sabato 19 maggio 2018

In Terra Santa la pace è lontana. Proteste e sangue, mancano i mediatori

Israele registra lo spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. Le conseguenze politiche e diplomatiche sono drammatiche. Un editoriale di Andrea Riccardi fa il punto su una situazione bloccata, dove la violenza sembra non avere fine.

La scelta americana ha generato violenti scontri sul terreno, con morti e feriti, causando attriti diplomatici non di poco conto. Ha indotto una rottura anche all'interno dell'Unione Europea, i cui Paesi si erano finora rifiutati di compiere questo passo considerando la realtà di Gerusalemme una tematica ancora da discutere in un eventuale accordo di pace.
Lunedì 14 maggio era un giorno di festa per lo Stato di Israele, impegnato a celebrare i suoi 70 anni di vita e felice di registrare il trasferimento ufficiale dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, fatto a lungo auspicato dalla diplomazia israeliana.
Invece, tra i 28 Stati membri dell'Ue, 4 (Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca) hanno accettato l'invito del ministero degli Esteri israeliano inviando loro rappresentanti all'inaugurazione dell'ambasciata Usa nel quartiere di Arnona, nella parte ovest della città. Repubblica Ceca e Romania hanno inoltre garantito, anche se con tempi e modalità diverse, di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Italia, Francia e Spagna, da parte loro, mantengono a Gerusalemme un Consolato generale, autonomo dalle ambasciate a Tel Aviv. Così l'Europa risulta spaccata su un tema tanto delicato. Del resto l'Unione europea è piuttosto irrilevante sulle questioni mediorientali. Ma ciò che più preoccupa è la reazione dei Palestinesi, che sentono ormai definitivamente gli Stati Uniti e una parte dell'Occidente contrari alle loro aspirazioni su Gerusalemme. Forti reazioni serpeggiano anche nel mondo arabo, mentre in Siria la presenza iraniana, sempre più nutrita, tormenta Israele. Il Medio Oriente sta scivolando ancora di più verso la tragedia? La decisione americana innescherà una situazione ancor più conflittuale in Terra Santa e provocherà, come già si vede, nuovi lutti? Sono domande che ci inquietano tutti e su cui non abbiamo purtroppo una risposta. Mi sembra che tutte le politiche abbiano dalla loro delle motivazioni, ma nell'incandescente situazione israelo-palestinese, come nel più largo Medio Oriente, mancano mediatori. I ponti sono crollati. Del resto ci troviamo in un quadro di estremizzazione delle posizioni antagoniste in troppe parti del mondo. In Terra Santa, dove tutto assume un tono drammaticamente paradossale, manca la fiducia vicendevole. In questa situazione prosperano purtroppo gli atti terroristici e le violenze, da tutte le parti in causa. 
Ci interroghiamo su cosa sia possibile fare per riaprire un dialogo che ponga fine a un conflitto che dura da 70 anni. E che ormai sembra incancrenirsi. Non c'è una via per conciliare la sicurezza di Israele, cui teniamo molto, con le aspirazioni legittime dei palestinesi di avere un loro Stato in quella terra? In questo momento ci sentiamo vicini alla piccola comunità cristiana di Terra Santa. Con loro speriamo nella pace e preghiamo per essa.

giovedì 10 maggio 2018

Ridiamo all'Africa un futuro migliore

Le Nazioni Unite prevedono che gli abitanti dell'Africa subsahariana raddoppieranno ancora da un miliardo del 2017 a 2,2 miliardi nel 2050. Il numero di migranti crescerebbe da 24 a 54 milioni. La grande sfida del continente è affrontare il prossimo boom demografico.

