sui bilanci, prendendo le distanze dall'asse franco-tedesco.
Oggi la cancelliera Merkel tiene un profilo più basso sulle questioni europee rispetto al precedente mandato, quando Berlino era il crocevia di tante politiche. Forse la situazione si evolverà, tuttavia ora va notato come, nel vuoto, stia crescendo la leadership del presidente francese Emmanuel Macron, anche per la qualità della sua proposta.
Macron ha la forza di una visione. Si qualifica come un grande leader europeo, anche se la Francia non ha la forza della Germania e deve agire sempre in connessione con Berlino. Parlando al Parlamento europeo di Strasburgo, il presidente francese ha criticato i Paesi europei: «A volte i nostri egoismi nazionali sembrano più importanti di quello che ci unisce di fronte al resto del mondo». L'Europa è ben di più di un rissoso condominio. È unita dalla fiducia nella democrazia che ha salde radici nelle istituzioni e nella cultura del continente. Non è poco, in un mondo in cui le democrazie sono sempre meno e sempre più fragili. Macron, con coraggio, ha detto a Strasburgo: «Di fronte all'autoritarismo che ci circonda ovunque, la risposta non è la democrazia autoritaria ma l'autorità della democrazia».
Europa e democrazia sono sinonimi, perché l'unificazione europea è nata dall'orrore della Seconda guerra mondiale. La crescita della democrazia richiede società forti, mentre il tessuto sociale di tanti Paesi si va slabbrando. Per questo è stato significativo l'incontro di Macron, alla testa di uno Stato laico, con i vescovi francesi al Collège des Bernardins a Parigi. Qui, in modo innovativo, il presidente ha riconosciuto l'importante ruolo della Chiesa nella società francese. Emmanuel Macron ha chiarito la sua prospettiva, che sollecita non solo i responsabili politici, ma anche quelli della Chiesa: «Dobbiamo costantemente sottrarci alla tentazione di agire come semplici gestori di quello che ci è stato affidato». Per uscire dalla crisi, non bastano gestori: ci vogliono visioni e leadership! È vero in Europa, in Italia, ma anche nella nostra società e nella Chiesa.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 29 aprile 2018

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giovedì 19 aprile 2018

LA TRAGEDIA SIRIANA. GHOUTA, INSANGUINATO SPECCHIO DELL'INFERNO

LA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI 
Nella foto, un bambino ferito tra le macerie di Douma, alle porte di Damasco. 

Quanto accaduto nell'area alle porte di Damasco è il riflesso delle dinamiche del conflitto
Sono sette gli anni di guerra in Siria. Nella primavera del 2011, i manifestanti scesero in piazza gridando "libertà". Speravano in una primavera democratica in un Paese retto con pugno di ferro dal regime di Bashar al-Assad, al potere dal 2000. Presto la primavera, colpita da una dura repressione governativa, si è trasformata nell'inferno della guerra. I radicali hanno preso la guida dell'opposizione. Alcuni erano stati liberati dal carcere siriano: si sospetta che Assad abbia giocato la carta della radicalizzazione del conflitto per presentare il regime come muro contro il caos islamista. Russia e Iran hanno difeso tenacemente l'alleato siriano, mentre la politica americana è stata fluttuante. Intanto la Turchia è entrata pesantemente nel gioco. Arabia Saudita e Qatar hanno avuto un loro ruolo. La guerra civile è divenuta anche un conflitto d'influenze mondiali. C'è un posto che il mondo non conosceva: la Ghouta, grande oasi alle porte di Damasco, roccaforte ribelle, assediata dai siriani che - secondo fonti veritiere per gli occidentali ma non per i russi - avrebbero usato armi chimiche. Gli americani, gli inglesi e i francesi hanno colpito alcuni obiettivi siriani per ritorsione contro l'uso dei gas. Grave è la tensione tra Russia e Stati Uniti. La Ghouta, popolata da povera gente, racchiude il dramma siriano. Qui, nel giugno 2011, arrivò il militante salafita Zahran Allouche, liberato da Damasco, che divenne un piccolo dittatore, assassinato poi nel 2015. Qui si sono moltiplicati i gruppi radicali con risvolti banditeschi, talvolta in conflitto tra loro. Sopravvivere sette anni in un'enclave assediata è stato molto duro per gente affamata, ostaggio di lotte interne, sotto bombardamenti quotidiani. In tutta la regione molto più della metà delle case sono a terra. Ora l'assedio della Ghouta è finito con la vittoria di Assad. Da qui si tiravano missili su Damasco: era una spina nel fianco per il regime. La comunità internazionale è paralizzata, come l'Onu. L'uso delle armi chimiche, se provato, conferma una volta in più che il Governo di Assad è senza scrupoli. Le rappresaglie non cambiano il quadro. Ci vuole un passaggio a un'altra logica. Tutti invece confidano ancora nella guerra: il Governo e i suoi alleati, i guerriglieri di ogni fazione, la Turchia, gli occidentali che, nonostante il prospettato disimpegno americano, ora puniscono Assad... La questione è invece cambiare radicalmente strada, fermare la guerra e costruire un futuro per tutti in Siria. Bisogna passare al negoziato. Usa e Russia devono riprendere a parlarsi. Finché non si dirà basta alle armi, ogni male è possibile.

