giovedì 26 aprile 2018

Macron, un leader per l'Europa in crisi

Europa e democrazia sono sinonimi, afferma Andrea Riccardi. Eppure perchè questo si realizzi c'è bisogno di una leadership capace di esprimere una visione. Tra Germania e Francia oggi si muove qualcosa.

Nonostante sia meno potente della Germania, la Francia ha ormai un ruolo di primo piano in un'Europa senza leader? È la sensazione diffusa nel nostro continente, mentre l'Italia attende il nuovo Governo. Eppure, mai come oggi, con la crisi in Siria, la perdurante guerra in Ucraina e le sfide interne all'Unione, c'è bisogno di una leadership europea.
Infatti, mentre i Paesi di Visegràd (la cooperazione tra Polonia, Ungheria, Slovacchia e Cechia) hanno una politica non coincidente con l'Europa occidentale, si va profilando un'iniziativa degli Stati nordici, baltici, dell'Irlanda e dell'Olanda che chiedono maggiore responsabilità nazionale sui bilanci, prendendo le distanze dall'asse franco-tedesco.
Oggi la cancelliera Merkel tiene un profilo più basso sulle questioni europee rispetto al precedente mandato, quando Berlino era il crocevia di tante politiche. Forse la situazione si evolverà, tuttavia ora va notato come, nel vuoto, stia crescendo la leadership del presidente francese Emmanuel Macron, anche per la qualità della sua proposta.
Macron ha la forza di una visione. Si qualifica come un grande leader europeo, anche se la Francia non ha la forza della Germania e deve agire sempre in connessione con Berlino. Parlando al Parlamento europeo di Strasburgo, il presidente francese ha criticato i Paesi europei: «A volte i nostri egoismi nazionali sembrano più importanti di quello che ci unisce di fronte al resto del mondo». L'Europa è ben di più di un rissoso condominio. È unita dalla fiducia nella democrazia che ha salde radici nelle istituzioni e nella cultura del continente. Non è poco, in un mondo in cui le democrazie sono sempre meno e sempre più fragili. Macron, con coraggio, ha detto a Strasburgo: «Di fronte all'autoritarismo che ci circonda ovunque, la risposta non è la democrazia autoritaria ma l'autorità della democrazia».
Europa e democrazia sono sinonimi, perché l'unificazione europea è nata dall'orrore della Seconda guerra mondiale. La crescita della democrazia richiede società forti, mentre il tessuto sociale di tanti Paesi si va slabbrando. Per questo è stato significativo l'incontro di Macron, alla testa di uno Stato laico, con i vescovi francesi al Collège des Bernardins a Parigi. Qui, in modo innovativo, il presidente ha riconosciuto l'importante ruolo della Chiesa nella società francese. Emmanuel Macron ha chiarito la sua prospettiva, che sollecita non solo i responsabili politici, ma anche quelli della Chiesa: «Dobbiamo costantemente sottrarci alla tentazione di agire come semplici gestori di quello che ci è stato affidato». Per uscire dalla crisi, non bastano gestori: ci vogliono visioni e leadership! È vero in Europa, in Italia, ma anche nella nostra società e nella Chiesa.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 29 aprile 2018

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giovedì 19 aprile 2018

LA TRAGEDIA SIRIANA. GHOUTA, INSANGUINATO SPECCHIO DELL'INFERNO

LA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI 
Nella foto, un bambino ferito tra le macerie di Douma, alle porte di Damasco. 

