giovedì 7 dicembre 2017

E ora l'Europa si accorge dell'Africa: il vertice di Abidjan

Investire sui giovani africani per un avvenire duraturo, per una crescita economica comune di Africa e Europa: il vertice di Abidjan tra Unione Africana e Unione Europea può rappresentare un'inversione di politica. In un editoriale su Famiglia Cristiana Andrea Riccardi spiega il perché.


Da Abidjan, in Costa d'Avorio, viene una buona notizia. Qui si è radunato dal 29 al 30 novembre il summit tra Unione Europea e Unione Africana su "Investire sui giovani per un avvenire duraturo". Non un convegno di studio, ma l'incontro di ottanta leader europei e africani. Si è trattato soprattutto di giovani africani, che sono la metà del continente. Questi troppo spesso lasciano la loro terra, divenuta matrigna. I motivi sono molteplici: guerre, violenza diffusa, crisi ecologica, desertificazione, ma anche fame di futuro e voglia di lavoro. Non credono più nei loro Paesi. Disperazione e speranza, allo stesso tempo, spingono i giovani africani verso l'Europa: rischiano la vita, cadono in mano di mafiosi che li trasportano per terra e per mare, finiscono prigionieri di banditi, talvolta venduti come schiavi (lo abbiamo visto in Libia).

C'è il problema di interrompere questi viaggi tragici. D'altra parte il problema dei governi europei è fermare l'immigrazione. Non basta però alzare muri. Anche i governi africani si stanno finalmente rendendo conto che non possono abbandonare i loro concittadini a una triste sorte, mentre finora sono stati fortemente indifferenti.

Bisogna sviluppare opportunità di lavoro in Africa. I giovani africani cominciano ad associarsi a questo processo: start-up, imprese, lavoro sono tematiche da loro trattate parallelamente al summit di Abidjan. Qui si è vista una rete di giovani di vari Paesi africani in movimento, all'insegna di un futuro migliore. Il trattamento dei migranti africani in Libia è stato il detonatore che ha determinato una reazione: «L'immigrazione clandestina è un suicidio», è stato lo slogan della manifestazione giovanile ad Abidjan, alla vigilia dell'apertura del summit euro-africano. Le società civili africane, talvolta compresse da regimi autoritari o umiliate dalla corruzione, si fanno sentire e vogliono partecipare attivamente al rinnovamento.

Il vertice di Abidjan può rappresentare un'inversione di politica. L'Unione Europea si impegnerà con un cospicuo piano d'investimenti nell'ottica di lavorare con gli africani, cogliendo le opportunità economiche del continente. Soprattutto bisogna creare lavoro per i giovani. Non si tratta di aiuti, talvolta deviati in percorsi di corruzione, ma della possibilità di una crescita economica insieme. Il premier Gentiloni ha coinvolto quattro Paesi dell'Europa dell'Est, mostrando come l'Africa sia interesse comune del continente, perché - ha affermato - non è possibile che intervengano in Africa solo Unione Europea, Italia e Germania. Ha poi concluso concretamente: «Bisogna rimboccarsi le maniche e mettere mano anche al portafoglio».

venerdì 1 dicembre 2017

Siria: 400mila morti vittime del cinismo

Un Paese distrutto e umiliato, campo di battaglia per gli interessi delle grandi potenze

Che succede in Siria, dopo sei anni di guerra civile, che ha straziato un popolo di diciotto milioni e mezzo di persone? L'opinione pubblica, distratta, capisce a fatica quanto sta avvenendo in quel Paese. Il presidente del regime Assad, appoggiato dall'asse sciita (hezbollah libanesi e iraniani), ha mantenuto il controllo sulla Siria "utile": le grandi città sono nelle sue mani. Assad, qualche giorno fa, è volato in Russia, a Sochi, per incontrare il presidente Putin, che ha sempre sostenuto l'alleato siriano: si apre una road map che dovrebbe portare al dialogo e all'integrazione delle parti in lotta. È seguito un vertice fra i tre vincitori della partita: Putin, il presidente turco Erdogan e l'iraniano Rohani.
Cent'anni dopo gli accordi franco-britannici Sykes-Picot del 1917, che decisero l'assetto del Medio Oriente dopo la caduta dell'Impero ottomano, il gioco è passato nelle mani di Russia, Iran e Turchia. Trump, da lontano, sembra concordare. L'Europa è assente. L'Arabia Saudita incassa la sconfitta e riapre una conflittualità contro gli sciiti in Libano (Paese a rischio, con le dimissioni del premier Hariri rientrate dopo l`intervento di Macron). Si dovrebbe cominciare a trattare in un congresso formato da Governo, opposizioni, società civile, per costruire il futuro politico della Siria. È caduta la precondizione da parte dei combattenti anti-Assad: le dimissioni del presidente.
In Siria si combatte ancora, almeno in parte. Attorno a Idlib si concentrano gli oppositori con una prevalenza di estremisti; intorno a Damasco c`è un'area controllata dai radicali e la popolazione ha gravi problemi umanitari. A Sud, le opposizioni controllano alcuni territori. Resta forte l'esercito curdo, determinante nella sconfitta di Daesh: controlla Rojava, regione a Nord. Riuscirà ad affermare l'autonomia dopo tanta lotta o si piegherà agli interessi siriani? Erdogan è ostile all'autonomia dei curdi perché alleati del Pkk, il loro movimento armato in Turchia. Abbiamo visto come l'indipendenza del Kurdistan sia fallita in Iraq: che sarà di Rojava in Siria?
Una guerra per niente? Sì, una guerra per finire ancora con Assad al potere, colui che ha usato i gas contro il suo popolo. Una guerra nel cui contesto s'è affermato Daesh con il crudele Stato islamico (ora battuto). Soprattutto una guerra che ha ucciso 400 mila siriani e ne ha costretti cinque milioni a lasciare la patria. Una guerra per niente. Niente è più come prima in Siria, divenuta un campo di battaglia tra potenze e influenze, dove indifferenza e cinismo si sono intrecciati in modo tragico. Domenico Quirico, il giornalista sequestrato in Siria nel 2013, ha scritto un drammatico libro, Succede ad Aleppo, dal nome della città simbolo della Siria del vivere insieme, distrutta, umiliata, bombardata. Il popolo siriano è ormai segnato: «Tutti, giovani e vecchi, uomini e donne», egli scrive, «si trascinano dietro la paura come lo sporco attaccato alle scarpe».