sabato 23 settembre 2017

Migranti e integrazione, valori. Una nuova cultura

L'integrazione è possibile, ma c`è bisogno di un modello che rifugga dalla paura e dalla chiusura, valorizzando le piccole e grandi esperienze positive già presenti e diffuse in tutt'Italia

Le migrazioni sono una delle grandi questioni del XXI secolo. I flussi di popolazioni, che si spostano nel mondo, riguardano ogni anno milioni di persone e toccano tutti i continenti. In Europa, stiamo vivendo solo una parte di quanto accade a livello globale, perché oggi non si emigra solo dal Sud del mondo verso il Nord, ma in ogni direzione. L'Africa è l'esempio di un continente i cui popoli sono in movimento nelle direzioni più varie. L'Italia, nel volgere di mezzo secolo, ha profondamente cambiato la sua posizione: da paese di migranti verso il mondo a paese che si sente assediato dai migranti. Non è un cambiamento da poco. Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento, tanti italiani hanno cercato un futuro fuori dai confini del giovane Regno d'Italia. Siamo stati un paese di emigranti. Questa storia ci ha segnato, con le tante opportunità che ha creato, ma anche con le molte sofferenze di chi si è avventurato lontano, fuori dai confini nazionali. Tanto è stato scritto sulle migrazioni italiane e non è qui il caso di ripercorrerne la bibliografia. Un bel museo delle migrazioni è sorto dal 2004 a Genova, «Galata - Museo del mare», nel porto antico, che testimonia questa storia con testi, immagini, racconti e ricostruzioni, vista con gli occhi di chi partiva dalla città ligure. significativo che il Museo ospiti da qualche anno una sezione particolare, «Memoria e Migrazioni», nella quale si racconta, oltre l'emigrazione italiana via mare del XIX e XX secolo anche la recente immigrazione verso l'Italia. E Genova è il punto di osservazione in cui si colloca il nostro autore, Doriano Saracino. Da paese di emigranti siamo divenuti un paese di immigrazione. Un cambiamento rapido e profondo, cui forse la popolazione italiana non è stata preparata da nessun investimento di tipo culturale o educativo. Una realtà su cui si è fatto fatica a registrarsi, tanto che, a differenza di altri paesi europei, non si è sviluppato un modello italiano d`integrazione. Anche le nostre leggi sull'immigrazione, nelle diverse redazioni di questi ultimi anni, poco tengono conto di una realtà in rapido cambiamento. Ne è testimonianza il ritardo con cui si è arrivati a discutere nel Parlamento della riforma della legge sulla cittadinanza con l'introduzione del cosiddetto ius soli temperato o ius culturae (come mi pare ben più corretto definire), che riconoscerebbe un diritto fondamentale a migliaia di minori (circa 800.000), figli di stranieri lungo-residenti in Italia. E un popolo di piccoli, già pienamente inseriti nella nostra società attraverso la scuola, ma a cui non viene riconosciuta la cittadinanza italiana e che quindi hanno un percorso separato dai loro coetanei fin dall'infanzia.

Giustamente Lucio Caracciolo ha affermato che, a differenza di altri popoli europei, gli italiani non hanno mai attribuito un valore pregante alla loro «cittadinanza» e lo mostrano anche oggi rifiutando un riconoscimento così importante ai figli dei migranti. La presenza ormai più che trentennale di stranieri in Italia dovrebbe invece stimolare nuove riflessioni e aprire nuove strade nel vasto campo dell`integrazione. Purtroppo siamo indietro. A partire dalla percezione del fenomeno da parte degli italiani. Molti studi e inchieste, infatti, mostrano come, nel nostro paese, la percezione degli immigrati sia molto distante dalla realtà, anzi esorbitante rispetto ad essa. Gli italiani conoscono poco gli stranieri che vivono con loro. Credono che i numeri della loro presenza siano molto più elevati, fanno fatica a orientarsi nel loro mondo religioso, sono convinti che i musulmani siano tantissimi, poco sanno del vero impatto economico (così positivo) della loro presenza sull`economia reale del paese.

Proprio in Italia, un paese dalla storia plurale, dalla cultura vivace e vitale, dalla secolare consuetudine all'incontro e al confronto con l'«altro», ci si sarebbe forse potuti aspettare un approccio ben diverso al fenomeno immigrazione. Uno sguardo più aperto e meno impaurito, un porsi intelligente e pragmatico... In un rapporto complesso e che si condiziona reciprocamente, l'opinione pubblica, i media, la politica si sono fatti cogliere impreparati di fronte a dinamiche che avrebbero potuto essere, se non previste, almeno affrontate progressivamente. Tra la fine del Novecento e questo scorcio di inizio millennio, si è spesso scelto di agitare lo spauracchio dell'immigrazione, vuoi per pigrizia mentale, vuoi per mero calcolo elettorale, dipingendo l`arrivo di chi era nato sotto un altro sole come una minaccia all`identità nazionale, come un processo da fermare prima che sia troppo tardi. Insomma una cultura della paura che si sposa a una politica della chiusura. Invece la bruciante tematica delle migrazioni reclama l'allargamento degli orizzonti tradizionali, il superamento di modi d'essere autoreferenziali e talvolta vittimisti. Spesso si è preferito rimuovere questa problematica, sperando che le cose si sistemassero da sole, come tante volte nel nostro millenario itinerario storico. Si temeva inoltre che mettersi a sollevare questioni, a cercare soluzioni, a indicare percorsi, avrebbe significato perdere consenso tra gli elettori. Mi diceva anni fa un politico della sinistra: «Al solo parlare di immigrati, si perdono voti!». Così, però, si è abdicato alla comprensione dei nostri giorni.

Nel cortocircuito tra silenzio e allarmismo si rischia di perdere la possibilità di un discorso serio, razionale, fattivo su un evento di portata mondiale, che sta segnando il nostro secolo. Non mettendo a tema in modo serio e responsabile l`immigrazione, si è mancato di valorizzare quelle piccole e grandi esperienze positive di accoglienza e di inclusione che punteggiano la Penisola e indicano un'integrazione possibile, radicata nel vissuto quotidiano degli italiani. Infatti, personalmente, conosco anche un'altra Italia, che non è quella della paura e della chiusura: è quella che ha accolto, a proprie spese e fattivamente, i rifugiati siriani, giunti nel nostro paese grazie ai corridoi umanitari, aperti dalla Comunità di Sant'Egidio e dai protestanti italiani. Tra le esperienze positive, spicca pure la capacità del sistema formativo, cioè della scuola, di plasmare nuovi italiani. Sì, l'integrazione è possibile. Già ora. Sotto traccia, mentre la rimozione o i toni emergenziali si contendevano gli umori del paese, tanti - giovanissimi, giovani e meno giovani, bambini, adolescenti, adulti - si sono avviati a un incontro costruttivo con la società italiana, con la guida di molti docenti, così intelligenti e sensibili, quanto sottostimati. I'« altro» si è fatto sempre meno differente, meno «altro», e sempre più simile al «noi», peraltro da sempre plurale, della Penisola. Oltre alla scuola si sono sviluppate forme di integrazione ben riuscite nelle famiglie (per il fenomeno delle badanti), in molti luoghi di lavoro, nei servizi alla persona. Molto è stato fatto dal mondo associativo cristiano e laico, dal vasto mondo del volontariato, dai sindacati e da altri soggetti, per favorire una reale integrazione degli stranieri. Generalmente si potrebbe parlare di un modello affidato alla buona volontà e al senso umano delle persone che in tante situazioni ha avuto successo.

Anticipiamo in questa pagina la prefazione di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, al libro di Doriano Saracino "Ringrazio che siamo vivi. Giovani stranieri in carcere" (Jaca Book, pagine 384, euro 20). Un viaggio nelle prigioni con il più alto numero di stranieri per incontrare ragazzi che vivono a metà tra due mondi: un Paese di origine a cui non appartengono più e un`Italia che li ha cambiati più di quanto si aspettavano. Molti sono arrivati come minori non accompagnati, altri sono una seconda generazione mancata, che non ha portato a termine l`integrazione. Nel carcere un passato difficile si intreccia con un presente di coabitazione ricco di sfide. Il libro accosta il tema del carcere a quello degli stranieri, senza cadere in facili schematismi, ma privilegiando l'ottica del reinserimento.

