giovedì 21 dicembre 2017

Natale: la festa dei valori condivisi da tutti

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Il Natale è la festa popolare degli italiani per eccellenza. È un tempo prezioso in un paese frammentato dalla solitudine di troppi e dalla rabbia di chi si sente tradito dalla vita. Ma anche, il 25 dicembre mantiene una radice cristiana nel ricordarci che la società va resa più umana
Il Natale è la grande festa "popolare" italiana, condivisa e partecipata nei più svariati modi, che ha contagiato tanti, ben al di là del mondo cristiano. Lo si vede nell'aspetto delle città, con le strade adornate, gli alberi di Natale, la tradizione dei regali. Lo scambio dei doni, nonostante l'input consumista, ha il valore di impreziosire le nostre relazioni personali e di dire agli altri quanto teniamo a loro. E anche il rito degli auguri esprime la memoria di chi non si frequenta ma vuol ricordare un legame. Il Natale è festa della famiglia che si raccoglie e fa spazio, almeno un pò, ai bambini e alla loro gioia. Sì, il Natale è soprattutto festa dei bambini e, talvolta, di adulti che si ricordano di essere stati tali. È anche festa in cui si compiono gesti di gratuità verso chi ha bisogno. Personalmente ho in mente i pranzi di Natale con i poveri: espressione festosa di una solidarietà che dura un anno. 
 Il Natale si collega alla gioia: quella di incontrare, dare e ricevere. C`è un'evidente radice cristiana in questa festa, che molti sentono ancora viva e garanzia di una vita più umana: per altri è una tradizione connessa alla nostra umanità. Alcuni criticano lo spegnimento del riferimento religioso: la nascita di Gesù. Altri vedono nella secolarizzazione del Natale la vittoria del consumismo. Sarà vero, ma il Natale italiano è importante e particolare. Innanzitutto c'è una sincronia: uno stesso giorno di festa per tutti. Una parte degli italiani è abituata alle feste quando vuole e può, mentre un`altra purtroppo è costretta a una vita impoverita. Ma il 25 dicembre viene per tutti. È una festa che, nelle forme più diverse, ha ancora un timbro evangelico e cristiano. Un fatto di cultura e religiosità popolare. Rinvia al presepe e al Bambinello, di cui si sottolinea la fragilità. L'umanesimo italiano trova, nel Natale, la sua festa di popolo. Non si tratta di esaltare le nostre tradizioni, bensì di mettere in luce come ci siano sentimenti e valori condivisi dalla nostra gente con immediatezza e semplicità. È qualcosa di prezioso in una società frammentata, caratterizzata dalla solitudine di troppi, dalla rabbia di chi si sente espropriato della vita. Talvolta restiamo sconcertati dalla forza dell'odio che s`incontra nella nostra società. Sentiamo che va umanizzata e riunificata. Il Natale può apparire un interludio, ma ha un messaggio profondo con cui fare i conti. Francesco d`Assisi chiamò la gente di Greccio a radunarsi attorno al presepe per venerare quel Bambino. Dai più deboli riparte l'unità della gente. Quel Bambino ha fatto della gratuità il cuore della vita e ha detto: «C`è più gioia nel dare che nel ricevere». La desertificazione di tanti ambienti e di tanti sentimenti fa scoprire, oggi ancor di più, il valore di questo Natale.

martedì 19 dicembre 2017

Si parla di Chiesa, Pace, Preghiera, nell'intervista a Monica Mondo

In alcuni passaggi della bella intervista di Monica Mondo, andata in onda su TV2000, Andrea Riccardi parla di Chiesa, di pace, di Mozambico

Chiesa e pace: "Le Nazioni Unite hanno tanti problemi ma rappresentano l'idea che c'è un destino unitario del mondo. La Chiesa è un'internazionale, una globalizzazione ante litteram. La Chiesa ha nei suoi cromosomi un messaggio di pace. Casa di fratelli differenti. Lo diceva Germaine Tillon: tutti parenti, tutti differenti"

Pace in Mozambico "E' un caso rivelatore di come una comunità cristiana abbia una forza di pace. Ed è un casounico perchè dopo l'accordo non ci sono state vendette. Perchè il popolo voleva la pace. La uerra è la madre di tutte le povertà."

La Comunità di Sant'Egidio: "La definirei una comunità cristiana che nel mondo è un soggetto profetico, di vita cristiana di solidarietà e mi piace dire anche soggetto di pace sullo scenario internazionale. Aiutare i deboli significa lavorare per la pace."

Preghiera: "E' la prima opera. La fede e la preghiera ci liberano dall'autoreferenzialità e dal senso dell'impossibile".

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lunedì 18 dicembre 2017

In nome della pace e dell'accoglienza con giovani e migranti a Ozieri

andrea riccardi marcia della pace ozieri sardegna
Migliaia di giovani provenienti da tutta la Sardegna hanno invaso Ozieri sabato 16 dicembre per la 31ma Marcia della Pace, dedicata quest'anno ai temi dell'accoglienza e dell'integrazione.
Insieme ai sindaci dei Comuni dell'isola, alcuni ospiti d'onore: monsignor Angelo Becciu, segretario per gli Affari generali della segreteria di Stato in Vaticano, Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo, rispettivamente fondatore e presidente della Comunità di Sant'Egidio.
Alla conclusione della marcia, hanno rivolto il loro messaggio ai partecipanti - associazioni di volontariato sarde, studenti e tantissimi migranti che hanno trovato ospitalità in Sardegna.

