giovedì 11 gennaio 2018

Libertà e laicità, le sfide dell'Iran

Un editoriale di Andrea Riccardi sulle proteste nel grande paese a maggioranza sciita.


L'Iran è un grande Paese (77 milioni di abitanti) con una lunga storia. Un Paese ricco di risorse, complesso e con una grande cultura. È il cuore del mondo sciita, anche se importanti santuari e autorità religiose di questa confessione sono anche in Iraq.
Quasi quarant'anni fa, nel 1979, con il ritorno dall'esilio dell'imam Khomeini, si instaurò un regime atipico: democratico nelle istituzioni, ma controllato dall'autorità religiosa, la "guida suprema". Prima Khomeini e dal 1989 Khamenei. Da lui dipendono l'esercito dei pasdaran della rivoluzione, vasti interessi economici (si parla di più del 30% dell'economia), parecchie fondazioni pie con forti disponibilità finanziarie e una vasta rete sociale. Khamenei influenza anche la politica estera. E l'Iran guida lo scontro con i sunniti: in Yemen, Iraq, Siria e Libano. Una politica spesso di successo, ma con un costo economico.
Preoccupanti sono le posizioni iraniane, totalmente ostili verso Israele (allarmato peraltro dalla presenza iraniana o degli hezbollah in Siria, specie nel Sud). Il 1979 rivelò la forza dell'islamismo politico, divenuto un modello nel mondo musulmano. Oggi molti iraniani non appoggiano lo Stato confessionale. Per la seconda volta dopo il 2013 hanno votato il presidente Rouhani, piuttosto liberale. È lui che ha stretto l'accordo sul nucleare, premessa necessaria per la fine delle sanzioni e dell'isolamento dell'Iran.
Le elezioni del 2017 hanno rivelato una voglia di cambiamento. Ma l'azione del presidente non ha avuto impatto sulla qualità della vita. Trova anche limiti nel potere religioso. Il regime, considerato corrotto e oppressivo, è stato più volte contestato: nel 2009 dalla classe media, ora da molti, soprattutto dai diseredati, a Teheran e in provincia (pur senza capi e organizzazione). Si chiede un cambiamento sociale: la protesta è anche contro le spese per la guerra in Siria e Iraq o per gli hezbollah libanesi (sciiti), che impediscono di migliorare la vita in Iran. L'orgoglio nazional-religioso iraniano non è un collante sociale. I giovani non si sacrificano più come al tempo della sanguinosa guerra con l'Iraq, dal 1980 al 1988. Intanto la propaganda del regime accusa interferenze straniere dietro le proteste. Più equilibrata appare la posizione di Rouhani, anche se tiene conto dell'opinione dell'autorità religiosa. D'altra parte, sullo scenario internazionale il presidente Trump contesta l'accordo nucleare con l'Iran, un successo di Rouhani. La situazione è tutt'altro che facile. Si parla già di mille manifestanti arrestati e di 21 morti. La repressione, come quella dei pasdaran, probabilmente spegnerà la contestazione. Viene da chiedersi fino a quando.


giovedì 4 gennaio 2018

Il conflitto tra musulmani uccide lo Yemen. Gravissima l'emergenza umanitaria

Il Paese asiatico vive una gravissima crisi umanitaria: è necessaria una svolta da parte di sciiti e sunniti

