giovedì 9 agosto 2018

Il papa sulla pena di morte. Un rifiuto deciso di ogni violenza

La modifica del Catechismo non contraddice il Magistero, ma lo sviluppa alla luce del Vangelo

Papa Francesco ha approvato, il 1° agosto, la modifica del Catechismo della Chiesa cattolica sulla pena di morte.
Il testo precedente non escludeva la pena capitale «quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani». L'ammetteva nel capitolo dedicato alla "legittima difesa", quasi come parte di essa, in casi rari, «se non addirittura praticamente inesistenti». Nella Chiesa, impegnata nella difesa della vita, la pena capitale appariva ripugnante da tempo. Sembra che anche Giovanni Paolo II non fosse soddisfatto della formulazione del Catechismo, che è stata invocata da chi si opponeva all'abrogazione della pena di morte dalla legislazione degli Stati. Nel vecchio testo aveva prevalso la preoccupazione che la negazione della liceità della pena di morte fosse un cambiamento nella dottrina che indeboliva l'autorità del Magistero. Francesco non ha condiviso questa preoccupazione e ha dichiarato: «La pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona». La frase è il cuore del nuovo testo del Catechismo. La Congregazione vaticana spiega: si tratta di «un autentico sviluppo della dottrina, che non è in contraddizione con gli insegnamenti anteriori del Magistero». Avrebbe detto con semplicità Giovanni XXIII: «Non è il Vangelo che cambia, ma siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». La Chiesa nel tempo va verso una comprensione più profonda e fedele, vissuta con il Papa e i vescovi, cui tanti umilmente danno il loro contributo. Lo insegna il Vaticano II nella Dei Verbum: «Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro, sia con l'intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità». Colpisce allora la reazione critica alla decisione di Francesco. Dietro questo timore c'è anche la concezione tradizionalista del legame tra violenza di Stato e cultura dell'autorità. La Chiesa cattolica non "svende" la verità, ma si lascia guidare dallo Spirito e dai suoi pastori, gioiosa di crescere nella comprensione del Vangelo. In tempi di estesa paura dell'altro e di violenza diffusa, si sente il bisogno di riflettere a fondo sui limiti e la realtà della "legittima difesa", che talvolta motiva l'uso della forza da parte dei privati e l'incremento delle armi. La migliore difesa non è un popolo in armi: è uno Stato responsabile ed efficace assieme a una coscienza civile collettiva. La decisione del Papa ci guida al distacco coraggioso dalla cultura della violenza da qualunque parte venga, anche dallo Stato.

NEL 2017 QUASI MILLE ESECUZIONI Secondo un rapporto di Amnesty International, nel 2017 sono state effettuate 993 esecuzioni in 23 Stati, il 4 per cento in meno rispetto alle 1.032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1.634 del 2015, anno che aveva fatto registrare il più alto numero dal 1989. 

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 12 agosto 2018

venerdì 3 agosto 2018

Diamo un futuro ai giovani africani


Si parla tanto di come fermare gli sbarchi, ma il vero problema è attivare politiche che convincano i giovani africani a restare nel loro Paese. 

Un diplomatico europeo, che evocava i circa 1.000 morti nel Mediterraneo nei primi sei mesi del 2018, ha sentito un collega libico rispondergli: «I morti nei viaggi e nel deserto sono il doppio. Anzi, non lo sapremo mai». Gli europei discutono accanitamente di quel che vedono: migranti e rifugiati che si affacciano sul Mediterraneo o sbarcano sulle coste. Si teme l'invasione. Talvolta ci si commuove, quando si vede il corpicino di un bambino senza vita in mare. La paura non ci ha fatto perdere del tutto l'umanità. Ma che fare? Molti europei si sentono in preda a flussi incontrollabili. Così si ripete il mantra: «Non possiamo accogliere tutti gli africani». Mantra che giustifica la durezza, ma soprattutto l'assenza di pensiero e di progetto. Ci vuole invece una visione larga e di lungo periodo. Da dove viene chi approda in Italia? Nel 2017, i nigeriani sono stati i1 17% degli sbarcati, seguiti da guineani, ivoriani e bangla (ciascun gruppo tra 1'8 e il 9%). I migranti provengono anche da Mali, Eritrea, Sudan, Tunisia, Marocco, Senegal, Gambia. L'emigrazione da Paesi come l'Eritrea, il Sudan e il Mali è frutto di difficili situazioni politico-militari. Non possiamo dimenticare la responsabilità verso i rifugiati. In tanti Paesi, però, il sogno di un futuro migliore spinge i giovani al rischioso "viaggio" attraverso il deserto e il mare. I "viaggiatori" sono per lo più maschi (74%) e giovani: molti i minori non accompagnati (14,5%). Spesso un'intera famiglia o un gruppo investono su di loro, pagando le reti criminali dei viaggi. Gli accordi non sempre sono rispettati e i "viaggiatori" subiscono violenze, spoliazioni e ricatti... Sono storie spesso nascoste al proprio ambiente per orgoglio. Vanno interrotte, creando presenze umanitarie lungo la strada, come in Niger e in Burkina Faso, che consentano assistenza e possibilità di rientro. Sappiamo quali siano le condizioni dei migranti in Libia.
Si parla tanto di come fermare gli sbarchi, ma niente su come agire all'origine dei viaggi. È invece il problema più grosso. Costa d'Avorio o Guinea non possono nulla per evitare gli esodi drammatici? Quando ci fu l'epidemia di ebola, i governi africani esercitarono un controllo sulle frontiere. Non si tratta però solo di misure repressive, ci vuole una politica che dia più opportunità ai giovani africani nei loro Paesi, infrangendo il mito che il futuro sia solo in Europa. Andarsene per molti ragazzi è una muta protesta contro i governi e una nazione matrigna, quasi una scelta di coraggio. Ma ci vuole una collaborazione tra Stati europei e africani che sostenga invece il coraggio di lavorare in Africa.
E poi non si può chiudere ogni accesso: le nostre economie e società hanno bisogno di migranti. Bisogna riaprire i flussi legali, ormai del tutto chiusi: anche questa è una speranza e un contrasto alle illusioni seminate sistematicamente dai trafficanti di esseri umani. Per questo ci vuole una visione narrata anche agli europei, perché escano da una logica solo di emozioni.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 9 agosto 2018

venerdì 27 luglio 2018

La missione di pace della Dante Alighieri

IL TRICOLORE NEL MONDO: UN MIX DI ARTE, CUCINA, BELLEZZA
PER TANTE ALTRE NAZIONI NON SIAMO UN PAESE IN DECLINO MA UNA POTENZA CULTURALE
Se l'Italia attira milioni di visitatori ogni anno, in barba alla crisi, lo deve al suo patrimonio culturale che la Società Dante Alighieri, fondata nel 1889, ha contribuito a diffondere.
Sta per compiere 130 armi la Società che diffonde lingua, stile e tradizione italiani
 

