giovedì 21 dicembre 2017

Natale: la festa dei valori condivisi da tutti

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Il Natale è la festa popolare degli italiani per eccellenza. È un tempo prezioso in un paese frammentato dalla solitudine di troppi e dalla rabbia di chi si sente tradito dalla vita. Ma anche, il 25 dicembre mantiene una radice cristiana nel ricordarci che la società va resa più umana
Il Natale è la grande festa "popolare" italiana, condivisa e partecipata nei più svariati modi, che ha contagiato tanti, ben al di là del mondo cristiano. Lo si vede nell'aspetto delle città, con le strade adornate, gli alberi di Natale, la tradizione dei regali. Lo scambio dei doni, nonostante l'input consumista, ha il valore di impreziosire le nostre relazioni personali e di dire agli altri quanto teniamo a loro. E anche il rito degli auguri esprime la memoria di chi non si frequenta ma vuol ricordare un legame. Il Natale è festa della famiglia che si raccoglie e fa spazio, almeno un pò, ai bambini e alla loro gioia. Sì, il Natale è soprattutto festa dei bambini e, talvolta, di adulti che si ricordano di essere stati tali. È anche festa in cui si compiono gesti di gratuità verso chi ha bisogno. Personalmente ho in mente i pranzi di Natale con i poveri: espressione festosa di una solidarietà che dura un anno. 
 Il Natale si collega alla gioia: quella di incontrare, dare e ricevere. C`è un'evidente radice cristiana in questa festa, che molti sentono ancora viva e garanzia di una vita più umana: per altri è una tradizione connessa alla nostra umanità. Alcuni criticano lo spegnimento del riferimento religioso: la nascita di Gesù. Altri vedono nella secolarizzazione del Natale la vittoria del consumismo. Sarà vero, ma il Natale italiano è importante e particolare. Innanzitutto c'è una sincronia: uno stesso giorno di festa per tutti. Una parte degli italiani è abituata alle feste quando vuole e può, mentre un`altra purtroppo è costretta a una vita impoverita. Ma il 25 dicembre viene per tutti. È una festa che, nelle forme più diverse, ha ancora un timbro evangelico e cristiano. Un fatto di cultura e religiosità popolare. Rinvia al presepe e al Bambinello, di cui si sottolinea la fragilità. L'umanesimo italiano trova, nel Natale, la sua festa di popolo. Non si tratta di esaltare le nostre tradizioni, bensì di mettere in luce come ci siano sentimenti e valori condivisi dalla nostra gente con immediatezza e semplicità. È qualcosa di prezioso in una società frammentata, caratterizzata dalla solitudine di troppi, dalla rabbia di chi si sente espropriato della vita. Talvolta restiamo sconcertati dalla forza dell'odio che s`incontra nella nostra società. Sentiamo che va umanizzata e riunificata. Il Natale può apparire un interludio, ma ha un messaggio profondo con cui fare i conti. Francesco d`Assisi chiamò la gente di Greccio a radunarsi attorno al presepe per venerare quel Bambino. Dai più deboli riparte l'unità della gente. Quel Bambino ha fatto della gratuità il cuore della vita e ha detto: «C`è più gioia nel dare che nel ricevere». La desertificazione di tanti ambienti e di tanti sentimenti fa scoprire, oggi ancor di più, il valore di questo Natale.

martedì 19 dicembre 2017

Si parla di Chiesa, Pace, Preghiera, nell'intervista a Monica Mondo

In alcuni passaggi della bella intervista di Monica Mondo, andata in onda su TV2000, Andrea Riccardi parla di Chiesa, di pace, di Mozambico

Chiesa e pace: "Le Nazioni Unite hanno tanti problemi ma rappresentano l'idea che c'è un destino unitario del mondo. La Chiesa è un'internazionale, una globalizzazione ante litteram. La Chiesa ha nei suoi cromosomi un messaggio di pace. Casa di fratelli differenti. Lo diceva Germaine Tillon: tutti parenti, tutti differenti"

Pace in Mozambico "E' un caso rivelatore di come una comunità cristiana abbia una forza di pace. Ed è un casounico perchè dopo l'accordo non ci sono state vendette. Perchè il popolo voleva la pace. La uerra è la madre di tutte le povertà."

La Comunità di Sant'Egidio: "La definirei una comunità cristiana che nel mondo è un soggetto profetico, di vita cristiana di solidarietà e mi piace dire anche soggetto di pace sullo scenario internazionale. Aiutare i deboli significa lavorare per la pace."

Preghiera: "E' la prima opera. La fede e la preghiera ci liberano dall'autoreferenzialità e dal senso dell'impossibile".

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lunedì 18 dicembre 2017

In nome della pace e dell'accoglienza con giovani e migranti a Ozieri

andrea riccardi marcia della pace ozieri sardegna
Migliaia di giovani provenienti da tutta la Sardegna hanno invaso Ozieri sabato 16 dicembre per la 31ma Marcia della Pace, dedicata quest'anno ai temi dell'accoglienza e dell'integrazione.
Insieme ai sindaci dei Comuni dell'isola, alcuni ospiti d'onore: monsignor Angelo Becciu, segretario per gli Affari generali della segreteria di Stato in Vaticano, Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo, rispettivamente fondatore e presidente della Comunità di Sant'Egidio.
Alla conclusione della marcia, hanno rivolto il loro messaggio ai partecipanti - associazioni di volontariato sarde, studenti e tantissimi migranti che hanno trovato ospitalità in Sardegna.

