giovedì 9 agosto 2018

Il papa sulla pena di morte. Un rifiuto deciso di ogni violenza

La modifica del Catechismo non contraddice il Magistero, ma lo sviluppa alla luce del Vangelo

Papa Francesco ha approvato, il 1° agosto, la modifica del Catechismo della Chiesa cattolica sulla pena di morte.
Il testo precedente non escludeva la pena capitale «quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani». L'ammetteva nel capitolo dedicato alla "legittima difesa", quasi come parte di essa, in casi rari, «se non addirittura praticamente inesistenti». Nella Chiesa, impegnata nella difesa della vita, la pena capitale appariva ripugnante da tempo. Sembra che anche Giovanni Paolo II non fosse soddisfatto della formulazione del Catechismo, che è stata invocata da chi si opponeva all'abrogazione della pena di morte dalla legislazione degli Stati. Nel vecchio testo aveva prevalso la preoccupazione che la negazione della liceità della pena di morte fosse un cambiamento nella dottrina che indeboliva l'autorità del Magistero. Francesco non ha condiviso questa preoccupazione e ha dichiarato: «La pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona». La frase è il cuore del nuovo testo del Catechismo. La Congregazione vaticana spiega: si tratta di «un autentico sviluppo della dottrina, che non è in contraddizione con gli insegnamenti anteriori del Magistero». Avrebbe detto con semplicità Giovanni XXIII: «Non è il Vangelo che cambia, ma siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». La Chiesa nel tempo va verso una comprensione più profonda e fedele, vissuta con il Papa e i vescovi, cui tanti umilmente danno il loro contributo. Lo insegna il Vaticano II nella Dei Verbum: «Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro, sia con l'intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità». Colpisce allora la reazione critica alla decisione di Francesco. Dietro questo timore c'è anche la concezione tradizionalista del legame tra violenza di Stato e cultura dell'autorità. La Chiesa cattolica non "svende" la verità, ma si lascia guidare dallo Spirito e dai suoi pastori, gioiosa di crescere nella comprensione del Vangelo. In tempi di estesa paura dell'altro e di violenza diffusa, si sente il bisogno di riflettere a fondo sui limiti e la realtà della "legittima difesa", che talvolta motiva l'uso della forza da parte dei privati e l'incremento delle armi. La migliore difesa non è un popolo in armi: è uno Stato responsabile ed efficace assieme a una coscienza civile collettiva. La decisione del Papa ci guida al distacco coraggioso dalla cultura della violenza da qualunque parte venga, anche dallo Stato.

NEL 2017 QUASI MILLE ESECUZIONI Secondo un rapporto di Amnesty International, nel 2017 sono state effettuate 993 esecuzioni in 23 Stati, il 4 per cento in meno rispetto alle 1.032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1.634 del 2015, anno che aveva fatto registrare il più alto numero dal 1989. 

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 12 agosto 2018

venerdì 3 agosto 2018

Diamo un futuro ai giovani africani


Si parla tanto di come fermare gli sbarchi, ma il vero problema è attivare politiche che convincano i giovani africani a restare nel loro Paese. 

