giovedì 14 giugno 2018

Rifugiati: non ci sono soluzioni semplici per un problema complesso. Lavorare in Africa, lottare contro i mercanti della morte, aprire corridoi legali

L'Europa non deve essere una fortezza. L'integrazione è un problema complesso, non ci sono soluzioni semplici o urlate
 
L'immigrazione è al centro di un dissidio europeo che dura da anni, come si vede anche dalla drammatica vicenda della nave Aquarius di Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranée a cui è stato negato l'approdo in Italia, invocando la competenza di Malta. Ogni Governo guarda al proprio interesse nazionale e, soprattutto, agli umori dell'elettorato, sempre più spaventato da una "invasione" di stranieri dal Sud del mondo.  
Ma i problemi reali della gente comune non sono tanto gli immigrati quanto la difficoltà di vivere nelle periferie, la mancanza di lavoro, la precarietà quotidiana, la crisi economica. E sono seri. 
Eppure si parla tanto di migranti. Si deve dire, però, che l'Italia non è stata aiutata dagli altri Paesi europei, anche se Bruxelles ha sostenuto finanziariamente l'accoglienza italiana. Ed è stato un errore europeo. Tuttavia, una questione grave come i migranti non si può affrontare in modo emotivo, anche se le forze politiche europee hanno appreso che alimentare le paure può portare consenso. Invece è un problema da gestire nella solidarietà tra europei. Ma la scorsa settimana, in Lussemburgo, l'Unione si è di nuovo divisa sui cambiamenti da apportare al regolamento di Dublino. Il quale prevede che il Paese europeo dove il migrante entra debba compiere le procedure di asilo. Così le frontiere esterne dell'Europa sono viste non in modo unitario, ma in una prospettiva nazionale. 
L'Italia, la Spagna e la Grecia sono più esposte all'arrivo dei migranti via mare. E sono quindi contrarie alla riforma perché considerano scarsa la ripartizione dei migranti con gli altri Stati. Per ragioni antitetiche, i Paesi del Centro-Est europeo si oppongono alla riforma: non intendono farsi carico (neanche solo economicamente) dei migranti arrivati in altri Stati. La Germania è stata contro la riforma e l'Italia non ha insistito sul negoziato. 
Il sottosegretario belga Francken ha concluso sui migranti: «Dobbiamo rimandarli indietro». Il commissario europeo Avramopoulos ha risposto: «Non saremo la fortezza Europa». Non ci sono soluzioni semplici per un problema così complesso. Né soluzioni semplificate sono applicabili. Prima di tutto bisogna calmare le opinioni pubbliche e governare i flussi migratori con una politica efficace di accoglienza e integrazione. Va condotta una lotta senza quartiere ai mercanti dei viaggi della morte. Poi c'è da lavorare in Africa, spiegando alla gente il dramma dei viaggi verso il Nord ed esigendo dai Governi africani più responsabilità verso i loro giovani. Bisogna lavorare con gli Stati africani, perché i giovani trovino futuro nei loro Paesi. Inoltre, vanno aperti corridoi perché, in piena legalità e sicurezza, i migranti possano giungere nei nostri Paesi. Non è solo un fatto umanitario ma anche, per l'Italia, una necessità, proprio per la crisi demografica. Il problema delle migrazioni è tanto complesso. Abbiamo bisogno di governarlo con intelligenza, ragionevolezza, umanità e preveggenza. È una sfida seria, ma è possibile

Questo editoriale di Andrea Riccardi è apparso, con il titolo: L'Europa non deve essere una fortezza", su Famiglia Cristiana del 17/6/2018

martedì 12 giugno 2018

Premio Roma 2018 per i 50 anni di Sant'Egidio. Oggi la consegna a Andrea Riccardi

NARRATIVA STRANIERA
 NARRATIVA ITALIANA
SAGGISTICA

Comunicato Stampa

PREMIO ROMA: QUESTA SERA LA CONSEGNA DEI PREMI 2018

Alberto Angela, Diego Della Valle,  Nicola Gratteri,
Andrea Riccardi e Paolo Mieli tra i vincitori