I migranti sono all'ordine del giorno nei dibattiti europei. Si parla di "soglia di tollerabilità" delle società europee e si discute su come fermarli. Ma sarebbe più onesto andare di là delle frontiere europee e chiedersi perché vengono in tanti, provando a guardare la realtà dei loro Paesi.
C'è un primo motivo (di cui abbiamo talvolta parlato): la guerra. Il caso più evidente è il terribile conflitto siriano che ha fatto uscire dai suoi confini circa cinque milioni di profughi, la gran parte rimasta in Medio Oriente. La guerra è madre di tante miserie. E anche i Paesi non confinanti, come quelli europei, ne pagano il prezzo. Questo dovrebbe rendere più sensibili a lavorare per la pace, perché è inaccettabile che una guerra, come quella in Siria, duri da sette anni.
Gran parte dei migranti, però, vengono dall'Africa (e anche dalle sue guerre). Sono giovani, figli di un continente che - al 70 per cento - è sotto i trent'anni. Vengono spesso da una classe medio-bassa, ma sono istruiti e non poveri. Ho recentemente avuto una conversazione diretta con alcuni ragazzi in Costa d'Avorio: dicevano che l'Europa nell'aspettativa di tanti è un mito, un Eldorado dalle grandi opportunità. Tra giovani si parla di amici partiti ma perduti nel deserto o in mare, perché l'emigrazione registra tanti caduti. Tuttavia spesso le storie d'insuccesso sono nascoste, mentre i successi (reali o presunti) vengono esaltati. In Tunisia migrare si dice in arabo haraga, che vuol dire bruciare: bruciare le frontiere... I giovani non hanno più fiducia nel loro Paese, come invece i loro genitori o nonni, che salutarono con entusiasmo l'indipendenza dal colonialismo.
Questa generazione, rispetto alle precedenti, si sente protagonista e non si rassegna all'orizzonte tradizionale. Molti vivono in città, tutti stanno in Rete con il mondo, sono informati e reagiscono, scrivendo la loro opinione. Tanti di loro, spesso senza lavoro, possono essere all'origine di proteste, delusi come sono dai Governi e dalla corruzione del potere, arrabbiati per le diseguaglianze sociali. Così le migrazioni sono una valvola di sfogo, utile al potere per evitare rivolte o manifestazioni. Se si vogliono regolare i flussi migratori, bisogna agire in Africa. Non è la prima volta che parliamo della responsabilità dei Governi africani per dare un futuro ai giovani nel loro Paese. È la grande sfida delle società africane: non essere matrigne per i loro figli. Non è solo il problema di fermare l'emigrazione verso l'Europa, ma di come affrontare il boom demografico dei prossimi decenni.
Ci sono storie di successo. Mi raccontava un affermato magistrato che 25 anni fa ebbe la possibilità di venire in Europa da studente: tutta la famiglia gli fece pressioni per non perdere l'occasione. Mi diceva: «Oggi ho un lavoro importante e la mia dignità nel mio Paese. Che sarei diventato emigrando?». Ci sarà ancora emigrazione in futuro, ma bisogna dare la possibilità di restare nella propria terra. È prima di tutto un bene per l'Africa. E poi ci vuole la pace.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 13 maggio 2018
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venerdì 4 maggio 2018

Moro: Si poteva fare di più per salvare il leader DC

Paolo VI e Aldo Moro
Restano i dubbi sulla linea della fermezza e su come non sia stato possibile liberarlo in 55 giorni