giovedì 12 aprile 2018

Quell'odio antisemita che non vuole morire

Mireille Knoll, 85 anni, ebrea di Parigi scampata allo sterminio, uccisa da un giovane musulmano che era suo vicino di casa, benvoluto dall'anziana donna. La sua morte ci dice che dobbiamo vigilare:

Mireille Knoll aveva ottantacinque anni ed era ebrea. La sua era una storia dolorosa, figlia di ebrei fuggiti dalla pressione antisemita dell'Est europeo, approdati a Parigi negli anni Trenta. Sopravvissuta alle retate naziste e collaborazioniste del 1942 (che portarono gli ebrei francesi allo sterminio), la piccola Mireille si era rifugiata con la madre in Portogallo e poi negli Stati Uniti grazie al passaporto brasiliano di quest'ultima. Tornata in Francia, si era sposata con un sopravvissuto ad Auschwitz. Ormai anziana, benvoluta, viveva in una casa popolare nell'XI arrondissement di Parigi. Nonostante la malattia, continuava a uscire. Nel palazzo c'era un musulmano di 29 anni, Yacine, che lei conosceva fin da bambino e di cui era amica. Questi aveva una storia giudiziaria difficile, ma Mireille era cordiale con lui. All'improvviso, con un complice, è penetrato nell'appartamento della donna e l'ha uccisa con undici coltellate, dandole poi fuoco. Il movente è - sembra - l'odio antiebraico. Scampata ai nazisti, Mireille è stata uccisa da qualcuno che conosceva da sempre. Yacine, disadattato e forse radicale, vedeva in lei l'ebrea, il capro espiatorio su cui sfogare l'odio verso la società, l'antisemitismo e forse il desiderio di fare un gesto eclatante, che lo riscattasse dall'anonimato. Eppure compare in una foto del 2013, in cui Mireille, con tanti vicini, festeggia cinquant'anni di vita nella casa popolare, dove abitano anche famiglie musulmane, cinesi e un altro ebreo: il tipico ambiente misto dei quartieri parigini. Nell'XI arrondissement ci sono 15 mila ebrei, molti, considerando che gli ebrei francesi - la più grande comunità europea - sono mezzo milione in tutto. Giustamente gli ebrei francesi si sentono insicuri e denunciano l'antisemitismo. Sono fatti da non sottovalutare: bisogna parlarne e denunciarli, perché l'odio antisemita è sempre un serio rischio. Molti concludono che il problema è l'islam e gli immigrati musulmani. Il grande timore delle nostre società sono questi giovani, spesso di famiglia musulmana, che non trovano percorsi d'integrazione. C'è una questione sociale ed educativa. E poi bisogna fare muro contro l'antisemitismo. Si devono educare i giovani a ricordare la Shoah e a considerare le comunità ebraiche realtà decisive per il pluralismo e la democrazia.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 15/4/2018

lunedì 9 aprile 2018

Parole chiave? Preghiera, poveri, pace, bambini, ecosolidarietà..... Un'intervista

Parole chiave? «Preghiera», «poveri», «pace», «bambini», «anziani», «disabili», «migranti», «senza dimora», «carcere». Insomma, Sant'Egidio: «movimento internazionale di laici» fondato nel 1968 dall'allora diciottenne Andrea Riccardi, accademico romano, storico della Chiesa.