La notizia sull'ANSA 

giovedì 14 dicembre 2017

Gerusalemme. La mossa di Trump travolge la pace

Con l'avvicinamento fra Israele e Arabia Saudita, la speranza era che si trovasse un'intesa fra israeliani e palestinesi. La decisione di Trump riapre la protesta palestinese. Ma bisogna evitare, ha ammonito papa Francesco, di aggiungere nuovi elementi di tensione.
Il commento di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Gerusalemme - la mossa di Trump travolge la pace - Andrea Riccardi
Tra Israele e i palestinesi si è riacceso lo scontro. Causa della tensione è lo spostamento dell'ambasciata americana a Gerusalemme, deciso dal presidente Trump. Il che comporta il pieno riconoscimento di Gerusalemme come capitale d'Israele da parte degli Stati Uniti, a differenza della maggior parte degli Stati - tra cui gli europei - che sono certo in rapporti diplomatici con lo Stato ebraico, ma mantengono le ambasciate a Tel Aviv. Israele controlla Gerusalemme dal 1967, a seguito della Guerra dei sei giorni, e l'ha dichiarata «capitale eterna e indivisibile» dello Stato. Allo stesso tempo, la città è rivendicata dai palestinesi, almeno nella parte orientale, come propria capitale: è, per i musulmani, Al Quds, la Santa. La città, che ha registrato un notevole incremento di popolazione ebraica nell'ultimo mezzo secolo, rappresenta una questione quasi irrisolvibile nei negoziati tra israeliani e palestinesi. Il mutamento della posizione americana riapre la protesta palestinese che si è fatta sentire duramente, con manifestazioni e violenze. Due missili sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza su Israele, che ha risposto con la sua aviazione. Sono cominciate proteste nel mondo arabo e musulmano, manifestazioni anche in Asia. La speranza, con l'avvicinamento tra Israele e l'Arabia Saudita del principe "riformatore" Bin Salman, era che si potesse trovare una qualche intesa tra israeliani e palestinesi. È stata diffusa anche la notizia di una visita segreta di Bin Salman in Israele per incontrare il premier Netanyahu. Oggi, l'Arabia Saudita e i Paesi arabi criticano il gesto americano e Israele. Il presidente turco Erdogan ha invitato i 57 Paesi dell'Organizzazione della cooperazione islamica a Istanbul il 13 dicembre per un vertice straordinario. La solidarietà ai palestinesi non sanerà però il conflitto tra sciiti e sunniti (che si era sovrapposto alla questione palestinese, finendo per oscurarla almeno in parte). Non si capisce la portata diplomatica del gesto di Trump, se non in chiave di politica interna, come l'adempimento di una promessa elettorale. In realtà il conflitto tra israeliani e palestinesi ha ormai settant'anni: questa situazione, prolungata e drammatica, è stata all'origine di tante sofferenze. Non la si può accettare come fatto normale e irresolubile. Papa Francesco, dopo aver ribadito la necessità di preservare lo status quo di Gerusalemme (città santa per ebrei, cristiani e musulmani con una vocazione peculiare alla pace), ha affermato: «Prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti». È una visione saggia in un quadro così complesso: bisogna smorzare tutti gli elementi di tensione e spianare la via all'incontro.

giovedì 7 dicembre 2017

E ora l'Europa si accorge dell'Africa: il vertice di Abidjan

Investire sui giovani africani per un avvenire duraturo, per una crescita economica comune di Africa e Europa: il vertice di Abidjan tra Unione Africana e Unione Europea può rappresentare un'inversione di politica. In un editoriale su Famiglia Cristiana Andrea Riccardi spiega il perché.


Da Abidjan, in Costa d'Avorio, viene una buona notizia. Qui si è radunato dal 29 al 30 novembre il summit tra Unione Europea e Unione Africana su "Investire sui giovani per un avvenire duraturo". Non un convegno di studio, ma l'incontro di ottanta leader europei e africani. Si è trattato soprattutto di giovani africani, che sono la metà del continente. Questi troppo spesso lasciano la loro terra, divenuta matrigna. I motivi sono molteplici: guerre, violenza diffusa, crisi ecologica, desertificazione, ma anche fame di futuro e voglia di lavoro. Non credono più nei loro Paesi. Disperazione e speranza, allo stesso tempo, spingono i giovani africani verso l'Europa: rischiano la vita, cadono in mano di mafiosi che li trasportano per terra e per mare, finiscono prigionieri di banditi, talvolta venduti come schiavi (lo abbiamo visto in Libia).

C'è il problema di interrompere questi viaggi tragici. D'altra parte il problema dei governi europei è fermare l'immigrazione. Non basta però alzare muri. Anche i governi africani si stanno finalmente rendendo conto che non possono abbandonare i loro concittadini a una triste sorte, mentre finora sono stati fortemente indifferenti.