Quanto accaduto nell'area alle porte di Damasco è il riflesso delle dinamiche del conflitto
Sono sette gli anni di guerra in Siria. Nella primavera del 2011, i manifestanti scesero in piazza gridando "libertà". Speravano in una primavera democratica in un Paese retto con pugno di ferro dal regime di Bashar al-Assad, al potere dal 2000. Presto la primavera, colpita da una dura repressione governativa, si è trasformata nell'inferno della guerra. I radicali hanno preso la guida dell'opposizione. Alcuni erano stati liberati dal carcere siriano: si sospetta che Assad abbia giocato la carta della radicalizzazione del conflitto per presentare il regime come muro contro il caos islamista. Russia e Iran hanno difeso tenacemente l'alleato siriano, mentre la politica americana è stata fluttuante. Intanto la Turchia è entrata pesantemente nel gioco. Arabia Saudita e Qatar hanno avuto un loro ruolo. La guerra civile è divenuta anche un conflitto d'influenze mondiali. C'è un posto che il mondo non conosceva: la Ghouta, grande oasi alle porte di Damasco, roccaforte ribelle, assediata dai siriani che - secondo fonti veritiere per gli occidentali ma non per i russi - avrebbero usato armi chimiche. Gli americani, gli inglesi e i francesi hanno colpito alcuni obiettivi siriani per ritorsione contro l'uso dei gas. Grave è la tensione tra Russia e Stati Uniti. La Ghouta, popolata da povera gente, racchiude il dramma siriano. Qui, nel giugno 2011, arrivò il militante salafita Zahran Allouche, liberato da Damasco, che divenne un piccolo dittatore, assassinato poi nel 2015. Qui si sono moltiplicati i gruppi radicali con risvolti banditeschi, talvolta in conflitto tra loro. Sopravvivere sette anni in un'enclave assediata è stato molto duro per gente affamata, ostaggio di lotte interne, sotto bombardamenti quotidiani. In tutta la regione molto più della metà delle case sono a terra. Ora l'assedio della Ghouta è finito con la vittoria di Assad. Da qui si tiravano missili su Damasco: era una spina nel fianco per il regime. La comunità internazionale è paralizzata, come l'Onu. L'uso delle armi chimiche, se provato, conferma una volta in più che il Governo di Assad è senza scrupoli. Le rappresaglie non cambiano il quadro. Ci vuole un passaggio a un'altra logica. Tutti invece confidano ancora nella guerra: il Governo e i suoi alleati, i guerriglieri di ogni fazione, la Turchia, gli occidentali che, nonostante il prospettato disimpegno americano, ora puniscono Assad... La questione è invece cambiare radicalmente strada, fermare la guerra e costruire un futuro per tutti in Siria. Bisogna passare al negoziato. Usa e Russia devono riprendere a parlarsi. Finché non si dirà basta alle armi, ogni male è possibile.

giovedì 12 aprile 2018

Quell'odio antisemita che non vuole morire

Mireille Knoll, 85 anni, ebrea di Parigi scampata allo sterminio, uccisa da un giovane musulmano che era suo vicino di casa, benvoluto dall'anziana donna. La sua morte ci dice che dobbiamo vigilare:

Mireille Knoll aveva ottantacinque anni ed era ebrea. La sua era una storia dolorosa, figlia di ebrei fuggiti dalla pressione antisemita dell'Est europeo, approdati a Parigi negli anni Trenta. Sopravvissuta alle retate naziste e collaborazioniste del 1942 (che portarono gli ebrei francesi allo sterminio), la piccola Mireille si era rifugiata con la madre in Portogallo e poi negli Stati Uniti grazie al passaporto brasiliano di quest'ultima. Tornata in Francia, si era sposata con un sopravvissuto ad Auschwitz. Ormai anziana, benvoluta, viveva in una casa popolare nell'XI arrondissement di Parigi. Nonostante la malattia, continuava a uscire. Nel palazzo c'era un musulmano di 29 anni, Yacine, che lei conosceva fin da bambino e di cui era amica. Questi aveva una storia giudiziaria difficile, ma Mireille era cordiale con lui. All'improvviso, con un complice, è penetrato nell'appartamento della donna e l'ha uccisa con undici coltellate, dandole poi fuoco. Il movente è - sembra - l'odio antiebraico. Scampata ai nazisti, Mireille è stata uccisa da qualcuno che conosceva da sempre. Yacine, disadattato e forse radicale, vedeva in lei l'ebrea, il capro espiatorio su cui sfogare l'odio verso la società, l'antisemitismo e forse il desiderio di fare un gesto eclatante, che lo riscattasse dall'anonimato. Eppure compare in una foto del 2013, in cui Mireille, con tanti vicini, festeggia cinquant'anni di vita nella casa popolare, dove abitano anche famiglie musulmane, cinesi e un altro ebreo: il tipico ambiente misto dei quartieri parigini. Nell'XI arrondissement ci sono 15 mila ebrei, molti, considerando che gli ebrei francesi - la più grande comunità europea - sono mezzo milione in tutto. Giustamente gli ebrei francesi si sentono insicuri e denunciano l'antisemitismo. Sono fatti da non sottovalutare: bisogna parlarne e denunciarli, perché l'odio antisemita è sempre un serio rischio. Molti concludono che il problema è l'islam e gli immigrati musulmani. Il grande timore delle nostre società sono questi giovani, spesso di famiglia musulmana, che non trovano percorsi d'integrazione. C'è una questione sociale ed educativa. E poi bisogna fare muro contro l'antisemitismo. Si devono educare i giovani a ricordare la Shoah e a considerare le comunità ebraiche realtà decisive per il pluralismo e la democrazia.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 15/4/2018