Per gentile concessione del quotidiano Avvenire che ha pubblicato questo testo il 23 settembre 2017

giovedì 21 settembre 2017

Ius culturae senza paura: è il nostro futuro

"Non si tratta di ius soli, ma ius culturae: non concederlo equivale a ghettizzare". In un editoriale su Famiglia Cristiana del 24/09/2017, Andrea Riccardi interviene sul tema della cittadinanza ai minori figli di stranieri che sono nati in Italia o che studiano nel nostro Paese da almeno cinque anni, facendo chiarezza sulla differenza tra Ius soli e Ius culturae

Ci sono problemi sulla strada dell'approvazione della legge per la cittadinanza ai bambini figli di stranieri nati in Italia o qui da lungo tempo. L'hanno chiamato Ius soli. In realtà è il nome dato dagli avversari al provvedimento, che lo considerano un'apertura indiscriminata a stranieri che invaderanno l'Italia.

La stampa e il dibattito politico hanno, erroneamente, accettato di parlare di lus soli. Credo sia corretto, invece, chiamarlo lus culturae, perché riguarda i nati in Italia, figli di stranieri, o quelli arrivati con i genitori prima dei 12 anni: questi possono diventare cittadini dopo aver compiuto con profitto un ciclo di studi di cinque anni o un corso professionale. Gli studi, cioè la cultura, sono un passaggio decisivo per diventare italiani e integrarsi nella società. Si parla anche di Ius soli temperato, che concede la cittadinanza ai nati in Italia o ai figli di genitori con permesso di soggiorno permanente o di lungo periodo. In questa prospettiva, nessuno diventa cittadino italiano solo perché partorito sul suolo della Repubblica. La cittadinanza si acquista identificandosi nell'identità italiana, fin da bambini.

Il problema è semplice: vogliamo riconoscere la cittadinanza ai bambini che crescono con i nostri figli e che pensano il loro futuro nel nostro Paese? Rifiutarla significa volere per loro una vita "separata" dagli italiani. Quindi, una ghettizzazione. Non si capisce perché l'Italia, che ha seri problemi demografici, si debba privare di gente che vive con noi, parla italiano e si pensa qui per sempre. Vuol dire che c'interessano solo le "braccia" dei migranti e non la loro vita. Alcuni affermano che significherebbe l'inizio dell'islamizzazione dell'Italia. Ma più della metà degli "stranieri" sono cristiani, non musulmani. Questo non solo è sbagliato, ma pericoloso.

Si deve invece lavorare sull'integrazione con molta decisione. L'Italia è un Paese con la sua storia e la sua identità: per inserirsi qui è necessario condividerne la cultura e rispettarne le leggi. C'è spazio per chi accetta di condividere la nostra storia e il nostro futuro. C'è bisogno di nuovi italiani. La ripresa economica porrà in breve il problema di nuovi lavoratori. Nonostante l'apporto dei migranti, il numero dei decessi ha superato quello delle nascite, mentre la popolazione invecchia. Bisogna pensare un futuro dell'Italia, in continuità con la sua storia, ma come una nazione "più larga". Il passaggio della cittadinanza ai bambini è decisivo in questa prospettiva. Si deve strapparlo alla strumentalità delle polemiche politiche. Qui si gioca il futuro di tanti bambini. E anche quello del nostro Paese.

sabato 16 settembre 2017

La preghiera può spostare montagne di odio

Nella foto: la cancelliera tedesca Angela Merkel e il fondatore della Comunità di Sant'Egidio Andrea Riccardi all'Incontro "Strade di Pace" che si è tenuto in germania, a Munster, dal 10 al 12 settembre. All'incontro hanno partecipato 400 rappresentanti religiosi e della società civile, che hanno lanciato un forte invito al dialogo per la pace, unica arma contro i conflitti.
per i testi dell'Incontro clicca qui 

L' anno scorso, ad Assisi, si sono incontrati con papa Francesco i leader delle grandi religioni del mondo per ricordare i trent'anni del cammino di pace, dialogo e preghiera, iniziato da Giovanni
Paolo II nel 1986 nella città di san Francesco. Da allora, i leader religiosi si sono ritrovati puntualmente, ogni anno, in questo spirito. Non è poco. In alcune situazioni concrete, hanno lottato contro l'odio vicendevole e il fanatismo. Quest'anno si sono rincontrati a Münster e Osnabrück, in una Germania che celebra i 500 anni della Riforma protestante. L'incontro è stato contrassegnato da una ferma volontà di trovare "Strade di pace": è il titolo del meeting, che ha raccolto esponenti cristiani, ebrei, musulmani e delle religioni asiatiche. 

Tra di essi, il grande imam di al-Azhar, Al Tayyb, che ha affermato con fermezza come l'islam non sostenga la violenza e il terrorismo. Ma anche il patriarca ortodosso della Siria, Giovanni X, il quale ha testimoniato il dolore di un Paese martoriato da una guerra che dura da sei anni. Angela Merkel ha insistito sul valore del dialogo tra le religioni per realizzare un clima d'intesa e di pace. Oggi le religioni hanno una peculiare responsabilità in un mondo dove l'economia si è globalizzata, ma sorgono antiche diffidenze e nuovi muri. Nessuna guerra è santa, ma solo la pace è santa: è stata - per così dire - la "scomunica" delle religioni verso la violenza che ha fatto eco alle parole del Papa, pronunciate durante il viaggio in Colombia. 
Il nostro mondo si sta avviando, troppo inconsapevolmente, su strade di guerra. Basta guardare alla vicenda della Corea del Nord. Misuriamo pienamente le conseguenze di una guerra? Siamo consapevoli che, con così potenti armamenti, i conflitti s'incistano e spesso non si concludono nemmeno con la vittoria di una parte? Dalle religioni è venuto anche un invito a non dimenticare i dolori delle guerre del passato. I leader religiosi hanno ascoltato le testimonianze di varie situazioni: quelle dei rifugiati o di chi fugge la violenza. Ma che possono fare le comunità religiose di fronte a potenti logiche politiche e militari? Innanzitutto, ricordare che il dialogo può aprire "strade di pace". Il mondo ha bisogno di più dialogo. E poi i credenti non disperano, perché sanno che la preghiera è una forza di pace: può spostare montagne di odio e orientare i cuori dei governanti e dei popoli su vie di pace. Dalla Germania, è partito un invito saggio e preoccupato: che si cerchino nuovi cammini di pace con il dialogo! Viene da gente che continua a sperare e crede alla forza della preghiera.
Questo testo è stato pubblicato su Famiglia Cristiana del 18/9/2017

giovedì 7 settembre 2017

Di fronte all'incubo atomico, più 'telefoni rossi' per evitare la guerra.

La crisi coreana ha riportato all'attualità l'incubo della guerra atomica. La Corea del Nord, infatti, secondo fonti del Pentagono, disporrebbe di sessanta testate nucleari e sarebbe pronta a utilizzarle montandole sui missili. In un editoriale per Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi indica ancora una volta nel dialogo la via per evitare un conflitto che assumerebbe dimensioni devastanti per tutta l'umanità.