Cos'è l'Italia nel mondo globale? Sembra poco. Ma è una delle più forti economie del mondo, una "potenza" culturale con giacimenti d'arte e d'archeologia, che attirano milioni di visitatori. Non è però solo un "grande museo": è un mix unico di antico e nuovo, capace di creare un vivere all'italiana. Questa realtà suscita un'attrazione diffusa per la nostra lingua, veicolo per introdursi nel "mondo italiano", fatto di arte, cultura, cucina, bellezza, canto e teatro, storia, design, stile di vita. Per i nostri contemporanei, l'Italia non è un Paese in decadenza, ma vivo, bello e attrattivo. Questa è la diffusa sensazione della Società Dante Alighieri, che compie 130 anni nel 2019 e si è rinnovata negli ultimi anni a contatto con la domanda di lingua italiana. Più di 400 comitati della Dante nel mondo, con le loro scuole di lingua, sentono crescere l'interesse per la cultura e il modo di vivere degli italiani. La Dante, diffondendo lingua e cultura, sta diventando un luogo di Italsimpatia. La Società è nata nel lontano 1889 per connettere e alimentare "pezzi" di italianità: emigrati a rischio di perdere l'identità, retaggi di cultura italiana da valorizzare. Pur nella logica nazionalistica di fine Ottocento, l'esistenza della Dante segnò il superamento dell'identificazione tra nazione e territorio, manifestando l'idea di una "patria più grande" dei confini nazionali, una "patria" culturale e linguistica che ancora oggi esiste, in modo diverso. I comitati della Dante nel mondo sono stati spazi di vivace di "italnostalgia", dove gli emigrati hanno coltivato identità. Oggi la Dante è luogo d'irradiazione e di coagulo della simpatia per l'Italia. La Società è una rete di «amici dell'Italia, dell'italiano e del mondo in italiano», una risorsa per il Paese con connessioni profonde con il turismo e le università italiane, raccordo di quanti, pur non italiani, considerano l'Italia un riferimento culturale. Confortata da un recente investimento del Governo, la Società, dalla sede centrale di Palazzo Firenze a Roma alle sedi del mondo, lavora per diffondere l'italiano nella rete di scuole e comitati, realizzata dagli emigrati in Argentina, come in Libano, dove collabora con la forza di pace italiana. Alimentare l'Italia nel mondo non è solo un servizio all'internazionalizzazione del Paese e ai suoi prodotti, è anche un'impresa di significato geopolitico: vuol dire rafforzare un attore culturale e pacifico in un mondo globale, che non può essere appiattito o ingrigito, ma che neppure è destinato ai conflitti identitari e ai muri. Cultura e la lingua italiana sono anche una presenza di pace.

Questo editoriale di Andrea Riccardi, presidente della Dante Alighieri, è apparso su Famiglia Cristiana del  29/7/2018

domenica 22 luglio 2018

I nuovi scenari mondiali: se NATO e Unione Europa non sono più di moda

Sono sotto attacco i due pilastri dello scenario internazionale nati dopo la Guerra fredda e sopravvissuti alla caduta del Muro di Berlino.Un mondo "sovranista" non conviene a nessuno

La recente riunione del Consiglio dell'Alleanza atlantica ha registrato la minaccia di un'uscita degli Stati Uniti dalla Nato. Il presidente Trump ha chiesto agli europei di impegnarsi di più nei finanziamenti all'Alleanza, affermando che il suo Paese non può sostenere una parte così larga delle spese anche per la difesa dell'Europa. La minaccia dell'uscita degli Stati Uniti è apparsa un'enormità, anche in considerazione che la Nato (acronimo di North atlantic treaty organization, Organizzazione dei Paesi che hanno aderito al Patto nord-atlantico) è stata fondata nel 1949 attorno agli americani durante la Guerra fredda, contrapposta per decenni al Patto di Varsavia di obbedienza sovietica. Dopo la caduta del Muro, il concetto strategico dell'Alleanza è stato rivisitato: la Nato garantisce la libertà e la sicurezza dei Paesi membri con un impegno politico-militare. Oggi conta ventinove Stati, tutti europei eccetto Stati Uniti e Canada. Tra i membri recenti ci sono ex partecipanti al blocco sovietico, come Bulgaria, Cechia, Slovenia, Polonia, Ungheria, Lettonia, Estonia e Lituania. Mosca
ha visto negativamente l'adesione dei Paesi dell'Est alla Nato, mentre alcuni di questi hanno posizioni preoccupate verso la politica internazionale russa. La crisi, suscitata dalle dichiarazioni di Trump, è rientrata, con l'accordo raggiunto durante il Consiglio atlantico. Tuttavia resta un senso d'instabilità generato da questa crisi. Ci si chiede se siano diventati insicuri i pilastri dello scenario internazionale durante la Guerra fredda e dopo 1`89: la Nato e l'Unione europea.
Lo stesso Trump non pare simpatizzare per il processo di integrazione europeo, mentre ha plaudito alla Brexit. Viene da pensare che le forme comunitarie tra i Paesi, come l'Unione o l'Alleanza, non siano più di moda. Non si tratta solamente della politica della Casa Bianca, ma anche di quelle "sovraniste" dei Paesi europei. La tendenza sarebbe riprendere in mano i destini nazionali a scapito dei vincoli comunitari. Questo favorirebbe la competizione commerciale, ma anche una più libera affermazione dell'interesse nazionale. Viene da chiedersi quale sia il vero vantaggio dei Paesi europei, in specie dell'Italia. Non mi pare sia interesse del nostro Paese essere svincolati dagli storici legami comunitari: anzi, un rafforzamento di essi s'impone. Quando l'Italia insiste su una responsabilità condivisa delle frontiere europee riguardo ai migranti va in questo senso, non in quello della chiusura delle frontiere nazionali, come i Paesi di Visegrad. Nonostante le diverse interpretazioni della cooperazione strutturata permanente sulla difesa europea tra Francia e Germania, la questione della difesa comune ha già compiuto significativi passi in avanti e deve avanzare ulteriormente, soprattutto se la Nato venisse destabilizzata. Ma anche con la difesa europea, gli Stati Uniti hanno un rapporto ambivalente per motivi economici e politici. La realtà è che un mondo scomposto e imprevedibile non conviene né agli europei né agli americani.

venerdì 13 luglio 2018

Popolocrazia- In video l'intervento sul libro di Ilvo Diamanti e Marc Lazar


Il 4 luglio, Andrea Riccardi ha presentato presso la Società Dante Alighieri, il libro "Popolocrazia, la metamorfosi delle nostre democrazie", di Ilvo Diamanti e Marc Lazar.
In video il suo intervento

Andrea Riccardi è presidente della Società Dante Alighieri dal 22 marzo 2015

giovedì 12 luglio 2018

A Bari, una nuova strada sulla via del dialogo e dell'unità dei cristiani

NO ALLE STRATEGIE DELLO SCONTRO. Papa Francesco ha auspicato che l'«arte dell'incontro prevalga sulle strategie dello scontro», soprattutto in Medio Oriente.

A Bari i leader cristiani si sono ritrovati per la prima volta per affermare una visione di pace
i pare che la stampa non abbia colto a pieno, nella sua portata, l'evento accaduto sabato scorso a Bari. È stato un grande segno. Papa Francesco ha invitato i capi delle Chiese cristiane del Medio Oriente
a incontrarsi e pregare per la pace. Il motivo è stato la guerra in quest'area e la situazione dei cristiani. La Siria è sconvolta da un conflitto dai tanti volti che dura dal 2011. Molti siriani hanno abbandonato il Paese. I cristiani siriani sono ridotti a un terzo di quanti erano prima del conflitto. L'Iraq, nonostante gli attacchi terroristici, sta faticosamente ricostruendosi. Ma qui i cristiani si sono
ridotti a un quarto di prima della guerra e gli altri Paesi mediorientali presentano situazioni gravi, come in Egitto, dove gli otto milioni di copti hanno subito vari e dolorosi attentati. I cristiani se ne stanno andando da un Medio Oriente che, da anni, non conosce pace. Questa realtà ha spinto il Papa a invitare i leader cristiani mediorientali con il patriarca ecumenico Bartolomeo e il rappresentante del Patriarcato di Mosca per discutere e pregare. Il dibattito riservato, tenuto a porte chiuse nella basilica di San Nicola, santo tanto venerato in Oriente, è stato franco e fraterno. Ne è emerso il grido del Pontefice, che ha riassunto il comune sentire: «La guerra è la piaga che tragicamente assale quest'amata regione. Ne è vittima soprattutto la povera gente».
La sofferenza di tanti e il martirio dei cristiani uniscono Chiese divise da più di un millennio. A Bari è avvenuta una svolta nella storia ecumenica: per la prima volta i leader della cristianità si sono ritrovati, come in un sinodo, a parlare insieme per prendersi cura dei fedeli in Medio Oriente e lanciare una visione di pace. Non era mai avvenuto.
Le discussioni teologiche tra le Chiese sulle questioni dottrinali hanno segnato passi in avanti, ma l`unità resta lontana. I problemi politici e i nazionalismi finiscono per renderla sempre più lontana. Invece, con un gesto di responsabilità e di comunione, a Bari, si è compiuto un grande passo in avanti. Anzi si è imboccata una nuova strada. Forse oggi molti cristiani sono meno sensibili all'unità. Ma Bari è un segnale importante. Francesco, in mezzo agli altri capi cristiani senza alcuna superiorità, ha affermato: «Abbiamo dialogato fraternamente. È stato un segno che l'incontro e l'unità vanno cercati sempre, senza paura delle diversità». C'è stata una decisione del Papa e dei primati delle Chiese che ha un'intensità ben più grande delle discussioni teologiche. Lo affermava il patriarca ecumenico Athenagoras (l'incontro di Bari è capitato nel giorno dell`anniversario della morte avvenuta nel 1972), quando chiedeva una decisione di unità ai capi delle Chiese. Egli ripeteva: «Chiese sorelle, popoli fratelli».
L'unità dei cristiani è fermento della pace tra i popoli. Un cristianesimo diviso è preda dei nazionalismi, se non dei furori di guerra. A Bari è emersa un'implorazione forte, umana e semplice: «L'umanità ascolti - vi prego - il grido dei bambini».

