martedì 31 ottobre 2017

Invitiamo tutti a fermare la semina del disprezzo che genera violenza


Dopo l'aggressione razzista avvenuta a Roma ai danni di due lavoratori di origine straniera,un bengalese e un egiziano, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio ha voluto esprimere la sua solidarietà con una visita al giovane ferito, ricoverato all'ospedale San Camillo. "Invitiamo tutti a fermare la seminagione del disprezzo che genera odio, che a sua volta porta alla violenza. Ciò che è successo è profondamente ingiusto. I lavoratori stranieri – ha detto Riccardi – sono ospiti del nostro Paese, occorre quindi garantire la loro sicurezza”. 

Il comunicato stampa della Comunità di Sant'Egidio

venerdì 27 ottobre 2017

Ricordando Assisi 1986. Le religioni tornavano protagoniste della storia #27ottobre

Andrea Riccardi, presentando il libro di  Riccardo Burigana "La Pace di Assisi", ripercorre la nascita e la storia dello "Spirito di Assisi".
"Le critiche furono pesantissime... Giovanni Paolo II dovette difendere Assisi. Per lui doveva essere l'inizio di un movimento per la pace che doveva coinvolgere le grandi religioni.
Le religioni tornavano protagoniste della storia".

Per saperne di più :
Andrea Riccardi su Corriere della Sera

giovedì 26 ottobre 2017

Quando il Papa è sotto tiro

Che succede in Vaticano? E' la domanda che molti si fanno di fronte alle critiche rivolte a papa Francesco in alcuni ambienti della Chiesa. In un editoriale su Famiglia Cristiana Andrea Riccardi prova a rispondere a questa domanda.

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha avanzato una seria critica a papa Francesco, pur esplicitando la stima verso di lui per l'impegno con gli emigrati: «Dobbiamo anche parlare della missione originaria del successore di Pietro: occuparsi della dottrina, della verità cattolica». Francesco sarebbe segnato dalla cultura d'origine: «Viene dall'America Latina, una zona con una mentalità molto diversa dalla nostra europea», ha spiegato il cardinale che, a fine giugno, non è stato confermato dal Papa nel suo posto di responsabilità in Curia. La particolare mentalità di Francesco si riflette, secondo Müller, nell'ambiente dei collaboratori. Sono dichiarazioni riportate dalla stampa.

La gente si chiede: che succede in Vaticano? La domanda è legittima. Molto è cambiato nella vita della Chiesa. Francesco, dall'inizio del pontificato, con l'Evangelii gaudium, ha proposto un nuovo orizzonte per la Chiesa: uscire dai quadri abituali e vivere una trasformazione missionaria in mezzo alla società e alla gente. Un sogno ambizioso che si scontra non solo con pigrizie, ma anche con molte resistenze negli ambienti della Chiesa. Qui le differenze d'opinione sono legittime, com'è normale che un forte cambiamento provochi problemi. Avvenne per la recezione del Vaticano II, che portò tra l'altro allo scisma dei tradizionalisti.

Qualcosa colpisce nel governo di Francesco: non ha cambiato gran parte dei collaboratori ereditati da Benedetto XVI. Paolo VI invece mutò i quadri della Curia di Giovanni XXIII, in larga parte ereditati da Pio XII. Anche Giovanni Paolo II cercò collaboratori in linea col suo sentire. Francesco è andato avanti più lentamente, conservando quelli del passato, come Müller. Oggi, forse, sta pensando di creare un governo più omogeneo con la sua visione.


Anche così si spiegano queste reazioni critiche. «Ha una mentalità diversa»: lo dicevano i tradizionalisti di papa Montini. Lo sussurravano i nostalgici contro Giovanni Paolo II, dicendo che era un polacco e non capiva l'Occidente. Lo ripetono in vari Paesi del mondo quanti vogliono circoscrivere il cattolicesimo in modo provinciale a una nazione e a un momento storico.