I1 nostro è un mondo violento. Alla violenza diffusa in tante parti del Pianeta, alla tragedia del terrorismo, si aggiungono i venti di guerra che soffiano in aree di vecchia e nuova tensione. Per la prima volta, da molto, si materializza lo spettro della guerra nucleare: tra la superpotenza statunitense e una dittatura isolata e impenetrabile: la Corea del Nord. Sembrerebbe un confronto senza storia. Eppure potrebbe sfociare in una catastrofe atomica. S'intuisce che il regime di Pyongyang vuol far capire che non arretrerà di fronte a nulla, pur di salvarsi.
Che fare? Forzare? La cronaca di questi giorni mostra, paradossalmente, come la minaccia di guerra sia - da una parte e dall'altra - confessione d'impotenza.
Ma si possono esplorare altre strade. Ci sono la Cina e la Russia, c'è quello che una volta si sarebbe detto il concerto delle nazioni. Consegnarsi alla guerra rende impotenti. La memoria va a un'altra situazione bloccata. La guerra fredda nella fase finale: nuovi missili schierati da una parte e dall'altra, uno stallo foriero dei peggiori scenari. E poi il miracolo. Le aperture di Gorbaciov trent'anni fa, tra i1 1986 e i1 1987, e la scelta di firmare con il presidente Usa Reagan un trattato che poneva fine alla questione degli euromissili (dicembre 1987). Farebbe comodo oggi avere uno o più "telefoni rossi" per chiamare l'altro.
La notizia che papa Francesco ha ricevuto in udienza il presidente dei vescovi coreani, monsignor Hyginus Kim Hee-Jong, e i leader religiosi della Corea del Sud, fa intravedere una prospettiva nuova. Il vescovo ha dichiarato saggiamente: «La riconciliazione attraverso il dialogo è l'arma più sicura per la pace. Non i missili, ma la pace». Si può resistere. Innanzitutto, per chi crede, con la preghiera. Poi con la pratica costante del dialogo e dell'incontro. È quello che si cercherà di fare nell'incontro interreligioso di preghiera per la pace nello "spirito di Assisi": in Germania, a Miinster e Osnabriick, dal lo al 12 settembre. Come Assisi contribuì ne1 1986 ad affrettare la fine della guerra fredda, così questa preghiera di pace nel cuore dell'Europa potrà mostrare come la "debolezza" del dialogo è più efficace e produttiva dell'impotenza delle minacce.

giovedì 31 agosto 2017

Migranti, apriamo gli occhi sull'inferno libico

Venduti, resi schiavi, torturati, vittime di violenze inumane. È la condizione dei profughi.
La loro voce non arriva, le Nazioni Unite stentano a intervenire, ma noi cristiani non possiamo rimanere insensibili.
Un editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 3 settembre 2017

Durante l'estate si è molto discusso di migranti e rifugiati. Un tema centrale nel dibattito politico, talvolta gridato e strumentalizzato. Si sono sentite le ragioni di chi è sensibile al dramma dei "dannati della terra" che vengono dal Sud del mondo. E poi le repliche di chi afferma che l'Italia non è in grado, politicamente ed economicamente, di risolvere i loro problemi. 
Ma - una volta tanto - mettiamo da parte la nostra prospettiva: l'accoglienza in Italia o le scelte del Governo. Facciamo silenzio per ascoltare le voci lontane di quanti sono in Libia, dopo lunghi viaggi nel deserto, dopo aver pagato grandi costi umani oltre che economici. 
Sono voci flebili, raramente recepite dai media. Il quotidiano Le Monde ha pubblicato vari reportage dalla Libia. Il primo ha un titolo che dice tutto: Dans l'enfer libyen ("Nell'inferno libico"). Vittime di violenze sistematiche, di incarcerazioni inumane, di tratta ed estorsioni, i migranti sono un popolo di vessati e umiliati. È la condizione di tanti, passati attraverso le mafie dei viaggi: venduti alle prigioni, utilizzati come mano d'opera forzata, taglieggiati, costretti a telefonare ai familiari lontani e a far udire loro gli urli sotto le percosse per ottenere un riscatto. 
Anni fa, un giovane etiopico, arrivato in Libia e mai riuscito a raggiungere l'Italia, mi disse: «L'unica mia fortuna è che ero un uomo e non mi hanno violentato come le donne. Per il resto mi hanno fatto di tutto». L'85 per cento dei migranti ha subìto in Libia torture o trattamenti degradanti, secondo un'inchiesta di Medici per i diritti umani. Il coraggioso Domenico Quirico, inviato della Stampa, è andato a vedere un centro di detenzione a Tripoli: «Centinaia di volti e corpi seminudi per il calore... stivati l`uno accanto all`altro... corrosi, stremati, spolpati, distorti, bolsi». 
Nel caos libico, popolato di milizie e bande, non c'è sicurezza per l'azione dell'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu e dell'Organizzazione internazionale delle migrazioni, che stentano a intervenire. Diversa è la situazione dei rifugiati in Turchia, sotto controllo di uno Stato organizzato e delle istituzioni internazionali. Non arriva facilmente a noi il grido dei migranti-prigionieri in Libia. Ma qualcuno dovrà ascoltarlo. In Italia e in Europa. Nelle sedi internazionali. Tra gli Stati africani, troppo disinteressati alla sorte dei loro concittadini. Nel mondo. Dovranno aprire gli occhi almeno i cristiani. Come ha detto il cardinale Parolin: i migranti «sono nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono».

giovedì 24 agosto 2017

Strage di Barcellona - Contro il terrore vigiliamo nelle moschee

I terroristi sono giovani spaesati indottrinati da predicatori d'odio. Una considerazione resa sempre più evidente dalla prova dei fatti, su cui si sofferma la riflessione di Andrea Riccardi di questa settimana per Famiglia Cristiana. 
 L'attacco terroristico alla Catalogna ha mostrato, ancora una volta, la follia omicida del terrorismo. Pochi giorni prima, anche la capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, era stata fatta segno di un attentato: hanno colpito un crocevia dell'Africa occidentale, dove convivono cristiani e musulmani. A Barcellona hanno attaccato le Ramblas, spazio di grande densità turistica, con caffè, ritrovi, artisti di strada, che emanano voglia di vivere e spensieratezza. Le hanno trasformate in luogo di morte. E volevano una strage ben più consistente, anche se i morti sono stati tanti. Da dove tanto odio? La domanda viene se si scorrono le biografie degli attentatori: giovani, persino un diciassettenne. Cresciuti in Catalogna con altri ragazzi che li ricordano socievoli. 
Che è successo? Il processo di radicalizzazione islamica è avvenuto in fretta, a causa di un attentatore, un imam adulto con legami oscuri alle spalle. Sono storie che, purtroppo, si ripetono: inducono alcuni a dire che proprio la religione islamica è all'origine dell'odio. Gran parte dei musulmani rifiutano l'accusa. Hanno manifestato, anche a Barcellona, la solidarietà con le vittime e il ripudio della violenza. L'islamismo radicale, però, è un'ideologia che attrae giovani spaesati, soprattutto di origine musulmana, ma anche non musulmani (sono tra i foreign fighters): tutti attratti da una visione apocalittica e settaria. Il grande problema oggi è la vigilanza nelle moschee, di fronte ai predicatori radicali che indottrinano giovani o inquieti. La vigilanza riguarda l'intelligence e la polizia, ma anche i musulmani e le comunità locali. 
Daesh ha rivendicato l'attentato. È un sistema facile. Non sono inviati emissari dal Medio Oriente, ma agiscono gruppi autonomi, praticamente un terrorismo in franchising per Daesh. Gli atti terroristici amplificano la propaganda che corre per il Web. Quanto durerà questa battaglia di morte? Forse dovremo soffrire ancora. Sono positive le reazioni musulmane e dell'intera società civile. A Barcellona e in Spagna ci sono stati episodi molto belli e commoventi. Tuttavia la reazione deve diventare qualcosa di permanente. Le città e le periferie devono essere meno anonime, abitate dalla solidarietà della gente. Se pochi possono fare tanto male, la maggioranza potrà impedirlo e fermare un odio immotivato quanto violento.
No tinc por: non ho paura. La grande manifestazione di pace


«LA PACE AMICA DELLA VITA» In tanti si sono recati in preghiera sul luogo della strage. «La pace è la migliore amica della vita», ha detto l'arcivescovo di Barcellona, il Cardinale Juan José Omelia, durante una celebrazione per le vittime alla Sagrada Familia: «Chiediamo al Signore che ci dia la maniera di essere artigiani di pace».

giovedì 17 agosto 2017

La crisi in Centrafrica. La gente soffre, facciamo presto

Si cerca ancora la pace per la Repubblica Centrafricana, un paese poverissimo dilaniato da una crisi gravissima di cui ancora non si vede la fine, nonostante tanti sforzi e anche tanti passi importanti per la pacificazione. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana di questa settimana, anche in riferimento alle recenti violenze e la strage di cristiani a Gambo. 