Questo editoriale di Andrea Riccardi è stato pubblicato su Famiglia Cristiana del 15/7/2018

martedì 10 luglio 2018

Una Chiesa del popolo che guarda al futuro

La missione della Chiesa, oggi, è "rammendare" il tessuto sociale lacerato.
Il Papa e la Cei lavorano affinché le paure non sfocino in rabbia, ma diventino energia

La Chiesa italiana è un punto di riferimento nel Paese. Lo è stata nel Novecento quando, durante l'occupazione tedesca, fu asilo e sostegno per tanti nella crisi dello Stato. Nel dopoguerra, dal mondo cattolico è nata la DC, il pilastro della rinascita italiana e della profonda trasformazione della società. Negli anni Novanta, Giovanni Paolo II è stato un punto di riferimento con la preghiera per l'Italia quando viveva una crisi profonda. Oggi, di fronte ai cambiamenti radicali della società italiana, qual è il sentire della Chiesa? Alcuni parlano oggi di "irrilevanza" della Chiesa. Alcuni "passaggi" l'avrebbero messa in rilievo. Un anno fa, la classe politica lasciò cadere la legge sulla cittadinanza per i bambini nati in Italia, figli d'immigrati, cui la Chiesa teneva tanto. E poi le votazioni hanno rivelato un elettorato ansioso sui migranti e critico verso ogni apertura. Non è questo il sentire del Papa e della Chiesa.
C'è un divorzio tra la visione "buonista" della Chiesa e gli italiani che si sentono assediati dalla globalizzazione? Una distanza c'è e non solo su questi temi. Peraltro fisiologica in ogni età della storia. La Chiesa propone una lettura del nostro tempo, mentre comunica il Vangelo; non impone un'analisi o una visione politica. Certo la distanza può allargarsi e divenire un divorzio, che porta alla contraddizione tra il Vangelo e un modo di vivere e giudicare. Questo si deve anche all'affievolirsi delle culture popolari. Per questo sono preziosi strumenti, come la stampa cattolica e mi sia concesso - riviste come Famiglia Cristiana: perché aiutano a leggere la realtà, creando comunità di sentimenti e di pensieri.
Fede e preghiera non sono disincarnate: vivono nella storia. Senza gridare, la Chiesa oggi sente il bisogno di "rammendare" - è parola chiave per il cardinale Bassetti, presidente della Cei - il tessuto sociale lacerato: questo mondo di individui soli, talvolta conflittuali, preda di emozioni contrastanti. Un popolo si va sfaldando nelle sue forme comunitarie tradizionali, a cominciare dalla famiglia. La Chiesa vuole rafforzare le comunità. Intende dialogare con le paure degli italiani, che non vanno demonizzate, ma possono trovare sbocco non nella rabbia, ma in un'energia costruttiva. Questo "rammendo" è in felice sintonia con quei tanti cristiani che, in tempi di crisi, lavorano per gli altri. Siamo rimasti troppo bloccati nelle strutture assistenziali (che rischiano di divenire istituzioni). Il Papa ha chiesto di uscire.
La Chiesa sta ritrovando il gusto "materno" di riunire, collegare, aiutare a guardare al futuro con più speranza, perché lo si fa assieme agli altri. È un inizio, si tratta però di una visione per tutti: realizzare, dentro le pieghe della società, "all'italiana", quella che Francesco chiama la "Chiesa di popolo".

sabato 30 giugno 2018

Noi e i migranti. Si scarica sui più deboli la paura del futuro

Il RISCHIO DI CREARE UNA PSICOSI
C`è un divario fra la politica gridata e la realtà: si deve uscire da quel vittimismo che ci rende aggressivi. C'è il rischio di creare una psicosi


Alcuni immigrati in Italia o anche cittadini italiani con caratteri somatici non europei mi raccontano che spesso, sui mezzi pubblici, sono fatti segno di espressioni aggressive. Tanto che hanno elaborato strategie di comportamento, fatte di pazienza e di silenzio di fronte alle provocazioni. Gli italiani sono diventati razzisti? Non voglio parlare soltanto dei movimenti specificamente razzisti, che rappresentano una parte marginale della società. Penso alla massa dei nostri concittadini. Sono diventati razzisti in maggioranza? Non credo, ma ci sono stati cambiamenti profondi nella coscienza e nei sentimenti della gente di cui dobbiamo renderci conto. Lo si è visto con la crescita della paura nei confronti dei migranti, anche in una stagione in cui gli sbarchi sono diminuiti, quindi ci sarebbe da avere meno timore. Papa Francesco ha recentemente affermato che gli allarmi populisti sui migranti «stanno creando una vera psicosi», mentre l`Europa invecchia e, senza nuovi europei, «diverrà vuota».
È un discorso realista, su cui concorda - per esempio - il mondo industriale che, in Germania, chiede nuovi immigrati. Ma i discorsi realistici non sembrano rispondere ai sentimenti della gente. Non pochi italiani si portano dentro la paura del futuro. Di che cosa hanno paura? Ci sono molte risposte a questa domanda: migranti, crisi economica, terrorismo, criminalità e via dicendo. Il disagio del vivere quotidiano accresce la paura. Si vuole una soluzione immediata dei problemi, fatta di risposte forti. Ma si vuole una soluzione o un`illusione? È questa la vera domanda. I problemi della società sono complessi e richiedono tempo per essere risolti. Lo si vede anche in Italia con il nuovo Governo Conte. Tuttavia c`è un divario tra il mondo delle emozioni (e della politica gridata) o delle percezioni e la realtà. Bisogna provare a stare con i piedi per terra e cercare di agire sulle situazioni più dolorose, come la disoccupazione, specialmente quella giovanile. Ma occorre anche uscire da quel vittimismo generalizzato, che ci fa sentire preda dell`insicurezza e dell'incertezza. Un vittimismo che ci rende aggressivi. Bauman, grande interprete del nostro tempo, ha ricordato agli europei che vivono nella stagione più sicura della storia, nonostante provino tanta incertezza. Non si tratta della lezione di un professore, ma di un invito a guardare la realtà, uscendo da un mondo illusorio, e a cercare la strada per risolvere i problemi. Forse bisognerebbe gridare di meno e parlare di più, trovando i luoghi dove questo è possibile o creandoli. Occorre anche guardare ad altri Paesi del mondo, specie fuori dall`Europa, per accorgersi che la situazione dell`Italia non è così male, anche se c`è molto da fare. Forse è necessario ascoltare di più la gente con i suoi problemi concreti, perché c`è un`Italia che soffre molto: i giovani, gli anziani, le persone sole e con poche prospettive. Questo chiede alla politica di agire. E a tutti di noi di riscoprire la solidarietà con chi ha bisogno e la simpatia per il nostro tempo.

martedì 26 giugno 2018

Intervista ad Andrea Riccardi dopo l'incontro con il presidente francese Macron

Il presidente francese Emmanuel Macron, a Roma per incontrare papa Francesco, ha ricevuto subito prima una delegazione della Comunità di Sant'Egidio. Il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, ne parla ai microfoni di La Coix.

giovedì 21 giugno 2018

Tra schiaffi e sorrisi. Se la politica alza i toni ...

