mercoledì 31 gennaio 2018

Le periferie segnate dall'abbandono sono invece il luogo da cui dipende la qualità umana delle nostre città

A Via Forìa, nel cuore di Napoli, un ragazzo di 17 anni è stato aggredito a coltellate da una baby gang. Non è un caso unico. Si può spiegare la vicenda, dicendo che, nella città partenopea, il degrado è profondo e che la camorra è stata una scuola per troppi ragazzi. Ma questa spiegazione non è sufficiente. La situazione di Napoli è ben illustrata nelle pagine del nostro giornale: è particolare, ma non unica in Italia e al mondo. I ragazzi sono la parte più fragile del tessuto sociale delle periferie o dei quartieri degradati (periferici anch’essi, pure se al centro).
La nostra attenzione, distratta dai fuochi d’artificio prima della campagna elettorale, deve concentrarsi su un tema da cui dipende la qualità umana delle nostre città: le periferie e i periferici. Renzo Piano ha proposto di passare a una fase nuova di “rammendo” delle periferie. Ma ammonisce a proposito di queste: “se non diventeranno città allora saranno guai grossi”. E i guai si cominciano a vedere. Le periferie sono segnate dall’abbandono, mentre chi può le fugge e si rifugia in compound protetti, tra verde, muri e guardie. Questo fenomeno avviene già nelle megalopoli del Sud del mondo, come São Paulo o Johannesburg, dove le immense periferie sono una non-città e i benestanti si ritagliano le loro nicchie.
Così muore l’idea e la realtà della nostra storica città europea, dove le case dei ricchi non erano così distanti da quelle dei poveri: dove sulla piazza ci s’incontrava in prossimità dei palazzi del governo civico o della cattedrale. Si frantuma del tutto l’appartenenza al destino comune della città. Questo è il dramma del mondo globale: ormai un universo di città. Ma le città globali sono spesso fatte in gran parte dalle periferie. Ben il 71,9% della popolazione dell’Africa subsahariana abita in slum. Il mondo globale sarà il mondo delle periferie anonime e abbandonate a fronte di un ristretto numero di privilegiati ben protetti? Non si tratta di problemi lontani, ma sono anche nostri. Non si può scartare una parte cospicua della città e sperare di uscirne bene. Su questo si gioca la nostra civiltà europea.
Nelle periferie, dove sono scomparse le reti dei partiti e dei sindacati, non si vive nel vuoto. La Chiesa spesso resta un’isola nel deserto di presenze. Le mafie s’insinuano nel vuoto sociale e la violenza diventa una proposta per i giovani. Lo si vede in Centro America con lo spietato controllo sul territorio delle maras, mafie giovanili violente. Il problema delle periferie non può essere risolto solo nella prospettiva della legalità e della sicurezza, certo molto importanti. Ci vuole una nuova passione civile, volontaria e educativa da parte dell’intera società verso le periferie e i periferici. C’è un tessuto sociale da ricostruire: un’impresa che richiede diversi approcci, ma un grande impegno generale, quasi un’alleanza. Papa Francesco, che viene da una megalopoli dell’America Latina, ha più volte posto all’attenzione la priorità delle periferie e dei periferici. A partire dal suo messaggio, di fronte a tante emergenza, occorre subito passione e intelligenza che presto muovano all’azione per la rinascita delle periferie.

lunedì 22 gennaio 2018

Un mondo di periferie, un fenomeno globale che chiede risposte complesse

"Bisogna realizzare alleanze tra soggetti diversi", è la proposta di Andrea Riccardi, storico della Chiesa oltre che fondatore della Comunità di Sant'Egidio,  di fronte al profondo cambiamento della geografia urbana delmondo contemporaneo. Ne parla in questo breve servizio, realizzato in occasione di un incontro al Circolo della Stampa di Torino, il 20 gennaio scorso.

venerdì 19 gennaio 2018

Europa e Africa, un destino comune

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Economia, politica e sicurezza del Continente nero influiscono direttamente sul nostro futuro.

Le frontiere di un Paese, nel mondo globale, non si identificano con i confini geografici. Al contrario, i "sovranisti" credono che blindare i confini offra sicurezza. È la logica del muro per fermare migranti e rifugiati, com'è avvenuto quando questi salivano disperati per i Balcani. L'Italia, circondata dai mari, per geografia e storia non è portata alla blindatura delle frontiere, anche se qualcuno spinge in questo senso e promette impossibili sicurezze. Ho sempre pensato che le frontiere meridionali dell'Italia siano oltre il Mediterraneo.

