giovedì 31 agosto 2017

Migranti, apriamo gli occhi sull'inferno libico

Venduti, resi schiavi, torturati, vittime di violenze inumane. È la condizione dei profughi.
La loro voce non arriva, le Nazioni Unite stentano a intervenire, ma noi cristiani non possiamo rimanere insensibili.
Un editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 3 settembre 2017

Durante l'estate si è molto discusso di migranti e rifugiati. Un tema centrale nel dibattito politico, talvolta gridato e strumentalizzato. Si sono sentite le ragioni di chi è sensibile al dramma dei "dannati della terra" che vengono dal Sud del mondo. E poi le repliche di chi afferma che l'Italia non è in grado, politicamente ed economicamente, di risolvere i loro problemi. 
Ma - una volta tanto - mettiamo da parte la nostra prospettiva: l'accoglienza in Italia o le scelte del Governo. Facciamo silenzio per ascoltare le voci lontane di quanti sono in Libia, dopo lunghi viaggi nel deserto, dopo aver pagato grandi costi umani oltre che economici. 
Sono voci flebili, raramente recepite dai media. Il quotidiano Le Monde ha pubblicato vari reportage dalla Libia. Il primo ha un titolo che dice tutto: Dans l'enfer libyen ("Nell'inferno libico"). Vittime di violenze sistematiche, di incarcerazioni inumane, di tratta ed estorsioni, i migranti sono un popolo di vessati e umiliati. È la condizione di tanti, passati attraverso le mafie dei viaggi: venduti alle prigioni, utilizzati come mano d'opera forzata, taglieggiati, costretti a telefonare ai familiari lontani e a far udire loro gli urli sotto le percosse per ottenere un riscatto. 
Anni fa, un giovane etiopico, arrivato in Libia e mai riuscito a raggiungere l'Italia, mi disse: «L'unica mia fortuna è che ero un uomo e non mi hanno violentato come le donne. Per il resto mi hanno fatto di tutto». L'85 per cento dei migranti ha subìto in Libia torture o trattamenti degradanti, secondo un'inchiesta di Medici per i diritti umani. Il coraggioso Domenico Quirico, inviato della Stampa, è andato a vedere un centro di detenzione a Tripoli: «Centinaia di volti e corpi seminudi per il calore... stivati l`uno accanto all`altro... corrosi, stremati, spolpati, distorti, bolsi». 
Nel caos libico, popolato di milizie e bande, non c'è sicurezza per l'azione dell'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu e dell'Organizzazione internazionale delle migrazioni, che stentano a intervenire. Diversa è la situazione dei rifugiati in Turchia, sotto controllo di uno Stato organizzato e delle istituzioni internazionali. Non arriva facilmente a noi il grido dei migranti-prigionieri in Libia. Ma qualcuno dovrà ascoltarlo. In Italia e in Europa. Nelle sedi internazionali. Tra gli Stati africani, troppo disinteressati alla sorte dei loro concittadini. Nel mondo. Dovranno aprire gli occhi almeno i cristiani. Come ha detto il cardinale Parolin: i migranti «sono nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono».

