sabato 25 novembre 2017

'Passare dall'italnostalgia all'italsimpatia'. Come l'Italia può coniugare cultura umanistica e sviluppo

Un'articolo di Antonella Baccaro sul Corriere della Sera del 25 novembre richiama i punti salienti di un incontro tenutosi alla Società Dante Alighieri dal titolo Italofonia, Italsimpatia: dal Brand alla lingua in cui il presidente Andrea Riccardi ha proposto un legame più consistente tra mondo delle imprese e cultura, come via per il rilancio del Paese.
Ne riportiamo alcuni passaggi: 

Possono le imprese italiane che portano il made in Italy in tutto il mondo farsi veicolo di diffusione della nostra lingua? La Società Dante Alighieri, presieduta da Andrea Riccardi, il cui scopo è proprio tutelare e diffondere la nostra cultura a partire dal linguaggio, rompe il tabù tutto italiano che separa la cultura umanistica da quella d`impresa e lancia la sua sfida. A raccoglierla ieri, oltre ai rappresentanti dell'imprenditoria, a partire dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, anche il governo, rappresentato dal premier Paolo Gentiloni, dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e dal viceministro degli Esteri, Mario Giro. Proprio dal governo è arrivato un appoggio pieno e consistente alla missione della «Dante Alighieri»: «Dal piano straordinario del made in Italy - ha detto Calenda - siamo pronti a mettere 2 milioni di euro». Per il ministro «solo una cultura come la nostra, diffondendosi, riuscirà a coniugare l`innovazione e l`umanesimo. In caso contrario il rischio sarà quello di generare un rifiuto della modernità». «C'è una domanda crescente di italiano e italianità. Rispetto a questo - ha spiegato Riccardi - abbiamo constatato i nostri limiti, che stanno nel modo introverso in cui l`Italia ha affrontato la globalizzazione, credendo che il problema fosse politico-istituzionale e dovesse restare dentro i nostri confini». (...)
La situazione, a parere del presidente della «Dante Alighieri», non è irrecuperabile: «Dobbiamo passare dall`Italnostalgia all`Italsimpatia, cioè creare una rete di simpatia intorno alla nostra identità». Ha esortato Gentiloni: «Partiamo da noi, abbiamo meno Italsimpatia in Italia che altrove nel mondo. Siamo un Paese che non si vuole bene a sufficienza. Un vero peccato».

giovedì 23 novembre 2017

Il caso di Ostia: nel vuoto sociale si insinua la mafia

Ostia nei giorni scorsi è stata al centro dei riflettori dell'opinione pubblica per le elezioni amministrative e per tristi fatti di cronaca.
In questo articolo su Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi getta uno sguardo sul tema delle periferie e sul bisogno di ripartire da esse per creare un nuovo tessuto umano.

Ostia non è solo il mare di Roma, ma rappresenta una storia emblematica per le periferie italiane. È una periferia di Roma: 230 mila abitanti in tutto il Municipio, grande dormitorio per i romani che lavorano nella capitale, con serie sacche di emarginazione ma anche con tante risorse. È la tredicesima città italiana, anche perché Ostia è distante dalla capitale, separata da una campagna intramezzata da zone residenziali, quartieri, borgate. La questione grave - comune a tante periferie - è la rarefazione del tessuto sociale. E nel vuoto che si crea, s'installano le mafie. Tanto che, due anni e mezzo fa, il Municipio di Ostia era stato sciolto per infiltrazione mafiosa e commissariato. La gente è sola nella vita quotidiana. Impressiona il successo elettorale di Casa Pound, un movimento di estrema destra che ha svolto un lavoro di rete sociale e assistenziale: alla prima votazione ha preso il 9% dei voti.

Il risultato mostra quanto una presenza di aiuto e in mezzo alla gente paghi. Il Pd, in quell'occasione, aveva raggranellato un modesto 13,6%. Domenica scorsa, al ballottaggio, ha vinto la candidata dei Cinque Stelle contro quella del Centrodestra. Ma il fatto significativo è che l'affluenza alle urne ha toccato un modesto 33%. Solo un cittadino su tre è andato a votare. Così non si sconfiggono i clan mafiosi e si toglie legittimità alla nuova amministrazione. Ostia è l'emblema della crisi della politica in periferia. La gente non si sente rappresentata. Non spera più in un cambiamento. La rassegnazione è il sentimento che domina. Bisogna sopravvivere o al massimo trovare una soluzione per sé. Le reti sociali si sono dissolte. Le sezioni dei partiti sono un'ombra del passato. La socialità e la vita comunitaria scarseggiano. Le stesse parrocchie - la presenza di gran lunga più forte - sono in affanno. Il problema di Ostia è comune a tantissime periferie italiane. Una vera emergenza nazionale. C'è bisogno di un investimento maggiore. Le scuole sono l'unica istituzione di socializzazione, oltre che di educazione. Ma non bastano. Deve rinascere una vera passione civile per lavorare in mezzo alla gente: far incontrare, accompagnare, aiutare, integrare, comunicare speranze e obiettivi comuni.