Ancora morti nella Repubblica Centrafricana: 50 vittime innocenti nel villaggio di Gambo in una struttura sanitaria. Una strage brutale compiuta da armati afferenti ai Seleka, musulmani che hanno vendicato in modo folle un attacco degli anti-Balaka, milizie di cristiani e animisti, nate per autodifesa. I centrafricani sono ostaggio delle milizie, in conflitto tra loro, che controllano larga parte del territorio. I cristiani sono spesso sotto attacco, come ha denunciato il vescovo di Bangassou Juan José Aguirre. Non è una guerra tra cristiani e musulmani, anche se spesso si colpiscono i fedeli del gruppo avverso. Aguirre, da parte sua, ospita nel compound della cattedrale 2 mila musulmani, da lui salvati dagli anti-Balaka. 
Ogni giorno può succedere di tutto. La gente soffre da troppi anni ed è allo stremo. Un anno fa l'elezione del presidente Touadéra è stato un fatto molto positivo (anche effetto della visita di papa Francesco nel novembre 2015, quando aprì il Giubileo della misericordia a Bangui). 
Ma il Governo non controlla molto territorio fuori dalla capitale: il vero problema è riunificare il Paese, affermare l'autorità dello Stato, dare sicurezza e alleviare la situazione umanitaria. Ma bisogna fare i conti con tanti gruppi armati e con le ingerenze dei Paesi vicini. L'accordo di Roma, firmato il 19 giugno dal Governo centrafricano e da 14 gruppi politico-militari, vuole avviare un processo di pacificazione e disarmo: purtroppo non è un trattato di pace che pone fine alla guerra. Punta a estendere il controllo del Governo sull'intero territorio. Sono stato testimone di alcune discussioni dell'accordo e mi sono reso conto della distanza tra le parti, ma anche della buona volontà. Occorre far passare l'intesa ai gruppi sul terreno, talvolta legati a interessi economici o minerari. Ci sono pure mercenari stranieri. È necessario un processo lungo. Un mese fa è stato nominato un comitato di attuazione per concretizzare l`accordo sul terreno. Come affermano l'Onu e l'Unione africana, è l'unica via per portare pace. Il Paese è in una grave situazione di decomposizione. In molte regioni la vita umana non vale niente. È uno degli Stati più poveri del mondo, nonostante le ingenti ricchezze minerarie, preda dei gruppi armati. La gente soffre e bisogna fare presto. Si deve favorire un'intesa tra i vari gruppi centroafricani attorno alle fragili, ma esistenti, istituzioni della Repubblica. 
Per capire la crisi nella Repubblica Centroafricana

venerdì 11 agosto 2017

Nell'azione umanitaria la convergenza tra cattolici e laici solidali

L'azione umanitaria, oggi al centro di un aspro dibattito, può essere in realtà, il punto di convergenza tra cattolici e laici solidali. Lo spiega Andrea Riccardi nell'intervista con Francesca Paci apparsa sul quotidiano La Stampa

"La globalizzazione ci ha resi più concentrati su noi stessi, meno attenti agli altri. E' un grave errore perché nel mondo globale siamo più legati. L'autoconcentrazione fa bollare l'azione umanitaria come velleità catto-illuminista ed è un peccato perché la convergenza tra cattolici e laici solidali è quella tra due delle più forti culture europee del 900. Populisti e sovranisti non tengono conto del grande problema di aiutare i vicini a risolvere i loro problemi prima che diventino i nostri. Per questo spero molto in Ghassam Salamé, un arabo che con la sua cultura può farlo». (la versione integrale sul sito www.santegidio.org)

giovedì 10 agosto 2017

L'ultimo regalo di padre Jacques: ricordarci che l'estate è un tempo in cui sentire l'invito di Dio a prendersi cura del mondo

In questo editoriale su Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi ricorda una bellissima espressione di padre Jacques Hamel, l'anziano prete francese ucciso lo scorso anno al termine della messa, che è opportuno rileggere in questo periodo estivo. "L'estate - diceva il sacerdote martire - è un tempo per essere più attenti a chi è solo e in cui sentire l'invito di Dio a prendersi cura del mondo"
Un anno fa è stato ucciso a Rouen, in Francia, padre Jacques Hamel. Era il 26 luglio. La Francia ha sentito l'orrore per l'assassinio di un prete sull'altare. Era indifeso e anziano. L'incredibile fatto ha acceso l'attenzione su di lui. Chi era? Perché appariva così minaccioso ai terroristi? Un bel libro di Jan De Volder, Martire (San Paolo), illustra la sua vita. Un prete che non andava in pensione, nonostante gli 86 anni, in larga parte al servizio della gente in quartieri periferici. Il sacerdozio non ha limiti di età, se è ministero, quindi servizio. Del resto, per i cristiani, vivere per gli altri non finisce con la pensione. Anzi, talvolta, l'età anziana apre nuove opportunità, anche se la nostra società spreca le risorse rappresentate dagli anziani. Padre Jacques, con la sua vita, mostra il senso di un vivere per gli altri, ben lontano dall'eroismo o da un romantico protagonismo. Eppure è morto da martire.
Poco prima di essere ucciso sull`altare a Rouen, l`anziano prete ricordava che le vacanze sono uno spazio di rigenerazione
In questo anniversario mi sono tornate sotto gli occhi le parole che Hamel scriveva il 6 giugno 2016 ai parrocchiani, le ultime prima della morte. Riguardano le vacanze e hanno un senso particolare in questo periodo. Gran lavoratore, padre Jacques sapeva che le vacanze sono utili: «Momento di relax, ma anche di rigenerazione, di incontri, di condivisione, di convivialità». La sua lezione ha un significato anche in questa estate. Per lui le vacanze sono spazio di amicizia, per la famiglia, per incontri, per distaccarsi dalle occupazioni abituali. Ma possono essere pure un momento di crescita spirituale.
Anche questo fa parte del distaccarsi dalle cose di sempre e dalla routinizzazione della vita. E lo spazio della preghiera e per leggere il Vangelo, «come una parola che fa vivere l'oggi». Così dice Hamel con espressioni semplici, levigate da pluriennali frequentazioni di tante persone differenti, di varie generazioni. Ricorda che la natura introduce nel «gran libro della creazione», che parla di Dio. Aggiunge, quasi sommessamente, che l'estate è un tempo per essere più attenti a chi è solo. Padre Jacques propone, per i giorni di vacanza, un impegno di sempre: «Che possiamo... sentire l'invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno». Una bella sintesi da vivere: il sogno del Vangelo, che lui esprime in modo nitido con le parole della gente comune.
D'estate sembra che ci siano meno scuse per sottrarsi. C`è tanto bisogno di pace: «Un migliore vivere insieme». Hamel pensava alle difficoltà in famiglia o nella società e forse anche alla complessa convivenza con alcuni gruppi islamici affacciatisi al suo orizzonte. Chiedeva di pregare. Possiamo sottoscrivere questo messaggio di un anziano prete (che non andava in pensione, ma sapeva il valore delle vacanze) in tutte le espressioni fino all'ultima affettuosa: «Buone vacanze a tutti!». •

giovedì 3 agosto 2017

In Libia l'Europa si gioca il futuro

Un editoriale di Andrea Riccardi fa il punto sulla politica nei contronti della Libia, dopo che la Francia di Macron si è mossa da sola.
In realtà, spiega Riccardi, in Libia si intrecciano tre situazioni drammatiche, diverse ma strettamente intrecciate: la lotta all'ISIS, la questione dei migranti dall'Africa, la capacità dell'Unione Europea di agire senza divisioni.
Nella foto, la stretta di mano tra il premier libico Serraj e il generale Haftar, sotto gli occhi del presidente francese Emmanuel Macron al termine dell'incontro svoltosi nel castello di La Celle Saint Cloud, alle porte di Parigi.