Bisogna sviluppare opportunità di lavoro in Africa. I giovani africani cominciano ad associarsi a questo processo: start-up, imprese, lavoro sono tematiche da loro trattate parallelamente al summit di Abidjan. Qui si è vista una rete di giovani di vari Paesi africani in movimento, all'insegna di un futuro migliore. Il trattamento dei migranti africani in Libia è stato il detonatore che ha determinato una reazione: «L'immigrazione clandestina è un suicidio», è stato lo slogan della manifestazione giovanile ad Abidjan, alla vigilia dell'apertura del summit euro-africano. Le società civili africane, talvolta compresse da regimi autoritari o umiliate dalla corruzione, si fanno sentire e vogliono partecipare attivamente al rinnovamento.

Il vertice di Abidjan può rappresentare un'inversione di politica. L'Unione Europea si impegnerà con un cospicuo piano d'investimenti nell'ottica di lavorare con gli africani, cogliendo le opportunità economiche del continente. Soprattutto bisogna creare lavoro per i giovani. Non si tratta di aiuti, talvolta deviati in percorsi di corruzione, ma della possibilità di una crescita economica insieme. Il premier Gentiloni ha coinvolto quattro Paesi dell'Europa dell'Est, mostrando come l'Africa sia interesse comune del continente, perché - ha affermato - non è possibile che intervengano in Africa solo Unione Europea, Italia e Germania. Ha poi concluso concretamente: «Bisogna rimboccarsi le maniche e mettere mano anche al portafoglio».

venerdì 1 dicembre 2017

Siria: 400mila morti vittime del cinismo

Un Paese distrutto e umiliato, campo di battaglia per gli interessi delle grandi potenze

Che succede in Siria, dopo sei anni di guerra civile, che ha straziato un popolo di diciotto milioni e mezzo di persone? L'opinione pubblica, distratta, capisce a fatica quanto sta avvenendo in quel Paese. Il presidente del regime Assad, appoggiato dall'asse sciita (hezbollah libanesi e iraniani), ha mantenuto il controllo sulla Siria "utile": le grandi città sono nelle sue mani. Assad, qualche giorno fa, è volato in Russia, a Sochi, per incontrare il presidente Putin, che ha sempre sostenuto l'alleato siriano: si apre una road map che dovrebbe portare al dialogo e all'integrazione delle parti in lotta. È seguito un vertice fra i tre vincitori della partita: Putin, il presidente turco Erdogan e l'iraniano Rohani.
Cent'anni dopo gli accordi franco-britannici Sykes-Picot del 1917, che decisero l'assetto del Medio Oriente dopo la caduta dell'Impero ottomano, il gioco è passato nelle mani di Russia, Iran e Turchia. Trump, da lontano, sembra concordare. L'Europa è assente. L'Arabia Saudita incassa la sconfitta e riapre una conflittualità contro gli sciiti in Libano (Paese a rischio, con le dimissioni del premier Hariri rientrate dopo l`intervento di Macron). Si dovrebbe cominciare a trattare in un congresso formato da Governo, opposizioni, società civile, per costruire il futuro politico della Siria. È caduta la precondizione da parte dei combattenti anti-Assad: le dimissioni del presidente.
In Siria si combatte ancora, almeno in parte. Attorno a Idlib si concentrano gli oppositori con una prevalenza di estremisti; intorno a Damasco c`è un'area controllata dai radicali e la popolazione ha gravi problemi umanitari. A Sud, le opposizioni controllano alcuni territori. Resta forte l'esercito curdo, determinante nella sconfitta di Daesh: controlla Rojava, regione a Nord. Riuscirà ad affermare l'autonomia dopo tanta lotta o si piegherà agli interessi siriani? Erdogan è ostile all'autonomia dei curdi perché alleati del Pkk, il loro movimento armato in Turchia. Abbiamo visto come l'indipendenza del Kurdistan sia fallita in Iraq: che sarà di Rojava in Siria?
Una guerra per niente? Sì, una guerra per finire ancora con Assad al potere, colui che ha usato i gas contro il suo popolo. Una guerra nel cui contesto s'è affermato Daesh con il crudele Stato islamico (ora battuto). Soprattutto una guerra che ha ucciso 400 mila siriani e ne ha costretti cinque milioni a lasciare la patria. Una guerra per niente. Niente è più come prima in Siria, divenuta un campo di battaglia tra potenze e influenze, dove indifferenza e cinismo si sono intrecciati in modo tragico. Domenico Quirico, il giornalista sequestrato in Siria nel 2013, ha scritto un drammatico libro, Succede ad Aleppo, dal nome della città simbolo della Siria del vivere insieme, distrutta, umiliata, bombardata. Il popolo siriano è ormai segnato: «Tutti, giovani e vecchi, uomini e donne», egli scrive, «si trascinano dietro la paura come lo sporco attaccato alle scarpe».

sabato 25 novembre 2017

'Passare dall'italnostalgia all'italsimpatia'. Come l'Italia può coniugare cultura umanistica e sviluppo

Un'articolo di Antonella Baccaro sul Corriere della Sera del 25 novembre richiama i punti salienti di un incontro tenutosi alla Società Dante Alighieri dal titolo Italofonia, Italsimpatia: dal Brand alla lingua in cui il presidente Andrea Riccardi ha proposto un legame più consistente tra mondo delle imprese e cultura, come via per il rilancio del Paese.
Ne riportiamo alcuni passaggi: 