Un lavoro anche volontario. A Ostia ci sono molte risorse umane, spesso isolate. Del resto l'intera città deve guardare alle periferie e dislocarsi con slancio su quella che è la frontiera del futuro. Questo toglierà spazio alle mafie, perché renderà più consistente il tessuto sociale. Ci vuole una rinascita di passione civile, senza cui non c'è futuro. È una delle sfide principali delle nostre città: "rammendare" il tessuto umano delle periferie. Così rinascerà anche la politica, da un nuovo movimento della società.

giovedì 16 novembre 2017

Dobbiamo sostenere i cristiani d'Oriente, serve un movimento di solidarietà ecumenica

In Siria, Iraq e Libano, dopo le dimissioni del primo ministro, la situazione è drammatica: un mondo sta finendo. Gli appartenenti alla diverse Chiese chiedono se ci sarà un futuro per le loro terre. Andrea Riccardi chiede di dare vita a un movimento di solidarietà ecumenica.

II primo ministro libanese Saad Hariri si è clamorosamente dimesso mentre stava in Arabia Saudita e non è più tornato in patria. Si sospetta che sia ostaggio dei sauditi. Le sue dimissioni (è un musulmano sunnita, figlio di Rafik Hariri, politico e magnate libanese, ucciso dai siriani) mostrano l'innalzamento del livello di scontro tra sanniti e sciiti in Libano. Il conflitto tra le due maggiori componenti dell'islam riguarda l'intero Medio Oriente: dallo Yemen, sconvolto dalla guerra, all'Iraq e alla Siria. Il Libano, che ha conosciuto una lunghissima guerra civile tra il 1975 e il 1990 e poi nel 2006, è decisivo per la presenza cristiana nel mondo arabo. Lì vive la grande comunità cattolica maronita, ma hanno anche sede vari patriarcati e istituzioni dei cristiani mediorientali. Soprattutto, c`è libertà d'opinione, a lungo negata nei Paesi arabi. Infatti il Libano fu creato, dopo la Prima guerra mondiale, per realizzare uno Stato dove i cristiani fossero maggioritari, tanto che il presidente della Repubblica è, per accordo non scritto, sempre un cristiano maronita (il primo ministro è invece un musulmano sunnita). Dal 1932, però, non si fanno censimenti: i cristiani sono stati superati come numero dai musulmani, divenuti - sembra - il 60% della popolazione. Un conflitto in Libano tra sanniti e sciiti metterebbe in crisi questo "baluardo" della presenza cristiana nel mondo arabo, oltre a rappresentare una tragedia per il Paese. Del resto i cristiani stanno abbandonando tutto il Medio Oriente in questi primi due decenni del XXI secolo. In Siria, dentro una terribile guerra che dura dal 2011, la popolazione cristiana si è almeno dimezzata e rappresenta un milione di persone. Ad Aleppo i cristiani sono un terzo di prima dell'assedio. In Iraq la situazione è drammatica: i cristiani erano 1,3 milioni e ora sono meno di 300 mila, in buona parte profughi in Kurdistan. Hanno subìto la violenza di Daesh. Tutti gli appartenenti alle diverse Chiese si chiedono se ci sarà un futuro in quelle terre per loro. Hanno resistito coraggiosamente negli ultimi anni, dopo secoli duri; ma ora sembrano giunti a un punto limite. Ci sono interventi delle organizzazioni della Chiesa in loro aiuto. Il problema è però drammatico: un mondo di fede e cultura, durato quasi venti secoli nelle terre d'origine del cristianesimo, sta finendo. Non è allora necessario, da parte dei cristiani del mondo, concentrare più attenzione ed energie su questa storia dolorosa? Non riguarda solo i cristiani della regione, ma il cristianesimo universale. Nessuna Chiesa, specie le fragili comunità orientali, può affrontare problemi così grandi da sola. Ci vorrebbero nuovi gesti e nuovi impegni: i primati delle Chiese cristiane potrebbero riunirsi, risvegliare i cristiani del mondo, lanciare un movimento di solidarietà ecumenica.