giovedì 24 agosto 2017

Strage di Barcellona - Contro il terrore vigiliamo nelle moschee

I terroristi sono giovani spaesati indottrinati da predicatori d'odio. Una considerazione resa sempre più evidente dalla prova dei fatti, su cui si sofferma la riflessione di Andrea Riccardi di questa settimana per Famiglia Cristiana. 
 L'attacco terroristico alla Catalogna ha mostrato, ancora una volta, la follia omicida del terrorismo. Pochi giorni prima, anche la capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, era stata fatta segno di un attentato: hanno colpito un crocevia dell'Africa occidentale, dove convivono cristiani e musulmani. A Barcellona hanno attaccato le Ramblas, spazio di grande densità turistica, con caffè, ritrovi, artisti di strada, che emanano voglia di vivere e spensieratezza. Le hanno trasformate in luogo di morte. E volevano una strage ben più consistente, anche se i morti sono stati tanti. Da dove tanto odio? La domanda viene se si scorrono le biografie degli attentatori: giovani, persino un diciassettenne. Cresciuti in Catalogna con altri ragazzi che li ricordano socievoli. 
Che è successo? Il processo di radicalizzazione islamica è avvenuto in fretta, a causa di un attentatore, un imam adulto con legami oscuri alle spalle. Sono storie che, purtroppo, si ripetono: inducono alcuni a dire che proprio la religione islamica è all'origine dell'odio. Gran parte dei musulmani rifiutano l'accusa. Hanno manifestato, anche a Barcellona, la solidarietà con le vittime e il ripudio della violenza. L'islamismo radicale, però, è un'ideologia che attrae giovani spaesati, soprattutto di origine musulmana, ma anche non musulmani (sono tra i foreign fighters): tutti attratti da una visione apocalittica e settaria. Il grande problema oggi è la vigilanza nelle moschee, di fronte ai predicatori radicali che indottrinano giovani o inquieti. La vigilanza riguarda l'intelligence e la polizia, ma anche i musulmani e le comunità locali. 
Daesh ha rivendicato l'attentato. È un sistema facile. Non sono inviati emissari dal Medio Oriente, ma agiscono gruppi autonomi, praticamente un terrorismo in franchising per Daesh. Gli atti terroristici amplificano la propaganda che corre per il Web. Quanto durerà questa battaglia di morte? Forse dovremo soffrire ancora. Sono positive le reazioni musulmane e dell'intera società civile. A Barcellona e in Spagna ci sono stati episodi molto belli e commoventi. Tuttavia la reazione deve diventare qualcosa di permanente. Le città e le periferie devono essere meno anonime, abitate dalla solidarietà della gente. Se pochi possono fare tanto male, la maggioranza potrà impedirlo e fermare un odio immotivato quanto violento.
No tinc por: non ho paura. La grande manifestazione di pace


«LA PACE AMICA DELLA VITA» In tanti si sono recati in preghiera sul luogo della strage. «La pace è la migliore amica della vita», ha detto l'arcivescovo di Barcellona, il Cardinale Juan José Omelia, durante una celebrazione per le vittime alla Sagrada Familia: «Chiediamo al Signore che ci dia la maniera di essere artigiani di pace».

giovedì 17 agosto 2017

La crisi in Centrafrica. La gente soffre, facciamo presto

Si cerca ancora la pace per la Repubblica Centrafricana, un paese poverissimo dilaniato da una crisi gravissima di cui ancora non si vede la fine, nonostante tanti sforzi e anche tanti passi importanti per la pacificazione. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana di questa settimana, anche in riferimento alle recenti violenze e la strage di cristiani a Gambo. 


Ancora morti nella Repubblica Centrafricana: 50 vittime innocenti nel villaggio di Gambo in una struttura sanitaria. Una strage brutale compiuta da armati afferenti ai Seleka, musulmani che hanno vendicato in modo folle un attacco degli anti-Balaka, milizie di cristiani e animisti, nate per autodifesa. I centrafricani sono ostaggio delle milizie, in conflitto tra loro, che controllano larga parte del territorio. I cristiani sono spesso sotto attacco, come ha denunciato il vescovo di Bangassou Juan José Aguirre. Non è una guerra tra cristiani e musulmani, anche se spesso si colpiscono i fedeli del gruppo avverso. Aguirre, da parte sua, ospita nel compound della cattedrale 2 mila musulmani, da lui salvati dagli anti-Balaka. 
Ogni giorno può succedere di tutto. La gente soffre da troppi anni ed è allo stremo. Un anno fa l'elezione del presidente Touadéra è stato un fatto molto positivo (anche effetto della visita di papa Francesco nel novembre 2015, quando aprì il Giubileo della misericordia a Bangui). 
Ma il Governo non controlla molto territorio fuori dalla capitale: il vero problema è riunificare il Paese, affermare l'autorità dello Stato, dare sicurezza e alleviare la situazione umanitaria. Ma bisogna fare i conti con tanti gruppi armati e con le ingerenze dei Paesi vicini. L'accordo di Roma, firmato il 19 giugno dal Governo centrafricano e da 14 gruppi politico-militari, vuole avviare un processo di pacificazione e disarmo: purtroppo non è un trattato di pace che pone fine alla guerra. Punta a estendere il controllo del Governo sull'intero territorio. Sono stato testimone di alcune discussioni dell'accordo e mi sono reso conto della distanza tra le parti, ma anche della buona volontà. Occorre far passare l'intesa ai gruppi sul terreno, talvolta legati a interessi economici o minerari. Ci sono pure mercenari stranieri. È necessario un processo lungo. Un mese fa è stato nominato un comitato di attuazione per concretizzare l`accordo sul terreno. Come affermano l'Onu e l'Unione africana, è l'unica via per portare pace. Il Paese è in una grave situazione di decomposizione. In molte regioni la vita umana non vale niente. È uno degli Stati più poveri del mondo, nonostante le ingenti ricchezze minerarie, preda dei gruppi armati. La gente soffre e bisogna fare presto. Si deve favorire un'intesa tra i vari gruppi centroafricani attorno alle fragili, ma esistenti, istituzioni della Repubblica. 
Per capire la crisi nella Repubblica Centroafricana