I GOVERNI RIFLETTANO SULL'USO DELLE PAROLE: È SEMPRE RISCHIOSO INFIAMMARE L'OPINIONE PUBBLICA

Francia e Italia hanno visto incresparsi le loro relazioni. Poi, improvvisa, la pace

Che è successo tra Italia e Francia? Le polemiche sull'Aquarius hanno assunto un tono così forte da mettere in discussione il vertice all'Eliseo tra il premier Conte e il presidente Macron. Poi i toni si sono calmati e l'incontro c'è stato. Un teatrino di politica internazionale? Qualcosa di più serio: un cambiamento di toni e di linguaggio nel rapporto tra due grandi Paesi europei. Sulla questione migratoria c'è materia di discussione tra l'Italia e le altre nazioni europee. A noi è mancato un aiuto concreto da parte dei partner dell'Unione, tra cui la Francia (che esercita un severo controllo sui passaggi al confine italo-francese, dove tanti sono i respinti e non pochi gli scomparsi). Ci sono anche altre questioni. La Libia, per esempio, dove l'iniziativa francese si fa più forte, mentre impallidisce quella italiana. Ma nessun problema giustifica i toni forti tra due Paesi alleati, storicamente amici. Italiani e francesi, oggi, si sentono la stessa gente. C'è una questione fondamentale: l'uso delle parole. L'ha affermato il cardinale Ravasi: «Uno dei problemi fondamentali di tutta la civiltà contemporanea», ha detto, «è proprio la necessità di una sorta di ecologia linguistica». Bisogna stare attenti alle parole: stanno diventando contundenti. Diventano armi. E le ferite restano. Questo avviene nella vita quotidiana e via internet, ma anche nel lessico di una politica gridata tra Governi. In un certo senso, ha cominciato il presidente Trump con i suoi tweet. Le parole sono accolte, anche per il vittimismo che dilaga, come un potente invito a considerare il Governo degli altri come il responsabile dei nostri problemi. C'è una responsabilità del linguaggio che riguarda soprattutto chi detiene il potere. Eppure il linguaggio contundente sembra pagare in termini di consenso. Forse è vero. Ma solo a breve termine. Perché un'opinione pubblica emotiva e infiammata spesso sfugge, con esiti imprevisti, al controllo di chi l'ha incendiata. Qualche giorno fa, il presidente della Cei, in una preghiera per l'Italia, ha ricordato una realtà della storia espressa dal profeta Osea: «E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta». Tra Paesi amici, anzi legati da storia e da affinità profonda, stretti nel vincolo europeo, come Italia e Francia, bisogna avere il coraggio non solo di una politica cooperativa, ma di un linguaggio che metta in luce soprattutto quanto ci lega. Forse quello dell'Unione e di Bruxelles è stato troppo complicato e tecnocratico, incapace di parlare alla gente. Ma non convince nemmeno il teatrino in cui, in poche ore, si passa dalle parole forti alle pacche sulle spalle. C'è qualcosa che non funziona e che non esprime la realtà delle relazioni tra i popoli del nostro continente.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 24 giugno 2018

giovedì 14 giugno 2018

Rifugiati: non ci sono soluzioni semplici per un problema complesso. Lavorare in Africa, lottare contro i mercanti della morte, aprire corridoi legali

L'Europa non deve essere una fortezza. L'integrazione è un problema complesso, non ci sono soluzioni semplici o urlate
 
L'immigrazione è al centro di un dissidio europeo che dura da anni, come si vede anche dalla drammatica vicenda della nave Aquarius di Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranée a cui è stato negato l'approdo in Italia, invocando la competenza di Malta. Ogni Governo guarda al proprio interesse nazionale e, soprattutto, agli umori dell'elettorato, sempre più spaventato da una "invasione" di stranieri dal Sud del mondo.  
Ma i problemi reali della gente comune non sono tanto gli immigrati quanto la difficoltà di vivere nelle periferie, la mancanza di lavoro, la precarietà quotidiana, la crisi economica. E sono seri. 
Eppure si parla tanto di migranti. Si deve dire, però, che l'Italia non è stata aiutata dagli altri Paesi europei, anche se Bruxelles ha sostenuto finanziariamente l'accoglienza italiana. Ed è stato un errore europeo. Tuttavia, una questione grave come i migranti non si può affrontare in modo emotivo, anche se le forze politiche europee hanno appreso che alimentare le paure può portare consenso. Invece è un problema da gestire nella solidarietà tra europei. Ma la scorsa settimana, in Lussemburgo, l'Unione si è di nuovo divisa sui cambiamenti da apportare al regolamento di Dublino. Il quale prevede che il Paese europeo dove il migrante entra debba compiere le procedure di asilo. Così le frontiere esterne dell'Europa sono viste non in modo unitario, ma in una prospettiva nazionale. 
L'Italia, la Spagna e la Grecia sono più esposte all'arrivo dei migranti via mare. E sono quindi contrarie alla riforma perché considerano scarsa la ripartizione dei migranti con gli altri Stati. Per ragioni antitetiche, i Paesi del Centro-Est europeo si oppongono alla riforma: non intendono farsi carico (neanche solo economicamente) dei migranti arrivati in altri Stati. La Germania è stata contro la riforma e l'Italia non ha insistito sul negoziato. 
Il sottosegretario belga Francken ha concluso sui migranti: «Dobbiamo rimandarli indietro». Il commissario europeo Avramopoulos ha risposto: «Non saremo la fortezza Europa». Non ci sono soluzioni semplici per un problema così complesso. Né soluzioni semplificate sono applicabili. Prima di tutto bisogna calmare le opinioni pubbliche e governare i flussi migratori con una politica efficace di accoglienza e integrazione. Va condotta una lotta senza quartiere ai mercanti dei viaggi della morte. Poi c'è da lavorare in Africa, spiegando alla gente il dramma dei viaggi verso il Nord ed esigendo dai Governi africani più responsabilità verso i loro giovani. Bisogna lavorare con gli Stati africani, perché i giovani trovino futuro nei loro Paesi. Inoltre, vanno aperti corridoi perché, in piena legalità e sicurezza, i migranti possano giungere nei nostri Paesi. Non è solo un fatto umanitario ma anche, per l'Italia, una necessità, proprio per la crisi demografica. Il problema delle migrazioni è tanto complesso. Abbiamo bisogno di governarlo con intelligenza, ragionevolezza, umanità e preveggenza. È una sfida seria, ma è possibile

Questo editoriale di Andrea Riccardi è apparso, con il titolo: L'Europa non deve essere una fortezza", su Famiglia Cristiana del 17/6/2018

martedì 12 giugno 2018

Premio Roma 2018 per i 50 anni di Sant'Egidio. Oggi la consegna a Andrea Riccardi

NARRATIVA STRANIERA
 NARRATIVA ITALIANA
SAGGISTICA

Comunicato Stampa

PREMIO ROMA: QUESTA SERA LA CONSEGNA DEI PREMI 2018

Alberto Angela, Diego Della Valle,  Nicola Gratteri,
Andrea Riccardi e Paolo Mieli tra i vincitori

Cerimonia nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma

Roma, 12 giugno 2018 – Saranno uomini della cultura, dello spettacolo, delle istituzioni e della letteratura a ricevere, questa sera, nell’Aula Magna del rettorato della Sapienza Università di Roma, i riconoscimenti dell’edizione 2018 del Premio Roma.
La cerimonia si aprirà con la Banda Musicale dell’Arma dei Carabinieri che eseguirà gli inni nazionali dell’Italia, del Belgio (gemellato quest’anno con il Premio Roma) e Europeo  oltre alla marcia trionfale dell’Aida.