Andrea Riccardi "Sicilia, terra di accoglienza.  Da voi mi sento a casa"
Intervista di Salvatore Falzone (apparsa su Repubblica edizione Sicilia, 8 aprile 2018) 

Parole chiave? «Preghiera», «poveri», «pace», «bambini», «anziani», «disabili», «migranti», «senza dimora», «carcere», «pranzo di Natale», «ecosolidarietà», «solidarietà e emergenze»... Insomma, Sant'Egidio: «movimento internazionale di laici» fondato nel 1968 dall'allora diciottenne Andrea Riccardi, accademico romano, storico della Chiesa e del cristianesimo, studioso di papi novecenteschi, conoscitore dei sacri palazzi, ministro per la Cooperazione internazionale e l'Integrazione al tempo del governo Monti («ministro in uno stato di emergenza dell'Italia», precisa). Nata sulle sponde consiliari del Tevere e ormai presente in più di settanta paesi del mondo, la Comunità è sbarcata a Palermo alla fine degli anni Ottanta: pasti caldi per i senzatetto, servizio docce, cambio di vestiti, una boutique solidale, partnership con Opere Pie, una Scuola della Pace per i minori del quartiere Capo. Progetti, progetti, progetti... 
Così Sant'Egidio ha piantato bandiera ai piedi del Monte Pellegrino, dove ancora aleggia lo spirito di Giacomo Cusmano, il padre del Boccone del Povero che infiammò la Sicilia ottocentesca con la sua folle carità. Un filo lega il passato al presente di questa città? «Sì, il Vangelo» risponde Riccardi. Anche da queste parti, con buona pace del Principe di Salina, la "buona notizia" assicura che "tutto può cambiare", come recita il titolo dell'ultimo libro del professore uscito per i tipi di San Paolo e ancora fresco di stampa: una conversazione con il teologo siciliano Massimo Naro a partire da Sant'Egidio, un maieutico scambio di vedute sulle cose, sull'«arte della solidarietà», sulla «trincea della pace» e «la pazienza della mediazione», sul futuro e su un «cristianesimo dai pensieri lunghi», sulla «comunità di popolo, tra sogno e visione». E sull'entusiasmante fatica di percorrere il binario che porta a ogni sud, verso «le periferie più scomode». Rieccoci in Sicilia, avamposto «molto importante» dell'esercito mondiale di Sant'Egidio che festeggia quest'anno i suoi cinquant'anni. 
 «Non solo - spiega Riccardi perché la comunità vi è radicata: a Palermo, Messina, Catania e altrove. Ma perché la Sicilia è una regione connaturale». Cioè? «È una realtà mediterranea, sta in mezzo tra il nord e il sud, tra cristianesimo e islam. Una realtà in cui esiste ancora una dimensione di vita di popolo. In questo si rivela il senso del rapporto con migranti e rifugiati: la Sicilia è una terra più accogliente di altre regione italiane. E poi c'è qualcosa nella cultura, nella storia, vorrei dire
nel genio...». 
 In che misura Sant'Egidio si è lasciata interpellare dal dramma degli sbarchi sulle nostre coste? «Lavoriamo moltissimo per l'accoglienza. E cerchiamo in tutti i modi di abbattere la logica del muro. L'idea dello sbarco è l'idea di un archetipo». 
In che senso? «È lo sbarco dei saraceni, degli stranieri... Un'idea che fa nascere la paura. Noi crediamo invece nei corridoi umanitari, nell'accoglienza e nell'integrazione di queste persone fragili. Non dobbiamo avere paura della pluralità. Occorre cura, amicizia, attenzione, prudenza e sapienza. Naturalmente vanno favorite le condizioni di legalità e sicurezza». 
A settembre scorso Sant'Egidio ha promosso a Catania una scuola d'italiano per rifugiati. Non solo accoglienza, dunque. Qual è il senso autentico di questo andare oltre i bisogni di sussistenza? «Offrire la lingua è offrire la chiave per l'integrazione, vero punto debole dell'Europa. I nostri
amici di Catania lo sanno bene: l'accoglienza dopo gli sbarchi è un dovere. Ma per l'integrazione è necessaria la lingua». 
Da Catania a Palermo. Cosa rappresenta per lei il capoluogo siciliano? «Un luogo di amicizie, incontri, esperienze personali e culturali. La frequentavo soprattutto ai tempi di Cataldo Naro (arcivescovo di Monreale scomparso nel 2006 e, prima ancora, preside della Facoltà teologica di Sicilia, ndr). Ci sono città in cui ci si sente a casa e altre che, almeno inizialmente, appaiono straniere. A Palermo mi trovo a casa, forse per il suo carattere aperto e mediterraneo».  
Tavoli apparecchiati al posto delle panche nella chiesa di Santa Lucia Badia del monte in via Ruggero Settimo e nella chiesa di Santa Maria di Gesù al Capo. Seicento poveri al pranzo di Natale 2017. Che significa - fuori d'ogni retorica - condividere il pasto con i poveri tra le colonne di una chiesa? «Significa festa di un legame quotidiano. Non è un atto di spettacolo ma un momento
solenne in cui i poveri sono al centro del Natale. I poveri sono gli amici della Comunità. E lo sono tutto l'anno, non solo a Natale». 
Da storico le sembra di poter cogliere una peculiarità della Chiesa siciliana? «È una Chiesa di popolo. Non solo perché la gente frequenta la Chiesa più che altrove. Ma perché la Chiesa siciliana ha vissuto una storia molto particolare. Bisogna discernere le tante eredità nel suo profondo. A maggior ragione oggi, al tempo di Papa Francesco, occorre capire cosa vuol dire realmente Chiesa di popolo, come far parlare il popolo e come cogliere il messaggio proveniente dalle viscere di questo popolo». 
Quanto è faticoso il confronto con le istituzioni ecclesiali e statali? «I rapporti veri sono tutti belli e impegnativi. Ogni prospettiva istituzionale è fatica. Certo è arrivato il momento di uscire dalla logica dell'emergenza e costruire insieme la società di domani». 
Come? «Con speranza e fede, ma insieme anche a fraternità e realismo umano».