La notizia sull'ANSA 

giovedì 14 dicembre 2017

Gerusalemme. La mossa di Trump travolge la pace

Con l'avvicinamento fra Israele e Arabia Saudita, la speranza era che si trovasse un'intesa fra israeliani e palestinesi. La decisione di Trump riapre la protesta palestinese. Ma bisogna evitare, ha ammonito papa Francesco, di aggiungere nuovi elementi di tensione.
Il commento di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Gerusalemme - la mossa di Trump travolge la pace - Andrea Riccardi
Tra Israele e i palestinesi si è riacceso lo scontro. Causa della tensione è lo spostamento dell'ambasciata americana a Gerusalemme, deciso dal presidente Trump. Il che comporta il pieno riconoscimento di Gerusalemme come capitale d'Israele da parte degli Stati Uniti, a differenza della maggior parte degli Stati - tra cui gli europei - che sono certo in rapporti diplomatici con lo Stato ebraico, ma mantengono le ambasciate a Tel Aviv. Israele controlla Gerusalemme dal 1967, a seguito della Guerra dei sei giorni, e l'ha dichiarata «capitale eterna e indivisibile» dello Stato. Allo stesso tempo, la città è rivendicata dai palestinesi, almeno nella parte orientale, come propria capitale: è, per i musulmani, Al Quds, la Santa. La città, che ha registrato un notevole incremento di popolazione ebraica nell'ultimo mezzo secolo, rappresenta una questione quasi irrisolvibile nei negoziati tra israeliani e palestinesi. Il mutamento della posizione americana riapre la protesta palestinese che si è fatta sentire duramente, con manifestazioni e violenze. Due missili sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza su Israele, che ha risposto con la sua aviazione. Sono cominciate proteste nel mondo arabo e musulmano, manifestazioni anche in Asia. La speranza, con l'avvicinamento tra Israele e l'Arabia Saudita del principe "riformatore" Bin Salman, era che si potesse trovare una qualche intesa tra israeliani e palestinesi. È stata diffusa anche la notizia di una visita segreta di Bin Salman in Israele per incontrare il premier Netanyahu. Oggi, l'Arabia Saudita e i Paesi arabi criticano il gesto americano e Israele. Il presidente turco Erdogan ha invitato i 57 Paesi dell'Organizzazione della cooperazione islamica a Istanbul il 13 dicembre per un vertice straordinario. La solidarietà ai palestinesi non sanerà però il conflitto tra sciiti e sunniti (che si era sovrapposto alla questione palestinese, finendo per oscurarla almeno in parte). Non si capisce la portata diplomatica del gesto di Trump, se non in chiave di politica interna, come l'adempimento di una promessa elettorale. In realtà il conflitto tra israeliani e palestinesi ha ormai settant'anni: questa situazione, prolungata e drammatica, è stata all'origine di tante sofferenze. Non la si può accettare come fatto normale e irresolubile. Papa Francesco, dopo aver ribadito la necessità di preservare lo status quo di Gerusalemme (città santa per ebrei, cristiani e musulmani con una vocazione peculiare alla pace), ha affermato: «Prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti». È una visione saggia in un quadro così complesso: bisogna smorzare tutti gli elementi di tensione e spianare la via all'incontro.

giovedì 7 dicembre 2017

E ora l'Europa si accorge dell'Africa: il vertice di Abidjan

Investire sui giovani africani per un avvenire duraturo, per una crescita economica comune di Africa e Europa: il vertice di Abidjan tra Unione Africana e Unione Europea può rappresentare un'inversione di politica. In un editoriale su Famiglia Cristiana Andrea Riccardi spiega il perché.


Da Abidjan, in Costa d'Avorio, viene una buona notizia. Qui si è radunato dal 29 al 30 novembre il summit tra Unione Europea e Unione Africana su "Investire sui giovani per un avvenire duraturo". Non un convegno di studio, ma l'incontro di ottanta leader europei e africani. Si è trattato soprattutto di giovani africani, che sono la metà del continente. Questi troppo spesso lasciano la loro terra, divenuta matrigna. I motivi sono molteplici: guerre, violenza diffusa, crisi ecologica, desertificazione, ma anche fame di futuro e voglia di lavoro. Non credono più nei loro Paesi. Disperazione e speranza, allo stesso tempo, spingono i giovani africani verso l'Europa: rischiano la vita, cadono in mano di mafiosi che li trasportano per terra e per mare, finiscono prigionieri di banditi, talvolta venduti come schiavi (lo abbiamo visto in Libia).