Cerimonia nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma

Roma, 12 giugno 2018 – Saranno uomini della cultura, dello spettacolo, delle istituzioni e della letteratura a ricevere, questa sera, nell’Aula Magna del rettorato della Sapienza Università di Roma, i riconoscimenti dell’edizione 2018 del Premio Roma.
La cerimonia si aprirà con la Banda Musicale dell’Arma dei Carabinieri che eseguirà gli inni nazionali dell’Italia, del Belgio (gemellato quest’anno con il Premio Roma) e Europeo  oltre alla marcia trionfale dell’Aida.

I premi saranno consegnati a:

  • Alberto Angela, giornalista,  per la Promozione delle meraviglie italiane nel mondo;
  • Giuliano Amato, Giudice Costituzionale, nel 70mo anniversario della nascita della Costituzione Italiana;
·         Vincenzo Barone, Direttore della Normale di Pisa,  il Premio Roma Urbs Universalis;
·         Frank Carruet, Ambasciatore del Belgio in Italia, il Premio Roma-Bruxelles;
·         Diego Della Valle, imprenditore, per la promozione dell’imprenditoria italiana nel mondo;
·         Nicola Gratteri, magistrato,  per la lotta alla criminalità organizzata;
·         Andrea Riccardi, storico,  in occasione del 50° anniversario di fondazione della Comunità di Sant’Egidio;
·         Federica Mazzucca, ricercatrice, per la ricerca in campo oncologico “Irma Feroci Milesi”.
Saranno consegnati anche i premi delle due sezioni in concorso:

Per la Narrativa
·         Luigi  Guarnieri,  “Forsennatamente Mr Foscolo”, La nave di Teseo;
Per la Saggistica:

·         Paolo Mieli, “Il Caos italiano”, Rizzoli 

 
PREMIO ROMA
UFFICIO STAMPA

giovedì 7 giugno 2018

Adesso lavoriamo per il bene comune, priorità del nuovo governo

C'è rabbia, la speranza sembra smarrita. Ricostruire il tessuto sociale è per tutti un dovere
L'editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 10 giugno 2018

Finalmente l'Italia ha un Governo, dopo quasi tre mesi di estenuanti tentativi e conciliaboli. Tra i problemi più gravi la situazione d'incertezza degli italiani e i rischi che la stabilità della nostra economia andava correndo. Intanto l'Europa e il mondo ci guardavano attoniti, chiedendosi che cosa sarà dell'Italia. Anche perché ormai con l'Europa unita e con la globalizzazione siamo tutti legati. La crisi di un grande Paese come il nostro si contagia. «Che succede in Italia?», mi sono sentito chiedere pochi giorni fa in Albania, un Paese che dipende tanto dall'Italia per il commercio e quindi per il suo benessere.
Il fatto più preoccupante di questo periodo è stato il clima nel Paese: rabbia, forti tensioni, criminalizzazione dell'altro, attacco al presidente della Repubblica... Tutto questo è stato veicolato dai social media senza autocontrollo. Si tratta di odio a rischio di degenerazione, non di vitalità della democrazia. Dopo decenni di politica ideologica, siamo oggi approdati alla politica dei sentimenti, di per sé volubili, che talvolta si esprimono in modo da stadio. C'è rabbia nel Paese: sembra smarrita la speranza di un futuro migliore. Tante sono le difficoltà, soprattutto delle fasce più deboli e anche di quello che un tempo si chiamava il ceto medio. Non vanno sottovalutate. La risposta è una politica seria, che affronti queste problematiche, che favorisca la crescita economica e accresca le possibilità di lavoro, specie per i giovani. L'origine dei nostri problemi non è certo la presenza degli immigrati: un tema molto enfatizzato, che va ricondotto alle sue dimensioni reali. Forse bisogna apprendere a essere ragionevoli, anche se la ragionevolezza sembra non avere troppa cittadinanza in questa stagione. Gli italiani hanno votato. E, anche grazie alla tenacia del presidente Mattarella, l'Italia ha oggi un Governo politico (cui partecipano alcuni tecnici, tra cui il presidente del Consiglio, dopo che l'essere ministri tecnici era additato come fatto negativo nella polemica politica). Il Governo può agire: conta su una solida maggioranza parlamentare. Lo vedremo alla prova dei fatti. C'è, però, una responsabilità che riguarda tutti: ricostruire il tessuto umano di tanti ambienti sociali, lacerato da tensioni e contrapposizioni.
Ha scritto il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti: «È infatti eticamente doveroso lavorare per il bene comune dell'Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale». Abbiamo, come italiani, un destino comune. C'è un bene comune da realizzare in un clima costruttivo e di pace sociale. E poi - ne sono convinto - va recuperata quell'umanità italiana, un po' logorata, tanto intrisa di pietas cristiana, di senso della persona, di tenerezza per i deboli e i bambini, di sentire familiare e comunitario. Non è retorica, è la nostra storia. Soprattutto è esperienza umana del nostro Paese. La sua ricchezza umana ci ha reso forti nelle difficoltà. È un patrimonio da non sprecare nell'orgia delle emozioni e delle contrapposizioni.