Che Francesco sia un uomo con la sua mentalità è ovvio, financo banale. Ma è il Papa. E verso il Papa un cardinale ha un obbligo di stretta collaborazione. Anzi, i cardinali giurano obbedienza «alla Santa Apostolica Chiesa Romana, al Beato Pietro nella persona del Sommo Pontefice». A questo punto bisogna ricordare, come esemplare, la figura del cardinale Martini. Egli non condivideva del tutto lo stile di Giovanni Paolo II, né poi le scelte fatte da Benedetto XVI. Ma è restato riservato e silenzioso. Ha avanzato con libertà alcune proposte positive e qualche difficoltà. Niente di personalistico nelle sue reazioni. Resta per noi un esempio di libertà, di senso di unità della Chiesa e di rispetto per il Papa.

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The war against pope Francis The Guardian

giovedì 19 ottobre 2017

L'Italia fuori dall'Italia. Un intervento alla Fondazione Migrantes

Il 17 ottobre, in occasione della presentazione del Rapporto Italiani nel mondo a cura della Fondazione Migrantes, Andrea Riccardi ha parlato dell'Italia "fuori dall'Italia".
Nel suo intervento spazia dal fenomeno della nuova emigrazione italiana verso l'estero (124.000 persone "uscite" dal nostro paese nel 2016), alla questione delle "identità multiple" nel mondo della globalizzazione.
L'intervento integrale per gentile concessione di Radio Radicale:


lunedì 16 ottobre 2017

Alla Scuola della Pace - non solo un libro, ma una storia con i bambini da Roma alle periferie del mondo

'Alla Scuola della Pace' è un libro, un bel libro, che viene presentato per la prima volta il 17 ottobre a Roma, da Andrea Riccardi, il ministro all'Istruzione Valeria Fedeli, il direttore del quotidiano Avvenire, Marco Tarquinio e la giornalista Maria Novella De Luca.
E' il racconto appassionato di una storia, quella di Sant'Egidio con i bambini, scritto con tante mani: quelle sapienti di Adriana Gulotta, che ne ha curato la stesura, e le migliaia di mani di bambini, ragazzi, ed ex bambini oggi adulti, cresciuti "alla Scuola della Pace" e che oggi ne sono i maestri, gli educatori, in Italia e in tanti angli - spesso difficili - del mondo.
Riportiamo qui alcuni stralci della prefazione scritta da Andrea Riccardi che, come lui stesso racconta, quei passi li ha compiuti da ragazzo, dando vita, nelle baracche sul greto del Tevere, alla prima "Scuola della Pace". 