Possono le imprese italiane che portano il made in Italy in tutto il mondo farsi veicolo di diffusione della nostra lingua? La Società Dante Alighieri, presieduta da Andrea Riccardi, il cui scopo è proprio tutelare e diffondere la nostra cultura a partire dal linguaggio, rompe il tabù tutto italiano che separa la cultura umanistica da quella d`impresa e lancia la sua sfida. A raccoglierla ieri, oltre ai rappresentanti dell'imprenditoria, a partire dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, anche il governo, rappresentato dal premier Paolo Gentiloni, dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e dal viceministro degli Esteri, Mario Giro. Proprio dal governo è arrivato un appoggio pieno e consistente alla missione della «Dante Alighieri»: «Dal piano straordinario del made in Italy - ha detto Calenda - siamo pronti a mettere 2 milioni di euro». Per il ministro «solo una cultura come la nostra, diffondendosi, riuscirà a coniugare l`innovazione e l`umanesimo. In caso contrario il rischio sarà quello di generare un rifiuto della modernità». «C'è una domanda crescente di italiano e italianità. Rispetto a questo - ha spiegato Riccardi - abbiamo constatato i nostri limiti, che stanno nel modo introverso in cui l`Italia ha affrontato la globalizzazione, credendo che il problema fosse politico-istituzionale e dovesse restare dentro i nostri confini». (...)
La situazione, a parere del presidente della «Dante Alighieri», non è irrecuperabile: «Dobbiamo passare dall`Italnostalgia all`Italsimpatia, cioè creare una rete di simpatia intorno alla nostra identità». Ha esortato Gentiloni: «Partiamo da noi, abbiamo meno Italsimpatia in Italia che altrove nel mondo. Siamo un Paese che non si vuole bene a sufficienza. Un vero peccato».

giovedì 23 novembre 2017

Il caso di Ostia: nel vuoto sociale si insinua la mafia

Ostia nei giorni scorsi è stata al centro dei riflettori dell'opinione pubblica per le elezioni amministrative e per tristi fatti di cronaca.
In questo articolo su Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi getta uno sguardo sul tema delle periferie e sul bisogno di ripartire da esse per creare un nuovo tessuto umano.

Ostia non è solo il mare di Roma, ma rappresenta una storia emblematica per le periferie italiane. È una periferia di Roma: 230 mila abitanti in tutto il Municipio, grande dormitorio per i romani che lavorano nella capitale, con serie sacche di emarginazione ma anche con tante risorse. È la tredicesima città italiana, anche perché Ostia è distante dalla capitale, separata da una campagna intramezzata da zone residenziali, quartieri, borgate. La questione grave - comune a tante periferie - è la rarefazione del tessuto sociale. E nel vuoto che si crea, s'installano le mafie. Tanto che, due anni e mezzo fa, il Municipio di Ostia era stato sciolto per infiltrazione mafiosa e commissariato. La gente è sola nella vita quotidiana. Impressiona il successo elettorale di Casa Pound, un movimento di estrema destra che ha svolto un lavoro di rete sociale e assistenziale: alla prima votazione ha preso il 9% dei voti.

Il risultato mostra quanto una presenza di aiuto e in mezzo alla gente paghi. Il Pd, in quell'occasione, aveva raggranellato un modesto 13,6%. Domenica scorsa, al ballottaggio, ha vinto la candidata dei Cinque Stelle contro quella del Centrodestra. Ma il fatto significativo è che l'affluenza alle urne ha toccato un modesto 33%. Solo un cittadino su tre è andato a votare. Così non si sconfiggono i clan mafiosi e si toglie legittimità alla nuova amministrazione. Ostia è l'emblema della crisi della politica in periferia. La gente non si sente rappresentata. Non spera più in un cambiamento. La rassegnazione è il sentimento che domina. Bisogna sopravvivere o al massimo trovare una soluzione per sé. Le reti sociali si sono dissolte. Le sezioni dei partiti sono un'ombra del passato. La socialità e la vita comunitaria scarseggiano. Le stesse parrocchie - la presenza di gran lunga più forte - sono in affanno. Il problema di Ostia è comune a tantissime periferie italiane. Una vera emergenza nazionale. C'è bisogno di un investimento maggiore. Le scuole sono l'unica istituzione di socializzazione, oltre che di educazione. Ma non bastano. Deve rinascere una vera passione civile per lavorare in mezzo alla gente: far incontrare, accompagnare, aiutare, integrare, comunicare speranze e obiettivi comuni.

Un lavoro anche volontario. A Ostia ci sono molte risorse umane, spesso isolate. Del resto l'intera città deve guardare alle periferie e dislocarsi con slancio su quella che è la frontiera del futuro. Questo toglierà spazio alle mafie, perché renderà più consistente il tessuto sociale. Ci vuole una rinascita di passione civile, senza cui non c'è futuro. È una delle sfide principali delle nostre città: "rammendare" il tessuto umano delle periferie. Così rinascerà anche la politica, da un nuovo movimento della società.

giovedì 16 novembre 2017

Dobbiamo sostenere i cristiani d'Oriente, serve un movimento di solidarietà ecumenica

In Siria, Iraq e Libano, dopo le dimissioni del primo ministro, la situazione è drammatica: un mondo sta finendo. Gli appartenenti alla diverse Chiese chiedono se ci sarà un futuro per le loro terre. Andrea Riccardi chiede di dare vita a un movimento di solidarietà ecumenica.