Bene ha fatto Gentiloni a non drammatizzare l'iniziativa di Macron: far incontrare in Francia il premier libico Al Serraj con il generale Haftar. Certo l'Italia avrebbe dovuto esserci, come capofila delle azioni in Libia.
Non importa. Da un atto di diplomazia personale, non poteva emergere molto di nuovo in una situazione così ingarbugliata. Ma ben venga tutto ciò che può creare unità in Libia. Purtroppo Haftar (appoggiato da Egitto ed Emirati, in buoni rapporti con Russia e Francia) ha subito ripreso, dopo la stretta di mano, la sua durezza verso Serraj, invitandolo a tornare a fare l'ingegnere. Questi, che controlla poco territorio ma è riconosciuto dall'Onu, è venuto a Roma. Qui, l'ennesima giravolta: prima la richiesta di navi italiane, poi un passo indietro con roboanti dichiarazioni sulla sovranità libica. Infine il compromesso: le navi italiane sosterranno i libici contro i trafficanti e per salvare i migranti. La vicenda mostra tre situazioni drammatiche; diverse, ma intrecciate tra loro. La prima è una Libia divisa e bellicosa, dove il debole Serraj non crea unità, ma nemmeno l'altero e forte Haftar è la soluzione. C`è l'Isis da respingere. Ci sono forze, clan e tribù abituate al particolarismo. Dietro tanti giochi pericolosi, si vedono i padrini internazionali. C`è poi la seconda drammatica situazione: i migranti. Nei primi sei mesi del 2017 gli sbarchi in Italia sono aumentati del 18% rispetto al 2016. Molto, ma non l`invasione com`è percepita in Italia. Ci si chiede perché arrivino gli ivoriani, i guineani o i senegalesi, provenienti da Paesi in pace. E qui si vede la necessità di responsabilizzare i Governi africani e di una comune politica euro-africana. Il trasporto di gente dal Bangladesh alla Libia mostra la potenza dei mercanti di esseri umani. Molti Paesi europei sognano di chiudere le rotte nel Mediterraneo o in Libia, come nei Balcani. In questa prospettiva l'Italia sarebbe inconcludente o buonista. Ma c`è un enorme problema umanitario. E poi il mare e l'inquieto territorio libico sono differenti dai Balcani. Infine, l'incapacità europea di fare una politica unitaria sulla Libia (e quindi sui migranti che la attraversano). Se l'Europa orientale reagisce con i muri, quella occidentale non ha il coraggio di investire in una politica comune e persegue interessi di breve respiro e molto nazionali. In una "periferia" come la Libia, si gioca tanto del futuro dell'Unione. Solo un'Europa capace di politica comune riuscirà a ricreare le condizioni di uno Stato libico unitario e imporle agli attori interni ed esterni. Altrimenti la Libia resterà terra di nessuno, pericolosamente ricca di petrolio. E sarà una trappola per chi fugge cercando un futuro migliore.

APPROFONDIMENTI 
Gli editoriali di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana >>

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Cosa penso di Libia, migranti, ong e Ius soli. Parla Riccardi (Sant’Egidio)

martedì 1 agosto 2017

Convivere in una società composita. L'intervento di Andrea Riccardi

"Condividere: religioni, conflitti e pace" il titolo della serata che si è svolta a Brescia per il 60° anniversario della Fondazione Tovini, introdotta dai saluti del vescovo Luciano Monari.
L'intervento di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio

È stata l'elegante cornice del salone Vanvitelliano di Palazzo Loggia, ad accogliere lo scorso 8 giugno, Andrea Riccardi, ordinario di Storia contemporanea all`Università Studi Roma Tre, fondatore della Comunità di Sant'Egidio.
L'occasione dell'appuntamento è una relazione che sia costruttiva astata quella della celebrazione dei vendo come punto di partenza il dean siderio di conoscenza e convivenza sesst`anni della fondazione Tovi- Parole. Le parole cardine dell`intervento sono state quindi cultura ni, nata per intuizione di personalità come il Servo di Dio Vittorino e convivenza intesa come la caChizzolini o mons. Angelo Zammar- pacità dell`uomo di fare buon uso denza di Michele Bonetti a consoli chi e che giunge oggi, sotto la presid. elle proprie radici, della propria dare la propria missione educativa , identità, della propria storia. L`in contro ed il dialogo non risultano tesa alla formazione dei giovani ad così come il recedere da quella che una cultura cristiana aperta, anche è la vicenda della propria nazione o grazie allo sguardo di servizio inter della propria religione, significano nazionale proposto, ed alle energie profuse in particolare attraverso la piuttosto avere un patrimonio da poter appunto condividere con l`urealtà dell`accoglienza presso la Fa poter che ci circonda. Eespeenmiglia Universitaria oltre alla prori za del professor Riccardi si muove mozione e al sostegno di iniziative
nel settore editoriale e delle comunicazioni sociali.
Tema "Condividere: religioni, conflitti e pace" è stato il titolo della serata introdotta dai saluti del vescovo di Brescia Luciano Monari, del sindaco della città Emilio Del Bono e del viceprefetto vicario Salvatore Pasquariello. Dopo una riflessione del rettore del seminario di Brescia mons. Gabriele Filippini sulla esperienza laica dì spiritualità della Fondazione Tovini, Andrea Riccardi è entrato nel cuore del tema approfondendo in particolare la situazione della convivenza nella diversità composita della società di riconoscere e sostenere anche posizioni non proprie se capaci dimostrare l`utilità e il bene comune. Risulta evidente che tale approccio dialogico richiede una applicazione ed una disciplina personale scelta e
perseguita. Primo ostacolo alla condivisione dunque è l'appiattimento e la passività culturale. In effetti per la società europea in cui siamo inseriti questo significa poter riscoprire la dimensione delle radici di una cultura che esiste che è millenaria e che è sempre stata accompagnata da un meticciato che fonda e permette la società, di non crollare dentro alle dimensioni di chiusura identitaria. La dimensione religiosa
dierna. Superando quelli che sono gli elementi che suggerirebbero la possibilità di conflitto di civiltà inteso come realtà che va a muovere un fronte contrapposto all`altro, l`ex-ministro ha saputo proporre lo sviluppo di una cultura dell`incontro e del dialogo. Cultura che parte innanzitutto dalla capacità di comprendere l`altro è di entrare dentro
diviene così fonte di scambio e di approfondimento esistenziale, non si sottomette alla radicalizzazione e alla violenza, ma si muove come linguaggio proprio di relazione e anche la riscoperta del patrimonio etico cristiano torna ed essere un tesoro da cui attingere per l`edificazione di una società rinnovata nella giustizia e nella solidarietà
Cultura e convivenza sono le parole cardine per l`uomo che deve fare buon uso delle proprie radici

giovedì 27 luglio 2017

La nuova Africa tra ricatti e riscatto. Non lasciamola sola

In un editoriale su Famiglia Cristiana del 30 luglio Andrea Riccardi ci parla di Africa, della sua storia di sofferenza, di abbandono, ma anche di sviluppo e crescita. Continua questo continente così affascinante a coinvolgerci ancora ai nostri tempi? Scopriamolo insieme.

L'Africa è stata un orizzonte familiare agli europei e agli italiani. Per vari decenni, i missionari l'hanno resa popolare alle nostre popolazioni. L'Africa è stata l'orizzonte dove un'Italia piccola e presuntuosa ha giocato da impero coloniale. Nel 2017, a ottant'anni dalla strage fascista di circa 2.000 persone (monaci, pellegrini, giovani) nel monastero di Debre Libanos in Etiopia, non abbiamo sentito dalle Forze armate parole di rincrescimento né dalla Chiesa italiana espressioni di dolore perché diede un'immagine caricaturale del cristianesimo etiopico, fiancheggiando l'impresa di Mussolini. Ma ci sono stati anche bei tempi con l'indipendenza delle colonie e la nascita di un'Africa libera: gli anni Sessanta e Settanta. La solidarietà, cattolica o laica, nonché la cooperazione dello Stato si sono impegnate per costruire un'Africa migliore.