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 Andrea Riccardi - Corriere.it

giovedì 9 novembre 2017

Somalia: bombe, povertà e oblio

In questo articolo di Famiglia cristiana, Andrea Riccardi torna a parlare di terrorismo, in particolare della situazione della Somalia. In ottobre, a Mogadiscio, sono morte centinaia di persone. Ma nessuno ne parla.

Il terribile attentato a New York mostra come i "lupi solitari", radicalizzatisi sulla Rete, siano un costante pericolo. Daesh, così come più propriamente viene chiamato l'Isis, sconfitto nell'ambizione di creare uno Stato islamico in Medio Oriente, si rilancia con il terrorismo internazionale. Controlla organizzazioni radicali come in Libia o altri Paesi africani, ma stimola anche gente isolata a uccidere.

La guerra islamista non è solo contro l'Occidente, nonostante gli attentati a Barcellona e New York. Questi eventi hanno forte risonanza. Ci colpiscono perché conosciamo i luoghi. Il terrorismo agisce, però, in ogni parte del mondo, anche con logiche locali. In Afghanistan è uno strumento di lotta politica. In Burkina Faso quest'estate gli islamisti hanno colpito un ristorante della capitale, provocando dieci morti. In questo quadro preoccupante, spicca però, anche per il numero di morti (ben 358), il terribile attentato a Mogadiscio il 14 ottobre scorso. Un funzionario del Paese l'ha definito l’11 settembre della Somalia.

Due camion bomba hanno colpito il quartiere commerciale di Mogadiscio, una città di quasi tre milioni di abitanti. Hanno fatto strage di venditori ambulanti che affollavano la zona. Tra i caduti, quindici bambini. L'evento tragico non ha avuto l'eco che meritava. La Somalia sembra lontana e condannata al caos. Il 28 ottobre, un altro attentato con tredici morti sempre a Mogadiscio. La Somalia interessa poco l'opinione mondiale, perché considerata uno Stato fallito, una terra "perduta".

È una sensazione che ci portiamo dietro da molti anni, da quel 1993 in cui fallì l'operazione Restore Hope, voluta dagli americani. In realtà, tra tanta violenza, la storia è continuata in Somalia e qualche speranza si è accesa. Gli americani lottano contro i terroristi. C'è stata una visita dei vertici militari Usa, prima del primo attacco terroristico. Gli attentati sono attribuiti ad Al Shabaab, l'organizzazione jihadista che così risponde alla campagna antiterrorista. Oggi, in Somalia, si svolge anche un serio conflitto politico. Il presidente Farmajo, in carica da febbraio, non ha seguito i sauditi e gli Emirati nell'isolare il Qatar. Il che non è gradito a Riyad e viene contestato in Somalia.

Inoltre nel Paese c'è una forte presenza della Turchia con aiuti e una base militare. Nel 2011 Erdogan visitò Mogadiscio. La Somalia non è terra di nessuno, ma una regione dove si combattono influenze varie a fronte di istituzioni fragili. Qui, da tempo, combatte il terrorismo di Al Shabaab. Tanti somali però hanno lasciato il Paese. Sono ovunque. Se ne trovano molti a Dadaad, in Kenya, vicino alla frontiera somala, nel più grande campo di rifugiati: 300 mila persone. Chi resta in patria è stremato e aspira solo alla pace.

giovedì 2 novembre 2017

Pena di morte: orrore e ingiustizia

Con tutto il suo orrore e la sua insita ingiustizia, la pena di morte non può mai avere giustificazioni, né politiche, né giuridiche, né religiose. Su questo anche l'insegnamento tradizionale della Chiesa sta cambiando. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana, partendo dal dramma di Ahmadreza Djalali, ricercatore e medico condannato a morte in Iran.

Ahmadreza Djalali, ricercatore e medico iraniano di 45 anni, esperto in medicina d'emergenza, è stato condannato a morte nel suo Paese con l'accusa di spionaggio. Il processo, cui è seguita la condanna, è avvenuto senza garanzie, mentre l'imputato ha conosciuto terribili condizioni di carcerazione. Molti, in Europa, tra cui tanti che l'hanno stimato nell'università italiana, si sono mobilitati per lui. Una così corale testimonianza in favore di Djalali (sono state raccolte 220 mila firme) dovrebbe indurre al ripensamento le autorità iraniane. Lo auspichiamo.