I premi saranno consegnati a:

  • Alberto Angela, giornalista,  per la Promozione delle meraviglie italiane nel mondo;
  • Giuliano Amato, Giudice Costituzionale, nel 70mo anniversario della nascita della Costituzione Italiana;
·         Vincenzo Barone, Direttore della Normale di Pisa,  il Premio Roma Urbs Universalis;
·         Frank Carruet, Ambasciatore del Belgio in Italia, il Premio Roma-Bruxelles;
·         Diego Della Valle, imprenditore, per la promozione dell’imprenditoria italiana nel mondo;
·         Nicola Gratteri, magistrato,  per la lotta alla criminalità organizzata;
·         Andrea Riccardi, storico,  in occasione del 50° anniversario di fondazione della Comunità di Sant’Egidio;
·         Federica Mazzucca, ricercatrice, per la ricerca in campo oncologico “Irma Feroci Milesi”.
Saranno consegnati anche i premi delle due sezioni in concorso:

Per la Narrativa
·         Luigi  Guarnieri,  “Forsennatamente Mr Foscolo”, La nave di Teseo;
Per la Saggistica:

·         Paolo Mieli, “Il Caos italiano”, Rizzoli 

 
PREMIO ROMA
UFFICIO STAMPA

giovedì 7 giugno 2018

Adesso lavoriamo per il bene comune, priorità del nuovo governo

C'è rabbia, la speranza sembra smarrita. Ricostruire il tessuto sociale è per tutti un dovere
L'editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 10 giugno 2018

Finalmente l'Italia ha un Governo, dopo quasi tre mesi di estenuanti tentativi e conciliaboli. Tra i problemi più gravi la situazione d'incertezza degli italiani e i rischi che la stabilità della nostra economia andava correndo. Intanto l'Europa e il mondo ci guardavano attoniti, chiedendosi che cosa sarà dell'Italia. Anche perché ormai con l'Europa unita e con la globalizzazione siamo tutti legati. La crisi di un grande Paese come il nostro si contagia. «Che succede in Italia?», mi sono sentito chiedere pochi giorni fa in Albania, un Paese che dipende tanto dall'Italia per il commercio e quindi per il suo benessere.
Il fatto più preoccupante di questo periodo è stato il clima nel Paese: rabbia, forti tensioni, criminalizzazione dell'altro, attacco al presidente della Repubblica... Tutto questo è stato veicolato dai social media senza autocontrollo. Si tratta di odio a rischio di degenerazione, non di vitalità della democrazia. Dopo decenni di politica ideologica, siamo oggi approdati alla politica dei sentimenti, di per sé volubili, che talvolta si esprimono in modo da stadio. C'è rabbia nel Paese: sembra smarrita la speranza di un futuro migliore. Tante sono le difficoltà, soprattutto delle fasce più deboli e anche di quello che un tempo si chiamava il ceto medio. Non vanno sottovalutate. La risposta è una politica seria, che affronti queste problematiche, che favorisca la crescita economica e accresca le possibilità di lavoro, specie per i giovani. L'origine dei nostri problemi non è certo la presenza degli immigrati: un tema molto enfatizzato, che va ricondotto alle sue dimensioni reali. Forse bisogna apprendere a essere ragionevoli, anche se la ragionevolezza sembra non avere troppa cittadinanza in questa stagione. Gli italiani hanno votato. E, anche grazie alla tenacia del presidente Mattarella, l'Italia ha oggi un Governo politico (cui partecipano alcuni tecnici, tra cui il presidente del Consiglio, dopo che l'essere ministri tecnici era additato come fatto negativo nella polemica politica). Il Governo può agire: conta su una solida maggioranza parlamentare. Lo vedremo alla prova dei fatti. C'è, però, una responsabilità che riguarda tutti: ricostruire il tessuto umano di tanti ambienti sociali, lacerato da tensioni e contrapposizioni.
Ha scritto il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti: «È infatti eticamente doveroso lavorare per il bene comune dell'Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale». Abbiamo, come italiani, un destino comune. C'è un bene comune da realizzare in un clima costruttivo e di pace sociale. E poi - ne sono convinto - va recuperata quell'umanità italiana, un po' logorata, tanto intrisa di pietas cristiana, di senso della persona, di tenerezza per i deboli e i bambini, di sentire familiare e comunitario. Non è retorica, è la nostra storia. Soprattutto è esperienza umana del nostro Paese. La sua ricchezza umana ci ha reso forti nelle difficoltà. È un patrimonio da non sprecare nell'orgia delle emozioni e delle contrapposizioni.

martedì 5 giugno 2018

Venezuela, un paese che muore

In Venezuela non c'è guerra, ma la vita è impossibile: tre milioni di cittadini hanno abbandonato il paese. Le elezioni hanno ratificato il distacco del partito al potere dalla popolazione stremata.

Il Venezuela vive una situazione drammatica. Il 20 maggio ci sono state le elezioni presidenziali, cui non ha partecipato l'opposizione, denunciando mancanza di trasparenza. Ufficialmente è stato riconfermato il presidente Maduro, delfino del defunto presidente Chavez. Le elezioni ratificano ormai il distacco profondo del partito al potere dalla maggioranza della popolazione, astenutasi dal voto. La situazione economico-sociale è catastrofica, quasi al livello dello Zimbabwe di Mugabe, ma con una grande differenza: il Venezuela possiede la maggiore riserva petrolifera del mondo.

Come si è arrivati a questo punto? Tre milioni di venezuelani sono fuggiti all'estero, circa il 1.0% della popolazione: un esodo paragonabile solo alla crisi siriana. In Venezuela non c'è guerra, tuttavia la vita è impossibile. La situazione economica è paragonabile alla Germania di Weimar durante l'iperinflazione. Dal 2004, quando l'allora presidente Chavez iniziò la sua politica economica, si è verificato un mix mortale: attacchi agli investitori esteri, nazionalizzazioni forzate, indebitamento pubblico con i futuri profitti petroliferi a garanzia e nascita di un'economia gestita dalla casta militare. L'inflazione incontrollata ha impoverito la classe media e svuotato le casse dello Stato. Il crollo dei prezzi petroliferi ha dato il colpo di grazia. Il premio Nobel Mario Vargas Llosa scriveva nel 1999, dopo l'elezione di Chavez, un articolo titolato "Il suicidio di una nazione". 
I fatti gli hanno dato ragione. Maduro sostiene che la disastrosa situazione economica sia il risultato dell'ostilità degli Stati Uniti e dei suoi alleati, che certamente non hanno aiutato. Ma la narrativa del complotto internazionale funziona solo ai fini della propaganda: un mix di nazionalismo, cristianesimo, santerìa e marxismo. Si vede come l'ideologia rivoluzionaria del regime sia al servizio di un gruppo di potere, mentre la gente soffre. Per consolidare il consenso, il regime organizza reti di distribuzione gratuita di alimenti (ormai introvabili) solo per chi ha la tessera del partito. L'isolamento internazionale porta la presidenza a cercare appoggi vari: dalla Russia di Putin alla Cina e a pericolosi partner mediorientali. Il regime osserva con indifferenza la fuoriuscita dei cittadini, ma questo rappresenta il fallimento dello Stato. La Conferenza episcopale venezuelana aveva chiesto un rinvio delle elezioni presidenziali «per evitare una catastrofe umanitaria senza precedenti» e non cadere in una «spirale di conflitto». Aveva incoraggiato il dialogo tra presidenza e opposizione, ma i risultati sono stati deludenti. Intanto il Venezuela muore.

mercoledì 30 maggio 2018

Tutto può cambiare. La realtà oltre il sogno

Un articolo di Federica Gieri Samoggia apparso su Avvenire di Bologna, il 27 maggio 2018