Quello che accade in Africa, specie nel Sahel e nel Sahara, ci interessa da vicino. Qui è ricettacolo di molti traffici illeciti e di presenze terroriste. Qui passano le rotte dei migranti. La stabilità di Paesi come il Niger e il Burkina Faso è decisiva per l'Africa occidentale, ma anche per l'Italia e l'Europa. Ma la politica italiana li ha a lungo ignorati. Si pensi che l'ambasciata italiana in Costa d'Avorio copriva anche Niger e Burkina, così lontani, riducendo la presenza italiana a poco. Poi in Africa si chiudevano le ambasciate con l'insensata politica dei tagli che faceva risparmiare qualcosa in bilancio, ma in realtà faceva perdere tanto. Così, qualche anno fa, è stata chiusa l'ambasciata italiana in Guinea Conakry. Un'ambasciata in Africa è molto importante: rappresenta un centro di relazioni politiche, di cooperazione, commerciali.

Oggi l'Africa subsahariana e saheliana è entrata nell'orizzonte italiano. La prima spinta in questo senso è venuta dalla cooperazione: fu il Governo Monti ad aprire un ufficio della cooperazione italiana a Ouagadougou, capitale del Burkina. Poi sono venute le preoccupazioni per le rotte dei migranti. Oggi finalmente si sono aperte nuove ambasciate italiane in Burkina e Niger (e si è riaperta quella in Guinea). Non si tratta di interpretare questa presenza contro i migranti. La presenza militare italiana in Niger non va enfatizzata, ma discussa in quest'orizzonte d'impegno. Sono convinto che, per fermare l'immigrazione illegale e i trafficanti di esseri umani, bisogna agire su due piani: aprire canali legali di accesso per la protezione umanitaria, ma anche per la crisi demografica e il mercato del lavoro; aiutare i Paesi africani a motivare i loro giovani perché restino in Africa.

Gli Stati saheliani sono fragili, senza frontiere, terre di convivenza tra musulmani e cristiani (minoritari). Daesh ha proclamato la volontà di creare uno Stato islamico in questi vasti spazi desertici. Un grande Paese come il Burkina Faso, con 19 milioni di abitanti, è chiave nella regione e va sostenuto. Il Niger, con 20 milioni di abitanti, ha sofferto le ricadute della guerra e della crisi in Libia. Lo sviluppo, la solidità della democrazia, la sicurezza di questi Paesi sono parte integrante di un futuro migliore anche per l'Europa. Si conferma, ancora una volta, che Europa e Africa sono inscindibilmente legate.

giovedì 11 gennaio 2018

Libertà e laicità, le sfide dell'Iran

Un editoriale di Andrea Riccardi sulle proteste nel grande paese a maggioranza sciita.


L'Iran è un grande Paese (77 milioni di abitanti) con una lunga storia. Un Paese ricco di risorse, complesso e con una grande cultura. È il cuore del mondo sciita, anche se importanti santuari e autorità religiose di questa confessione sono anche in Iraq.
Quasi quarant'anni fa, nel 1979, con il ritorno dall'esilio dell'imam Khomeini, si instaurò un regime atipico: democratico nelle istituzioni, ma controllato dall'autorità religiosa, la "guida suprema". Prima Khomeini e dal 1989 Khamenei. Da lui dipendono l'esercito dei pasdaran della rivoluzione, vasti interessi economici (si parla di più del 30% dell'economia), parecchie fondazioni pie con forti disponibilità finanziarie e una vasta rete sociale. Khamenei influenza anche la politica estera. E l'Iran guida lo scontro con i sunniti: in Yemen, Iraq, Siria e Libano. Una politica spesso di successo, ma con un costo economico.
Preoccupanti sono le posizioni iraniane, totalmente ostili verso Israele (allarmato peraltro dalla presenza iraniana o degli hezbollah in Siria, specie nel Sud). Il 1979 rivelò la forza dell'islamismo politico, divenuto un modello nel mondo musulmano. Oggi molti iraniani non appoggiano lo Stato confessionale. Per la seconda volta dopo il 2013 hanno votato il presidente Rouhani, piuttosto liberale. È lui che ha stretto l'accordo sul nucleare, premessa necessaria per la fine delle sanzioni e dell'isolamento dell'Iran.
Le elezioni del 2017 hanno rivelato una voglia di cambiamento. Ma l'azione del presidente non ha avuto impatto sulla qualità della vita. Trova anche limiti nel potere religioso. Il regime, considerato corrotto e oppressivo, è stato più volte contestato: nel 2009 dalla classe media, ora da molti, soprattutto dai diseredati, a Teheran e in provincia (pur senza capi e organizzazione). Si chiede un cambiamento sociale: la protesta è anche contro le spese per la guerra in Siria e Iraq o per gli hezbollah libanesi (sciiti), che impediscono di migliorare la vita in Iran. L'orgoglio nazional-religioso iraniano non è un collante sociale. I giovani non si sacrificano più come al tempo della sanguinosa guerra con l'Iraq, dal 1980 al 1988. Intanto la propaganda del regime accusa interferenze straniere dietro le proteste. Più equilibrata appare la posizione di Rouhani, anche se tiene conto dell'opinione dell'autorità religiosa. D'altra parte, sullo scenario internazionale il presidente Trump contesta l'accordo nucleare con l'Iran, un successo di Rouhani. La situazione è tutt'altro che facile. Si parla già di mille manifestanti arrestati e di 21 morti. La repressione, come quella dei pasdaran, probabilmente spegnerà la contestazione. Viene da chiedersi fino a quando.