Lo Yemen sembra lontano, fuori dal nostro orizzonte. Pier Paolo Pasolini girò un documentario, tra gli anni Sessanta e Settanta, su Sana`a, la capitale, che trovò immersa nel Medioevo. Qui esisteva una comunità ebraica di 50 mila persone, oggi tutte in Israele. Abbiamo poche notizie sullo Yemen e ce ne siamo occupati poco. Non giungono in Europa rifugiati yemeniti. Eppure c'è una crisi umanitaria senza pari: un milione di malati di colera. All'80% degli yemeniti mancano acqua, cibo e cure mediche. La gente non sa dove trovare il sostentamento quotidiano. C`è una guerra terribile tra i ribelli sciiti Houthi e i sunniti, mentre si registrano infiltrazioni di gruppi islamisti connessi ad Al Qaeda, colpiti dagli attacchi aerei americani. L'Arabia Saudita appoggia fortemente i sunniti e bombarda gli Houthi dal 2015, mentre l'Iran è attivamente al loro fianco. Intanto gli Emirati Arabi Uniti stanno realizzando una forte presenza nello Yemen del Sud (che completa i loro insediamenti in Eritrea e nel Nord della Somalia). Il conflitto è divenuto una guerra per procura (con parecchi attori locali) tra Paesi sunniti e Iran sciita in un'area di convivenza tra le due confessioni islamiche. Le vittime da entrambe le parti non si contano. Il popolo è ostaggio di un conflitto crudele interno al mondo musulmano.
Tanta gente - si parla di 7 milioni su 27 milioni di abitanti - sopravvive grazie all'agenzia dell'Onu, il Pam, programma alimentare finanziato soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche dall'Unione europea, dalla Germania e dalla Gran Bretagna. I Paesi occidentali sostengono un grande impegno umanitario per lo Yemen, mentre la maggior parte di quelli musulmani fanno la guerra. Molti yemeniti, però, mancano oggi di cibo e la situazione si va aggravando. Non è facile intervenire. L'Arabia Saudita non vuole accettare una presenza sciita organizzata nello Yemen, alle sue frontiere meridionali. La solidarietà sciita sostiene gli Houthi in ogni modo. Non è semplice trovare una via d'uscita, anche se le Nazioni Unite e il Comitato internazionale della Croce rossa hanno più volte denunciato la gravità della situazione. Solo una scelta di responsabilità delle autorità politiche musulmane può aiutare le fazioni yemenite a trovare una tregua che favorisca l'assistenza alla popolazione e porti verso una convivenza pacifica. La grande preoccupazione è che gli yemeniti siano sacrificati allo scontro tra sunniti e sciiti, che fa tremare il Libano (qui gli sciiti sono la confessione più forte, un terzo della popolazione), si ripropone in Siria e tocca l`Iraq, con almeno la metà della popolazione di fede sciita, senza considerare le altre minoranze sciite nei vari Paesi islamici. Deve avvenire una svolta tra Stati musulmani e tra sciiti e sunniti, ponendo fine a un conflitto che sta distruggendo un popolo.