E' stato presentato giovedì pomeriggio nella suggestiva cornice della Cappella Farnese a Palazzo d'Accursio il libro del fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi, «Tutto può cambiare», edito da San Paolo. All'incontro sono intervenuti l'arcivescovo Matteo Zuppi, Ivano Dionigi, Romano Prodi, e Stefano Zamagni. «In quelle pagine - osserva Riccardi - ho voluto cogliere le radici nel passato e guardare in avanti. Il titolo è di Giovanni Paolo II. Era molto vecchio, malandato e disse: "Tutto può cambiare: dipende anche da te". Ecco credo che non dobbiamo rinunciare a quella leva fondamentale per cambiare il mondo che è cambiare noi stessi e agire personalmente». Con speranza. Un libro che l'Arcivescovo confida di aver letto «con evidente partecipazione» poiché quell'esperienza «mi ha coinvolto e mi coinvolge». Tutto può cambiare, esordisce Zuppi, «è un'affermazione che racchiude già la prospettiva di Riccardi e della Comunità. Tutto: non è un'ambizione personale, un conato di onnipotenza o una specie di slancio utopico». Come poteva esserci in quel 1968 quando la Comunità di Sant'Egidio muoveva i primi passi. «In quegli anni - ricorda l'Arcivescovo - c`è stata un'esplosione di tante esperienze, molte con vita brevissima». Anni in cui lo slancio dell'«impossibile per essere realisti, era una delle chiavi: chiedere tutto era il vero modo con cui si entrava nella realtà». Una grande energia «che si è esaurita rapidamente». Sant'Egidio no, ha continuato il suo cammino perché «una delle cose più evidenti» che lo hanno caratterizzato era «combattere il vivere per sé. La grande ricchezza dell'esperienza di Riccardi è di aver saputo mettere insieme tanti pezzi diversi, di saperli far vivere insieme in una sapienza che non è già scritta, ma che è accompagnata da tanti incontri». E dove i «poveri sono stati, fin dall'inizio, la chiave per non diventare un gruppo che viveva per se stesso». Un uomo fa la differenza e può cambiare con «l'ambizione di risolvere e non con presunzione dilettantesca o cinico realismo dell'impotenza». Senza dubbio, Riccardi, «per certi versi, ripropone un'utopia, ma è una ricerca con tanto realismo». «Quel millenarismo qui è diventato convinzione che tutto possa cambiare. Quel può dipende anche da noi: tutti possono cambiare, non c'è un limite». Del resto lo stesso papa Wojtyla, in un incontro con la Comunità, disse «l'unica frontiera che vi siete posti è quella dell'amore». Una comunità che contiene «tante antinomie: sogno e grande realismo» che chiamano uno «sforzo personale» tanto che Riccardi «continua a imparare, a capire e a trovare, negli incontri, il senso di un cammino lungo cui quel sogno si è dipanato». E tra le antinomie si ravvisa anche «il particolare» letto e vissuto «sempre in un orizzonte universale», ma anche radicalità e una «fraternità ben lontana dalle derive della new age; soggettivismo e oggettivo, il mio e il noi, il privato e il pubblico; la preghiera e la laicità perché per pregare uno deve essere laico». La Comunità di Sant'Egidio «ama le istituzioni proprio perché non è istituzionale. Nasce fuori da qualunque realtà parrocchiale, istituzionale; sapendo parlare l'ecclesialese senza diventare ecclesiastica. Laici, ma non clericali». Una «teologia laica: laicità nell'azione e ispirazione religiosa; misticismo e realismo». Insomma «un cristianesimo moderno, non mondanizzato né tributario alla mentalità corrente del politically correct, ma che sa riconoscere i tanti motivi di vicinanza all'uomo così com`è».

giovedì 24 maggio 2018

Quelle periferie dimenticate da tutti

Roma ormai è divisa fra il centro, spazio solo per i turisti, e quartieri privi di legami: istituzioni, società civile e Chiesa sono troppo distratte sulla sorte della capitale e in borgata "tira brutta aria"

Romanina, ma non solo. Sono diverse le aree periferiche della capitale in cui periodicamente s'accendono proteste. Nella foto Tiburtino III, finito sui giornali nel 2017 per il degrado urbano e sociale.

Un atto di violenza a Roma, in un bar di periferia: il gestore romeno e una disabile sono stati picchiati da persone riconducibili al clan dei Casamonica, che volevano un trattamento di riguardo. La giustizia farà luce sul triste episodio, denunciato coraggiosamente dal romeno e dalla moglie, che sono un esempio nel clima di omertà che tante volte avvolge la vita quotidiana. Le telecamere hanno ripreso l'episodio. Il magistrato, che ha convalidato l'arresto, parla di «ostentazione del potere su uno spazio che ritengono proprio». C'è il problema del controllo del territorio delle periferie da parte delle famiglie o di gruppi mafiosi.
Torna sulla scena il clan che, nell'agosto 2015, celebrò i funerali del "patriarca" Vittorio Casamonica a San Giovanni Bosco, con manifestazioni impressionanti: 200 auto seguivano il feretro, mentre da un elicottero venivano gettati petali di rosa. Sull'immagine del defunto c'era la scritta: "Re di Roma". Il messaggio era ostentato: il controllo, se non di Roma, almeno della zona est, tra Romanina e Anagnina.
Qualcosa di simile accade a Ostia, il quartiere-città con quasi 100 mila abitanti, la spiaggia di Roma, dove cosche mafiose esercitano attività illecite e lecite. Al di là delle vicende criminali, c'è una domanda di fondo che riguarda i romani (come me), ma anche gli italiani che guardano alla loro capitale: che succede a Roma? Sta avvenendo una trasformazione profonda nel tessuto urbano: da una parte un centro sempre più spazio solo per i turisti e l'amministrazione e, dall'altra, le periferie, dove le reti e le relazioni sociali si sono molto allentate.
La periferia di qualche decennio fa era più povera, ma più ricca di legami comunitari, partitici, associativi, sindacali. Oggi tanti cittadini della periferia si sentono abbandonati. C'è risentimento. Nel vuoto s'insinuano reti criminali. Non si dimentichi che, durante gli arresti a Ostia, ci sono state anche alcune espressioni di solidarietà verso i fermati. Le periferie sono, poi, un luogo strategico per l'integrazione dei migranti, il 13% dei residenti, meno di 400 mila persone. Ci vuole un nuovo investimento sulle periferie di Roma da parte dello Stato e del Campidoglio.
Ma non possiamo trascurare la società civile, troppo distratta. La Chiesa, la più grande rete sul territorio, fatica ad avere una visione della città. Visione che c'era al convegno sui mali di Roma nel 1974 e durante la Missione di Roma. La Chiesa rischia di diventare un insieme di nicchie, pur generose. Tante persone e istituzioni sono troppo disattente sulla sorte della città. La nuova Roma globale ha bisogno di visione, passione civile, nuove reti sociali ed educative in periferia.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 27 maggio2018

sabato 19 maggio 2018

In Terra Santa la pace è lontana. Proteste e sangue, mancano i mediatori

Israele registra lo spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. Le conseguenze politiche e diplomatiche sono drammatiche. Un editoriale di Andrea Riccardi fa il punto su una situazione bloccata, dove la violenza sembra non avere fine.

La scelta americana ha generato violenti scontri sul terreno, con morti e feriti, causando attriti diplomatici non di poco conto. Ha indotto una rottura anche all'interno dell'Unione Europea, i cui Paesi si erano finora rifiutati di compiere questo passo considerando la realtà di Gerusalemme una tematica ancora da discutere in un eventuale accordo di pace.
Lunedì 14 maggio era un giorno di festa per lo Stato di Israele, impegnato a celebrare i suoi 70 anni di vita e felice di registrare il trasferimento ufficiale dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, fatto a lungo auspicato dalla diplomazia israeliana.
Invece, tra i 28 Stati membri dell'Ue, 4 (Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca) hanno accettato l'invito del ministero degli Esteri israeliano inviando loro rappresentanti all'inaugurazione dell'ambasciata Usa nel quartiere di Arnona, nella parte ovest della città. Repubblica Ceca e Romania hanno inoltre garantito, anche se con tempi e modalità diverse, di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Italia, Francia e Spagna, da parte loro, mantengono a Gerusalemme un Consolato generale, autonomo dalle ambasciate a Tel Aviv. Così l'Europa risulta spaccata su un tema tanto delicato. Del resto l'Unione europea è piuttosto irrilevante sulle questioni mediorientali. Ma ciò che più preoccupa è la reazione dei Palestinesi, che sentono ormai definitivamente gli Stati Uniti e una parte dell'Occidente contrari alle loro aspirazioni su Gerusalemme. Forti reazioni serpeggiano anche nel mondo arabo, mentre in Siria la presenza iraniana, sempre più nutrita, tormenta Israele. Il Medio Oriente sta scivolando ancora di più verso la tragedia? La decisione americana innescherà una situazione ancor più conflittuale in Terra Santa e provocherà, come già si vede, nuovi lutti? Sono domande che ci inquietano tutti e su cui non abbiamo purtroppo una risposta. Mi sembra che tutte le politiche abbiano dalla loro delle motivazioni, ma nell'incandescente situazione israelo-palestinese, come nel più largo Medio Oriente, mancano mediatori. I ponti sono crollati. Del resto ci troviamo in un quadro di estremizzazione delle posizioni antagoniste in troppe parti del mondo. In Terra Santa, dove tutto assume un tono drammaticamente paradossale, manca la fiducia vicendevole. In questa situazione prosperano purtroppo gli atti terroristici e le violenze, da tutte le parti in causa. 
Ci interroghiamo su cosa sia possibile fare per riaprire un dialogo che ponga fine a un conflitto che dura da 70 anni. E che ormai sembra incancrenirsi. Non c'è una via per conciliare la sicurezza di Israele, cui teniamo molto, con le aspirazioni legittime dei palestinesi di avere un loro Stato in quella terra? In questo momento ci sentiamo vicini alla piccola comunità cristiana di Terra Santa. Con loro speriamo nella pace e preghiamo per essa.

giovedì 10 maggio 2018

Ridiamo all'Africa un futuro migliore

Le Nazioni Unite prevedono che gli abitanti dell'Africa subsahariana raddoppieranno ancora da un miliardo del 2017 a 2,2 miliardi nel 2050. Il numero di migranti crescerebbe da 24 a 54 milioni. La grande sfida del continente è affrontare il prossimo boom demografico.