venerdì 11 agosto 2017

Nell'azione umanitaria la convergenza tra cattolici e laici solidali

L'azione umanitaria, oggi al centro di un aspro dibattito, può essere in realtà, il punto di convergenza tra cattolici e laici solidali. Lo spiega Andrea Riccardi nell'intervista con Francesca Paci apparsa sul quotidiano La Stampa

"La globalizzazione ci ha resi più concentrati su noi stessi, meno attenti agli altri. E' un grave errore perché nel mondo globale siamo più legati. L'autoconcentrazione fa bollare l'azione umanitaria come velleità catto-illuminista ed è un peccato perché la convergenza tra cattolici e laici solidali è quella tra due delle più forti culture europee del 900. Populisti e sovranisti non tengono conto del grande problema di aiutare i vicini a risolvere i loro problemi prima che diventino i nostri. Per questo spero molto in Ghassam Salamé, un arabo che con la sua cultura può farlo». (la versione integrale sul sito www.santegidio.org)

giovedì 10 agosto 2017

L'ultimo regalo di padre Jacques: ricordarci che l'estate è un tempo in cui sentire l'invito di Dio a prendersi cura del mondo

In questo editoriale su Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi ricorda una bellissima espressione di padre Jacques Hamel, l'anziano prete francese ucciso lo scorso anno al termine della messa, che è opportuno rileggere in questo periodo estivo. "L'estate - diceva il sacerdote martire - è un tempo per essere più attenti a chi è solo e in cui sentire l'invito di Dio a prendersi cura del mondo"
Un anno fa è stato ucciso a Rouen, in Francia, padre Jacques Hamel. Era il 26 luglio. La Francia ha sentito l'orrore per l'assassinio di un prete sull'altare. Era indifeso e anziano. L'incredibile fatto ha acceso l'attenzione su di lui. Chi era? Perché appariva così minaccioso ai terroristi? Un bel libro di Jan De Volder, Martire (San Paolo), illustra la sua vita. Un prete che non andava in pensione, nonostante gli 86 anni, in larga parte al servizio della gente in quartieri periferici. Il sacerdozio non ha limiti di età, se è ministero, quindi servizio. Del resto, per i cristiani, vivere per gli altri non finisce con la pensione. Anzi, talvolta, l'età anziana apre nuove opportunità, anche se la nostra società spreca le risorse rappresentate dagli anziani. Padre Jacques, con la sua vita, mostra il senso di un vivere per gli altri, ben lontano dall'eroismo o da un romantico protagonismo. Eppure è morto da martire.
Poco prima di essere ucciso sull`altare a Rouen, l`anziano prete ricordava che le vacanze sono uno spazio di rigenerazione
In questo anniversario mi sono tornate sotto gli occhi le parole che Hamel scriveva il 6 giugno 2016 ai parrocchiani, le ultime prima della morte. Riguardano le vacanze e hanno un senso particolare in questo periodo. Gran lavoratore, padre Jacques sapeva che le vacanze sono utili: «Momento di relax, ma anche di rigenerazione, di incontri, di condivisione, di convivialità». La sua lezione ha un significato anche in questa estate. Per lui le vacanze sono spazio di amicizia, per la famiglia, per incontri, per distaccarsi dalle occupazioni abituali. Ma possono essere pure un momento di crescita spirituale.
Anche questo fa parte del distaccarsi dalle cose di sempre e dalla routinizzazione della vita. E lo spazio della preghiera e per leggere il Vangelo, «come una parola che fa vivere l'oggi». Così dice Hamel con espressioni semplici, levigate da pluriennali frequentazioni di tante persone differenti, di varie generazioni. Ricorda che la natura introduce nel «gran libro della creazione», che parla di Dio. Aggiunge, quasi sommessamente, che l'estate è un tempo per essere più attenti a chi è solo. Padre Jacques propone, per i giorni di vacanza, un impegno di sempre: «Che possiamo... sentire l'invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno». Una bella sintesi da vivere: il sogno del Vangelo, che lui esprime in modo nitido con le parole della gente comune.
D'estate sembra che ci siano meno scuse per sottrarsi. C`è tanto bisogno di pace: «Un migliore vivere insieme». Hamel pensava alle difficoltà in famiglia o nella società e forse anche alla complessa convivenza con alcuni gruppi islamici affacciatisi al suo orizzonte. Chiedeva di pregare. Possiamo sottoscrivere questo messaggio di un anziano prete (che non andava in pensione, ma sapeva il valore delle vacanze) in tutte le espressioni fino all'ultima affettuosa: «Buone vacanze a tutti!». •