Il libro Tutto può cambiare 

L'ultimo libro di Andrea Riccardi pubblicato con le Edizioni San Paolo è una conversazione con il teologo Massimo Naro. Il volume viene presentato martedì alle 17 a Catania a Santa Maria della Catena. Con gli autori interverranno l'arcivescovo Corrado Lorefice e Carmelo Torcivia.
la Comunità di Sant'Egidio che alla fine degli anni Ottanta è arrivata anche in Sicilia Storico della Chiesa e accademico romano, è stato anche ministro nel governo Monti

venerdì 6 aprile 2018

Il ritorno della guerra fredda

Sembra di essere tornati agli anni in cui l`impero sovietico e quello Usa si sfidavano. Ma il mondo non è più diviso in due.
Un edioriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana


Siamo di nuovo in una stagione di Guerra fredda? Un ex colonnello dei servizi segreti di Mosca ora residente in Gran Bretagna, Sergei Skripal, che aveva venduto informazioni agli inglesi, è stato avvelenato assieme alla figlia con il gas nervino. Sarebbe una vendetta dei russi. La risposta di Londra non si è fatta aspettare: l`espulsione di 23 diplomatici russill Cremlino, per ritorsione, ha cacciato 23 diplomatici britannici. Due giorni dopo la decisione, si sono tenute le elezioni per la presidenza della Federazione russa: Putin è stato confermato in modo plebiscitario (e non si è lontani dal vero, dicendo che il clima di tensione ha favorito in parte il suo risultato). Stati Uniti ed Europa hanno seguito la politica britannica verso la Russia. L`ambasciatore dell`Unione è stato ritirato da Mosca. Francia, Germania, Polonia e Canada hanno espulso quattro diplomatici per Paese; tre, la Lituania e la Repubblica ceca; due l'Italia, la Spagna, l'Albania, la Danimarca e l`Olanda. Romania, Croazia, Norvegia, Estonia, Lettonia, Finlandia, Svezia hanno cacciato un diplomatico russo. L'Ucraina (non si dimentichi la guerra aperta nell'Est del Paese) ne ha rinviati ben tredici. Gli Stati Uniti, nonostante Trump sia accusato di remissività verso Putin, ne hanno allontanati sessanta. A sua volta la Russia ha risposto con l'espulsione di 150 diplomatici occidentali. Un vero clima da guerra fredda. Gli europei non hanno voluto essere divisi sulla sicurezza e hanno colto l`occasione per ricompattare l`Occidente, anche se la Gran Bretagna della premier May sta abbandonando l`Unione. Il presidente francese Macron e la cancelliere Merkel sperano anche che un Occidente più unito potrà moderare Trump (specie dopo le nomine dei falchi Bolton e Pompeo in posti chiave dell`amministrazione) sulla questione dell`accordo sul nucleare iraniano. Rispetto ai tempi della Guerra fredda, ci sono tante diversità. Manca vistosamente all`appello occidentale la Turchia di Erdogan, che ha il secondo esercito della Nato, ma ormai gioca una politica propria in Medio Oriente e con la Russia. Riguardo agli schieramenti di prima dell"89, c`è da notare la solidarietà con l`Oc- cidente da parte dei Paesi europei dell`Est, compresa l`Ucraina, un tempo comunisti. Tanto è cambiato dalla Guerra fredda, anche se alcuni scenari sono simili. Oggi il mondo non è più sotto il controllo di due grandi imperi, ma multipolare e imprevedibile. Forse per questo le crisi sono più pericolose. I giganti asiatici sono protagonisti decisivi; tanti Paesi giocano per conto loro secondo l'interesse nazionale.
Non si deve avere nostalgia della Guerra fredda, ma ci sono nuovi pericoli. Il linguaggio aggressivo della diplomazia internazionale, le scelte unilaterali di alcuni Paesi, l`incapacità - come in Siria - a chiudere i conflitti con un`intesa e tante incognite spingono alla cautela. L`orizzonte è pesante. E, con gli attuali armamenti, non si scherza con le guerre.