martedì 5 giugno 2018

Venezuela, un paese che muore

In Venezuela non c'è guerra, ma la vita è impossibile: tre milioni di cittadini hanno abbandonato il paese. Le elezioni hanno ratificato il distacco del partito al potere dalla popolazione stremata.

Il Venezuela vive una situazione drammatica. Il 20 maggio ci sono state le elezioni presidenziali, cui non ha partecipato l'opposizione, denunciando mancanza di trasparenza. Ufficialmente è stato riconfermato il presidente Maduro, delfino del defunto presidente Chavez. Le elezioni ratificano ormai il distacco profondo del partito al potere dalla maggioranza della popolazione, astenutasi dal voto. La situazione economico-sociale è catastrofica, quasi al livello dello Zimbabwe di Mugabe, ma con una grande differenza: il Venezuela possiede la maggiore riserva petrolifera del mondo.

Come si è arrivati a questo punto? Tre milioni di venezuelani sono fuggiti all'estero, circa il 1.0% della popolazione: un esodo paragonabile solo alla crisi siriana. In Venezuela non c'è guerra, tuttavia la vita è impossibile. La situazione economica è paragonabile alla Germania di Weimar durante l'iperinflazione. Dal 2004, quando l'allora presidente Chavez iniziò la sua politica economica, si è verificato un mix mortale: attacchi agli investitori esteri, nazionalizzazioni forzate, indebitamento pubblico con i futuri profitti petroliferi a garanzia e nascita di un'economia gestita dalla casta militare. L'inflazione incontrollata ha impoverito la classe media e svuotato le casse dello Stato. Il crollo dei prezzi petroliferi ha dato il colpo di grazia. Il premio Nobel Mario Vargas Llosa scriveva nel 1999, dopo l'elezione di Chavez, un articolo titolato "Il suicidio di una nazione". 
I fatti gli hanno dato ragione. Maduro sostiene che la disastrosa situazione economica sia il risultato dell'ostilità degli Stati Uniti e dei suoi alleati, che certamente non hanno aiutato. Ma la narrativa del complotto internazionale funziona solo ai fini della propaganda: un mix di nazionalismo, cristianesimo, santerìa e marxismo. Si vede come l'ideologia rivoluzionaria del regime sia al servizio di un gruppo di potere, mentre la gente soffre. Per consolidare il consenso, il regime organizza reti di distribuzione gratuita di alimenti (ormai introvabili) solo per chi ha la tessera del partito. L'isolamento internazionale porta la presidenza a cercare appoggi vari: dalla Russia di Putin alla Cina e a pericolosi partner mediorientali. Il regime osserva con indifferenza la fuoriuscita dei cittadini, ma questo rappresenta il fallimento dello Stato. La Conferenza episcopale venezuelana aveva chiesto un rinvio delle elezioni presidenziali «per evitare una catastrofe umanitaria senza precedenti» e non cadere in una «spirale di conflitto». Aveva incoraggiato il dialogo tra presidenza e opposizione, ma i risultati sono stati deludenti. Intanto il Venezuela muore.