II primo ministro libanese Saad Hariri si è clamorosamente dimesso mentre stava in Arabia Saudita e non è più tornato in patria. Si sospetta che sia ostaggio dei sauditi. Le sue dimissioni (è un musulmano sunnita, figlio di Rafik Hariri, politico e magnate libanese, ucciso dai siriani) mostrano l'innalzamento del livello di scontro tra sanniti e sciiti in Libano. Il conflitto tra le due maggiori componenti dell'islam riguarda l'intero Medio Oriente: dallo Yemen, sconvolto dalla guerra, all'Iraq e alla Siria. Il Libano, che ha conosciuto una lunghissima guerra civile tra il 1975 e il 1990 e poi nel 2006, è decisivo per la presenza cristiana nel mondo arabo. Lì vive la grande comunità cattolica maronita, ma hanno anche sede vari patriarcati e istituzioni dei cristiani mediorientali. Soprattutto, c`è libertà d'opinione, a lungo negata nei Paesi arabi. Infatti il Libano fu creato, dopo la Prima guerra mondiale, per realizzare uno Stato dove i cristiani fossero maggioritari, tanto che il presidente della Repubblica è, per accordo non scritto, sempre un cristiano maronita (il primo ministro è invece un musulmano sunnita). Dal 1932, però, non si fanno censimenti: i cristiani sono stati superati come numero dai musulmani, divenuti - sembra - il 60% della popolazione. Un conflitto in Libano tra sanniti e sciiti metterebbe in crisi questo "baluardo" della presenza cristiana nel mondo arabo, oltre a rappresentare una tragedia per il Paese. Del resto i cristiani stanno abbandonando tutto il Medio Oriente in questi primi due decenni del XXI secolo. In Siria, dentro una terribile guerra che dura dal 2011, la popolazione cristiana si è almeno dimezzata e rappresenta un milione di persone. Ad Aleppo i cristiani sono un terzo di prima dell'assedio. In Iraq la situazione è drammatica: i cristiani erano 1,3 milioni e ora sono meno di 300 mila, in buona parte profughi in Kurdistan. Hanno subìto la violenza di Daesh. Tutti gli appartenenti alle diverse Chiese si chiedono se ci sarà un futuro in quelle terre per loro. Hanno resistito coraggiosamente negli ultimi anni, dopo secoli duri; ma ora sembrano giunti a un punto limite. Ci sono interventi delle organizzazioni della Chiesa in loro aiuto. Il problema è però drammatico: un mondo di fede e cultura, durato quasi venti secoli nelle terre d'origine del cristianesimo, sta finendo. Non è allora necessario, da parte dei cristiani del mondo, concentrare più attenzione ed energie su questa storia dolorosa? Non riguarda solo i cristiani della regione, ma il cristianesimo universale. Nessuna Chiesa, specie le fragili comunità orientali, può affrontare problemi così grandi da sola. Ci vorrebbero nuovi gesti e nuovi impegni: i primati delle Chiese cristiane potrebbero riunirsi, risvegliare i cristiani del mondo, lanciare un movimento di solidarietà ecumenica.

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 Andrea Riccardi - Corriere.it

giovedì 9 novembre 2017

Somalia: bombe, povertà e oblio

In questo articolo di Famiglia cristiana, Andrea Riccardi torna a parlare di terrorismo, in particolare della situazione della Somalia. In ottobre, a Mogadiscio, sono morte centinaia di persone. Ma nessuno ne parla.

Il terribile attentato a New York mostra come i "lupi solitari", radicalizzatisi sulla Rete, siano un costante pericolo. Daesh, così come più propriamente viene chiamato l'Isis, sconfitto nell'ambizione di creare uno Stato islamico in Medio Oriente, si rilancia con il terrorismo internazionale. Controlla organizzazioni radicali come in Libia o altri Paesi africani, ma stimola anche gente isolata a uccidere.

La guerra islamista non è solo contro l'Occidente, nonostante gli attentati a Barcellona e New York. Questi eventi hanno forte risonanza. Ci colpiscono perché conosciamo i luoghi. Il terrorismo agisce, però, in ogni parte del mondo, anche con logiche locali. In Afghanistan è uno strumento di lotta politica. In Burkina Faso quest'estate gli islamisti hanno colpito un ristorante della capitale, provocando dieci morti. In questo quadro preoccupante, spicca però, anche per il numero di morti (ben 358), il terribile attentato a Mogadiscio il 14 ottobre scorso. Un funzionario del Paese l'ha definito l’11 settembre della Somalia.

Due camion bomba hanno colpito il quartiere commerciale di Mogadiscio, una città di quasi tre milioni di abitanti. Hanno fatto strage di venditori ambulanti che affollavano la zona. Tra i caduti, quindici bambini. L'evento tragico non ha avuto l'eco che meritava. La Somalia sembra lontana e condannata al caos. Il 28 ottobre, un altro attentato con tredici morti sempre a Mogadiscio. La Somalia interessa poco l'opinione mondiale, perché considerata uno Stato fallito, una terra "perduta".