Anche in questo caso, si misurano l'orrore e l'ingiustizia della pena di morte, quando lo Stato si arroga il diritto di decidere sulla vita di un uomo. Purtroppo, la condanna capitale è ammessa in grandi Paesi, come gli Stati Uniti e la Cina, ma anche in molti Paesi musulmani, tra cui Iran, Arabia Saudita e Indonesia, dove è giustificata con la legge islamica. Tuttavia il caso di Ahmadreza Djalali impone nuovamente una riflessione. Davanti alla vita di un uomo, al dramma della sua famiglia, al dolore dei figli, la pena di morte non ha mai giustificazione: né politica, né giuridica, né tantomeno religiosa. In questo senso, la nostra generazione ha capito in profondità qualcosa che le precedenti avevano purtroppo sottovalutato.

Recentemente papa Francesco ha dato voce a questa coscienza: «È in sé stessa contraria al Vangelo». Parole limpide: chiariscono finalmente le ambiguità del Catechismo della Chiesa cattolica che, per l'esigenza di continuità con l'insegnamento tradizionale, aveva mantenuto la possibilità della pena di morte, pur circondandola di cautele e distinguo. Si legge nel Catechismo: «L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude (...) il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile», anche se ormai «i casi in cui si rende necessaria la soppressione del reo sono molto rari se non addirittura praticamente inesistenti». Affermazioni, queste, che non convincevano alla luce del Vangelo.

Francesco ha riconosciuto che la pena di morte è stata accettata passivamente dai cristiani. «Qui», ha detto, «non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l'insegnamento del passato, perché la difesa della dignità della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell'insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole». Il cambiamento è una comprensione più profonda del messaggio cristiano. Papa Giovanni XXIII affermò: «Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio».

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Il blog di Città per la Vita per un mondo senza pena di morte

Cities for Life, la campagna della Comunità di Sant'Egidio contro la pena capitale

martedì 31 ottobre 2017

Invitiamo tutti a fermare la semina del disprezzo che genera violenza


Dopo l'aggressione razzista avvenuta a Roma ai danni di due lavoratori di origine straniera,un bengalese e un egiziano, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio ha voluto esprimere la sua solidarietà con una visita al giovane ferito, ricoverato all'ospedale San Camillo. "Invitiamo tutti a fermare la seminagione del disprezzo che genera odio, che a sua volta porta alla violenza. Ciò che è successo è profondamente ingiusto. I lavoratori stranieri – ha detto Riccardi – sono ospiti del nostro Paese, occorre quindi garantire la loro sicurezza”. 

Il comunicato stampa della Comunità di Sant'Egidio

venerdì 27 ottobre 2017

Ricordando Assisi 1986. Le religioni tornavano protagoniste della storia #27ottobre

Andrea Riccardi, presentando il libro di  Riccardo Burigana "La Pace di Assisi", ripercorre la nascita e la storia dello "Spirito di Assisi".
"Le critiche furono pesantissime... Giovanni Paolo II dovette difendere Assisi. Per lui doveva essere l'inizio di un movimento per la pace che doveva coinvolgere le grandi religioni.
Le religioni tornavano protagoniste della storia".

Per saperne di più :
Andrea Riccardi su Corriere della Sera

giovedì 26 ottobre 2017

Quando il Papa è sotto tiro

Che succede in Vaticano? E' la domanda che molti si fanno di fronte alle critiche rivolte a papa Francesco in alcuni ambienti della Chiesa. In un editoriale su Famiglia Cristiana Andrea Riccardi prova a rispondere a questa domanda.

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha avanzato una seria critica a papa Francesco, pur esplicitando la stima verso di lui per l'impegno con gli emigrati: «Dobbiamo anche parlare della missione originaria del successore di Pietro: occuparsi della dottrina, della verità cattolica». Francesco sarebbe segnato dalla cultura d'origine: «Viene dall'America Latina, una zona con una mentalità molto diversa dalla nostra europea», ha spiegato il cardinale che, a fine giugno, non è stato confermato dal Papa nel suo posto di responsabilità in Curia. La particolare mentalità di Francesco si riflette, secondo Müller, nell'ambiente dei collaboratori. Sono dichiarazioni riportate dalla stampa.