lunedì 19 marzo 2018

I credenti e il voto, il Vangelo resta fuori dalle scelte

Di fronte all'esito del voto in Italia, Andrea Riccardi si pone la questione della distanza tra quanto espresso dalla maggioranza della gente e le parole e l'impegno della Chiesa, del papa, della Conferenza Episcopale Italiana. Le divergenze tra sentimenti ed emozioni, la necessità di una cultura a sostegno della fede, sono questioni che vanno oltre il voto, ma su cui è opportuno soffermarsi a riflettere. 
Un editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Le parole di Bergoglio sui migranti sono state ignorate dalla maggior parte degli elettori. Le elezioni politiche italiane hanno dato un risultato incerto. La presenza di tre blocchi non consente una maggioranza omogenea. Su questo, nei giorni passati, sono intervenuti molti commentatori e politici. Ma c'è un aspetto trascurato, anche se non così urgente politicamente: il problema posto alla Chiesa dal voto.
Quale impatto ha avuto il suo messaggio sugli orientamenti della gente? Certo, non lo si misura principalmente con il voto, ma nemmeno è un aspetto da trascurare. Balza agli occhi come il messaggio di papa Francesco e della Chiesa sugli emigrati e i rifugiati non sia stato recepito da una fetta maggioritaria dell'elettorato, anche se tra i comportamenti personali e la scelta elettorale non c'è sempre coerenza. Il "sovranismo", Italia first - direbbe Trump - professato apertamente da una parte della destra, non si concilia con la globalizzazione della solidarietà e l'integrazione europea su cui Francesco ha insistito.
La rabbia e la paura, espresse dal voto, non sono i sentimenti che Bergoglio ha predicato di fronte all'altro e al mondo globale. Non voglio però interpretare le elezioni come un test sull'insegnamento della Chiesa. Tuttavia bisogna riflettere in che misura taluni messaggi diventino cultura e vita del popolo cattolico. Il risultato elettorale avvicina l'Italia al sentire dei Paesi dell'Est. In alcuni di essi è rilevante il peso di Chiese, però, non troppo in sintonia con il messaggio papale sui migranti. Si può dire che il risultato elettorale manifesti uno scollamento dell'idea d'Italia degli elettori da quella solidale del Papa o pacata della Cei e infine della maggioranza dei vescovi.
Eppure la Chiesa non è lontana dalla vita della gente ed è in contatto con i suoi sentimenti. Non è vera la rappresentazione, talvolta affiorata nella campagna elettorale, di vertici episcopali "solidali" e di un popolo cattolico che va in altro senso. Il problema è un altro. Le grandi culture popolari italiane di ieri si sono infrante con la globalizzazione e la fine delle ideologie: la gente è sola di fronte alla televisione e ai social in una stagione dominata dalle emozioni. Infatti il voto oggi è molto emozionale. Giovanni Paolo II, nel 1982, disse: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».
C'è un ricco vissuto cristiano di solidarietà, di amicizia sociale e di fede. La grande sfida è far emergere da questa realtà una cultura di popolo, capace di sostenere atteggiamenti personali ispirati dal Vangelo. Non si tratta soltanto di un mondo di fedeli, emotivo e volatile, ma anche di offrire al Paese uno spazio di vissuto umano e una cultura umanistica.