Un diplomatico europeo, che evocava i circa 1.000 morti nel Mediterraneo nei primi sei mesi del 2018, ha sentito un collega libico rispondergli: «I morti nei viaggi e nel deserto sono il doppio. Anzi, non lo sapremo mai». Gli europei discutono accanitamente di quel che vedono: migranti e rifugiati che si affacciano sul Mediterraneo o sbarcano sulle coste. Si teme l'invasione. Talvolta ci si commuove, quando si vede il corpicino di un bambino senza vita in mare. La paura non ci ha fatto perdere del tutto l'umanità. Ma che fare? Molti europei si sentono in preda a flussi incontrollabili. Così si ripete il mantra: «Non possiamo accogliere tutti gli africani». Mantra che giustifica la durezza, ma soprattutto l'assenza di pensiero e di progetto. Ci vuole invece una visione larga e di lungo periodo. Da dove viene chi approda in Italia? Nel 2017, i nigeriani sono stati i1 17% degli sbarcati, seguiti da guineani, ivoriani e bangla (ciascun gruppo tra 1'8 e il 9%). I migranti provengono anche da Mali, Eritrea, Sudan, Tunisia, Marocco, Senegal, Gambia. L'emigrazione da Paesi come l'Eritrea, il Sudan e il Mali è frutto di difficili situazioni politico-militari. Non possiamo dimenticare la responsabilità verso i rifugiati. In tanti Paesi, però, il sogno di un futuro migliore spinge i giovani al rischioso "viaggio" attraverso il deserto e il mare. I "viaggiatori" sono per lo più maschi (74%) e giovani: molti i minori non accompagnati (14,5%). Spesso un'intera famiglia o un gruppo investono su di loro, pagando le reti criminali dei viaggi. Gli accordi non sempre sono rispettati e i "viaggiatori" subiscono violenze, spoliazioni e ricatti... Sono storie spesso nascoste al proprio ambiente per orgoglio. Vanno interrotte, creando presenze umanitarie lungo la strada, come in Niger e in Burkina Faso, che consentano assistenza e possibilità di rientro. Sappiamo quali siano le condizioni dei migranti in Libia.
Si parla tanto di come fermare gli sbarchi, ma niente su come agire all'origine dei viaggi. È invece il problema più grosso. Costa d'Avorio o Guinea non possono nulla per evitare gli esodi drammatici? Quando ci fu l'epidemia di ebola, i governi africani esercitarono un controllo sulle frontiere. Non si tratta però solo di misure repressive, ci vuole una politica che dia più opportunità ai giovani africani nei loro Paesi, infrangendo il mito che il futuro sia solo in Europa. Andarsene per molti ragazzi è una muta protesta contro i governi e una nazione matrigna, quasi una scelta di coraggio. Ma ci vuole una collaborazione tra Stati europei e africani che sostenga invece il coraggio di lavorare in Africa.
E poi non si può chiudere ogni accesso: le nostre economie e società hanno bisogno di migranti. Bisogna riaprire i flussi legali, ormai del tutto chiusi: anche questa è una speranza e un contrasto alle illusioni seminate sistematicamente dai trafficanti di esseri umani. Per questo ci vuole una visione narrata anche agli europei, perché escano da una logica solo di emozioni.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 9 agosto 2018

venerdì 27 luglio 2018

La missione di pace della Dante Alighieri

IL TRICOLORE NEL MONDO: UN MIX DI ARTE, CUCINA, BELLEZZA
PER TANTE ALTRE NAZIONI NON SIAMO UN PAESE IN DECLINO MA UNA POTENZA CULTURALE
Se l'Italia attira milioni di visitatori ogni anno, in barba alla crisi, lo deve al suo patrimonio culturale che la Società Dante Alighieri, fondata nel 1889, ha contribuito a diffondere.
Sta per compiere 130 armi la Società che diffonde lingua, stile e tradizione italiani
 

Cos'è l'Italia nel mondo globale? Sembra poco. Ma è una delle più forti economie del mondo, una "potenza" culturale con giacimenti d'arte e d'archeologia, che attirano milioni di visitatori. Non è però solo un "grande museo": è un mix unico di antico e nuovo, capace di creare un vivere all'italiana. Questa realtà suscita un'attrazione diffusa per la nostra lingua, veicolo per introdursi nel "mondo italiano", fatto di arte, cultura, cucina, bellezza, canto e teatro, storia, design, stile di vita. Per i nostri contemporanei, l'Italia non è un Paese in decadenza, ma vivo, bello e attrattivo. Questa è la diffusa sensazione della Società Dante Alighieri, che compie 130 anni nel 2019 e si è rinnovata negli ultimi anni a contatto con la domanda di lingua italiana. Più di 400 comitati della Dante nel mondo, con le loro scuole di lingua, sentono crescere l'interesse per la cultura e il modo di vivere degli italiani. La Dante, diffondendo lingua e cultura, sta diventando un luogo di Italsimpatia. La Società è nata nel lontano 1889 per connettere e alimentare "pezzi" di italianità: emigrati a rischio di perdere l'identità, retaggi di cultura italiana da valorizzare. Pur nella logica nazionalistica di fine Ottocento, l'esistenza della Dante segnò il superamento dell'identificazione tra nazione e territorio, manifestando l'idea di una "patria più grande" dei confini nazionali, una "patria" culturale e linguistica che ancora oggi esiste, in modo diverso. I comitati della Dante nel mondo sono stati spazi di vivace di "italnostalgia", dove gli emigrati hanno coltivato identità. Oggi la Dante è luogo d'irradiazione e di coagulo della simpatia per l'Italia. La Società è una rete di «amici dell'Italia, dell'italiano e del mondo in italiano», una risorsa per il Paese con connessioni profonde con il turismo e le università italiane, raccordo di quanti, pur non italiani, considerano l'Italia un riferimento culturale. Confortata da un recente investimento del Governo, la Società, dalla sede centrale di Palazzo Firenze a Roma alle sedi del mondo, lavora per diffondere l'italiano nella rete di scuole e comitati, realizzata dagli emigrati in Argentina, come in Libano, dove collabora con la forza di pace italiana. Alimentare l'Italia nel mondo non è solo un servizio all'internazionalizzazione del Paese e ai suoi prodotti, è anche un'impresa di significato geopolitico: vuol dire rafforzare un attore culturale e pacifico in un mondo globale, che non può essere appiattito o ingrigito, ma che neppure è destinato ai conflitti identitari e ai muri. Cultura e la lingua italiana sono anche una presenza di pace.