La gente si chiede: che succede in Vaticano? La domanda è legittima. Molto è cambiato nella vita della Chiesa. Francesco, dall'inizio del pontificato, con l'Evangelii gaudium, ha proposto un nuovo orizzonte per la Chiesa: uscire dai quadri abituali e vivere una trasformazione missionaria in mezzo alla società e alla gente. Un sogno ambizioso che si scontra non solo con pigrizie, ma anche con molte resistenze negli ambienti della Chiesa. Qui le differenze d'opinione sono legittime, com'è normale che un forte cambiamento provochi problemi. Avvenne per la recezione del Vaticano II, che portò tra l'altro allo scisma dei tradizionalisti.

Qualcosa colpisce nel governo di Francesco: non ha cambiato gran parte dei collaboratori ereditati da Benedetto XVI. Paolo VI invece mutò i quadri della Curia di Giovanni XXIII, in larga parte ereditati da Pio XII. Anche Giovanni Paolo II cercò collaboratori in linea col suo sentire. Francesco è andato avanti più lentamente, conservando quelli del passato, come Müller. Oggi, forse, sta pensando di creare un governo più omogeneo con la sua visione.


Anche così si spiegano queste reazioni critiche. «Ha una mentalità diversa»: lo dicevano i tradizionalisti di papa Montini. Lo sussurravano i nostalgici contro Giovanni Paolo II, dicendo che era un polacco e non capiva l'Occidente. Lo ripetono in vari Paesi del mondo quanti vogliono circoscrivere il cattolicesimo in modo provinciale a una nazione e a un momento storico.

Che Francesco sia un uomo con la sua mentalità è ovvio, financo banale. Ma è il Papa. E verso il Papa un cardinale ha un obbligo di stretta collaborazione. Anzi, i cardinali giurano obbedienza «alla Santa Apostolica Chiesa Romana, al Beato Pietro nella persona del Sommo Pontefice». A questo punto bisogna ricordare, come esemplare, la figura del cardinale Martini. Egli non condivideva del tutto lo stile di Giovanni Paolo II, né poi le scelte fatte da Benedetto XVI. Ma è restato riservato e silenzioso. Ha avanzato con libertà alcune proposte positive e qualche difficoltà. Niente di personalistico nelle sue reazioni. Resta per noi un esempio di libertà, di senso di unità della Chiesa e di rispetto per il Papa.

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The war against pope Francis The Guardian

giovedì 19 ottobre 2017

L'Italia fuori dall'Italia. Un intervento alla Fondazione Migrantes

Il 17 ottobre, in occasione della presentazione del Rapporto Italiani nel mondo a cura della Fondazione Migrantes, Andrea Riccardi ha parlato dell'Italia "fuori dall'Italia".
Nel suo intervento spazia dal fenomeno della nuova emigrazione italiana verso l'estero (124.000 persone "uscite" dal nostro paese nel 2016), alla questione delle "identità multiple" nel mondo della globalizzazione.
L'intervento integrale per gentile concessione di Radio Radicale:


lunedì 16 ottobre 2017

Alla Scuola della Pace - non solo un libro, ma una storia con i bambini da Roma alle periferie del mondo

'Alla Scuola della Pace' è un libro, un bel libro, che viene presentato per la prima volta il 17 ottobre a Roma, da Andrea Riccardi, il ministro all'Istruzione Valeria Fedeli, il direttore del quotidiano Avvenire, Marco Tarquinio e la giornalista Maria Novella De Luca.
E' il racconto appassionato di una storia, quella di Sant'Egidio con i bambini, scritto con tante mani: quelle sapienti di Adriana Gulotta, che ne ha curato la stesura, e le migliaia di mani di bambini, ragazzi, ed ex bambini oggi adulti, cresciuti "alla Scuola della Pace" e che oggi ne sono i maestri, gli educatori, in Italia e in tanti angli - spesso difficili - del mondo.
Riportiamo qui alcuni stralci della prefazione scritta da Andrea Riccardi che, come lui stesso racconta, quei passi li ha compiuti da ragazzo, dando vita, nelle baracche sul greto del Tevere, alla prima "Scuola della Pace". 