La Scuola della Pace è un mondo. Un mondo di bambini. Ma è anche una realtà che attraversa tanti mondi. Così s’incontrano e si vedono le realtà più diverse, attraverso gli occhi dei bambini delle Scuole della Pace. Ma bisogna mettersi dalla loro parte e accogliere il loro sguardo. Questo libro è un viaggio in questo mondo dei piccoli. Ripercorre una storia cominciata, ormai cinquant’anni fa, nelle periferie e tra le baracche romane, veri e propri angoli da Terzo Mondo. Lì, agli inizi della Comunità di Sant’Egidio, un gruppo di giovani studenti cominciò a lottare contro l’esclusione di troppi alunni dalla scuola pubblica, come sapeva e come poteva. Rileggo con passione questa storia, perché io ero uno di loro, molti anni fa. Ma trovo oggi, in queste pagine, come questa vicenda sia divenuta l’avventura di tanti, in molti paesi del mondo, con i bambini che vivono nelle situazioni più diverse in quattro continenti. Una storia che merita di essere narrata. 
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Allora, si cominciò a lottare contro il fatto che, a dieci anni o anche meno, il destino dei più piccoli fosse già segnato dall’ambiente emarginato in cui crescevano e dal cattivo o inesistente inserimento nella scuola. Dall’esclusione scolastica e dalla povertà delle origini, nasceva una storia di giovani e adulti marginali, quella dolorosa di tante borgate romane. La loro vita non era una sorpresa né una costruzione personale, ma un destino che si ereditava. Bisognava spezzare questo circolo vizioso e creare un’altra strada rispetto alla fatalità della loro vita. Per questo si potevano fare tante cose, ma soprattutto era necessario aiutarli a leggere e scrivere, inserirli nella scuola, rompere il circuito dell’esclusione. E gli “studenti”, che cominciavano a operare nel mondo delle borgate, sapevano fare questo e imparavano a farlo vivendolo: insegnare la lingua, i primi passi nella cultura, aiutare a entrare nella scuola e a rimanervi.
Erano gli anni in cui si diffondeva Lettera a una professoressa, edita nel 1967 e nata dalla Scuola di Barbiana, voluta da don Milani nella sua povera parrocchia della montagna italiana[1]. Quel libro non ha un unico autore (anche se viene spesso attribuito al priore di Barbiana). L’autore non è un insegnante, ma il volume nasce dalla scrittura di otto ragazzi di quella scuola. La prima parte ha proprio come titolo La Scuola non può bocciare. I primi passi della Scuola della Pace condividevano proprio l’amarezza di una scuola che bocciava, emarginava, allontanava, abbandonava i ragazzi al destino già segnato dall’ambiente familiare. 
La Scuola della Pace, che allora si chiamava “Scuola popolare”, nacque proprio dalla volontà di alcuni “studenti” alle origini di Sant’Egidio: bisognava creare con i ragazzi uno strumento flessibile che riempisse i vuoti della scuola, che aiutasse a non essere emarginati, che talvolta sostituisse la scuola quando i ragazzi non ce la facevano.
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Qualche anno dopo le Scuole popolari divennero Scuole della Pace, mentre l’esperienza si estendeva in altre situazioni del mondo e si entrava in contatto con contesti di violenza e di guerra. Carlos, un bambino mozambicano che aveva visto da vicino la triste storia della guerra in Mozambico (più di un milione di morti e un paese sconvolto), consapevole che Sant’Egidio mediava per la pace nel suo paese, diceva: “Io li conosco bene perché con loro vado a una scuola speciale dove si studia e si impara a essere amici e a fare la pace. Infatti si chiama Escola da paz”. Lentamente il nome si è imposto ed è sembrato il più appropriato: la Scuola della Pace. La storia di queste Scuole è cresciuta con la Comunità di Sant’Egidio in tante parti del mondo: in Europa, Africa, Asia, America del Sud, del Centro e del Nord. Il libro intende narrare questi mondi di bambini in tutte le latitudini.
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E’ anche un viaggio nel mondo tout court, visto però con gli occhi dei bambini, accompagnati dai loro amici più grandi, che si sono fatti vicini (come quei “quattro ragazzi” che cominciarono la scuola a Roma). E si vede che esiste la storia dal basso, non fatta di numeri, ma vissuta e testimoniata da un “popolo” di piccoli. Questa storia è interessante per chi vuole conoscere il mondo in tutte le sue dimensioni. Così la dimensione dell’infanzia risulta una componente decisiva di questa realtà, anzi un indicatore imprescindibile con cui misurare il livello di umanità di una società, di una città o di un ambiente.
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(dalla prefazione di Andrea Riccardi al volume "Alla Scuola della Pace", San Paolo edizioni)  


[1] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze 1967. Si veda anche l’opera completa degli scritti di L. Milani in L. Milani, Tutte le opere, a cura di F. Ruozzo – A. Canfora – V. Oldano,  Milano 2017.

giovedì 12 ottobre 2017

Spagna e Catalogna: la secessione non è la risposta

La crisi catalana rappresenta un vulnus nel cuore dell'Europa. Andrea Riccardi, in un editoriale su Famiglia Cristiana, si interroga non solo sulle sue cause ma anche sulle vie possibili di soluzione. Tra mondo spagnolo e catalano, infatti, ci sono tante differenze ma anche tante realtà comuni.

