mercoledì 30 maggio 2018

Tutto può cambiare. La realtà oltre il sogno

Un articolo di Federica Gieri Samoggia apparso su Avvenire di Bologna, il 27 maggio 2018

E' stato presentato giovedì pomeriggio nella suggestiva cornice della Cappella Farnese a Palazzo d'Accursio il libro del fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi, «Tutto può cambiare», edito da San Paolo. All'incontro sono intervenuti l'arcivescovo Matteo Zuppi, Ivano Dionigi, Romano Prodi, e Stefano Zamagni. «In quelle pagine - osserva Riccardi - ho voluto cogliere le radici nel passato e guardare in avanti. Il titolo è di Giovanni Paolo II. Era molto vecchio, malandato e disse: "Tutto può cambiare: dipende anche da te". Ecco credo che non dobbiamo rinunciare a quella leva fondamentale per cambiare il mondo che è cambiare noi stessi e agire personalmente». Con speranza. Un libro che l'Arcivescovo confida di aver letto «con evidente partecipazione» poiché quell'esperienza «mi ha coinvolto e mi coinvolge». Tutto può cambiare, esordisce Zuppi, «è un'affermazione che racchiude già la prospettiva di Riccardi e della Comunità. Tutto: non è un'ambizione personale, un conato di onnipotenza o una specie di slancio utopico». Come poteva esserci in quel 1968 quando la Comunità di Sant'Egidio muoveva i primi passi. «In quegli anni - ricorda l'Arcivescovo - c`è stata un'esplosione di tante esperienze, molte con vita brevissima». Anni in cui lo slancio dell'«impossibile per essere realisti, era una delle chiavi: chiedere tutto era il vero modo con cui si entrava nella realtà». Una grande energia «che si è esaurita rapidamente». Sant'Egidio no, ha continuato il suo cammino perché «una delle cose più evidenti» che lo hanno caratterizzato era «combattere il vivere per sé. La grande ricchezza dell'esperienza di Riccardi è di aver saputo mettere insieme tanti pezzi diversi, di saperli far vivere insieme in una sapienza che non è già scritta, ma che è accompagnata da tanti incontri». E dove i «poveri sono stati, fin dall'inizio, la chiave per non diventare un gruppo che viveva per se stesso». Un uomo fa la differenza e può cambiare con «l'ambizione di risolvere e non con presunzione dilettantesca o cinico realismo dell'impotenza». Senza dubbio, Riccardi, «per certi versi, ripropone un'utopia, ma è una ricerca con tanto realismo». «Quel millenarismo qui è diventato convinzione che tutto possa cambiare. Quel può dipende anche da noi: tutti possono cambiare, non c'è un limite». Del resto lo stesso papa Wojtyla, in un incontro con la Comunità, disse «l'unica frontiera che vi siete posti è quella dell'amore». Una comunità che contiene «tante antinomie: sogno e grande realismo» che chiamano uno «sforzo personale» tanto che Riccardi «continua a imparare, a capire e a trovare, negli incontri, il senso di un cammino lungo cui quel sogno si è dipanato». E tra le antinomie si ravvisa anche «il particolare» letto e vissuto «sempre in un orizzonte universale», ma anche radicalità e una «fraternità ben lontana dalle derive della new age; soggettivismo e oggettivo, il mio e il noi, il privato e il pubblico; la preghiera e la laicità perché per pregare uno deve essere laico». La Comunità di Sant'Egidio «ama le istituzioni proprio perché non è istituzionale. Nasce fuori da qualunque realtà parrocchiale, istituzionale; sapendo parlare l'ecclesialese senza diventare ecclesiastica. Laici, ma non clericali». Una «teologia laica: laicità nell'azione e ispirazione religiosa; misticismo e realismo». Insomma «un cristianesimo moderno, non mondanizzato né tributario alla mentalità corrente del politically correct, ma che sa riconoscere i tanti motivi di vicinanza all'uomo così com`è».

giovedì 24 maggio 2018

Quelle periferie dimenticate da tutti

Roma ormai è divisa fra il centro, spazio solo per i turisti, e quartieri privi di legami: istituzioni, società civile e Chiesa sono troppo distratte sulla sorte della capitale e in borgata "tira brutta aria"

Romanina, ma non solo. Sono diverse le aree periferiche della capitale in cui periodicamente s'accendono proteste. Nella foto Tiburtino III, finito sui giornali nel 2017 per il degrado urbano e sociale.