La Scuola della Pace è un mondo. Un mondo di bambini. Ma è anche una realtà che attraversa tanti mondi. Così s’incontrano e si vedono le realtà più diverse, attraverso gli occhi dei bambini delle Scuole della Pace. Ma bisogna mettersi dalla loro parte e accogliere il loro sguardo. Questo libro è un viaggio in questo mondo dei piccoli. Ripercorre una storia cominciata, ormai cinquant’anni fa, nelle periferie e tra le baracche romane, veri e propri angoli da Terzo Mondo. Lì, agli inizi della Comunità di Sant’Egidio, un gruppo di giovani studenti cominciò a lottare contro l’esclusione di troppi alunni dalla scuola pubblica, come sapeva e come poteva. Rileggo con passione questa storia, perché io ero uno di loro, molti anni fa. Ma trovo oggi, in queste pagine, come questa vicenda sia divenuta l’avventura di tanti, in molti paesi del mondo, con i bambini che vivono nelle situazioni più diverse in quattro continenti. Una storia che merita di essere narrata. 
.....

Allora, si cominciò a lottare contro il fatto che, a dieci anni o anche meno, il destino dei più piccoli fosse già segnato dall’ambiente emarginato in cui crescevano e dal cattivo o inesistente inserimento nella scuola. Dall’esclusione scolastica e dalla povertà delle origini, nasceva una storia di giovani e adulti marginali, quella dolorosa di tante borgate romane. La loro vita non era una sorpresa né una costruzione personale, ma un destino che si ereditava. Bisognava spezzare questo circolo vizioso e creare un’altra strada rispetto alla fatalità della loro vita. Per questo si potevano fare tante cose, ma soprattutto era necessario aiutarli a leggere e scrivere, inserirli nella scuola, rompere il circuito dell’esclusione. E gli “studenti”, che cominciavano a operare nel mondo delle borgate, sapevano fare questo e imparavano a farlo vivendolo: insegnare la lingua, i primi passi nella cultura, aiutare a entrare nella scuola e a rimanervi.
Erano gli anni in cui si diffondeva Lettera a una professoressa, edita nel 1967 e nata dalla Scuola di Barbiana, voluta da don Milani nella sua povera parrocchia della montagna italiana[1]. Quel libro non ha un unico autore (anche se viene spesso attribuito al priore di Barbiana). L’autore non è un insegnante, ma il volume nasce dalla scrittura di otto ragazzi di quella scuola. La prima parte ha proprio come titolo La Scuola non può bocciare. I primi passi della Scuola della Pace condividevano proprio l’amarezza di una scuola che bocciava, emarginava, allontanava, abbandonava i ragazzi al destino già segnato dall’ambiente familiare. 
La Scuola della Pace, che allora si chiamava “Scuola popolare”, nacque proprio dalla volontà di alcuni “studenti” alle origini di Sant’Egidio: bisognava creare con i ragazzi uno strumento flessibile che riempisse i vuoti della scuola, che aiutasse a non essere emarginati, che talvolta sostituisse la scuola quando i ragazzi non ce la facevano.
 .......
Qualche anno dopo le Scuole popolari divennero Scuole della Pace, mentre l’esperienza si estendeva in altre situazioni del mondo e si entrava in contatto con contesti di violenza e di guerra. Carlos, un bambino mozambicano che aveva visto da vicino la triste storia della guerra in Mozambico (più di un milione di morti e un paese sconvolto), consapevole che Sant’Egidio mediava per la pace nel suo paese, diceva: “Io li conosco bene perché con loro vado a una scuola speciale dove si studia e si impara a essere amici e a fare la pace. Infatti si chiama Escola da paz”. Lentamente il nome si è imposto ed è sembrato il più appropriato: la Scuola della Pace. La storia di queste Scuole è cresciuta con la Comunità di Sant’Egidio in tante parti del mondo: in Europa, Africa, Asia, America del Sud, del Centro e del Nord. Il libro intende narrare questi mondi di bambini in tutte le latitudini.
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E’ anche un viaggio nel mondo tout court, visto però con gli occhi dei bambini, accompagnati dai loro amici più grandi, che si sono fatti vicini (come quei “quattro ragazzi” che cominciarono la scuola a Roma). E si vede che esiste la storia dal basso, non fatta di numeri, ma vissuta e testimoniata da un “popolo” di piccoli. Questa storia è interessante per chi vuole conoscere il mondo in tutte le sue dimensioni. Così la dimensione dell’infanzia risulta una componente decisiva di questa realtà, anzi un indicatore imprescindibile con cui misurare il livello di umanità di una società, di una città o di un ambiente.
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(dalla prefazione di Andrea Riccardi al volume "Alla Scuola della Pace", San Paolo edizioni)  