L’indipendenza catalana farà esplodere la Spagna? I Governi di Madrid e Barcellona si trovano in un vicolo cieco che rischia di portare a decisioni irreparabili. Il Governo catalano ha predisposto una road map verso l'indipendenza, ha tenuto un referendum e ha comunicato i risultati. Ora può tornare indietro? Madrid si è contrapposta.

L'intervento della Guardia Civil e della Polizia nazionale contro i votanti catalani al referendum è stato inutile e brutale: ha inasprito gli animi e fatto aumentare l'antipatia verso Madrid. L'intervento del re, Felipe VI, è stato un richiamo severo ai catalani, probabilmente tenendo conto dell'opinione spagnola opposta all'indipendenza. Siamo al muro contro muro. Viene da chiedersi: si possono risolvere in questo modo le questioni, pur gravi, nell'Europa del XXI secolo? Non mi pare proprio. Nell'Europa del Novecento sono sorti nuovi Stati in questo modo solo con il crollo dell'Urss. Ma questa è un'altra vicenda. Tra il mondo spagnolo e quello catalano ci sono profonde differenze, ma anche tante realtà in comune: non solo la storia spagnola, l'economia, le famiglie e soprattutto l'unità europea. Da qui bisogna ripartire. La situazione è più complessa di una contrapposizione bipolare. Ci sono catalani favorevoli all'unità spagnola, che hanno manifestato per l'unità domenica scorsa. Il "divorzio" non si può decidere a strappi e uno Stato non può nascere con una maggioranza risicata.

Tuttavia l'unità non si può imporre con la forza. Ci vogliono dialogo, pazienza, apertura alle esigenze dell'altro, capacità di composizione, fantasia politica e istituzionale. E i governi di Madrid, nel tempo, hanno mostrato scarsa sensibilità verso la Catalogna, che si sente una nazione. Ma sentirsi nazione non vuol dire automaticamente diventare Stato. In Catalogna si è innescato un processo di estremizzazione molto emotivo.

La Chiesa spagnola ha mostrato saggezza, richiamando alla pazienza per evitare una contrapposizione senza uscita. I vescovi hanno chiesto il dialogo, preoccupati di decisioni irreversibili che creerebbero fratture nella società, nelle famiglie e nella Chiesa. Le nostre società, così emotive, spesso scelgono come si clicca sul Web "mi piace" o "non mi piace". Certo ci vogliono riforme importanti nella Costituzione spagnola e nello Statuto catalano. Ma viene da chiedersi se per fare questo le forze politiche in Spagna e in Catalogna non debbano affrontare le elezioni e chiedere al popolo di scegliere i rappresentanti che tracceranno l'assetto istituzionale e politico del futuro.