Ma, in questo XXI secolo, l'Africa ci coinvolge di meno. Lo si spiega con l'insicurezza delle società africane. Con le guerre in cui muoiono tanti africani. Con la corruzione. Eppure, in vari Paesi africani, c'è stato sviluppo. Ci sono ricchezze nelle mani degli africani (165 mila ricchissimi che detengono però il 30% della ricchezza finanziaria del continente fuori da esso). Molti africani competenti. Eppure i poveri sono ancora masse enormi. Lo dicono l'alta mortalità infantile e la bassa aspettativa di vita. Lo mostra la città africana, circondata da baraccopoli di disoccupati. Pure il riscaldamento climatico provoca gravi danni. Dal 2016 è aumentato del 30% il numero delle persone che necessitano di assistenza umanitaria, specie nell'Africa orientale. I giovani emigrano. Le multinazionali invece fanno grandi guadagni ma, spesso, sfuggono alla tassazione.

Secondo un rapporto di Global Justice Now del maggio 2017, il mondo è in credito verso l'Africa, nonostante la posizione debitoria di quasi tutti i suoi Paesi. L'emigrazione nel continente e verso l'Europa mostra un'Africa squilibrata, che soffre. Una nuova attenzione al continente in Europa può creare una solidarietà che ridiscuta una politica predatoria: ci si deve collegare alla gente africana, rafforzare la società e la cultura, spingendo gli Stati del continente a investire nell'economia locale e nella lotta alla povertà. L'Africa non può essere lasciata sola. Non è paternalismo. Ma senso di responsabilità in un mondo globale.

venerdì 21 luglio 2017

Il rinvio dello ius soli è una sconfitta per i cattolici

Ius soli sì, ius soli no, ius culturae, la discussione sulla nuova legge della cittadinanza si è rivelata particolarmente accesa in questi giorni. Il rinvio della legge rappresenta non solo una sconfitta per l'attuale leadership politica, ma anche per tutto il mondo cattolico. Ne parla Andrea Riccardi in un articolo del Corriere della Sera del 21 luglio.

Il rinvio della legge sullo ius soli è una sconfitta non solo per il premier Paolo Gentiloni o per Matteo Renzi, ma anche per la Chiesa, la sua leadership e i soggetti cristiani del Paese. Su questo bisognerebbe riflettere. Ma, prima di addentrarsi nella questione, un'osservazione non solo lessicale: perché parlare di ius soli? La legge non tratta di ius soli com'è invalso dire, ma piuttosto di ius culturae. Riconosce la cittadinanza al bambino che ha seguito cinque anni di scuola o al nato, figlio di straniero se possiede un lungo permesso di soggiorno. Parlare di ius soli amplifica la portata della legge. E' la terminologia inappropriata imposta dagli oppositori nel dibattito.

Al di là di questa precisazione, il mondo cattolico (continua a leggere...)

giovedì 20 luglio 2017

I cristiani non rinuncino a Gerusalemme: pellegrini in Terra Santa per confrontarsi con la complessità del mondo

In un editoriale su Famiglia Cristiana del 23 luglio Andrea Riccardi parla di Gerusalemme, città contesa dove la pace appare lontana, città santa delle tre religioni monoteistiche, luogo verso cui tornare da pellegrini e da lì guardare al mondo e alla sua complessità.

Lo Stato d'Israele festeggia cinquant'anni dalla proclamazione di Gerusalemme come capitale "unita e indivisibile" (dal 1967 controlla la parte orientale della città, prima della Giordania). Tuttavia la questione tra palestinesi e israeliani resta irrisolta: continua un conflitto che ha infiammato il mondo arabo e musulmano, il quale considera Gerusalemme una sua città santa. Qui i cristiani sono una piccola minoranza. Eppure la città significa molto per il mondo cristiano.

Nel Novecento, il pellegrinaggio è divenuto un fatto di popolo. Alcuni cristiani si sono stabiliti nella città. La Terra Santa ricorda ai cristiani la storia d'Israele, quella dei Vangeli e della prima comunità. Vedere questa terra aiuta a rileggere le Scritture. Eppure oggi Gerusalemme sembra un po' remota nell'orizzonte dei cristiani. Sono diminuiti i visitatori, forse per timore degli attentati. Ma c'è anche meno attrazione. Non siamo divenuti più provinciali e concentrati su noi stessi?

La Terra Santa è invece una lezione a uscire dal proprio ambiente e confrontarsi con la complessità del mondo: memoria e attualità, genti e religioni diverse, conflitti. Visitando il memoriale della Shoah Yad Vashem si sente il dramma dell'ebraismo, il ritorno alla terra, il bisogno di sicurezza. Anzi, spiace che taluni pellegrinaggi cattolici non vadano a Yad Vashem. A Gerusalemme s'incontra il cristianesimo orientale, così sofferente in Medio Oriente. Qui sono le radici della nostra fede. Ritornare alle radici e misurarsi con la complessità dell'oggi aiuta a concepirsi cristiani in modo aperto all'altro e alla speranza.

C'è bisogno di ritornare a Gerusalemme per comprendere come la speranza non diminuisca in una realtà abitata da tanti altri rispetto a sé. Il cristiano è un pellegrino: il cristianesimo è l'unica delle tre religioni monoteistiche che non controlla politicamente la terra delle sue origini. Forse per questo i discepoli di Francesco d'Assisi sono stati i religiosi più familiari alla Terra Santa, tanto che nel 2017 si celebra l'ottavo centenario dell'arrivo dei primi frati, che furono una presenza evangelica rispetto alla conquista crociata. In un tempo globale, segnato da tante chiusure, non bisogna guardare di più il mondo nella prospettiva di Gerusalemme?

venerdì 14 luglio 2017

Chi aiuta e chi no, il Papa tra amici e oppositori. Anche Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI furono criticati.

Si dice che Papa Francesco sia più popolare tra la gente che a casa sua. Ma sarà così vero? Ce ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana dell'16/07/2017

Papa Francesco, da quattro anni, parla al cuore di un vasto popolo di credenti. La sua parola ha fatto riaffezionare molti al Vangelo, ha spinto tanti a una maggiore attenzione verso i poveri e ha mostrato la Chiesa come casa di fede e di speranza. Ha proposto un modo di essere pastori, sacerdoti e vescovi tutto centrato su misericordia e fede: un modello in fondo per tutti i cristiani. Da molti il suo messaggio è stato accolto, mentre da altri è stato considerato con sufficienza, se non respinto. La semplicità evangelica del Papa ha suscitato un'opposizione: c'è chi ha nostalgia del passato, chi considera il suo messaggio scarico di dottrina, chi vuole un Papa sovrano, chi chiede un giudizio severo sul mondo. Ma i Papi contemporanei hanno sempre avuto forti opposizioni. Forse non lo ricordiamo. Paolo VI subì la contestazione di chi lo accusava di imbrigliare il Vaticano II, mentre l'opposizione conservatrice gli rimproverò aperture e cambiamenti, addirittura il tradimento della tradizione. Anche il popolarissimo Giovanni Paolo II, specie all'inizio, fu criticato come portatore di un modello polacco di Chiesa. Ratzinger è stato attaccato (contraddittoriamente) per un governo "debole" e conservatore.

Francesco è "segno di contraddizione", com'è normale per un testimone e predicatore del Vangelo. Francesco - si dice - è popolare tra la gente, ma non a casa sua. La Curia sembra in crisi. Alcuni segnali: il cardinale Pell, accusato di pedofilia, ha lasciato la Curia (dove l'aveva voluto il Papa) per sostenere la sua difesa in Australia, mentre il cardinale Miiller non ha visto rinnovato il suo mandato di prefetto dell'ex Sant'Uffizio. E altri episodi. Insomma, il Papa faticherebbe a governare e riformare la Curia. Francesco ha cercato di governare, in gran parte, con gli uomini di Benedetto XVI. Forse ora sta decidendo di cambiarli. Non ha avuto finora un grande successo la riforma dell'economia. Tuttavia la Segreteria di Stato (vero obiettivo delle critiche dei cardinali prima del Conclave) ora funziona bene. Quel che più conta è che l'episcopato abbia ormai un profilo pastorale, confermato dalle recenti nomine di De Donatis a vicario di Roma e di Delpini ad arcivescovo di Milano. I problemi ci sono, ma sono quelli della vita della Chiesa che si appresta ad affrontarli con la prospettiva proposta dall'Evangelii gaudium. Perché questa è la vera riforma che Francesco vuole.