Sono passati quarant'anni dal rapimento e dalla morte di Aldo Moro, dopo 55 giorni di carcere delle BR, eppure si discute ancora di quella tragedia nazionale. Emergono pure particolari inediti su una storia senza fine. La vicenda della "prigionia" del presidente della DC mise a nudo le fragilità e le rigidità della classe politica, della Chiesa e della società.
Tre mesi dopo la morte di Moro, scomparve un altro grande protagonista della ricostruzione (e "cofondatore" della Dc con De Gasperi), papa Paolo VI. Fu una figura drammatica e dolente, che tentò di salvare la vita del leader Dc, ma si scontrò con molti ostacoli, tra cui la decisione del Governo italiano di non negoziare con i terroristi. Dal carcere delle Br, Moro si rivolgeva a lui e dignitosamente chiedeva: «Quale altra voce, che non sia quella della Chiesa, può rompere le cristallizzazioni che si sono formate?». Si cristallizzò la volontà di non trattare. Andreotti se ne fece interprete, recependo la dura posizione del Pci, decisivo nell'appoggio al suo Governo. Ebbe la percezione che l'Italia non avrebbe tenuto di fronte a un negoziato. Molti la pensavano come lui in un clima di un certo unanimismo.
Lo storico Agostino Giovagnoli, nel saggio Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, ricostruisce come la classe politica fosse invece più divisa di quanto si diceva e che le crepe, dopo lo shock del rapimento, stavano emergendo quando Moro fu ucciso. Si doveva fare di più per salvarlo, anche per la sensibilità alla vita umana che caratterizza l'Italia dalla Seconda guerra mondiale.
Si è fatto di più in Italia in vari casi, e anche per italiani rapiti all'estero. Altri Paesi, come Gran Bretagna e Stati Uniti, non negoziano. L'Italia sì. Certo, niente era facile in quei momenti terribili. Marco Damilano, nel suo libro Un atomo di verità, commenta: «Quarant'anni dopo, lo Stato non è riuscito ancora a spiegare come sia stato possibile consegnare per 55 giorni il Presidente a una banda di terroristi incolti e mal preparati».
Dopo la morte di Moro, la Dc si trascinò in quella che oggi appare un'agonia. Con la Dc finirono i socialisti e poi arrivò l'ora del Pci. Così scomparve la politica, legata alle culture storiche e a "popoli" di militanti. Si può e si deve discutere ancora di questa nostra tragedia nazionale. Resta però, come un macigno, la responsabilità di un gruppo di stolti e radicalizzati, come le Br. Le loro interviste e i loro libri mostrano la loro insensata volontà di usare la violenza per cambiare in meglio il mondo, e invece lo resero peggiore. È la follia del terrorismo di ieri e di oggi.

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giovedì 26 aprile 2018

Macron, un leader per l'Europa in crisi

Europa e democrazia sono sinonimi, afferma Andrea Riccardi. Eppure perchè questo si realizzi c'è bisogno di una leadership capace di esprimere una visione. Tra Germania e Francia oggi si muove qualcosa.

Nonostante sia meno potente della Germania, la Francia ha ormai un ruolo di primo piano in un'Europa senza leader? È la sensazione diffusa nel nostro continente, mentre l'Italia attende il nuovo Governo. Eppure, mai come oggi, con la crisi in Siria, la perdurante guerra in Ucraina e le sfide interne all'Unione, c'è bisogno di una leadership europea.
Infatti, mentre i Paesi di Visegràd (la cooperazione tra Polonia, Ungheria, Slovacchia e Cechia) hanno una politica non coincidente con l'Europa occidentale, si va profilando un'iniziativa degli Stati nordici, baltici, dell'Irlanda e dell'Olanda che chiedono maggiore responsabilità nazionale sui bilanci, prendendo le distanze dall'asse franco-tedesco.
Oggi la cancelliera Merkel tiene un profilo più basso sulle questioni europee rispetto al precedente mandato, quando Berlino era il crocevia di tante politiche. Forse la situazione si evolverà, tuttavia ora va notato come, nel vuoto, stia crescendo la leadership del presidente francese Emmanuel Macron, anche per la qualità della sua proposta.
Macron ha la forza di una visione. Si qualifica come un grande leader europeo, anche se la Francia non ha la forza della Germania e deve agire sempre in connessione con Berlino. Parlando al Parlamento europeo di Strasburgo, il presidente francese ha criticato i Paesi europei: «A volte i nostri egoismi nazionali sembrano più importanti di quello che ci unisce di fronte al resto del mondo». L'Europa è ben di più di un rissoso condominio. È unita dalla fiducia nella democrazia che ha salde radici nelle istituzioni e nella cultura del continente. Non è poco, in un mondo in cui le democrazie sono sempre meno e sempre più fragili. Macron, con coraggio, ha detto a Strasburgo: «Di fronte all'autoritarismo che ci circonda ovunque, la risposta non è la democrazia autoritaria ma l'autorità della democrazia».
Europa e democrazia sono sinonimi, perché l'unificazione europea è nata dall'orrore della Seconda guerra mondiale. La crescita della democrazia richiede società forti, mentre il tessuto sociale di tanti Paesi si va slabbrando. Per questo è stato significativo l'incontro di Macron, alla testa di uno Stato laico, con i vescovi francesi al Collège des Bernardins a Parigi. Qui, in modo innovativo, il presidente ha riconosciuto l'importante ruolo della Chiesa nella società francese. Emmanuel Macron ha chiarito la sua prospettiva, che sollecita non solo i responsabili politici, ma anche quelli della Chiesa: «Dobbiamo costantemente sottrarci alla tentazione di agire come semplici gestori di quello che ci è stato affidato». Per uscire dalla crisi, non bastano gestori: ci vogliono visioni e leadership! È vero in Europa, in Italia, ma anche nella nostra società e nella Chiesa.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 29 aprile 2018

