sabato 25 novembre 2017

'Passare dall'italnostalgia all'italsimpatia'. Come l'Italia può coniugare cultura umanistica e sviluppo

Un'articolo di Antonella Baccaro sul Corriere della Sera del 25 novembre richiama i punti salienti di un incontro tenutosi alla Società Dante Alighieri dal titolo Italofonia, Italsimpatia: dal Brand alla lingua in cui il presidente Andrea Riccardi ha proposto un legame più consistente tra mondo delle imprese e cultura, come via per il rilancio del Paese.
Ne riportiamo alcuni passaggi: 

Possono le imprese italiane che portano il made in Italy in tutto il mondo farsi veicolo di diffusione della nostra lingua? La Società Dante Alighieri, presieduta da Andrea Riccardi, il cui scopo è proprio tutelare e diffondere la nostra cultura a partire dal linguaggio, rompe il tabù tutto italiano che separa la cultura umanistica da quella d`impresa e lancia la sua sfida. A raccoglierla ieri, oltre ai rappresentanti dell'imprenditoria, a partire dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, anche il governo, rappresentato dal premier Paolo Gentiloni, dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e dal viceministro degli Esteri, Mario Giro. Proprio dal governo è arrivato un appoggio pieno e consistente alla missione della «Dante Alighieri»: «Dal piano straordinario del made in Italy - ha detto Calenda - siamo pronti a mettere 2 milioni di euro». Per il ministro «solo una cultura come la nostra, diffondendosi, riuscirà a coniugare l`innovazione e l`umanesimo. In caso contrario il rischio sarà quello di generare un rifiuto della modernità». «C'è una domanda crescente di italiano e italianità. Rispetto a questo - ha spiegato Riccardi - abbiamo constatato i nostri limiti, che stanno nel modo introverso in cui l`Italia ha affrontato la globalizzazione, credendo che il problema fosse politico-istituzionale e dovesse restare dentro i nostri confini». (...)
La situazione, a parere del presidente della «Dante Alighieri», non è irrecuperabile: «Dobbiamo passare dall`Italnostalgia all`Italsimpatia, cioè creare una rete di simpatia intorno alla nostra identità». Ha esortato Gentiloni: «Partiamo da noi, abbiamo meno Italsimpatia in Italia che altrove nel mondo. Siamo un Paese che non si vuole bene a sufficienza. Un vero peccato».

giovedì 23 novembre 2017

Il caso di Ostia: nel vuoto sociale si insinua la mafia

Ostia nei giorni scorsi è stata al centro dei riflettori dell'opinione pubblica per le elezioni amministrative e per tristi fatti di cronaca.
In questo articolo su Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi getta uno sguardo sul tema delle periferie e sul bisogno di ripartire da esse per creare un nuovo tessuto umano.

Ostia non è solo il mare di Roma, ma rappresenta una storia emblematica per le periferie italiane. È una periferia di Roma: 230 mila abitanti in tutto il Municipio, grande dormitorio per i romani che lavorano nella capitale, con serie sacche di emarginazione ma anche con tante risorse. È la tredicesima città italiana, anche perché Ostia è distante dalla capitale, separata da una campagna intramezzata da zone residenziali, quartieri, borgate. La questione grave - comune a tante periferie - è la rarefazione del tessuto sociale. E nel vuoto che si crea, s'installano le mafie. Tanto che, due anni e mezzo fa, il Municipio di Ostia era stato sciolto per infiltrazione mafiosa e commissariato. La gente è sola nella vita quotidiana. Impressiona il successo elettorale di Casa Pound, un movimento di estrema destra che ha svolto un lavoro di rete sociale e assistenziale: alla prima votazione ha preso il 9% dei voti.

Il risultato mostra quanto una presenza di aiuto e in mezzo alla gente paghi. Il Pd, in quell'occasione, aveva raggranellato un modesto 13,6%. Domenica scorsa, al ballottaggio, ha vinto la candidata dei Cinque Stelle contro quella del Centrodestra. Ma il fatto significativo è che l'affluenza alle urne ha toccato un modesto 33%. Solo un cittadino su tre è andato a votare. Così non si sconfiggono i clan mafiosi e si toglie legittimità alla nuova amministrazione. Ostia è l'emblema della crisi della politica in periferia. La gente non si sente rappresentata. Non spera più in un cambiamento. La rassegnazione è il sentimento che domina. Bisogna sopravvivere o al massimo trovare una soluzione per sé. Le reti sociali si sono dissolte. Le sezioni dei partiti sono un'ombra del passato. La socialità e la vita comunitaria scarseggiano. Le stesse parrocchie - la presenza di gran lunga più forte - sono in affanno. Il problema di Ostia è comune a tantissime periferie italiane. Una vera emergenza nazionale. C'è bisogno di un investimento maggiore. Le scuole sono l'unica istituzione di socializzazione, oltre che di educazione. Ma non bastano. Deve rinascere una vera passione civile per lavorare in mezzo alla gente: far incontrare, accompagnare, aiutare, integrare, comunicare speranze e obiettivi comuni.