lunedì 10 luglio 2017

Andrea Riccardi sulla legge Fiano: ''Non sottovalutare antisemitismo, xenofobia e propaganda fascista sul web''

Andrea Riccardi interviene sulla proposta di legge Fiano, da oggi in discussione alla Camera, e invita a non sottovalutare la propaganda razzista e xenofoba attraverso internet. "Il web rappresenta un campo molto pericoloso per la diffusione di idee e comportamenti violenti, come dimostra la crescita di consenso, specie tra i giovani, di movimenti di estrema destra in vari paesi europei", osserva il fondatore della Comunità di Sant'Egidio.
"In un'Europa che ha nella memoria di Auschwitz un suo elemento fondativo - continua Riccardi - è inaccettabile la propaganda antisemita e xenofoba. Ma anche la Repubblica italiana ha una storia che rappresenta l'antitesi del fascismo e del nazismo. Bene perciò che l'Italia si doti di una legge che, oltre a sanzionare in maniera circostanziata chi inneggia a queste ideologie, prevede un investimento nel campo dell'educazione per aiutare i giovani a conoscere la pagina più dolorosa della storia europea, proprio nel momento in cui si va affievolendo la voce dei sopravvissuti alla shoah". "Guardiamo al futuro - conclude Riccardi - ma per farlo, bisogna partire dalla memoria. E l'oblio non è libertà".

sabato 8 luglio 2017

Andrea Riccardi sui migranti: "Non è un'invasione, servono altri toni"

Intervista del Fatto Quotidiano dell'8 luglio 2017 al fondatore della Comunità di Sant'Egidio, che sul tema dei migranti spiega: "Non si può fermare nel Mediterraneo lo spostamento di popolazioni. I muri prima o poi crolleranno comunque".
"Esseri umani. Bisognerebbe parlare con altri toni del tema migranti, invece di utilizzare quelli della politica politichese, ma purtroppo non è così in nessun Paese europeo". Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, è stato ministro per la cooperazione e l'integrazione nel biennio del governo Monti, 2011-2013. "Da quel momento, almeno in termini di fondi a disposizione, la cooperazione ha avuto una svolta, non lo dico per vantarmi".

D: "E' un'invasione", strepita una certa politica, e adesso addirittura "aiutiamoli a casa loro", scrive l'ex premier Matteo Renzi... 

R: Non è un'invasione. Per altro il nostro Paese ha un deficit demografico serio. Altri Stati, come l'Ungheria che alza i muri, nel 2025 saranno abitati soltanto da vecchi. Anche se siamo... (continua a leggere)

venerdì 7 luglio 2017

Il futuro dell'Europa si gioca nel Mediterraneo

Perchè fuggono dal loro paese? In molti Paesi c'è la guerra o la crisi climatica, ma alcuni semplicemente non vedono più futuro. Bisogna agire in Africa per lo sviluppo e per riaffezionare i giovani alla loro terra.

I migranti provenienti dall`Africa sono più di un'emergenza. C'è bisogno di risposte non emotive
flussi di migranti provenienti dall'Africa sono crescenti. Non è un'emergenza. Ma un costante "esodo". Che fare? È un'invasione? Non scatenerà tensioni tra italiani e nuovi arrivati? Sono le domande di ogni giorno. La risposta forte sembra il "muro": impedire gli arrivi. Non è possibile farlo, come l'Ungheria e altri Paesi dell'Est. Di fronte a noi, c'è il mare. Allora bisognerebbe bloccare le coste libiche. O chiudere i porti. Ma un problema così grande ha bisogno di soluzioni articolate. Non emotive. È in gioco l'umanità nel trattamento di tante persone che si spostano su barconi di fortuna, forniti da ricche organizzazioni criminali. Nel 1942, la nave romena Struma raggiunse Istanbul con 800 ebrei a bordo. Le autorità turche la portarono al largo, perché gli inglesi rifiutarono l'ingresso in Palestina. La nave affondò al largo di Istanbul con il suo carico umano, colpita da un sottomarino sovietico. Possiamo accettare che avvenga di nuovo questo nel Mediterraneo? Ma che succede in Africa? Alcuni africani fuggono la guerra o la crisi climatica. Perché tanti vengono dalla Guinea o dalla Costa d'Avorio, dove non ci sono guerre? C'è un crollo di fiducia dei giovani nel loro Paese, in cui non vedono più un futuro. Per questo, come propone la cancelliera Merkel, bisogna agire in Africa per lo sviluppo e per riaffezionare i giovani alla loro terra. Aggiungo: bisogna responsabilizzare i presidenti africani i quali non mostrano di sentire molto il dramma degli esodi. Poi c'è il buco nero del deserto tra Libia e Niger, dove attori tribali si connettono a organizzazioni criminali. Da anni insisto che bisogna rafforzare gli Stati del Sahel e del Sahara, mentre ricordo come l'intervento militare in Libia contro il regime criminale di Gheddafi abbia creato una situazione peggiore. La domanda è anche sull'Europa. La sua politica è stata lasciare il "cerino acceso" nelle mani dell'Italia (dove avviene il 90% degli sbarchi) e della Grecia. Siamo orgogliosi del nostro Paese per l'impegno a soccorrere e accogliere. Il fallimento della relocation dei profughi nei Paesi europei mostra però l`indisponibilità a condividere il peso che cade sull`Italia. Solo la Germania è solidale. La Francia esita per motivi di opinione pubblica. Marco Impagliazzo ha ricordato che c'è una direttiva Ue del 2001, per cui di fronte a un afflusso massiccio di sfollati si può accordare, in maniera solidale, la protezione temporanea con l`impegno degli Stati membri. La recezione di questa direttiva avviene con il voto di 14 dei 27 Stati membri. In questo modo o in altro, va sollecitata la solidarietà europea. Come dopo 1'89, i Paesi europei appoggiarono la Germania nella riunificazione e poi aprirono agli Stati dell`Est, oggi l'Unione si gioca sul Mediterraneo con chi arriva sulle nostre coste e con l'Africa.

lunedì 19 giugno 2017

Voto in Gran Bretagna: l'azzardo della May complica la Brexit

La premier conservatrice ora può contare solo su una maggioranza fragile, proprio mentre deve trattare con l`Europa. scrive   Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana del 18 giugno 2017

Theresa May ha ottenuto dalla regina Elisabetta l'incarico di formare il nuovo Governo dopo le elezioni del 9 giugno scorso. Tuttavia non è risultata vincitrice. La Camera dei Comuni non ha più una maggioranza certa, come l'avevano i conservatori prima del voto. La premier è costretta a un Governo di coalizione con i protestanti nordirlandesi del Dup (provenienti dai paramilitari che lottarono contro l'Ira e i nazionalisti cattolici fino agli "accordi del Venerdì Santo" del 1998).
Il Dup porta alla May i dieci seggi di cui ha bisogno per raggiungere la maggioranza. La carta giocata dalla premier con lo scioglimento del Parlamento si è rivelata un azzardo, nonostante dopo l'attentato terroristico a Londra si fosse presentata come l'unico leader in grado di garantire la sicurezza. L'affermazione dei laburisti di Jeremy Corbyn (considerato da vari osservatori un leader inadeguato e troppo collocato a sinistra) è stata sorprendente: se avessero avuto 2.227 voti in più, in alcuni collegi dove hanno vinto i conservatori di stretta misura avrebbero conseguito la maggioranza. Ma questi sono i risultati del sistema britannico, fondato sul collegio uninominale. Le elezioni fotografano un Paese spaccato, specie sulla scelta di uscire dall'Unione europea sancita dal referendum del giugno 2016. Un anno dopo, l'opinione pubblica inglese si mostra incerta sulla decisione. Già Scozia e Irlanda del Nord si sono dette contro l'uscita. E gli indipendentisti dell'Ukip, impegnati per Brexit, che avevano preso quasi quattro milioni di voti, ne hanno incassati solo 600 mila. Anche i nazionalisti scozzesi, favorevoli a un nuovo referendum sull'indipendenza, sono stati ridimensionati. Il Governo May non è solido, sia per l'insofferenza dei conservatori contro la premier, sia per i problemi con il Dup, un alleato difficile, favorevole alla Brexit ma contrario a chiudere il confine con l'Irlanda e a uscire dal mercato comune; inoltre è schierato a difesa del Welfare (ridimensionato dalla May). Forse il Governo non avrà vita lunga. Eppure si trova di fronte al difficile negoziato con l'Unione europea sulla Brexit. L'Unione chiede il pagamento di 100 miliardi, mentre rinvia la conclusione di accordi di libero scambio. Gli ambienti finanziari britannici sono preoccupati. E in tanti pensano che la "storica" scelta britannica di uscire dall'Ue sia stata avventata.