mercoledì 30 maggio 2018

Tutto può cambiare. La realtà oltre il sogno

Un articolo di Federica Gieri Samoggia apparso su Avvenire di Bologna, il 27 maggio 2018

E' stato presentato giovedì pomeriggio nella suggestiva cornice della Cappella Farnese a Palazzo d'Accursio il libro del fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi, «Tutto può cambiare», edito da San Paolo. All'incontro sono intervenuti l'arcivescovo Matteo Zuppi, Ivano Dionigi, Romano Prodi, e Stefano Zamagni. «In quelle pagine - osserva Riccardi - ho voluto cogliere le radici nel passato e guardare in avanti. Il titolo è di Giovanni Paolo II. Era molto vecchio, malandato e disse: "Tutto può cambiare: dipende anche da te". Ecco credo che non dobbiamo rinunciare a quella leva fondamentale per cambiare il mondo che è cambiare noi stessi e agire personalmente». Con speranza. Un libro che l'Arcivescovo confida di aver letto «con evidente partecipazione» poiché quell'esperienza «mi ha coinvolto e mi coinvolge». Tutto può cambiare, esordisce Zuppi, «è un'affermazione che racchiude già la prospettiva di Riccardi e della Comunità. Tutto: non è un'ambizione personale, un conato di onnipotenza o una specie di slancio utopico». Come poteva esserci in quel 1968 quando la Comunità di Sant'Egidio muoveva i primi passi. «In quegli anni - ricorda l'Arcivescovo - c`è stata un'esplosione di tante esperienze, molte con vita brevissima». Anni in cui lo slancio dell'«impossibile per essere realisti, era una delle chiavi: chiedere tutto era il vero modo con cui si entrava nella realtà». Una grande energia «che si è esaurita rapidamente». Sant'Egidio no, ha continuato il suo cammino perché «una delle cose più evidenti» che lo hanno caratterizzato era «combattere il vivere per sé. La grande ricchezza dell'esperienza di Riccardi è di aver saputo mettere insieme tanti pezzi diversi, di saperli far vivere insieme in una sapienza che non è già scritta, ma che è accompagnata da tanti incontri». E dove i «poveri sono stati, fin dall'inizio, la chiave per non diventare un gruppo che viveva per se stesso». Un uomo fa la differenza e può cambiare con «l'ambizione di risolvere e non con presunzione dilettantesca o cinico realismo dell'impotenza». Senza dubbio, Riccardi, «per certi versi, ripropone un'utopia, ma è una ricerca con tanto realismo». «Quel millenarismo qui è diventato convinzione che tutto possa cambiare. Quel può dipende anche da noi: tutti possono cambiare, non c'è un limite». Del resto lo stesso papa Wojtyla, in un incontro con la Comunità, disse «l'unica frontiera che vi siete posti è quella dell'amore». Una comunità che contiene «tante antinomie: sogno e grande realismo» che chiamano uno «sforzo personale» tanto che Riccardi «continua a imparare, a capire e a trovare, negli incontri, il senso di un cammino lungo cui quel sogno si è dipanato». E tra le antinomie si ravvisa anche «il particolare» letto e vissuto «sempre in un orizzonte universale», ma anche radicalità e una «fraternità ben lontana dalle derive della new age; soggettivismo e oggettivo, il mio e il noi, il privato e il pubblico; la preghiera e la laicità perché per pregare uno deve essere laico». La Comunità di Sant'Egidio «ama le istituzioni proprio perché non è istituzionale. Nasce fuori da qualunque realtà parrocchiale, istituzionale; sapendo parlare l'ecclesialese senza diventare ecclesiastica. Laici, ma non clericali». Una «teologia laica: laicità nell'azione e ispirazione religiosa; misticismo e realismo». Insomma «un cristianesimo moderno, non mondanizzato né tributario alla mentalità corrente del politically correct, ma che sa riconoscere i tanti motivi di vicinanza all'uomo così com`è».