Su questo tema Andrea Riccardi è tornato anche in un articolo su L'Espresso

venerdì 9 marzo 2018

Cinque anni di papa Francesco, una Chiesa che mette al centro i poveri

Con il pontificato di Francesco non tutti i problemi sono risolti, ma è stato awiato un processo di conversione e apertura agli altri: il popolo cristiano è stato sollevato dal pessimismo con la forza umile del Vangelo

Cinque anni di papa Francesco sono la storia della rivelazione della forza umile del Vangelo. Non si tratta tanto di fare bilanci, ma di ricordare questa storia. Cinque anni fa sembrava che la Chiesa fosse segnata da una crisi profonda, simbolicamente rappresentata dalle dimissioni di Benedetto XVI. Correvano tante interpretazioni: che fosse impossibile governare la Chiesa; che ci fosse una malattia profonda o che ci fossero troppe storture...
Che ha fatto Francesco? Ha cominciato a camminare serenamente, comunicando il Vangelo con simpatia. In poche settimane, il popolo cristiano si è come sollevato dal pessimismo che sembrava avvolgerlo. La gente, anche lontana dalla Chiesa, ha cominciato ad accorgersi che succedeva qualcosa tra i credenti e a guardare con interesse il messaggio del Papa. I confini e i muri hanno cominciato a dissolversi. Il popolo di Dio riprendeva coraggio. Molte persone guardavano alla Chiesa con nuova partecipazione. Dopo cinque anni, non si può dire che tutti i problemi della Chiesa siano risolti, che sia avvenuta una compiuta riforma della Curia romana, che tutto vada bene... Ma c'è speranza. Francesco non è stato un "mago" che ha dato soluzione a ogni questione.
Francesco ha comunicato - lo ripeto - la forza del Vangelo, umile e profonda: così si sono risvegliate le energie umane e spirituali di tanti credenti, mentre i poveri - con un'evidenza unica nella storia della Chiesa - sono stati messi al centro della comunità cristiana. 
Bergoglio ha fatto molte cose concrete: incontri, viaggi, azioni diplomatiche, scelte di governo, testi di valore... Ma c'è un aspetto centrale: ha insegnato che la vera riforma passa attraverso la conversione del cuore. Non è solo la vera riforma, ma anche un modo pieno di vivere. Il Papa ha contagiato la Chiesa con la sua proposta evangelica. Ha offerto ai vescovi e ai preti un concreto modello pastorale, in cui sono centrali la comunicazione del Vangelo e l'amore per i poveri. Tutto discende da questo. Si può dire che, in questi cinque anni, un processo si è sviluppato nella Chiesa: la conversione del cuore si è intrecciata con l'apertura agli altri e la caduta delle barriere. È la realtà di una Chiesa non spaventata del mondo, non proselitistica, ma missionaria, perché attrattiva. Eppure ci sono state parecchie resistenze, a tutti i livelli. La strada di Bergoglio è stata considerata semplicistica. Talvolta è stato accusato di svendere la verità, di preferire gli estranei ai cattolici, di dimenticare l'insegnamento dei predecessori. Sono resistenze normali, perché ha avviato un esodo nella Chiesa: "uscire" è una sua parola chiave. In questo esodo si raggiungono cristiani di altre confessioni, gente di religione diversa, persone in difficoltà: così la Chiesa sembra restituita alla sua missione, mentre si apre la strada del futuro. 

sabato 3 marzo 2018

Subito pace per i siriani! Non chiudiamo più gli occhi, mobilitiamo cuori e piazze

Di fronte all'interminabile massacro della guera in Siria, Andrea Riccardi torna a rivolgere il suo appello dalle pagine di Famiglia Cristiana

È ora di interrompere questa spirale di male, aiutando una popolazione già stremata. Assad, i ribelli, la galassia jihadista, Russia, Stati Uniti, Turchia, Iran, Paesi del Golfo: tutti devono trovare la via di un accordo. E noi non possiamo voltarci dall'altra parte come abbiamo fatto a lungo.