[1] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze 1967. Si veda anche l’opera completa degli scritti di L. Milani in L. Milani, Tutte le opere, a cura di F. Ruozzo – A. Canfora – V. Oldano,  Milano 2017.

giovedì 12 ottobre 2017

Spagna e Catalogna: la secessione non è la risposta

La crisi catalana rappresenta un vulnus nel cuore dell'Europa. Andrea Riccardi, in un editoriale su Famiglia Cristiana, si interroga non solo sulle sue cause ma anche sulle vie possibili di soluzione. Tra mondo spagnolo e catalano, infatti, ci sono tante differenze ma anche tante realtà comuni.

L’indipendenza catalana farà esplodere la Spagna? I Governi di Madrid e Barcellona si trovano in un vicolo cieco che rischia di portare a decisioni irreparabili. Il Governo catalano ha predisposto una road map verso l'indipendenza, ha tenuto un referendum e ha comunicato i risultati. Ora può tornare indietro? Madrid si è contrapposta.

L'intervento della Guardia Civil e della Polizia nazionale contro i votanti catalani al referendum è stato inutile e brutale: ha inasprito gli animi e fatto aumentare l'antipatia verso Madrid. L'intervento del re, Felipe VI, è stato un richiamo severo ai catalani, probabilmente tenendo conto dell'opinione spagnola opposta all'indipendenza. Siamo al muro contro muro. Viene da chiedersi: si possono risolvere in questo modo le questioni, pur gravi, nell'Europa del XXI secolo? Non mi pare proprio. Nell'Europa del Novecento sono sorti nuovi Stati in questo modo solo con il crollo dell'Urss. Ma questa è un'altra vicenda. Tra il mondo spagnolo e quello catalano ci sono profonde differenze, ma anche tante realtà in comune: non solo la storia spagnola, l'economia, le famiglie e soprattutto l'unità europea. Da qui bisogna ripartire. La situazione è più complessa di una contrapposizione bipolare. Ci sono catalani favorevoli all'unità spagnola, che hanno manifestato per l'unità domenica scorsa. Il "divorzio" non si può decidere a strappi e uno Stato non può nascere con una maggioranza risicata.

Tuttavia l'unità non si può imporre con la forza. Ci vogliono dialogo, pazienza, apertura alle esigenze dell'altro, capacità di composizione, fantasia politica e istituzionale. E i governi di Madrid, nel tempo, hanno mostrato scarsa sensibilità verso la Catalogna, che si sente una nazione. Ma sentirsi nazione non vuol dire automaticamente diventare Stato. In Catalogna si è innescato un processo di estremizzazione molto emotivo.

La Chiesa spagnola ha mostrato saggezza, richiamando alla pazienza per evitare una contrapposizione senza uscita. I vescovi hanno chiesto il dialogo, preoccupati di decisioni irreversibili che creerebbero fratture nella società, nelle famiglie e nella Chiesa. Le nostre società, così emotive, spesso scelgono come si clicca sul Web "mi piace" o "non mi piace". Certo ci vogliono riforme importanti nella Costituzione spagnola e nello Statuto catalano. Ma viene da chiedersi se per fare questo le forze politiche in Spagna e in Catalogna non debbano affrontare le elezioni e chiedere al popolo di scegliere i rappresentanti che tracceranno l'assetto istituzionale e politico del futuro.