lunedì 9 aprile 2018

Parole chiave? Preghiera, poveri, pace, bambini, ecosolidarietà..... Un'intervista

Parole chiave? «Preghiera», «poveri», «pace», «bambini», «anziani», «disabili», «migranti», «senza dimora», «carcere». Insomma, Sant'Egidio: «movimento internazionale di laici» fondato nel 1968 dall'allora diciottenne Andrea Riccardi, accademico romano, storico della Chiesa.

Andrea Riccardi "Sicilia, terra di accoglienza.  Da voi mi sento a casa"
Intervista di Salvatore Falzone (apparsa su Repubblica edizione Sicilia, 8 aprile 2018) 

Parole chiave? «Preghiera», «poveri», «pace», «bambini», «anziani», «disabili», «migranti», «senza dimora», «carcere», «pranzo di Natale», «ecosolidarietà», «solidarietà e emergenze»... Insomma, Sant'Egidio: «movimento internazionale di laici» fondato nel 1968 dall'allora diciottenne Andrea Riccardi, accademico romano, storico della Chiesa e del cristianesimo, studioso di papi novecenteschi, conoscitore dei sacri palazzi, ministro per la Cooperazione internazionale e l'Integrazione al tempo del governo Monti («ministro in uno stato di emergenza dell'Italia», precisa). Nata sulle sponde consiliari del Tevere e ormai presente in più di settanta paesi del mondo, la Comunità è sbarcata a Palermo alla fine degli anni Ottanta: pasti caldi per i senzatetto, servizio docce, cambio di vestiti, una boutique solidale, partnership con Opere Pie, una Scuola della Pace per i minori del quartiere Capo. Progetti, progetti, progetti... 
Così Sant'Egidio ha piantato bandiera ai piedi del Monte Pellegrino, dove ancora aleggia lo spirito di Giacomo Cusmano, il padre del Boccone del Povero che infiammò la Sicilia ottocentesca con la sua folle carità. Un filo lega il passato al presente di questa città? «Sì, il Vangelo» risponde Riccardi. Anche da queste parti, con buona pace del Principe di Salina, la "buona notizia" assicura che "tutto può cambiare", come recita il titolo dell'ultimo libro del professore uscito per i tipi di San Paolo e ancora fresco di stampa: una conversazione con il teologo siciliano Massimo Naro a partire da Sant'Egidio, un maieutico scambio di vedute sulle cose, sull'«arte della solidarietà», sulla «trincea della pace» e «la pazienza della mediazione», sul futuro e su un «cristianesimo dai pensieri lunghi», sulla «comunità di popolo, tra sogno e visione». E sull'entusiasmante fatica di percorrere il binario che porta a ogni sud, verso «le periferie più scomode». Rieccoci in Sicilia, avamposto «molto importante» dell'esercito mondiale di Sant'Egidio che festeggia quest'anno i suoi cinquant'anni. 
 «Non solo - spiega Riccardi perché la comunità vi è radicata: a Palermo, Messina, Catania e altrove. Ma perché la Sicilia è una regione connaturale». Cioè? «È una realtà mediterranea, sta in mezzo tra il nord e il sud, tra cristianesimo e islam. Una realtà in cui esiste ancora una dimensione di vita di popolo. In questo si rivela il senso del rapporto con migranti e rifugiati: la Sicilia è una terra più accogliente di altre regione italiane. E poi c'è qualcosa nella cultura, nella storia, vorrei dire