giovedì 3 agosto 2017

In Libia l'Europa si gioca il futuro

Un editoriale di Andrea Riccardi fa il punto sulla politica nei contronti della Libia, dopo che la Francia di Macron si è mossa da sola.
In realtà, spiega Riccardi, in Libia si intrecciano tre situazioni drammatiche, diverse ma strettamente intrecciate: la lotta all'ISIS, la questione dei migranti dall'Africa, la capacità dell'Unione Europea di agire senza divisioni.
Nella foto, la stretta di mano tra il premier libico Serraj e il generale Haftar, sotto gli occhi del presidente francese Emmanuel Macron al termine dell'incontro svoltosi nel castello di La Celle Saint Cloud, alle porte di Parigi.

Bene ha fatto Gentiloni a non drammatizzare l'iniziativa di Macron: far incontrare in Francia il premier libico Al Serraj con il generale Haftar. Certo l'Italia avrebbe dovuto esserci, come capofila delle azioni in Libia.
Non importa. Da un atto di diplomazia personale, non poteva emergere molto di nuovo in una situazione così ingarbugliata. Ma ben venga tutto ciò che può creare unità in Libia. Purtroppo Haftar (appoggiato da Egitto ed Emirati, in buoni rapporti con Russia e Francia) ha subito ripreso, dopo la stretta di mano, la sua durezza verso Serraj, invitandolo a tornare a fare l'ingegnere. Questi, che controlla poco territorio ma è riconosciuto dall'Onu, è venuto a Roma. Qui, l'ennesima giravolta: prima la richiesta di navi italiane, poi un passo indietro con roboanti dichiarazioni sulla sovranità libica. Infine il compromesso: le navi italiane sosterranno i libici contro i trafficanti e per salvare i migranti. La vicenda mostra tre situazioni drammatiche; diverse, ma intrecciate tra loro. La prima è una Libia divisa e bellicosa, dove il debole Serraj non crea unità, ma nemmeno l'altero e forte Haftar è la soluzione. C`è l'Isis da respingere. Ci sono forze, clan e tribù abituate al particolarismo. Dietro tanti giochi pericolosi, si vedono i padrini internazionali. C`è poi la seconda drammatica situazione: i migranti. Nei primi sei mesi del 2017 gli sbarchi in Italia sono aumentati del 18% rispetto al 2016. Molto, ma non l`invasione com`è percepita in Italia. Ci si chiede perché arrivino gli ivoriani, i guineani o i senegalesi, provenienti da Paesi in pace. E qui si vede la necessità di responsabilizzare i Governi africani e di una comune politica euro-africana. Il trasporto di gente dal Bangladesh alla Libia mostra la potenza dei mercanti di esseri umani. Molti Paesi europei sognano di chiudere le rotte nel Mediterraneo o in Libia, come nei Balcani. In questa prospettiva l'Italia sarebbe inconcludente o buonista. Ma c`è un enorme problema umanitario. E poi il mare e l'inquieto territorio libico sono differenti dai Balcani. Infine, l'incapacità europea di fare una politica unitaria sulla Libia (e quindi sui migranti che la attraversano). Se l'Europa orientale reagisce con i muri, quella occidentale non ha il coraggio di investire in una politica comune e persegue interessi di breve respiro e molto nazionali. In una "periferia" come la Libia, si gioca tanto del futuro dell'Unione. Solo un'Europa capace di politica comune riuscirà a ricreare le condizioni di uno Stato libico unitario e imporle agli attori interni ed esterni. Altrimenti la Libia resterà terra di nessuno, pericolosamente ricca di petrolio. E sarà una trappola per chi fugge cercando un futuro migliore.