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Il blog su Huffington Post 

venerdì 6 ottobre 2017

La forza debole del dialogo, motore per la pace.Il caso del Mozambico

Il 4 ottobre non è solo il giorno dedicato a san Francesco d'Assisi. E' anche il giorno in cui, nel 1992, si firmava a Roma l'Accordo Generale di Pace che metteva fine alla guerra civile in Mozambico, un conflitto che aveva causato più di un milione i morti e ridotto il paese alla miseria e alla fame.
Il 4 ottobre 2017, questa pace ha compiuto il suo Giubileo d'argento: 25 anni, che hanno significato per il Mozambico non solo cessazione della violenza, ma ripresa demografica, sviluppo economico, dinamiche - anche dai contorni aspri - in un quadro di dibattito parlamentare e democratico. Sono i tanti volti della pace.
In una conferenza tenutasi alla Farnesina, Andrea Riccardi, il ministro Angelino Alfano e il viceministro alla Giustizia del Mozambico, Joaquim Verissimo, hanno esaminato la storia e le ragioni di questa pace straordinaria: "un modello - ha detto il ministro Alfano - per la sinergia tra attori statuali e non statuali, come è la Comunità di Sant'Egidio".
Nel ripercorrerne la storia Andrea Riccardi ha ricordato le condizioni difficlissime in cui versava il paese:
"Ricordo come il popolo fosse veramente stremato. Quando al congresso della FRELIMO (Sant’Egidio era accreditato nel paese per la cooperazione) parlai di pace, sentii un boato di consenso dei delegati. Il presidente Chissano, succeduto a Samora dopo l’inquietante incidente aereo del 1986, da intelligente diplomatico, si era reso conto che vincere sul piano militare era impossibile. Il territorio –salvo le città- era sotto la minaccia, se non il controllo, dei guerriglieri". 
E la scelta di Roma e dell'Italia come luogo di incontro e mediazione:
"Perché Roma? Precedenti tentativi, in sedi africane, erano falliti, anzi nemmeno iniziati. Roma era uno scenario un po’ mitico per le parti. Il governo contava vari amici, tra cui i comunisti italiani e Andreotti. Era l’unica città fuori dall’Africa che Dhalakama aveva visitato. Qui le due parti potevano discutere, senza ingerenze di poteri forti. .... La forza di Roma è stata il paradosso della debolezza della mediazione: l’assenza di convenienze strategiche, si trasformava in forza perché creava fiducia. Una parte degli attori occidentali erano però convinti che il dialogo non fosse la strada per la pace in Mozambico. Varie le ironie sull’attivismo italiano, come quando “Le Monde” scrisse di negoziati che “piétinent” tra ristoranti e basiliche romane." La fiducia nella forza "debole" del dialogo, è stata il motore di questo negoziato, come ha spiegato Riccardi, ma anche la sapienza e il non avere altri interesse che la pace."Matteo Zuppi, uno dei mediatori, e io stesso eravamo convinti da tempo che il dialogo fosse l’unica strada... La scelta fu non forzare le parti. Spesso i mediatori hanno fretta di successo".
Oggi, il Mozambico è molto diverso da quello che era 25 anni fa:
In venticinque anni, il Mozambico ha compiuto grandi progressi economici. Nel 1992 era il paese più povero al mondo, con un reddito annuo pro capite di 60 dollari. Negli ultimi anni ha oscillato tra 400 e 600. Dalla pace il PIL è cresciuto a una media del 6% annuo. La mortalità infantile è scesa dal 162 al 60 per mille, e la speranza di vita è passata da 44 a 52 anni e sarebbe molto più alta senza l’AIDS, contro cui oggi lotta Sant’Egidio. I mozambicani non hanno raggiunto la prosperità. Accanto ad una ristretta fascia di ricchi, vi è una grande massa di popolazione sotto la soglia della povertà, due terzi degli abitanti.
Infine, Riccardi ha offerto anche un'interpretazione di quello che è l'eredità di questo processo di pace. Un modello, una speranza per tutta l'Africa, come ebbe a dire Nelson Mandela.
 "Qualche lezione dalla pace mozambicana del 4 ottobre 1992? Anzitutto, gli strumenti “semplici” del dialogo, del contatto umano e del ragionamento politico non sono all’insegna dell’embrassons-nous. Servono accordi articolati, complessi, ponderati, che però necessitano della comprensione delle ragioni e dei sentimenti. Boutros Boutros-Ghali, all’epoca segretario generale delle Nazioni Unite, ha parlato di “pace italiana” non solo perché tre dei quattro mediatori erano italiani, ma perché si trattò di una mediazione insolita, non contemplata dai manuali del conflict resolution. E’ una pace italiana, rivelatrice della capacità dello Stato e della diplomazia di fare sinergia con la società civile, ma anche di creare una cooperazione internazionale che impedisse percorsi sviati e alternativi. Ha scritto Ghali: “La Comunità di Sant’Egidio ha sviluppato tecniche che sono differenti ma al tempo stesso complementari rispetto a quelle dei peacemakers professionali... tecniche caratterizzate da riservatezza e informalità, in armonia con il lavoro ufficiale svolto dai governi e dagli organismi intergovernativi… Sulla base dell’esperienza mozambicana è stato coniato il termine ‘formula italiana’ per descrivere questa miscela, unica nel suo genere, di attività pacificatrice governativa e non”.