I migranti sono all'ordine del giorno nei dibattiti europei. Si parla di "soglia di tollerabilità" delle società europee e si discute su come fermarli. Ma sarebbe più onesto andare di là delle frontiere europee e chiedersi perché vengono in tanti, provando a guardare la realtà dei loro Paesi.
C'è un primo motivo (di cui abbiamo talvolta parlato): la guerra. Il caso più evidente è il terribile conflitto siriano che ha fatto uscire dai suoi confini circa cinque milioni di profughi, la gran parte rimasta in Medio Oriente. La guerra è madre di tante miserie. E anche i Paesi non confinanti, come quelli europei, ne pagano il prezzo. Questo dovrebbe rendere più sensibili a lavorare per la pace, perché è inaccettabile che una guerra, come quella in Siria, duri da sette anni.
Gran parte dei migranti, però, vengono dall'Africa (e anche dalle sue guerre). Sono giovani, figli di un continente che - al 70 per cento - è sotto i trent'anni. Vengono spesso da una classe medio-bassa, ma sono istruiti e non poveri. Ho recentemente avuto una conversazione diretta con alcuni ragazzi in Costa d'Avorio: dicevano che l'Europa nell'aspettativa di tanti è un mito, un Eldorado dalle grandi opportunità. Tra giovani si parla di amici partiti ma perduti nel deserto o in mare, perché l'emigrazione registra tanti caduti. Tuttavia spesso le storie d'insuccesso sono nascoste, mentre i successi (reali o presunti) vengono esaltati. In Tunisia migrare si dice in arabo haraga, che vuol dire bruciare: bruciare le frontiere... I giovani non hanno più fiducia nel loro Paese, come invece i loro genitori o nonni, che salutarono con entusiasmo l'indipendenza dal colonialismo.
Questa generazione, rispetto alle precedenti, si sente protagonista e non si rassegna all'orizzonte tradizionale. Molti vivono in città, tutti stanno in Rete con il mondo, sono informati e reagiscono, scrivendo la loro opinione. Tanti di loro, spesso senza lavoro, possono essere all'origine di proteste, delusi come sono dai Governi e dalla corruzione del potere, arrabbiati per le diseguaglianze sociali. Così le migrazioni sono una valvola di sfogo, utile al potere per evitare rivolte o manifestazioni. Se si vogliono regolare i flussi migratori, bisogna agire in Africa. Non è la prima volta che parliamo della responsabilità dei Governi africani per dare un futuro ai giovani nel loro Paese. È la grande sfida delle società africane: non essere matrigne per i loro figli. Non è solo il problema di fermare l'emigrazione verso l'Europa, ma di come affrontare il boom demografico dei prossimi decenni.
Ci sono storie di successo. Mi raccontava un affermato magistrato che 25 anni fa ebbe la possibilità di venire in Europa da studente: tutta la famiglia gli fece pressioni per non perdere l'occasione. Mi diceva: «Oggi ho un lavoro importante e la mia dignità nel mio Paese. Che sarei diventato emigrando?». Ci sarà ancora emigrazione in futuro, ma bisogna dare la possibilità di restare nella propria terra. È prima di tutto un bene per l'Africa. E poi ci vuole la pace.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 13 maggio 2018
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venerdì 4 maggio 2018

Moro: Si poteva fare di più per salvare il leader DC

Paolo VI e Aldo Moro
Restano i dubbi sulla linea della fermezza e su come non sia stato possibile liberarlo in 55 giorni

Sono passati quarant'anni dal rapimento e dalla morte di Aldo Moro, dopo 55 giorni di carcere delle BR, eppure si discute ancora di quella tragedia nazionale. Emergono pure particolari inediti su una storia senza fine. La vicenda della "prigionia" del presidente della DC mise a nudo le fragilità e le rigidità della classe politica, della Chiesa e della società.
Tre mesi dopo la morte di Moro, scomparve un altro grande protagonista della ricostruzione (e "cofondatore" della Dc con De Gasperi), papa Paolo VI. Fu una figura drammatica e dolente, che tentò di salvare la vita del leader Dc, ma si scontrò con molti ostacoli, tra cui la decisione del Governo italiano di non negoziare con i terroristi. Dal carcere delle Br, Moro si rivolgeva a lui e dignitosamente chiedeva: «Quale altra voce, che non sia quella della Chiesa, può rompere le cristallizzazioni che si sono formate?». Si cristallizzò la volontà di non trattare. Andreotti se ne fece interprete, recependo la dura posizione del Pci, decisivo nell'appoggio al suo Governo. Ebbe la percezione che l'Italia non avrebbe tenuto di fronte a un negoziato. Molti la pensavano come lui in un clima di un certo unanimismo.
Lo storico Agostino Giovagnoli, nel saggio Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, ricostruisce come la classe politica fosse invece più divisa di quanto si diceva e che le crepe, dopo lo shock del rapimento, stavano emergendo quando Moro fu ucciso. Si doveva fare di più per salvarlo, anche per la sensibilità alla vita umana che caratterizza l'Italia dalla Seconda guerra mondiale.
Si è fatto di più in Italia in vari casi, e anche per italiani rapiti all'estero. Altri Paesi, come Gran Bretagna e Stati Uniti, non negoziano. L'Italia sì. Certo, niente era facile in quei momenti terribili. Marco Damilano, nel suo libro Un atomo di verità, commenta: «Quarant'anni dopo, lo Stato non è riuscito ancora a spiegare come sia stato possibile consegnare per 55 giorni il Presidente a una banda di terroristi incolti e mal preparati».
Dopo la morte di Moro, la Dc si trascinò in quella che oggi appare un'agonia. Con la Dc finirono i socialisti e poi arrivò l'ora del Pci. Così scomparve la politica, legata alle culture storiche e a "popoli" di militanti. Si può e si deve discutere ancora di questa nostra tragedia nazionale. Resta però, come un macigno, la responsabilità di un gruppo di stolti e radicalizzati, come le Br. Le loro interviste e i loro libri mostrano la loro insensata volontà di usare la violenza per cambiare in meglio il mondo, e invece lo resero peggiore. È la follia del terrorismo di ieri e di oggi.

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giovedì 26 aprile 2018

Macron, un leader per l'Europa in crisi

Europa e democrazia sono sinonimi, afferma Andrea Riccardi. Eppure perchè questo si realizzi c'è bisogno di una leadership capace di esprimere una visione. Tra Germania e Francia oggi si muove qualcosa.