nel genio...». 
 In che misura Sant'Egidio si è lasciata interpellare dal dramma degli sbarchi sulle nostre coste? «Lavoriamo moltissimo per l'accoglienza. E cerchiamo in tutti i modi di abbattere la logica del muro. L'idea dello sbarco è l'idea di un archetipo». 
In che senso? «È lo sbarco dei saraceni, degli stranieri... Un'idea che fa nascere la paura. Noi crediamo invece nei corridoi umanitari, nell'accoglienza e nell'integrazione di queste persone fragili. Non dobbiamo avere paura della pluralità. Occorre cura, amicizia, attenzione, prudenza e sapienza. Naturalmente vanno favorite le condizioni di legalità e sicurezza». 
A settembre scorso Sant'Egidio ha promosso a Catania una scuola d'italiano per rifugiati. Non solo accoglienza, dunque. Qual è il senso autentico di questo andare oltre i bisogni di sussistenza? «Offrire la lingua è offrire la chiave per l'integrazione, vero punto debole dell'Europa. I nostri
amici di Catania lo sanno bene: l'accoglienza dopo gli sbarchi è un dovere. Ma per l'integrazione è necessaria la lingua». 
Da Catania a Palermo. Cosa rappresenta per lei il capoluogo siciliano? «Un luogo di amicizie, incontri, esperienze personali e culturali. La frequentavo soprattutto ai tempi di Cataldo Naro (arcivescovo di Monreale scomparso nel 2006 e, prima ancora, preside della Facoltà teologica di Sicilia, ndr). Ci sono città in cui ci si sente a casa e altre che, almeno inizialmente, appaiono straniere. A Palermo mi trovo a casa, forse per il suo carattere aperto e mediterraneo».  
Tavoli apparecchiati al posto delle panche nella chiesa di Santa Lucia Badia del monte in via Ruggero Settimo e nella chiesa di Santa Maria di Gesù al Capo. Seicento poveri al pranzo di Natale 2017. Che significa - fuori d'ogni retorica - condividere il pasto con i poveri tra le colonne di una chiesa? «Significa festa di un legame quotidiano. Non è un atto di spettacolo ma un momento
solenne in cui i poveri sono al centro del Natale. I poveri sono gli amici della Comunità. E lo sono tutto l'anno, non solo a Natale». 
Da storico le sembra di poter cogliere una peculiarità della Chiesa siciliana? «È una Chiesa di popolo. Non solo perché la gente frequenta la Chiesa più che altrove. Ma perché la Chiesa siciliana ha vissuto una storia molto particolare. Bisogna discernere le tante eredità nel suo profondo. A maggior ragione oggi, al tempo di Papa Francesco, occorre capire cosa vuol dire realmente Chiesa di popolo, come far parlare il popolo e come cogliere il messaggio proveniente dalle viscere di questo popolo». 
Quanto è faticoso il confronto con le istituzioni ecclesiali e statali? «I rapporti veri sono tutti belli e impegnativi. Ogni prospettiva istituzionale è fatica. Certo è arrivato il momento di uscire dalla logica dell'emergenza e costruire insieme la società di domani». 
Come? «Con speranza e fede, ma insieme anche a fraternità e realismo umano».