Un atto di violenza a Roma, in un bar di periferia: il gestore romeno e una disabile sono stati picchiati da persone riconducibili al clan dei Casamonica, che volevano un trattamento di riguardo. La giustizia farà luce sul triste episodio, denunciato coraggiosamente dal romeno e dalla moglie, che sono un esempio nel clima di omertà che tante volte avvolge la vita quotidiana. Le telecamere hanno ripreso l'episodio. Il magistrato, che ha convalidato l'arresto, parla di «ostentazione del potere su uno spazio che ritengono proprio». C'è il problema del controllo del territorio delle periferie da parte delle famiglie o di gruppi mafiosi.
Torna sulla scena il clan che, nell'agosto 2015, celebrò i funerali del "patriarca" Vittorio Casamonica a San Giovanni Bosco, con manifestazioni impressionanti: 200 auto seguivano il feretro, mentre da un elicottero venivano gettati petali di rosa. Sull'immagine del defunto c'era la scritta: "Re di Roma". Il messaggio era ostentato: il controllo, se non di Roma, almeno della zona est, tra Romanina e Anagnina.
Qualcosa di simile accade a Ostia, il quartiere-città con quasi 100 mila abitanti, la spiaggia di Roma, dove cosche mafiose esercitano attività illecite e lecite. Al di là delle vicende criminali, c'è una domanda di fondo che riguarda i romani (come me), ma anche gli italiani che guardano alla loro capitale: che succede a Roma? Sta avvenendo una trasformazione profonda nel tessuto urbano: da una parte un centro sempre più spazio solo per i turisti e l'amministrazione e, dall'altra, le periferie, dove le reti e le relazioni sociali si sono molto allentate.
La periferia di qualche decennio fa era più povera, ma più ricca di legami comunitari, partitici, associativi, sindacali. Oggi tanti cittadini della periferia si sentono abbandonati. C'è risentimento. Nel vuoto s'insinuano reti criminali. Non si dimentichi che, durante gli arresti a Ostia, ci sono state anche alcune espressioni di solidarietà verso i fermati. Le periferie sono, poi, un luogo strategico per l'integrazione dei migranti, il 13% dei residenti, meno di 400 mila persone. Ci vuole un nuovo investimento sulle periferie di Roma da parte dello Stato e del Campidoglio.
Ma non possiamo trascurare la società civile, troppo distratta. La Chiesa, la più grande rete sul territorio, fatica ad avere una visione della città. Visione che c'era al convegno sui mali di Roma nel 1974 e durante la Missione di Roma. La Chiesa rischia di diventare un insieme di nicchie, pur generose. Tante persone e istituzioni sono troppo disattente sulla sorte della città. La nuova Roma globale ha bisogno di visione, passione civile, nuove reti sociali ed educative in periferia.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 27 maggio2018

sabato 19 maggio 2018

In Terra Santa la pace è lontana. Proteste e sangue, mancano i mediatori

Israele registra lo spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. Le conseguenze politiche e diplomatiche sono drammatiche. Un editoriale di Andrea Riccardi fa il punto su una situazione bloccata, dove la violenza sembra non avere fine.