È una sensazione che ci portiamo dietro da molti anni, da quel 1993 in cui fallì l'operazione Restore Hope, voluta dagli americani. In realtà, tra tanta violenza, la storia è continuata in Somalia e qualche speranza si è accesa. Gli americani lottano contro i terroristi. C'è stata una visita dei vertici militari Usa, prima del primo attacco terroristico. Gli attentati sono attribuiti ad Al Shabaab, l'organizzazione jihadista che così risponde alla campagna antiterrorista. Oggi, in Somalia, si svolge anche un serio conflitto politico. Il presidente Farmajo, in carica da febbraio, non ha seguito i sauditi e gli Emirati nell'isolare il Qatar. Il che non è gradito a Riyad e viene contestato in Somalia.

Inoltre nel Paese c'è una forte presenza della Turchia con aiuti e una base militare. Nel 2011 Erdogan visitò Mogadiscio. La Somalia non è terra di nessuno, ma una regione dove si combattono influenze varie a fronte di istituzioni fragili. Qui, da tempo, combatte il terrorismo di Al Shabaab. Tanti somali però hanno lasciato il Paese. Sono ovunque. Se ne trovano molti a Dadaad, in Kenya, vicino alla frontiera somala, nel più grande campo di rifugiati: 300 mila persone. Chi resta in patria è stremato e aspira solo alla pace.

giovedì 2 novembre 2017

Pena di morte: orrore e ingiustizia

Con tutto il suo orrore e la sua insita ingiustizia, la pena di morte non può mai avere giustificazioni, né politiche, né giuridiche, né religiose. Su questo anche l'insegnamento tradizionale della Chiesa sta cambiando. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana, partendo dal dramma di Ahmadreza Djalali, ricercatore e medico condannato a morte in Iran.

Ahmadreza Djalali, ricercatore e medico iraniano di 45 anni, esperto in medicina d'emergenza, è stato condannato a morte nel suo Paese con l'accusa di spionaggio. Il processo, cui è seguita la condanna, è avvenuto senza garanzie, mentre l'imputato ha conosciuto terribili condizioni di carcerazione. Molti, in Europa, tra cui tanti che l'hanno stimato nell'università italiana, si sono mobilitati per lui. Una così corale testimonianza in favore di Djalali (sono state raccolte 220 mila firme) dovrebbe indurre al ripensamento le autorità iraniane. Lo auspichiamo.

Anche in questo caso, si misurano l'orrore e l'ingiustizia della pena di morte, quando lo Stato si arroga il diritto di decidere sulla vita di un uomo. Purtroppo, la condanna capitale è ammessa in grandi Paesi, come gli Stati Uniti e la Cina, ma anche in molti Paesi musulmani, tra cui Iran, Arabia Saudita e Indonesia, dove è giustificata con la legge islamica. Tuttavia il caso di Ahmadreza Djalali impone nuovamente una riflessione. Davanti alla vita di un uomo, al dramma della sua famiglia, al dolore dei figli, la pena di morte non ha mai giustificazione: né politica, né giuridica, né tantomeno religiosa. In questo senso, la nostra generazione ha capito in profondità qualcosa che le precedenti avevano purtroppo sottovalutato.

Recentemente papa Francesco ha dato voce a questa coscienza: «È in sé stessa contraria al Vangelo». Parole limpide: chiariscono finalmente le ambiguità del Catechismo della Chiesa cattolica che, per l'esigenza di continuità con l'insegnamento tradizionale, aveva mantenuto la possibilità della pena di morte, pur circondandola di cautele e distinguo. Si legge nel Catechismo: «L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude (...) il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile», anche se ormai «i casi in cui si rende necessaria la soppressione del reo sono molto rari se non addirittura praticamente inesistenti». Affermazioni, queste, che non convincevano alla luce del Vangelo.

Francesco ha riconosciuto che la pena di morte è stata accettata passivamente dai cristiani. «Qui», ha detto, «non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l'insegnamento del passato, perché la difesa della dignità della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell'insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole». Il cambiamento è una comprensione più profonda del messaggio cristiano. Papa Giovanni XXIII affermò: «Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio».

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Il blog di Città per la Vita per un mondo senza pena di morte

Cities for Life, la campagna della Comunità di Sant'Egidio contro la pena capitale

martedì 31 ottobre 2017

Invitiamo tutti a fermare la semina del disprezzo che genera violenza


Dopo l'aggressione razzista avvenuta a Roma ai danni di due lavoratori di origine straniera,un bengalese e un egiziano, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio ha voluto esprimere la sua solidarietà con una visita al giovane ferito, ricoverato all'ospedale San Camillo. "Invitiamo tutti a fermare la seminagione del disprezzo che genera odio, che a sua volta porta alla violenza. Ciò che è successo è profondamente ingiusto. I lavoratori stranieri – ha detto Riccardi – sono ospiti del nostro Paese, occorre quindi garantire la loro sicurezza”. 