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Il blog su Huffington Post 

venerdì 6 ottobre 2017

La forza debole del dialogo, motore per la pace.Il caso del Mozambico

Il 4 ottobre non è solo il giorno dedicato a san Francesco d'Assisi. E' anche il giorno in cui, nel 1992, si firmava a Roma l'Accordo Generale di Pace che metteva fine alla guerra civile in Mozambico, un conflitto che aveva causato più di un milione i morti e ridotto il paese alla miseria e alla fame.
Il 4 ottobre 2017, questa pace ha compiuto il suo Giubileo d'argento: 25 anni, che hanno significato per il Mozambico non solo cessazione della violenza, ma ripresa demografica, sviluppo economico, dinamiche - anche dai contorni aspri - in un quadro di dibattito parlamentare e democratico. Sono i tanti volti della pace.
In una conferenza tenutasi alla Farnesina, Andrea Riccardi, il ministro Angelino Alfano e il viceministro alla Giustizia del Mozambico, Joaquim Verissimo, hanno esaminato la storia e le ragioni di questa pace straordinaria: "un modello - ha detto il ministro Alfano - per la sinergia tra attori statuali e non statuali, come è la Comunità di Sant'Egidio".
Nel ripercorrerne la storia Andrea Riccardi ha ricordato le condizioni difficlissime in cui versava il paese:
"Ricordo come il popolo fosse veramente stremato. Quando al congresso della FRELIMO (Sant’Egidio era accreditato nel paese per la cooperazione) parlai di pace, sentii un boato di consenso dei delegati. Il presidente Chissano, succeduto a Samora dopo l’inquietante incidente aereo del 1986, da intelligente diplomatico, si era reso conto che vincere sul piano militare era impossibile. Il territorio –salvo le città- era sotto la minaccia, se non il controllo, dei guerriglieri". 
E la scelta di Roma e dell'Italia come luogo di incontro e mediazione:
"Perché Roma? Precedenti tentativi, in sedi africane, erano falliti, anzi nemmeno iniziati. Roma era uno scenario un po’ mitico per le parti. Il governo contava vari amici, tra cui i comunisti italiani e Andreotti. Era l’unica città fuori dall’Africa che Dhalakama aveva visitato. Qui le due parti potevano discutere, senza ingerenze di poteri forti. .... La forza di Roma è stata il paradosso della debolezza della mediazione: l’assenza di convenienze strategiche, si trasformava in forza perché creava fiducia. Una parte degli attori occidentali erano però convinti che il dialogo non fosse la strada per la pace in Mozambico. Varie le ironie sull’attivismo italiano, come quando “Le Monde” scrisse di negoziati che “piétinent” tra ristoranti e basiliche romane." La fiducia nella forza "debole" del dialogo, è stata il motore di questo negoziato, come ha spiegato Riccardi, ma anche la sapienza e il non avere altri interesse che la pace."Matteo Zuppi, uno dei mediatori, e io stesso eravamo convinti da tempo che il dialogo fosse l’unica strada... La scelta fu non forzare le parti. Spesso i mediatori hanno fretta di successo".
Oggi, il Mozambico è molto diverso da quello che era 25 anni fa:
In venticinque anni, il Mozambico ha compiuto grandi progressi economici. Nel 1992 era il paese più povero al mondo, con un reddito annuo pro capite di 60 dollari. Negli ultimi anni ha oscillato tra 400 e 600. Dalla pace il PIL è cresciuto a una media del 6% annuo. La mortalità infantile è scesa dal 162 al 60 per mille, e la speranza di vita è passata da 44 a 52 anni e sarebbe molto più alta senza l’AIDS, contro cui oggi lotta Sant’Egidio. I mozambicani non hanno raggiunto la prosperità. Accanto ad una ristretta fascia di ricchi, vi è una grande massa di popolazione sotto la soglia della povertà, due terzi degli abitanti.
Infine, Riccardi ha offerto anche un'interpretazione di quello che è l'eredità di questo processo di pace. Un modello, una speranza per tutta l'Africa, come ebbe a dire Nelson Mandela.
 "Qualche lezione dalla pace mozambicana del 4 ottobre 1992? Anzitutto, gli strumenti “semplici” del dialogo, del contatto umano e del ragionamento politico non sono all’insegna dell’embrassons-nous. Servono accordi articolati, complessi, ponderati, che però necessitano della comprensione delle ragioni e dei sentimenti. Boutros Boutros-Ghali, all’epoca segretario generale delle Nazioni Unite, ha parlato di “pace italiana” non solo perché tre dei quattro mediatori erano italiani, ma perché si trattò di una mediazione insolita, non contemplata dai manuali del conflict resolution. E’ una pace italiana, rivelatrice della capacità dello Stato e della diplomazia di fare sinergia con la società civile, ma anche di creare una cooperazione internazionale che impedisse percorsi sviati e alternativi. Ha scritto Ghali: “La Comunità di Sant’Egidio ha sviluppato tecniche che sono differenti ma al tempo stesso complementari rispetto a quelle dei peacemakers professionali... tecniche caratterizzate da riservatezza e informalità, in armonia con il lavoro ufficiale svolto dai governi e dagli organismi intergovernativi… Sulla base dell’esperienza mozambicana è stato coniato il termine ‘formula italiana’ per descrivere questa miscela, unica nel suo genere, di attività pacificatrice governativa e non”.