La scelta americana ha generato violenti scontri sul terreno, con morti e feriti, causando attriti diplomatici non di poco conto. Ha indotto una rottura anche all'interno dell'Unione Europea, i cui Paesi si erano finora rifiutati di compiere questo passo considerando la realtà di Gerusalemme una tematica ancora da discutere in un eventuale accordo di pace.
Lunedì 14 maggio era un giorno di festa per lo Stato di Israele, impegnato a celebrare i suoi 70 anni di vita e felice di registrare il trasferimento ufficiale dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, fatto a lungo auspicato dalla diplomazia israeliana.
Invece, tra i 28 Stati membri dell'Ue, 4 (Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca) hanno accettato l'invito del ministero degli Esteri israeliano inviando loro rappresentanti all'inaugurazione dell'ambasciata Usa nel quartiere di Arnona, nella parte ovest della città. Repubblica Ceca e Romania hanno inoltre garantito, anche se con tempi e modalità diverse, di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Italia, Francia e Spagna, da parte loro, mantengono a Gerusalemme un Consolato generale, autonomo dalle ambasciate a Tel Aviv. Così l'Europa risulta spaccata su un tema tanto delicato. Del resto l'Unione europea è piuttosto irrilevante sulle questioni mediorientali. Ma ciò che più preoccupa è la reazione dei Palestinesi, che sentono ormai definitivamente gli Stati Uniti e una parte dell'Occidente contrari alle loro aspirazioni su Gerusalemme. Forti reazioni serpeggiano anche nel mondo arabo, mentre in Siria la presenza iraniana, sempre più nutrita, tormenta Israele. Il Medio Oriente sta scivolando ancora di più verso la tragedia? La decisione americana innescherà una situazione ancor più conflittuale in Terra Santa e provocherà, come già si vede, nuovi lutti? Sono domande che ci inquietano tutti e su cui non abbiamo purtroppo una risposta. Mi sembra che tutte le politiche abbiano dalla loro delle motivazioni, ma nell'incandescente situazione israelo-palestinese, come nel più largo Medio Oriente, mancano mediatori. I ponti sono crollati. Del resto ci troviamo in un quadro di estremizzazione delle posizioni antagoniste in troppe parti del mondo. In Terra Santa, dove tutto assume un tono drammaticamente paradossale, manca la fiducia vicendevole. In questa situazione prosperano purtroppo gli atti terroristici e le violenze, da tutte le parti in causa. 
Ci interroghiamo su cosa sia possibile fare per riaprire un dialogo che ponga fine a un conflitto che dura da 70 anni. E che ormai sembra incancrenirsi. Non c'è una via per conciliare la sicurezza di Israele, cui teniamo molto, con le aspirazioni legittime dei palestinesi di avere un loro Stato in quella terra? In questo momento ci sentiamo vicini alla piccola comunità cristiana di Terra Santa. Con loro speriamo nella pace e preghiamo per essa.

giovedì 10 maggio 2018

Ridiamo all'Africa un futuro migliore

Le Nazioni Unite prevedono che gli abitanti dell'Africa subsahariana raddoppieranno ancora da un miliardo del 2017 a 2,2 miliardi nel 2050. Il numero di migranti crescerebbe da 24 a 54 milioni. La grande sfida del continente è affrontare il prossimo boom demografico.

I migranti sono all'ordine del giorno nei dibattiti europei. Si parla di "soglia di tollerabilità" delle società europee e si discute su come fermarli. Ma sarebbe più onesto andare di là delle frontiere europee e chiedersi perché vengono in tanti, provando a guardare la realtà dei loro Paesi.
C'è un primo motivo (di cui abbiamo talvolta parlato): la guerra. Il caso più evidente è il terribile conflitto siriano che ha fatto uscire dai suoi confini circa cinque milioni di profughi, la gran parte rimasta in Medio Oriente. La guerra è madre di tante miserie. E anche i Paesi non confinanti, come quelli europei, ne pagano il prezzo. Questo dovrebbe rendere più sensibili a lavorare per la pace, perché è inaccettabile che una guerra, come quella in Siria, duri da sette anni.
Gran parte dei migranti, però, vengono dall'Africa (e anche dalle sue guerre). Sono giovani, figli di un continente che - al 70 per cento - è sotto i trent'anni. Vengono spesso da una classe medio-bassa, ma sono istruiti e non poveri. Ho recentemente avuto una conversazione diretta con alcuni ragazzi in Costa d'Avorio: dicevano che l'Europa nell'aspettativa di tanti è un mito, un Eldorado dalle grandi opportunità. Tra giovani si parla di amici partiti ma perduti nel deserto o in mare, perché l'emigrazione registra tanti caduti. Tuttavia spesso le storie d'insuccesso sono nascoste, mentre i successi (reali o presunti) vengono esaltati. In Tunisia migrare si dice in arabo haraga, che vuol dire bruciare: bruciare le frontiere... I giovani non hanno più fiducia nel loro Paese, come invece i loro genitori o nonni, che salutarono con entusiasmo l'indipendenza dal colonialismo.
Questa generazione, rispetto alle precedenti, si sente protagonista e non si rassegna all'orizzonte tradizionale. Molti vivono in città, tutti stanno in Rete con il mondo, sono informati e reagiscono, scrivendo la loro opinione. Tanti di loro, spesso senza lavoro, possono essere all'origine di proteste, delusi come sono dai Governi e dalla corruzione del potere, arrabbiati per le diseguaglianze sociali. Così le migrazioni sono una valvola di sfogo, utile al potere per evitare rivolte o manifestazioni. Se si vogliono regolare i flussi migratori, bisogna agire in Africa. Non è la prima volta che parliamo della responsabilità dei Governi africani per dare un futuro ai giovani nel loro Paese. È la grande sfida delle società africane: non essere matrigne per i loro figli. Non è solo il problema di fermare l'emigrazione verso l'Europa, ma di come affrontare il boom demografico dei prossimi decenni.
Ci sono storie di successo. Mi raccontava un affermato magistrato che 25 anni fa ebbe la possibilità di venire in Europa da studente: tutta la famiglia gli fece pressioni per non perdere l'occasione. Mi diceva: «Oggi ho un lavoro importante e la mia dignità nel mio Paese. Che sarei diventato emigrando?». Ci sarà ancora emigrazione in futuro, ma bisogna dare la possibilità di restare nella propria terra. È prima di tutto un bene per l'Africa. E poi ci vuole la pace.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 13 maggio 2018
Puoi seguire Andrea Riccardi su facebook
oppure sul sito personale 