Un lavoro anche volontario. A Ostia ci sono molte risorse umane, spesso isolate. Del resto l'intera città deve guardare alle periferie e dislocarsi con slancio su quella che è la frontiera del futuro. Questo toglierà spazio alle mafie, perché renderà più consistente il tessuto sociale. Ci vuole una rinascita di passione civile, senza cui non c'è futuro. È una delle sfide principali delle nostre città: "rammendare" il tessuto umano delle periferie. Così rinascerà anche la politica, da un nuovo movimento della società.

giovedì 16 novembre 2017

Dobbiamo sostenere i cristiani d'Oriente, serve un movimento di solidarietà ecumenica

In Siria, Iraq e Libano, dopo le dimissioni del primo ministro, la situazione è drammatica: un mondo sta finendo. Gli appartenenti alla diverse Chiese chiedono se ci sarà un futuro per le loro terre. Andrea Riccardi chiede di dare vita a un movimento di solidarietà ecumenica.

II primo ministro libanese Saad Hariri si è clamorosamente dimesso mentre stava in Arabia Saudita e non è più tornato in patria. Si sospetta che sia ostaggio dei sauditi. Le sue dimissioni (è un musulmano sunnita, figlio di Rafik Hariri, politico e magnate libanese, ucciso dai siriani) mostrano l'innalzamento del livello di scontro tra sanniti e sciiti in Libano. Il conflitto tra le due maggiori componenti dell'islam riguarda l'intero Medio Oriente: dallo Yemen, sconvolto dalla guerra, all'Iraq e alla Siria. Il Libano, che ha conosciuto una lunghissima guerra civile tra il 1975 e il 1990 e poi nel 2006, è decisivo per la presenza cristiana nel mondo arabo. Lì vive la grande comunità cattolica maronita, ma hanno anche sede vari patriarcati e istituzioni dei cristiani mediorientali. Soprattutto, c`è libertà d'opinione, a lungo negata nei Paesi arabi. Infatti il Libano fu creato, dopo la Prima guerra mondiale, per realizzare uno Stato dove i cristiani fossero maggioritari, tanto che il presidente della Repubblica è, per accordo non scritto, sempre un cristiano maronita (il primo ministro è invece un musulmano sunnita). Dal 1932, però, non si fanno censimenti: i cristiani sono stati superati come numero dai musulmani, divenuti - sembra - il 60% della popolazione. Un conflitto in Libano tra sanniti e sciiti metterebbe in crisi questo "baluardo" della presenza cristiana nel mondo arabo, oltre a rappresentare una tragedia per il Paese. Del resto i cristiani stanno abbandonando tutto il Medio Oriente in questi primi due decenni del XXI secolo. In Siria, dentro una terribile guerra che dura dal 2011, la popolazione cristiana si è almeno dimezzata e rappresenta un milione di persone. Ad Aleppo i cristiani sono un terzo di prima dell'assedio. In Iraq la situazione è drammatica: i cristiani erano 1,3 milioni e ora sono meno di 300 mila, in buona parte profughi in Kurdistan. Hanno subìto la violenza di Daesh. Tutti gli appartenenti alle diverse Chiese si chiedono se ci sarà un futuro in quelle terre per loro. Hanno resistito coraggiosamente negli ultimi anni, dopo secoli duri; ma ora sembrano giunti a un punto limite. Ci sono interventi delle organizzazioni della Chiesa in loro aiuto. Il problema è però drammatico: un mondo di fede e cultura, durato quasi venti secoli nelle terre d'origine del cristianesimo, sta finendo. Non è allora necessario, da parte dei cristiani del mondo, concentrare più attenzione ed energie su questa storia dolorosa? Non riguarda solo i cristiani della regione, ma il cristianesimo universale. Nessuna Chiesa, specie le fragili comunità orientali, può affrontare problemi così grandi da sola. Ci vorrebbero nuovi gesti e nuovi impegni: i primati delle Chiese cristiane potrebbero riunirsi, risvegliare i cristiani del mondo, lanciare un movimento di solidarietà ecumenica.

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 Andrea Riccardi - Corriere.it

giovedì 9 novembre 2017

Somalia: bombe, povertà e oblio

In questo articolo di Famiglia cristiana, Andrea Riccardi torna a parlare di terrorismo, in particolare della situazione della Somalia. In ottobre, a Mogadiscio, sono morte centinaia di persone. Ma nessuno ne parla.

Il terribile attentato a New York mostra come i "lupi solitari", radicalizzatisi sulla Rete, siano un costante pericolo. Daesh, così come più propriamente viene chiamato l'Isis, sconfitto nell'ambizione di creare uno Stato islamico in Medio Oriente, si rilancia con il terrorismo internazionale. Controlla organizzazioni radicali come in Libia o altri Paesi africani, ma stimola anche gente isolata a uccidere.