giovedì 15 giugno 2017

A Ozieri il convegno "Il Mediterraneo, i rifugiati, le nostre terre" #15giugno

Oggi a Ozieri e in tutta la diocesi l'appuntamento che  porterà in città importanti esperti per una tavola rotonda sulla questione dell'accoglienza dei migranti.
 Si tratta del convegno diocesano "Il Mediterraneo, i rifugiati e le nostre terre", fortemente voluto dal vescovo monsignor Corrado Melis, e promosso con la collaborazione della Caritas, di Libera Sardegna, del Csv Sardegna Solidale con il patrocinio del Comune di Ozieri.
Relatore principale sarà Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio ed ex ministro per la Cooperazione e l'Integrazione.
Parteciperanno il sindaco di Ozieri Marco Murgia, il prefetto di Sassari Giuseppe Marani, il rettore dell`Università di Sassari Massimo Carpinelli, il referente di Libera Sardegna Gianpiero Farru, il vescovo Corrado Melis mentre il moderatore sarà il giornalista Paolo Matta. L'appuntamento è alle 17.30 nel teatro civico Oriana Fallaci.
L'intervento di Riccardi verterà, nello scenario mediterraneo, sulla situazione geopolitica e la grave crisi umanitaria creatasi con la guerra in Siria, nonché sull'attivazione dei corridoi umanitari per garantire un accesso sicuro e legale per chi fugge dalla guerra. Il dibattito sarà concluso dal vescovo di Ozieri, monsignor Corrado Melis.
Riccardi parteciperà anche all'inaugurazione del Centro di accoglienza "Le Grazie", con cui la diocesi locale dà risposta all'emergenza migranti: dal 2011 infatti la Caritas ozierese ha creato e gestisce il Centro di accoglienza straordinaria (Cas) nell'antico convento delle Benedettine, che ospita 25 profughi. Ora, con l'acquisto di un appartamento adiacente al convento, se ne potranno ospitare altri dieci.
Oggi pomeriggio, dopo i saluti del sindaco di Ozieri e del prefetto di Sassari, seguirà la presentazione della Comunità di Sant'Egidio da parte del presidente, Marco Impagliazzo. 

lunedì 12 giugno 2017

L'Europa tra dubbi e speranze. In video Andrea Riccardi e Mar Lazar


Il 7 giugno, nella sede della Società Dante Alighieri a Roma, si è tenuto un colloquio tra Andrea Riccardi, presidente della Dante e Mar Lazar, docente all'Ècole libre des Sciences politiques e alla Luiss di Roma.
L'argomento: l'Europa tra dubbi e speranze. La politica del neopresidente francese Macron, i problemi legati alla concezione italiana dell'Europa e le prospettive europee negli interventi dei due protagonisti del colloquio, di cui il video offre una sintesi.

giovedì 8 giugno 2017

Merkel Trump: divorzio in vista?

La politica del presidente Trump spinge l'Europa a prendersi le proprie responsabilità rispetto ai temi Africa e immigrazione. Ce ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana dell'11/06/2017

La politica del presidente Usa spinge l'Europa a prendersi la sua parte di responsabilità

Germania e Stati Uniti sono al divorzio? L’atteggiamento di Trump verso la Merkel sembra l’espressione concreta del distacco tra la Casa Bianca e Berlino. Eppure, chi ha partecipato al G7 di Taormina assicura che i rapporti personali tra i due non sono così cattivi, nonostante l’evidente differenza di carattere.

Due temi, in particolare, rappresentano il contenzioso tra Stati Uniti e Germania: il relativo impegno tedesco per le spese della difesa (ma la Germania ospita le più importanti basi americane in Europa); il surplus commerciale tedesco verso gli Usa. Su quest’ultimo aspetto, anche gli europei vorrebbero che Berlino accrescesse la domanda interna per favorire le loro esportazioni. Ma il problema non si riduce solo a questo. C’è l'uscita americana dagli accordi di Parigi sul clima che vede la contrarietà di tutti gli europei. Infine Trump non condivide la posizione tedesca sull'immigrazione. Non si può però archiviare facilmente l'alleanza atlantica, cardine dell'Occidente dalla fine della Seconda guerra mondiale, che ha costituito un solido presidio nella Guerra fredda. C'è poi un debito storico europeo verso i liberatori dal nazifascismo, base di un'amicizia al di là delle politiche contingenti.

Sono avvenuti, però, fatti nuovi. Il mondo è divenuto multipolare. La Cina, con la "Via della seta", investe tanto sui Paesi europei. Il prossimo G20 di Amburgo ospiterà a luglio i Paesi che rappresentano l'80 per cento del Pil globale e due terzi della popolazione mondiale: evidenzierà il ruolo di Russia, Cina, India, Indonesia, Brasile, Sudafrica e altri. In questa sede, Pechino spingerà per promuovere il libero commercio e una globalizzazione più equa. Ad Amburgo Trump rischia l'isolamento, specie sull'ambiente e il commercio. Non si deve però sottovalutare l'imprevedibilità del presidente che, talvolta, si concretizza nella volontà di trovare un accordo con l'interlocutore. L'effetto Trump spinge gli europei a prendersi la loro parte di responsabilità. L'Europa non può essere una realtà fluttuante, ma deve consolidare le sue posizioni con la Germania della Merkel e la Francia di Macron. Non è una posizione antiamericana, ma forse un nuovo modo di essere occidentali e amici degli americani in un mondo multipolare. I Paesi europei dell'Est dovranno anch'essi fare le loro scelte. Non si può sprecare tempo nelle incertezze, perché l'Europa - se unita - ha ancora significative possibilità, anche se gli altri nel mondo crescono. Bisogna mostrare come il Mediterraneo sia un fronte decisivo. Ci vuole una politica verso l'Africa, un "piano Marshall", perché il problema migratorio non si risolve alle frontiere o, ancor peggio, in mare o nel deserto, bensì con una svolta nell'economia e nella tenuta sociale dei Paesi africani. Questa è una priorità europea.


lunedì 5 giugno 2017

Una recensione del libro "La forza disarmata della pace"



Riportiamo la recensione di Stefano Pasta del libro di Andrea Riccardi "La forza disarmata della pace", edito da Jaca Book apparsa su Jesus 6/2017 di

Lo storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, riflette sulla riabilitazione dello strumento della guerra e l’acquiescenza della coscienza e della politica internazionale a questo fenomeno. Negli ultimi venticinque anni non si è realizzato il sogno della «grande pace», aspirazione dell’89 e della caduta del Muro: non si tratta solo di conflitti guerreggiati, ma anche di conflitti culturali, che prepara­no guerre o almeno muri e pulizie etniche.
Il 2003 ha rappresentato l’autunno dell’impegno per la pace. All’epoca del conflitto contro Saddam Hussein ci fu l’ultima grande mobilitazione dell’opinione pub­blica contro la guerra. Dopo, mentre l’intervento in Iraq innescava un processo distruttivo per l’intera regione, il declino del movimento per la pace tra la gente è avvenuto attraverso un ripiegamento generale dall’orizzonte internazionale a quello locale e quotidiano: ci s’interessa di altre questioni, più vicine alla propria vita e allo scenario nazionale, a come proteggere il pro­prio “mondo” con frontiere e muri. È in questo scenario che Riccardi, mettendo in luce il ruolo delle religioni, sottolinea l’urgenza di trasformare la cultura della pace in una passione condivisa e un appuntamento rilevante nell’educazione delle giovani generazioni.