Questo editoriale di Andrea Riccardi, presidente della Dante Alighieri, è apparso su Famiglia Cristiana del  29/7/2018

domenica 22 luglio 2018

I nuovi scenari mondiali: se NATO e Unione Europa non sono più di moda

Sono sotto attacco i due pilastri dello scenario internazionale nati dopo la Guerra fredda e sopravvissuti alla caduta del Muro di Berlino.Un mondo "sovranista" non conviene a nessuno

La recente riunione del Consiglio dell'Alleanza atlantica ha registrato la minaccia di un'uscita degli Stati Uniti dalla Nato. Il presidente Trump ha chiesto agli europei di impegnarsi di più nei finanziamenti all'Alleanza, affermando che il suo Paese non può sostenere una parte così larga delle spese anche per la difesa dell'Europa. La minaccia dell'uscita degli Stati Uniti è apparsa un'enormità, anche in considerazione che la Nato (acronimo di North atlantic treaty organization, Organizzazione dei Paesi che hanno aderito al Patto nord-atlantico) è stata fondata nel 1949 attorno agli americani durante la Guerra fredda, contrapposta per decenni al Patto di Varsavia di obbedienza sovietica. Dopo la caduta del Muro, il concetto strategico dell'Alleanza è stato rivisitato: la Nato garantisce la libertà e la sicurezza dei Paesi membri con un impegno politico-militare. Oggi conta ventinove Stati, tutti europei eccetto Stati Uniti e Canada. Tra i membri recenti ci sono ex partecipanti al blocco sovietico, come Bulgaria, Cechia, Slovenia, Polonia, Ungheria, Lettonia, Estonia e Lituania. Mosca
ha visto negativamente l'adesione dei Paesi dell'Est alla Nato, mentre alcuni di questi hanno posizioni preoccupate verso la politica internazionale russa. La crisi, suscitata dalle dichiarazioni di Trump, è rientrata, con l'accordo raggiunto durante il Consiglio atlantico. Tuttavia resta un senso d'instabilità generato da questa crisi. Ci si chiede se siano diventati insicuri i pilastri dello scenario internazionale durante la Guerra fredda e dopo 1`89: la Nato e l'Unione europea.
Lo stesso Trump non pare simpatizzare per il processo di integrazione europeo, mentre ha plaudito alla Brexit. Viene da pensare che le forme comunitarie tra i Paesi, come l'Unione o l'Alleanza, non siano più di moda. Non si tratta solamente della politica della Casa Bianca, ma anche di quelle "sovraniste" dei Paesi europei. La tendenza sarebbe riprendere in mano i destini nazionali a scapito dei vincoli comunitari. Questo favorirebbe la competizione commerciale, ma anche una più libera affermazione dell'interesse nazionale. Viene da chiedersi quale sia il vero vantaggio dei Paesi europei, in specie dell'Italia. Non mi pare sia interesse del nostro Paese essere svincolati dagli storici legami comunitari: anzi, un rafforzamento di essi s'impone. Quando l'Italia insiste su una responsabilità condivisa delle frontiere europee riguardo ai migranti va in questo senso, non in quello della chiusura delle frontiere nazionali, come i Paesi di Visegrad. Nonostante le diverse interpretazioni della cooperazione strutturata permanente sulla difesa europea tra Francia e Germania, la questione della difesa comune ha già compiuto significativi passi in avanti e deve avanzare ulteriormente, soprattutto se la Nato venisse destabilizzata. Ma anche con la difesa europea, gli Stati Uniti hanno un rapporto ambivalente per motivi economici e politici. La realtà è che un mondo scomposto e imprevedibile non conviene né agli europei né agli americani.

venerdì 13 luglio 2018

Popolocrazia- In video l'intervento sul libro di Ilvo Diamanti e Marc Lazar


Il 4 luglio, Andrea Riccardi ha presentato presso la Società Dante Alighieri, il libro "Popolocrazia, la metamorfosi delle nostre democrazie", di Ilvo Diamanti e Marc Lazar.
In video il suo intervento

Andrea Riccardi è presidente della Società Dante Alighieri dal 22 marzo 2015