La guerra islamista non è solo contro l'Occidente, nonostante gli attentati a Barcellona e New York. Questi eventi hanno forte risonanza. Ci colpiscono perché conosciamo i luoghi. Il terrorismo agisce, però, in ogni parte del mondo, anche con logiche locali. In Afghanistan è uno strumento di lotta politica. In Burkina Faso quest'estate gli islamisti hanno colpito un ristorante della capitale, provocando dieci morti. In questo quadro preoccupante, spicca però, anche per il numero di morti (ben 358), il terribile attentato a Mogadiscio il 14 ottobre scorso. Un funzionario del Paese l'ha definito l’11 settembre della Somalia.

Due camion bomba hanno colpito il quartiere commerciale di Mogadiscio, una città di quasi tre milioni di abitanti. Hanno fatto strage di venditori ambulanti che affollavano la zona. Tra i caduti, quindici bambini. L'evento tragico non ha avuto l'eco che meritava. La Somalia sembra lontana e condannata al caos. Il 28 ottobre, un altro attentato con tredici morti sempre a Mogadiscio. La Somalia interessa poco l'opinione mondiale, perché considerata uno Stato fallito, una terra "perduta".

È una sensazione che ci portiamo dietro da molti anni, da quel 1993 in cui fallì l'operazione Restore Hope, voluta dagli americani. In realtà, tra tanta violenza, la storia è continuata in Somalia e qualche speranza si è accesa. Gli americani lottano contro i terroristi. C'è stata una visita dei vertici militari Usa, prima del primo attacco terroristico. Gli attentati sono attribuiti ad Al Shabaab, l'organizzazione jihadista che così risponde alla campagna antiterrorista. Oggi, in Somalia, si svolge anche un serio conflitto politico. Il presidente Farmajo, in carica da febbraio, non ha seguito i sauditi e gli Emirati nell'isolare il Qatar. Il che non è gradito a Riyad e viene contestato in Somalia.

Inoltre nel Paese c'è una forte presenza della Turchia con aiuti e una base militare. Nel 2011 Erdogan visitò Mogadiscio. La Somalia non è terra di nessuno, ma una regione dove si combattono influenze varie a fronte di istituzioni fragili. Qui, da tempo, combatte il terrorismo di Al Shabaab. Tanti somali però hanno lasciato il Paese. Sono ovunque. Se ne trovano molti a Dadaad, in Kenya, vicino alla frontiera somala, nel più grande campo di rifugiati: 300 mila persone. Chi resta in patria è stremato e aspira solo alla pace.

giovedì 2 novembre 2017

Pena di morte: orrore e ingiustizia

Con tutto il suo orrore e la sua insita ingiustizia, la pena di morte non può mai avere giustificazioni, né politiche, né giuridiche, né religiose. Su questo anche l'insegnamento tradizionale della Chiesa sta cambiando. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana, partendo dal dramma di Ahmadreza Djalali, ricercatore e medico condannato a morte in Iran.

Ahmadreza Djalali, ricercatore e medico iraniano di 45 anni, esperto in medicina d'emergenza, è stato condannato a morte nel suo Paese con l'accusa di spionaggio. Il processo, cui è seguita la condanna, è avvenuto senza garanzie, mentre l'imputato ha conosciuto terribili condizioni di carcerazione. Molti, in Europa, tra cui tanti che l'hanno stimato nell'università italiana, si sono mobilitati per lui. Una così corale testimonianza in favore di Djalali (sono state raccolte 220 mila firme) dovrebbe indurre al ripensamento le autorità iraniane. Lo auspichiamo.

Anche in questo caso, si misurano l'orrore e l'ingiustizia della pena di morte, quando lo Stato si arroga il diritto di decidere sulla vita di un uomo. Purtroppo, la condanna capitale è ammessa in grandi Paesi, come gli Stati Uniti e la Cina, ma anche in molti Paesi musulmani, tra cui Iran, Arabia Saudita e Indonesia, dove è giustificata con la legge islamica. Tuttavia il caso di Ahmadreza Djalali impone nuovamente una riflessione. Davanti alla vita di un uomo, al dramma della sua famiglia, al dolore dei figli, la pena di morte non ha mai giustificazione: né politica, né giuridica, né tantomeno religiosa. In questo senso, la nostra generazione ha capito in profondità qualcosa che le precedenti avevano purtroppo sottovalutato.

Recentemente papa Francesco ha dato voce a questa coscienza: «È in sé stessa contraria al Vangelo». Parole limpide: chiariscono finalmente le ambiguità del Catechismo della Chiesa cattolica che, per l'esigenza di continuità con l'insegnamento tradizionale, aveva mantenuto la possibilità della pena di morte, pur circondandola di cautele e distinguo. Si legge nel Catechismo: «L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude (...) il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile», anche se ormai «i casi in cui si rende necessaria la soppressione del reo sono molto rari se non addirittura praticamente inesistenti». Affermazioni, queste, che non convincevano alla luce del Vangelo.

Francesco ha riconosciuto che la pena di morte è stata accettata passivamente dai cristiani. «Qui», ha detto, «non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l'insegnamento del passato, perché la difesa della dignità della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell'insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole». Il cambiamento è una comprensione più profonda del messaggio cristiano. Papa Giovanni XXIII affermò: «Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio».

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