Il comunicato stampa della Comunità di Sant'Egidio

venerdì 27 ottobre 2017

Ricordando Assisi 1986. Le religioni tornavano protagoniste della storia #27ottobre

Andrea Riccardi, presentando il libro di  Riccardo Burigana "La Pace di Assisi", ripercorre la nascita e la storia dello "Spirito di Assisi".
"Le critiche furono pesantissime... Giovanni Paolo II dovette difendere Assisi. Per lui doveva essere l'inizio di un movimento per la pace che doveva coinvolgere le grandi religioni.
Le religioni tornavano protagoniste della storia".

Per saperne di più :
Andrea Riccardi su Corriere della Sera

giovedì 26 ottobre 2017

Quando il Papa è sotto tiro

Che succede in Vaticano? E' la domanda che molti si fanno di fronte alle critiche rivolte a papa Francesco in alcuni ambienti della Chiesa. In un editoriale su Famiglia Cristiana Andrea Riccardi prova a rispondere a questa domanda.

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha avanzato una seria critica a papa Francesco, pur esplicitando la stima verso di lui per l'impegno con gli emigrati: «Dobbiamo anche parlare della missione originaria del successore di Pietro: occuparsi della dottrina, della verità cattolica». Francesco sarebbe segnato dalla cultura d'origine: «Viene dall'America Latina, una zona con una mentalità molto diversa dalla nostra europea», ha spiegato il cardinale che, a fine giugno, non è stato confermato dal Papa nel suo posto di responsabilità in Curia. La particolare mentalità di Francesco si riflette, secondo Müller, nell'ambiente dei collaboratori. Sono dichiarazioni riportate dalla stampa.

La gente si chiede: che succede in Vaticano? La domanda è legittima. Molto è cambiato nella vita della Chiesa. Francesco, dall'inizio del pontificato, con l'Evangelii gaudium, ha proposto un nuovo orizzonte per la Chiesa: uscire dai quadri abituali e vivere una trasformazione missionaria in mezzo alla società e alla gente. Un sogno ambizioso che si scontra non solo con pigrizie, ma anche con molte resistenze negli ambienti della Chiesa. Qui le differenze d'opinione sono legittime, com'è normale che un forte cambiamento provochi problemi. Avvenne per la recezione del Vaticano II, che portò tra l'altro allo scisma dei tradizionalisti.

Qualcosa colpisce nel governo di Francesco: non ha cambiato gran parte dei collaboratori ereditati da Benedetto XVI. Paolo VI invece mutò i quadri della Curia di Giovanni XXIII, in larga parte ereditati da Pio XII. Anche Giovanni Paolo II cercò collaboratori in linea col suo sentire. Francesco è andato avanti più lentamente, conservando quelli del passato, come Müller. Oggi, forse, sta pensando di creare un governo più omogeneo con la sua visione.


Anche così si spiegano queste reazioni critiche. «Ha una mentalità diversa»: lo dicevano i tradizionalisti di papa Montini. Lo sussurravano i nostalgici contro Giovanni Paolo II, dicendo che era un polacco e non capiva l'Occidente. Lo ripetono in vari Paesi del mondo quanti vogliono circoscrivere il cattolicesimo in modo provinciale a una nazione e a un momento storico.

Che Francesco sia un uomo con la sua mentalità è ovvio, financo banale. Ma è il Papa. E verso il Papa un cardinale ha un obbligo di stretta collaborazione. Anzi, i cardinali giurano obbedienza «alla Santa Apostolica Chiesa Romana, al Beato Pietro nella persona del Sommo Pontefice». A questo punto bisogna ricordare, come esemplare, la figura del cardinale Martini. Egli non condivideva del tutto lo stile di Giovanni Paolo II, né poi le scelte fatte da Benedetto XVI. Ma è restato riservato e silenzioso. Ha avanzato con libertà alcune proposte positive e qualche difficoltà. Niente di personalistico nelle sue reazioni. Resta per noi un esempio di libertà, di senso di unità della Chiesa e di rispetto per il Papa.

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giovedì 19 ottobre 2017

L'Italia fuori dall'Italia. Un intervento alla Fondazione Migrantes

Il 17 ottobre, in occasione della presentazione del Rapporto Italiani nel mondo a cura della Fondazione Migrantes, Andrea Riccardi ha parlato dell'Italia "fuori dall'Italia".
Nel suo intervento spazia dal fenomeno della nuova emigrazione italiana verso l'estero (124.000 persone "uscite" dal nostro paese nel 2016), alla questione delle "identità multiple" nel mondo della globalizzazione.
L'intervento integrale per gentile concessione di Radio Radicale:


lunedì 16 ottobre 2017

Alla Scuola della Pace - non solo un libro, ma una storia con i bambini da Roma alle periferie del mondo

'Alla Scuola della Pace' è un libro, un bel libro, che viene presentato per la prima volta il 17 ottobre a Roma, da Andrea Riccardi, il ministro all'Istruzione Valeria Fedeli, il direttore del quotidiano Avvenire, Marco Tarquinio e la giornalista Maria Novella De Luca.
E' il racconto appassionato di una storia, quella di Sant'Egidio con i bambini, scritto con tante mani: quelle sapienti di Adriana Gulotta, che ne ha curato la stesura, e le migliaia di mani di bambini, ragazzi, ed ex bambini oggi adulti, cresciuti "alla Scuola della Pace" e che oggi ne sono i maestri, gli educatori, in Italia e in tanti angli - spesso difficili - del mondo.
Riportiamo qui alcuni stralci della prefazione scritta da Andrea Riccardi che, come lui stesso racconta, quei passi li ha compiuti da ragazzo, dando vita, nelle baracche sul greto del Tevere, alla prima "Scuola della Pace". 