Il libro Tutto può cambiare 

L'ultimo libro di Andrea Riccardi pubblicato con le Edizioni San Paolo è una conversazione con il teologo Massimo Naro. Il volume viene presentato martedì alle 17 a Catania a Santa Maria della Catena. Con gli autori interverranno l'arcivescovo Corrado Lorefice e Carmelo Torcivia.
la Comunità di Sant'Egidio che alla fine degli anni Ottanta è arrivata anche in Sicilia Storico della Chiesa e accademico romano, è stato anche ministro nel governo Monti

venerdì 6 aprile 2018

Il ritorno della guerra fredda

Sembra di essere tornati agli anni in cui l`impero sovietico e quello Usa si sfidavano. Ma il mondo non è più diviso in due.
Un edioriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana


Siamo di nuovo in una stagione di Guerra fredda? Un ex colonnello dei servizi segreti di Mosca ora residente in Gran Bretagna, Sergei Skripal, che aveva venduto informazioni agli inglesi, è stato avvelenato assieme alla figlia con il gas nervino. Sarebbe una vendetta dei russi. La risposta di Londra non si è fatta aspettare: l`espulsione di 23 diplomatici russill Cremlino, per ritorsione, ha cacciato 23 diplomatici britannici. Due giorni dopo la decisione, si sono tenute le elezioni per la presidenza della Federazione russa: Putin è stato confermato in modo plebiscitario (e non si è lontani dal vero, dicendo che il clima di tensione ha favorito in parte il suo risultato). Stati Uniti ed Europa hanno seguito la politica britannica verso la Russia. L`ambasciatore dell`Unione è stato ritirato da Mosca. Francia, Germania, Polonia e Canada hanno espulso quattro diplomatici per Paese; tre, la Lituania e la Repubblica ceca; due l'Italia, la Spagna, l'Albania, la Danimarca e l`Olanda. Romania, Croazia, Norvegia, Estonia, Lettonia, Finlandia, Svezia hanno cacciato un diplomatico russo. L'Ucraina (non si dimentichi la guerra aperta nell'Est del Paese) ne ha rinviati ben tredici. Gli Stati Uniti, nonostante Trump sia accusato di remissività verso Putin, ne hanno allontanati sessanta. A sua volta la Russia ha risposto con l'espulsione di 150 diplomatici occidentali. Un vero clima da guerra fredda. Gli europei non hanno voluto essere divisi sulla sicurezza e hanno colto l`occasione per ricompattare l`Occidente, anche se la Gran Bretagna della premier May sta abbandonando l`Unione. Il presidente francese Macron e la cancelliere Merkel sperano anche che un Occidente più unito potrà moderare Trump (specie dopo le nomine dei falchi Bolton e Pompeo in posti chiave dell`amministrazione) sulla questione dell`accordo sul nucleare iraniano. Rispetto ai tempi della Guerra fredda, ci sono tante diversità. Manca vistosamente all`appello occidentale la Turchia di Erdogan, che ha il secondo esercito della Nato, ma ormai gioca una politica propria in Medio Oriente e con la Russia. Riguardo agli schieramenti di prima dell"89, c`è da notare la solidarietà con l`Oc- cidente da parte dei Paesi europei dell`Est, compresa l`Ucraina, un tempo comunisti. Tanto è cambiato dalla Guerra fredda, anche se alcuni scenari sono simili. Oggi il mondo non è più sotto il controllo di due grandi imperi, ma multipolare e imprevedibile. Forse per questo le crisi sono più pericolose. I giganti asiatici sono protagonisti decisivi; tanti Paesi giocano per conto loro secondo l'interesse nazionale.
Non si deve avere nostalgia della Guerra fredda, ma ci sono nuovi pericoli. Il linguaggio aggressivo della diplomazia internazionale, le scelte unilaterali di alcuni Paesi, l`incapacità - come in Siria - a chiudere i conflitti con un`intesa e tante incognite spingono alla cautela. L`orizzonte è pesante. E, con gli attuali armamenti, non si scherza con le guerre.