«Perché il nostro sangue è divenuto insignificante?», si chiede su Twitter un quindicenne di Ghouta, a est di Damasco. Nonostante sia interdetto dai governativi l'accesso di giornalisti e personale umanitario a questa vasta area suburbana (circa 400 mila residenti), giungono tramite i social molti messaggi e video che mostrano una città distrutta. In una settimana sono morte centinaia di persone sotto le bombe siriane e russe, sotto i terribili barili esplosivi lanciati dagli elicotteri di Assad, il terrore di mezza Siria. Sono morti tanti bambini e adolescenti, più di 100 sembra. Una madre, nascosta sotto terra con i figli, ha detto a L'Espresso: «Non possiamo scappare. Ci muoviamo come topi solo per nasconderci». Vari presidi sanitari sono stati colpiti. La popolazione è allo stremo, affamata e senza medicine. Gli abitanti di Ghouta sono ostaggio di vari gruppi di jihadisti che, da parte loro, lanciano missili su alcuni quartieri della capitale siriana. Assad vuole eliminarli e riprendere il controllo della città. Sabato 24 febbraio è stata approvata dal Consiglio di sicurezza Onu una tregua per l'evacuazione dei civili, dopo un lungo braccio di ferro. Inizia un processo, seppure con tante incognite, il cui prezzo sarà ancora pagato dal sangue di gente «insignificante», come dice il ragazzo di Ghouta.
Dal 2011 la Siria è dilaniata dalla guerra: mezzo milione di morti, cinque milioni di rifugiati, un intero Paese sconvolto. Intricate partite internazionali sono state giocate sulla testa del popolo siriano, mentre il Governo di Assad, pur di restare al potere, ha bombardato i suoi cittadini. Dalla gola del conflitto è sorto, come un mostro, lo Stato islamico, ora sconfitto.
Ma non si cambia metodo da sette anni: uccisioni, bombardamenti, combattimenti con una crudeltà senza limiti. Non c'è accordo tra i "player" internazionali. Credono nella guerra, che invece ha mostrato, in questi anni, il suo volto più crudele: quando si risolveva un problema se ne apriva un altro, mentre si moltiplicavano gli attori armati e si annodavano giochi molteplici, i cui fili sono tenuti dall'esterno.
Da Aleppo a Ghouta: la stessa logica da anni. È ora di interrompere questa spirale del male, che porterà ai siriani altri anni di dolore e di guerra. Ma come? I nostri sono pensieri utopici? Bisogna che l'opinione pubblica dei Paesi democratici ritrovi la volontà e l'energia di esigere la pace. Ci vuole un movimento di pace. D'altra parte, bisogna dare garanzie di sopravvivenza a tutti gli attori di questo gioco infernale, ricucendo un dialogo. Nessuno vincerà in Siria. Non s'illudano! Anzi, ci sono potenziali rischi di allargamento del conflitto, in un campo in cui si confrontano turchi e americani, e questi ultimi con i russi (mai così vicini allo scontro da decenni). Soprattutto si devono risparmiare altri anni di guerra ai siriani tutti, cominciando dai bambini.

Il primo appello di Andrea Riccardi, il 15 luglio 2014. L'appello - più volte rinnovato - venne sottoscritto da migliaia di persone, tra cui personalità del mondo politico e culturale, da premi Nobel erappresentanti degli Stati e dell'e Nazioni Unite, ma anvcora dopo quasi 4 anni è rimasto inascoltato.

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giovedì 22 febbraio 2018

La preghiera sia un urlo contro le guerre

LA PREGHIERA PER LA PACE DOVREBBE ESSERE LA NOSTRA COMUNE INVOCAZIONE AL SIGNORE, SOPRATTUTTO DURANTE LA QUARESIMA
Per questo il Papa dedica preghiera e digiuno del 23 febbraio a Sud Sudan e Congo

Il 23 febbraio, in Quaresima, papa Francesco presiede una preghiera per la pace in Sud Sudan e in Congo. È un gesto che ricorda la preghiera, voluta da Bergoglio, per la Siria nel 2013, in un momento di escalation della guerra. Di fronte all'indifferenza, queste preghiere sono un urlo che rompe il muro del silenzio e dell'impotenza. Mi chiedo perché nelle nostre chiese si preghi così poco per la pace, mentre dovrebbe essere la nostra comune e incessante invocazione al Signore. Molti si domandano: che posso fare io di fronte a guerre lontane? La situazione del Congo, un grande Paese di 82 milioni di abitanti e dalle cospicue ricchezze, è gravissima. Dalla metà degli anni '90 fino al 2003 ci sono state due terribili guerre; ora la crisi è determinata dall'elezione del presidente (l'attuale, Joseph Kabila, vuole ripresentarsi, ma non ne ha la possibilità legale). Bande armate, fame, carenza di strutture sanitarie, scarsa sicurezza, violenze sulle donne e ora anche colera sono alcuni mali che colpiscono una popolazione inerme. Eppure, se ci fosse pace, il Congo potrebbe essere un Paese prospero. Di fronte alla repressione delle manifestazioni dei cattolici, il cardinale Monsengwo, arcivescovo di Kinshasa ha dichiarato: «Siamo in una prigione a cielo aperto? Come si possono uccidere uomini, donne, bambini, giovani e vecchi mentre scandiscono canti religiosi, con bibbie, rosari e crocifissi?».
Ingarbugliata è anche la realtà del Sud Sudan, che dal 2013 è preda di un conflitto etnico tra dinka e nuer. Nonostante le grandi risorse petrolifere, è allo stremo. Metà dei 12 milioni di abitanti sono sfollati e le violenze sulla popolazione si moltiplicano. Ci sono chiare responsabilità delle classi politiche; ma anche gravi responsabilità internazionali. Non si può accettare il cinismo di chi sfrutta le risorse naturali e accetta il conflitto. Ci siamo rassegnati a convivere con la guerra (soprattutto quella degli altri). La preghiera del 23 febbraio, accompagnata dal digiuno, vuol essere un grido d'invocazione per la pace al Signore dell'impossibile, ma anche un urlo di protesta di fronte al mondo e ai signori della guerra. Possa dar origine a una coscienza e a un movimento di pace anche nel nostro Paese.