venerdì 4 maggio 2018

Moro: Si poteva fare di più per salvare il leader DC

Paolo VI e Aldo Moro
Restano i dubbi sulla linea della fermezza e su come non sia stato possibile liberarlo in 55 giorni

Sono passati quarant'anni dal rapimento e dalla morte di Aldo Moro, dopo 55 giorni di carcere delle BR, eppure si discute ancora di quella tragedia nazionale. Emergono pure particolari inediti su una storia senza fine. La vicenda della "prigionia" del presidente della DC mise a nudo le fragilità e le rigidità della classe politica, della Chiesa e della società.
Tre mesi dopo la morte di Moro, scomparve un altro grande protagonista della ricostruzione (e "cofondatore" della Dc con De Gasperi), papa Paolo VI. Fu una figura drammatica e dolente, che tentò di salvare la vita del leader Dc, ma si scontrò con molti ostacoli, tra cui la decisione del Governo italiano di non negoziare con i terroristi. Dal carcere delle Br, Moro si rivolgeva a lui e dignitosamente chiedeva: «Quale altra voce, che non sia quella della Chiesa, può rompere le cristallizzazioni che si sono formate?». Si cristallizzò la volontà di non trattare. Andreotti se ne fece interprete, recependo la dura posizione del Pci, decisivo nell'appoggio al suo Governo. Ebbe la percezione che l'Italia non avrebbe tenuto di fronte a un negoziato. Molti la pensavano come lui in un clima di un certo unanimismo.
Lo storico Agostino Giovagnoli, nel saggio Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, ricostruisce come la classe politica fosse invece più divisa di quanto si diceva e che le crepe, dopo lo shock del rapimento, stavano emergendo quando Moro fu ucciso. Si doveva fare di più per salvarlo, anche per la sensibilità alla vita umana che caratterizza l'Italia dalla Seconda guerra mondiale.
Si è fatto di più in Italia in vari casi, e anche per italiani rapiti all'estero. Altri Paesi, come Gran Bretagna e Stati Uniti, non negoziano. L'Italia sì. Certo, niente era facile in quei momenti terribili. Marco Damilano, nel suo libro Un atomo di verità, commenta: «Quarant'anni dopo, lo Stato non è riuscito ancora a spiegare come sia stato possibile consegnare per 55 giorni il Presidente a una banda di terroristi incolti e mal preparati».
Dopo la morte di Moro, la Dc si trascinò in quella che oggi appare un'agonia. Con la Dc finirono i socialisti e poi arrivò l'ora del Pci. Così scomparve la politica, legata alle culture storiche e a "popoli" di militanti. Si può e si deve discutere ancora di questa nostra tragedia nazionale. Resta però, come un macigno, la responsabilità di un gruppo di stolti e radicalizzati, come le Br. Le loro interviste e i loro libri mostrano la loro insensata volontà di usare la violenza per cambiare in meglio il mondo, e invece lo resero peggiore. È la follia del terrorismo di ieri e di oggi.

Segui Andrea Riccardi su Facebook