giovedì 4 gennaio 2018

Il conflitto tra musulmani uccide lo Yemen. Gravissima l'emergenza umanitaria

Il Paese asiatico vive una gravissima crisi umanitaria: è necessaria una svolta da parte di sciiti e sunniti

Lo Yemen sembra lontano, fuori dal nostro orizzonte. Pier Paolo Pasolini girò un documentario, tra gli anni Sessanta e Settanta, su Sana`a, la capitale, che trovò immersa nel Medioevo. Qui esisteva una comunità ebraica di 50 mila persone, oggi tutte in Israele. Abbiamo poche notizie sullo Yemen e ce ne siamo occupati poco. Non giungono in Europa rifugiati yemeniti. Eppure c'è una crisi umanitaria senza pari: un milione di malati di colera. All'80% degli yemeniti mancano acqua, cibo e cure mediche. La gente non sa dove trovare il sostentamento quotidiano. C`è una guerra terribile tra i ribelli sciiti Houthi e i sunniti, mentre si registrano infiltrazioni di gruppi islamisti connessi ad Al Qaeda, colpiti dagli attacchi aerei americani. L'Arabia Saudita appoggia fortemente i sunniti e bombarda gli Houthi dal 2015, mentre l'Iran è attivamente al loro fianco. Intanto gli Emirati Arabi Uniti stanno realizzando una forte presenza nello Yemen del Sud (che completa i loro insediamenti in Eritrea e nel Nord della Somalia). Il conflitto è divenuto una guerra per procura (con parecchi attori locali) tra Paesi sunniti e Iran sciita in un'area di convivenza tra le due confessioni islamiche. Le vittime da entrambe le parti non si contano. Il popolo è ostaggio di un conflitto crudele interno al mondo musulmano.
Tanta gente - si parla di 7 milioni su 27 milioni di abitanti - sopravvive grazie all'agenzia dell'Onu, il Pam, programma alimentare finanziato soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche dall'Unione europea, dalla Germania e dalla Gran Bretagna. I Paesi occidentali sostengono un grande impegno umanitario per lo Yemen, mentre la maggior parte di quelli musulmani fanno la guerra. Molti yemeniti, però, mancano oggi di cibo e la situazione si va aggravando. Non è facile intervenire. L'Arabia Saudita non vuole accettare una presenza sciita organizzata nello Yemen, alle sue frontiere meridionali. La solidarietà sciita sostiene gli Houthi in ogni modo. Non è semplice trovare una via d'uscita, anche se le Nazioni Unite e il Comitato internazionale della Croce rossa hanno più volte denunciato la gravità della situazione. Solo una scelta di responsabilità delle autorità politiche musulmane può aiutare le fazioni yemenite a trovare una tregua che favorisca l'assistenza alla popolazione e porti verso una convivenza pacifica. La grande preoccupazione è che gli yemeniti siano sacrificati allo scontro tra sunniti e sciiti, che fa tremare il Libano (qui gli sciiti sono la confessione più forte, un terzo della popolazione), si ripropone in Siria e tocca l`Iraq, con almeno la metà della popolazione di fede sciita, senza considerare le altre minoranze sciite nei vari Paesi islamici. Deve avvenire una svolta tra Stati musulmani e tra sciiti e sunniti, ponendo fine a un conflitto che sta distruggendo un popolo.