giovedì 21 dicembre 2017

Natale: la festa dei valori condivisi da tutti

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Il Natale è la festa popolare degli italiani per eccellenza. È un tempo prezioso in un paese frammentato dalla solitudine di troppi e dalla rabbia di chi si sente tradito dalla vita. Ma anche, il 25 dicembre mantiene una radice cristiana nel ricordarci che la società va resa più umana
Il Natale è la grande festa "popolare" italiana, condivisa e partecipata nei più svariati modi, che ha contagiato tanti, ben al di là del mondo cristiano. Lo si vede nell'aspetto delle città, con le strade adornate, gli alberi di Natale, la tradizione dei regali. Lo scambio dei doni, nonostante l'input consumista, ha il valore di impreziosire le nostre relazioni personali e di dire agli altri quanto teniamo a loro. E anche il rito degli auguri esprime la memoria di chi non si frequenta ma vuol ricordare un legame. Il Natale è festa della famiglia che si raccoglie e fa spazio, almeno un pò, ai bambini e alla loro gioia. Sì, il Natale è soprattutto festa dei bambini e, talvolta, di adulti che si ricordano di essere stati tali. È anche festa in cui si compiono gesti di gratuità verso chi ha bisogno. Personalmente ho in mente i pranzi di Natale con i poveri: espressione festosa di una solidarietà che dura un anno. 
 Il Natale si collega alla gioia: quella di incontrare, dare e ricevere. C`è un'evidente radice cristiana in questa festa, che molti sentono ancora viva e garanzia di una vita più umana: per altri è una tradizione connessa alla nostra umanità. Alcuni criticano lo spegnimento del riferimento religioso: la nascita di Gesù. Altri vedono nella secolarizzazione del Natale la vittoria del consumismo. Sarà vero, ma il Natale italiano è importante e particolare. Innanzitutto c'è una sincronia: uno stesso giorno di festa per tutti. Una parte degli italiani è abituata alle feste quando vuole e può, mentre un`altra purtroppo è costretta a una vita impoverita. Ma il 25 dicembre viene per tutti. È una festa che, nelle forme più diverse, ha ancora un timbro evangelico e cristiano. Un fatto di cultura e religiosità popolare. Rinvia al presepe e al Bambinello, di cui si sottolinea la fragilità. L'umanesimo italiano trova, nel Natale, la sua festa di popolo. Non si tratta di esaltare le nostre tradizioni, bensì di mettere in luce come ci siano sentimenti e valori condivisi dalla nostra gente con immediatezza e semplicità. È qualcosa di prezioso in una società frammentata, caratterizzata dalla solitudine di troppi, dalla rabbia di chi si sente espropriato della vita. Talvolta restiamo sconcertati dalla forza dell'odio che s`incontra nella nostra società. Sentiamo che va umanizzata e riunificata. Il Natale può apparire un interludio, ma ha un messaggio profondo con cui fare i conti. Francesco d`Assisi chiamò la gente di Greccio a radunarsi attorno al presepe per venerare quel Bambino. Dai più deboli riparte l'unità della gente. Quel Bambino ha fatto della gratuità il cuore della vita e ha detto: «C`è più gioia nel dare che nel ricevere». La desertificazione di tanti ambienti e di tanti sentimenti fa scoprire, oggi ancor di più, il valore di questo Natale.

martedì 19 dicembre 2017

Si parla di Chiesa, Pace, Preghiera, nell'intervista a Monica Mondo

In alcuni passaggi della bella intervista di Monica Mondo, andata in onda su TV2000, Andrea Riccardi parla di Chiesa, di pace, di Mozambico

Chiesa e pace: "Le Nazioni Unite hanno tanti problemi ma rappresentano l'idea che c'è un destino unitario del mondo. La Chiesa è un'internazionale, una globalizzazione ante litteram. La Chiesa ha nei suoi cromosomi un messaggio di pace. Casa di fratelli differenti. Lo diceva Germaine Tillon: tutti parenti, tutti differenti"

Pace in Mozambico "E' un caso rivelatore di come una comunità cristiana abbia una forza di pace. Ed è un casounico perchè dopo l'accordo non ci sono state vendette. Perchè il popolo voleva la pace. La uerra è la madre di tutte le povertà."

La Comunità di Sant'Egidio: "La definirei una comunità cristiana che nel mondo è un soggetto profetico, di vita cristiana di solidarietà e mi piace dire anche soggetto di pace sullo scenario internazionale. Aiutare i deboli significa lavorare per la pace."

Preghiera: "E' la prima opera. La fede e la preghiera ci liberano dall'autoreferenzialità e dal senso dell'impossibile".

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lunedì 18 dicembre 2017

In nome della pace e dell'accoglienza con giovani e migranti a Ozieri

andrea riccardi marcia della pace ozieri sardegna
Migliaia di giovani provenienti da tutta la Sardegna hanno invaso Ozieri sabato 16 dicembre per la 31ma Marcia della Pace, dedicata quest'anno ai temi dell'accoglienza e dell'integrazione.
Insieme ai sindaci dei Comuni dell'isola, alcuni ospiti d'onore: monsignor Angelo Becciu, segretario per gli Affari generali della segreteria di Stato in Vaticano, Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo, rispettivamente fondatore e presidente della Comunità di Sant'Egidio.
Alla conclusione della marcia, hanno rivolto il loro messaggio ai partecipanti - associazioni di volontariato sarde, studenti e tantissimi migranti che hanno trovato ospitalità in Sardegna.

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