APPROFONDIMENTI 
Gli editoriali di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana >>

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Cosa penso di Libia, migranti, ong e Ius soli. Parla Riccardi (Sant’Egidio)

martedì 1 agosto 2017

Convivere in una società composita. L'intervento di Andrea Riccardi

"Condividere: religioni, conflitti e pace" il titolo della serata che si è svolta a Brescia per il 60° anniversario della Fondazione Tovini, introdotta dai saluti del vescovo Luciano Monari.
L'intervento di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio

È stata l'elegante cornice del salone Vanvitelliano di Palazzo Loggia, ad accogliere lo scorso 8 giugno, Andrea Riccardi, ordinario di Storia contemporanea all`Università Studi Roma Tre, fondatore della Comunità di Sant'Egidio.
L'occasione dell'appuntamento è una relazione che sia costruttiva astata quella della celebrazione dei vendo come punto di partenza il dean siderio di conoscenza e convivenza sesst`anni della fondazione Tovi- Parole. Le parole cardine dell`intervento sono state quindi cultura ni, nata per intuizione di personalità come il Servo di Dio Vittorino e convivenza intesa come la caChizzolini o mons. Angelo Zammar- pacità dell`uomo di fare buon uso denza di Michele Bonetti a consoli chi e che giunge oggi, sotto la presid. elle proprie radici, della propria dare la propria missione educativa , identità, della propria storia. L`in contro ed il dialogo non risultano tesa alla formazione dei giovani ad così come il recedere da quella che una cultura cristiana aperta, anche è la vicenda della propria nazione o grazie allo sguardo di servizio inter della propria religione, significano nazionale proposto, ed alle energie profuse in particolare attraverso la piuttosto avere un patrimonio da poter appunto condividere con l`urealtà dell`accoglienza presso la Fa poter che ci circonda. Eespeenmiglia Universitaria oltre alla prori za del professor Riccardi si muove mozione e al sostegno di iniziative
nel settore editoriale e delle comunicazioni sociali.
Tema "Condividere: religioni, conflitti e pace" è stato il titolo della serata introdotta dai saluti del vescovo di Brescia Luciano Monari, del sindaco della città Emilio Del Bono e del viceprefetto vicario Salvatore Pasquariello. Dopo una riflessione del rettore del seminario di Brescia mons. Gabriele Filippini sulla esperienza laica dì spiritualità della Fondazione Tovini, Andrea Riccardi è entrato nel cuore del tema approfondendo in particolare la situazione della convivenza nella diversità composita della società di riconoscere e sostenere anche posizioni non proprie se capaci dimostrare l`utilità e il bene comune. Risulta evidente che tale approccio dialogico richiede una applicazione ed una disciplina personale scelta e
perseguita. Primo ostacolo alla condivisione dunque è l'appiattimento e la passività culturale. In effetti per la società europea in cui siamo inseriti questo significa poter riscoprire la dimensione delle radici di una cultura che esiste che è millenaria e che è sempre stata accompagnata da un meticciato che fonda e permette la società, di non crollare dentro alle dimensioni di chiusura identitaria. La dimensione religiosa
dierna. Superando quelli che sono gli elementi che suggerirebbero la possibilità di conflitto di civiltà inteso come realtà che va a muovere un fronte contrapposto all`altro, l`ex-ministro ha saputo proporre lo sviluppo di una cultura dell`incontro e del dialogo. Cultura che parte innanzitutto dalla capacità di comprendere l`altro è di entrare dentro
diviene così fonte di scambio e di approfondimento esistenziale, non si sottomette alla radicalizzazione e alla violenza, ma si muove come linguaggio proprio di relazione e anche la riscoperta del patrimonio etico cristiano torna ed essere un tesoro da cui attingere per l`edificazione di una società rinnovata nella giustizia e nella solidarietà
Cultura e convivenza sono le parole cardine per l`uomo che deve fare buon uso delle proprie radici