C'è il problema di interrompere questi viaggi tragici. D'altra parte il problema dei governi europei è fermare l'immigrazione. Non basta però alzare muri. Anche i governi africani si stanno finalmente rendendo conto che non possono abbandonare i loro concittadini a una triste sorte, mentre finora sono stati fortemente indifferenti.

Bisogna sviluppare opportunità di lavoro in Africa. I giovani africani cominciano ad associarsi a questo processo: start-up, imprese, lavoro sono tematiche da loro trattate parallelamente al summit di Abidjan. Qui si è vista una rete di giovani di vari Paesi africani in movimento, all'insegna di un futuro migliore. Il trattamento dei migranti africani in Libia è stato il detonatore che ha determinato una reazione: «L'immigrazione clandestina è un suicidio», è stato lo slogan della manifestazione giovanile ad Abidjan, alla vigilia dell'apertura del summit euro-africano. Le società civili africane, talvolta compresse da regimi autoritari o umiliate dalla corruzione, si fanno sentire e vogliono partecipare attivamente al rinnovamento.

Il vertice di Abidjan può rappresentare un'inversione di politica. L'Unione Europea si impegnerà con un cospicuo piano d'investimenti nell'ottica di lavorare con gli africani, cogliendo le opportunità economiche del continente. Soprattutto bisogna creare lavoro per i giovani. Non si tratta di aiuti, talvolta deviati in percorsi di corruzione, ma della possibilità di una crescita economica insieme. Il premier Gentiloni ha coinvolto quattro Paesi dell'Europa dell'Est, mostrando come l'Africa sia interesse comune del continente, perché - ha affermato - non è possibile che intervengano in Africa solo Unione Europea, Italia e Germania. Ha poi concluso concretamente: «Bisogna rimboccarsi le maniche e mettere mano anche al portafoglio».

venerdì 1 dicembre 2017

Siria: 400mila morti vittime del cinismo

Un Paese distrutto e umiliato, campo di battaglia per gli interessi delle grandi potenze

Che succede in Siria, dopo sei anni di guerra civile, che ha straziato un popolo di diciotto milioni e mezzo di persone? L'opinione pubblica, distratta, capisce a fatica quanto sta avvenendo in quel Paese. Il presidente del regime Assad, appoggiato dall'asse sciita (hezbollah libanesi e iraniani), ha mantenuto il controllo sulla Siria "utile": le grandi città sono nelle sue mani. Assad, qualche giorno fa, è volato in Russia, a Sochi, per incontrare il presidente Putin, che ha sempre sostenuto l'alleato siriano: si apre una road map che dovrebbe portare al dialogo e all'integrazione delle parti in lotta. È seguito un vertice fra i tre vincitori della partita: Putin, il presidente turco Erdogan e l'iraniano Rohani.
Cent'anni dopo gli accordi franco-britannici Sykes-Picot del 1917, che decisero l'assetto del Medio Oriente dopo la caduta dell'Impero ottomano, il gioco è passato nelle mani di Russia, Iran e Turchia. Trump, da lontano, sembra concordare. L'Europa è assente. L'Arabia Saudita incassa la sconfitta e riapre una conflittualità contro gli sciiti in Libano (Paese a rischio, con le dimissioni del premier Hariri rientrate dopo l`intervento di Macron). Si dovrebbe cominciare a trattare in un congresso formato da Governo, opposizioni, società civile, per costruire il futuro politico della Siria. È caduta la precondizione da parte dei combattenti anti-Assad: le dimissioni del presidente.
In Siria si combatte ancora, almeno in parte. Attorno a Idlib si concentrano gli oppositori con una prevalenza di estremisti; intorno a Damasco c`è un'area controllata dai radicali e la popolazione ha gravi problemi umanitari. A Sud, le opposizioni controllano alcuni territori. Resta forte l'esercito curdo, determinante nella sconfitta di Daesh: controlla Rojava, regione a Nord. Riuscirà ad affermare l'autonomia dopo tanta lotta o si piegherà agli interessi siriani? Erdogan è ostile all'autonomia dei curdi perché alleati del Pkk, il loro movimento armato in Turchia. Abbiamo visto come l'indipendenza del Kurdistan sia fallita in Iraq: che sarà di Rojava in Siria?
Una guerra per niente? Sì, una guerra per finire ancora con Assad al potere, colui che ha usato i gas contro il suo popolo. Una guerra nel cui contesto s'è affermato Daesh con il crudele Stato islamico (ora battuto). Soprattutto una guerra che ha ucciso 400 mila siriani e ne ha costretti cinque milioni a lasciare la patria. Una guerra per niente. Niente è più come prima in Siria, divenuta un campo di battaglia tra potenze e influenze, dove indifferenza e cinismo si sono intrecciati in modo tragico. Domenico Quirico, il giornalista sequestrato in Siria nel 2013, ha scritto un drammatico libro, Succede ad Aleppo, dal nome della città simbolo della Siria del vivere insieme, distrutta, umiliata, bombardata. Il popolo siriano è ormai segnato: «Tutti, giovani e vecchi, uomini e donne», egli scrive, «si trascinano dietro la paura come lo sporco attaccato alle scarpe».