La Scuola della Pace è un mondo. Un mondo di bambini. Ma è anche una realtà che attraversa tanti mondi. Così s’incontrano e si vedono le realtà più diverse, attraverso gli occhi dei bambini delle Scuole della Pace. Ma bisogna mettersi dalla loro parte e accogliere il loro sguardo. Questo libro è un viaggio in questo mondo dei piccoli. Ripercorre una storia cominciata, ormai cinquant’anni fa, nelle periferie e tra le baracche romane, veri e propri angoli da Terzo Mondo. Lì, agli inizi della Comunità di Sant’Egidio, un gruppo di giovani studenti cominciò a lottare contro l’esclusione di troppi alunni dalla scuola pubblica, come sapeva e come poteva. Rileggo con passione questa storia, perché io ero uno di loro, molti anni fa. Ma trovo oggi, in queste pagine, come questa vicenda sia divenuta l’avventura di tanti, in molti paesi del mondo, con i bambini che vivono nelle situazioni più diverse in quattro continenti. Una storia che merita di essere narrata. 
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Allora, si cominciò a lottare contro il fatto che, a dieci anni o anche meno, il destino dei più piccoli fosse già segnato dall’ambiente emarginato in cui crescevano e dal cattivo o inesistente inserimento nella scuola. Dall’esclusione scolastica e dalla povertà delle origini, nasceva una storia di giovani e adulti marginali, quella dolorosa di tante borgate romane. La loro vita non era una sorpresa né una costruzione personale, ma un destino che si ereditava. Bisognava spezzare questo circolo vizioso e creare un’altra strada rispetto alla fatalità della loro vita. Per questo si potevano fare tante cose, ma soprattutto era necessario aiutarli a leggere e scrivere, inserirli nella scuola, rompere il circuito dell’esclusione. E gli “studenti”, che cominciavano a operare nel mondo delle borgate, sapevano fare questo e imparavano a farlo vivendolo: insegnare la lingua, i primi passi nella cultura, aiutare a entrare nella scuola e a rimanervi.
Erano gli anni in cui si diffondeva Lettera a una professoressa, edita nel 1967 e nata dalla Scuola di Barbiana, voluta da don Milani nella sua povera parrocchia della montagna italiana[1]. Quel libro non ha un unico autore (anche se viene spesso attribuito al priore di Barbiana). L’autore non è un insegnante, ma il volume nasce dalla scrittura di otto ragazzi di quella scuola. La prima parte ha proprio come titolo La Scuola non può bocciare. I primi passi della Scuola della Pace condividevano proprio l’amarezza di una scuola che bocciava, emarginava, allontanava, abbandonava i ragazzi al destino già segnato dall’ambiente familiare. 
La Scuola della Pace, che allora si chiamava “Scuola popolare”, nacque proprio dalla volontà di alcuni “studenti” alle origini di Sant’Egidio: bisognava creare con i ragazzi uno strumento flessibile che riempisse i vuoti della scuola, che aiutasse a non essere emarginati, che talvolta sostituisse la scuola quando i ragazzi non ce la facevano.
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Qualche anno dopo le Scuole popolari divennero Scuole della Pace, mentre l’esperienza si estendeva in altre situazioni del mondo e si entrava in contatto con contesti di violenza e di guerra. Carlos, un bambino mozambicano che aveva visto da vicino la triste storia della guerra in Mozambico (più di un milione di morti e un paese sconvolto), consapevole che Sant’Egidio mediava per la pace nel suo paese, diceva: “Io li conosco bene perché con loro vado a una scuola speciale dove si studia e si impara a essere amici e a fare la pace. Infatti si chiama Escola da paz”. Lentamente il nome si è imposto ed è sembrato il più appropriato: la Scuola della Pace. La storia di queste Scuole è cresciuta con la Comunità di Sant’Egidio in tante parti del mondo: in Europa, Africa, Asia, America del Sud, del Centro e del Nord. Il libro intende narrare questi mondi di bambini in tutte le latitudini.
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E’ anche un viaggio nel mondo tout court, visto però con gli occhi dei bambini, accompagnati dai loro amici più grandi, che si sono fatti vicini (come quei “quattro ragazzi” che cominciarono la scuola a Roma). E si vede che esiste la storia dal basso, non fatta di numeri, ma vissuta e testimoniata da un “popolo” di piccoli. Questa storia è interessante per chi vuole conoscere il mondo in tutte le sue dimensioni. Così la dimensione dell’infanzia risulta una componente decisiva di questa realtà, anzi un indicatore imprescindibile con cui misurare il livello di umanità di una società, di una città o di un ambiente.
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(dalla prefazione di Andrea Riccardi al volume "Alla Scuola della Pace", San Paolo edizioni)  


[1] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze 1967. Si veda anche l’opera completa degli scritti di L. Milani in L. Milani, Tutte le opere, a cura di F. Ruozzo – A. Canfora – V. Oldano,  Milano 2017.