Nonostante sia meno potente della Germania, la Francia ha ormai un ruolo di primo piano in un'Europa senza leader? È la sensazione diffusa nel nostro continente, mentre l'Italia attende il nuovo Governo. Eppure, mai come oggi, con la crisi in Siria, la perdurante guerra in Ucraina e le sfide interne all'Unione, c'è bisogno di una leadership europea.
Infatti, mentre i Paesi di Visegràd (la cooperazione tra Polonia, Ungheria, Slovacchia e Cechia) hanno una politica non coincidente con l'Europa occidentale, si va profilando un'iniziativa degli Stati nordici, baltici, dell'Irlanda e dell'Olanda che chiedono maggiore responsabilità nazionale sui bilanci, prendendo le distanze dall'asse franco-tedesco.
Oggi la cancelliera Merkel tiene un profilo più basso sulle questioni europee rispetto al precedente mandato, quando Berlino era il crocevia di tante politiche. Forse la situazione si evolverà, tuttavia ora va notato come, nel vuoto, stia crescendo la leadership del presidente francese Emmanuel Macron, anche per la qualità della sua proposta.
Macron ha la forza di una visione. Si qualifica come un grande leader europeo, anche se la Francia non ha la forza della Germania e deve agire sempre in connessione con Berlino. Parlando al Parlamento europeo di Strasburgo, il presidente francese ha criticato i Paesi europei: «A volte i nostri egoismi nazionali sembrano più importanti di quello che ci unisce di fronte al resto del mondo». L'Europa è ben di più di un rissoso condominio. È unita dalla fiducia nella democrazia che ha salde radici nelle istituzioni e nella cultura del continente. Non è poco, in un mondo in cui le democrazie sono sempre meno e sempre più fragili. Macron, con coraggio, ha detto a Strasburgo: «Di fronte all'autoritarismo che ci circonda ovunque, la risposta non è la democrazia autoritaria ma l'autorità della democrazia».
Europa e democrazia sono sinonimi, perché l'unificazione europea è nata dall'orrore della Seconda guerra mondiale. La crescita della democrazia richiede società forti, mentre il tessuto sociale di tanti Paesi si va slabbrando. Per questo è stato significativo l'incontro di Macron, alla testa di uno Stato laico, con i vescovi francesi al Collège des Bernardins a Parigi. Qui, in modo innovativo, il presidente ha riconosciuto l'importante ruolo della Chiesa nella società francese. Emmanuel Macron ha chiarito la sua prospettiva, che sollecita non solo i responsabili politici, ma anche quelli della Chiesa: «Dobbiamo costantemente sottrarci alla tentazione di agire come semplici gestori di quello che ci è stato affidato». Per uscire dalla crisi, non bastano gestori: ci vogliono visioni e leadership! È vero in Europa, in Italia, ma anche nella nostra società e nella Chiesa.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 29 aprile 2018

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giovedì 19 aprile 2018

LA TRAGEDIA SIRIANA. GHOUTA, INSANGUINATO SPECCHIO DELL'INFERNO

LA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI 
Nella foto, un bambino ferito tra le macerie di Douma, alle porte di Damasco. 

Quanto accaduto nell'area alle porte di Damasco è il riflesso delle dinamiche del conflitto
Sono sette gli anni di guerra in Siria. Nella primavera del 2011, i manifestanti scesero in piazza gridando "libertà". Speravano in una primavera democratica in un Paese retto con pugno di ferro dal regime di Bashar al-Assad, al potere dal 2000. Presto la primavera, colpita da una dura repressione governativa, si è trasformata nell'inferno della guerra. I radicali hanno preso la guida dell'opposizione. Alcuni erano stati liberati dal carcere siriano: si sospetta che Assad abbia giocato la carta della radicalizzazione del conflitto per presentare il regime come muro contro il caos islamista. Russia e Iran hanno difeso tenacemente l'alleato siriano, mentre la politica americana è stata fluttuante. Intanto la Turchia è entrata pesantemente nel gioco. Arabia Saudita e Qatar hanno avuto un loro ruolo. La guerra civile è divenuta anche un conflitto d'influenze mondiali. C'è un posto che il mondo non conosceva: la Ghouta, grande oasi alle porte di Damasco, roccaforte ribelle, assediata dai siriani che - secondo fonti veritiere per gli occidentali ma non per i russi - avrebbero usato armi chimiche. Gli americani, gli inglesi e i francesi hanno colpito alcuni obiettivi siriani per ritorsione contro l'uso dei gas. Grave è la tensione tra Russia e Stati Uniti. La Ghouta, popolata da povera gente, racchiude il dramma siriano. Qui, nel giugno 2011, arrivò il militante salafita Zahran Allouche, liberato da Damasco, che divenne un piccolo dittatore, assassinato poi nel 2015. Qui si sono moltiplicati i gruppi radicali con risvolti banditeschi, talvolta in conflitto tra loro. Sopravvivere sette anni in un'enclave assediata è stato molto duro per gente affamata, ostaggio di lotte interne, sotto bombardamenti quotidiani. In tutta la regione molto più della metà delle case sono a terra. Ora l'assedio della Ghouta è finito con la vittoria di Assad. Da qui si tiravano missili su Damasco: era una spina nel fianco per il regime. La comunità internazionale è paralizzata, come l'Onu. L'uso delle armi chimiche, se provato, conferma una volta in più che il Governo di Assad è senza scrupoli. Le rappresaglie non cambiano il quadro. Ci vuole un passaggio a un'altra logica. Tutti invece confidano ancora nella guerra: il Governo e i suoi alleati, i guerriglieri di ogni fazione, la Turchia, gli occidentali che, nonostante il prospettato disimpegno americano, ora puniscono Assad... La questione è invece cambiare radicalmente strada, fermare la guerra e costruire un futuro per tutti in Siria. Bisogna passare al negoziato. Usa e Russia devono riprendere a parlarsi. Finché non si dirà basta alle armi, ogni male è possibile.

giovedì 12 aprile 2018

Quell'odio antisemita che non vuole morire

Mireille Knoll, 85 anni, ebrea di Parigi scampata allo sterminio, uccisa da un giovane musulmano che era suo vicino di casa, benvoluto dall'anziana donna. La sua morte ci dice che dobbiamo vigilare:

Mireille Knoll aveva ottantacinque anni ed era ebrea. La sua era una storia dolorosa, figlia di ebrei fuggiti dalla pressione antisemita dell'Est europeo, approdati a Parigi negli anni Trenta. Sopravvissuta alle retate naziste e collaborazioniste del 1942 (che portarono gli ebrei francesi allo sterminio), la piccola Mireille si era rifugiata con la madre in Portogallo e poi negli Stati Uniti grazie al passaporto brasiliano di quest'ultima. Tornata in Francia, si era sposata con un sopravvissuto ad Auschwitz. Ormai anziana, benvoluta, viveva in una casa popolare nell'XI arrondissement di Parigi. Nonostante la malattia, continuava a uscire. Nel palazzo c'era un musulmano di 29 anni, Yacine, che lei conosceva fin da bambino e di cui era amica. Questi aveva una storia giudiziaria difficile, ma Mireille era cordiale con lui. All'improvviso, con un complice, è penetrato nell'appartamento della donna e l'ha uccisa con undici coltellate, dandole poi fuoco. Il movente è - sembra - l'odio antiebraico. Scampata ai nazisti, Mireille è stata uccisa da qualcuno che conosceva da sempre. Yacine, disadattato e forse radicale, vedeva in lei l'ebrea, il capro espiatorio su cui sfogare l'odio verso la società, l'antisemitismo e forse il desiderio di fare un gesto eclatante, che lo riscattasse dall'anonimato. Eppure compare in una foto del 2013, in cui Mireille, con tanti vicini, festeggia cinquant'anni di vita nella casa popolare, dove abitano anche famiglie musulmane, cinesi e un altro ebreo: il tipico ambiente misto dei quartieri parigini. Nell'XI arrondissement ci sono 15 mila ebrei, molti, considerando che gli ebrei francesi - la più grande comunità europea - sono mezzo milione in tutto. Giustamente gli ebrei francesi si sentono insicuri e denunciano l'antisemitismo. Sono fatti da non sottovalutare: bisogna parlarne e denunciarli, perché l'odio antisemita è sempre un serio rischio. Molti concludono che il problema è l'islam e gli immigrati musulmani. Il grande timore delle nostre società sono questi giovani, spesso di famiglia musulmana, che non trovano percorsi d'integrazione. C'è una questione sociale ed educativa. E poi bisogna fare muro contro l'antisemitismo. Si devono educare i giovani a ricordare la Shoah e a considerare le comunità ebraiche realtà decisive per il pluralismo e la democrazia.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 15/4/2018