Sant'Egidio si unisce alla preghiera del papa. In tutte le città veglia di preghiera ore 20
 

mercoledì 21 febbraio 2018

La rivoluzione dell'amore e della tenerezza, l'unica necessaria #santegidio50

La testimonianza di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità da sempre impegnata per poveri e la pace, su Famiglia Cristiana:

Nei giorni scorsi la Comunità di Sant' Egidio ha festeggiato cinquant'anni. Gli amici di Famiglia Cristiana mi chiedono di scriverne qualcosa. Lo faccio volentieri, mentre le immagini di questi anni
mi si affollano nella mente. Quelle dei primi tempi: il ' 68 , la rivolta degli studenti, quando l'utopia di cambiare il mondo, di rivoluzionarlo, sembrava realizzabile. Era tempo (così diverso da oggi) di mobilitazione dei giovani, allora numerosi e protagonisti. In quel clima ci interrogammo su cosa significava cambiare il mondo: non sarebbe stato possibile farlo senza cambiare il cuore dell'uomo e della donna. Solo il Vangelo poteva farlo. Il filo rosso che ha accompagnato i nostri stato l'ascolto della Parola di Dio, provando a viverla da discepoli e amici dei poveri là dove siamo nel mondo: da Santa Maria in Trastevere, all'Avana, a Cuba, a Buenos Aires, a Giacarta o ad Abidjan in Costa d'Avorio. La storia di Sant' Egidio è stata fatta dall'attenzione agli ultimi, alle "periferie urbane e umane".
Tornano alla mente le immagini delle borgate romane, allora angoli di Terzo mondo, con il corteo dolente d'immigrati (del Sud Italia), poveri, anziani, bambini. Con loro si realizzava il sogno di Giovanni XXIII e del Concilio: Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri. È ancora il nostro sogno. I poveri sono stati i compagni di cinquant'anni , tanto che si confonde chi aiuta e chi è aiutato. In loro si scorge Gesù, come si legge nel Vangelo di Matteo: « Ero straniero e mi avete ospitato». Negli ultimi 25 anni, abbiamo sentito con forza la sfida dell'accoglienza e dell'integrazione di rifugiati e immigrati, sino all'esperienza dei «corridoi umanitari» dal Libano e dal Corno d'Africa verso l'Italia, la Francia e Belgio: accogliere in Europa, in sicurezza. La Comunità è conosciuta per il lavoro per la pace, come le trattative per la fine del conflitto in Mozambico, concluse a Roma nel 1992 , dopo una guerra che aveva provocato un milione di morti .
Il lavoro per la pace è lotta alla povertà. Perché la guerra è la madre di tutte le povertà. Non bisogna mai accettare la guerra come ineluttabile. La preghiera per la pace (a Sant' Egidio una volta al mese) esprime la fiducia che la pace sia sempre possibile. La Comunità ha raccolto donne e uomini, giovani e anziani, laici che hanno sentito quanto fosse decisivo essere discepoli del Signore . Papa Francesco ha così sintetizzato storia e futuro di Sant' Egidio: « Andate avanti su questa strada: preghiera, poveri e pace . E camminando così aiutate a far crescere la compassione nel cuore della società, che è la vera rivoluzione, quella della compassione e della tenerezza, a far crescere l'amicizia al posto dei fantasmi dell' inimicizia e dell' indifferenza» . Oggi siamo convinti , ancor più di ieri , che questa è la " rivoluzione" necessaria