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giovedì 19 aprile 2018

LA TRAGEDIA SIRIANA. GHOUTA, INSANGUINATO SPECCHIO DELL'INFERNO

LA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI 
Nella foto, un bambino ferito tra le macerie di Douma, alle porte di Damasco. 

Quanto accaduto nell'area alle porte di Damasco è il riflesso delle dinamiche del conflitto
Sono sette gli anni di guerra in Siria. Nella primavera del 2011, i manifestanti scesero in piazza gridando "libertà". Speravano in una primavera democratica in un Paese retto con pugno di ferro dal regime di Bashar al-Assad, al potere dal 2000. Presto la primavera, colpita da una dura repressione governativa, si è trasformata nell'inferno della guerra. I radicali hanno preso la guida dell'opposizione. Alcuni erano stati liberati dal carcere siriano: si sospetta che Assad abbia giocato la carta della radicalizzazione del conflitto per presentare il regime come muro contro il caos islamista. Russia e Iran hanno difeso tenacemente l'alleato siriano, mentre la politica americana è stata fluttuante. Intanto la Turchia è entrata pesantemente nel gioco. Arabia Saudita e Qatar hanno avuto un loro ruolo. La guerra civile è divenuta anche un conflitto d'influenze mondiali. C'è un posto che il mondo non conosceva: la Ghouta, grande oasi alle porte di Damasco, roccaforte ribelle, assediata dai siriani che - secondo fonti veritiere per gli occidentali ma non per i russi - avrebbero usato armi chimiche. Gli americani, gli inglesi e i francesi hanno colpito alcuni obiettivi siriani per ritorsione contro l'uso dei gas. Grave è la tensione tra Russia e Stati Uniti. La Ghouta, popolata da povera gente, racchiude il dramma siriano. Qui, nel giugno 2011, arrivò il militante salafita Zahran Allouche, liberato da Damasco, che divenne un piccolo dittatore, assassinato poi nel 2015. Qui si sono moltiplicati i gruppi radicali con risvolti banditeschi, talvolta in conflitto tra loro. Sopravvivere sette anni in un'enclave assediata è stato molto duro per gente affamata, ostaggio di lotte interne, sotto bombardamenti quotidiani. In tutta la regione molto più della metà delle case sono a terra. Ora l'assedio della Ghouta è finito con la vittoria di Assad. Da qui si tiravano missili su Damasco: era una spina nel fianco per il regime. La comunità internazionale è paralizzata, come l'Onu. L'uso delle armi chimiche, se provato, conferma una volta in più che il Governo di Assad è senza scrupoli. Le rappresaglie non cambiano il quadro. Ci vuole un passaggio a un'altra logica. Tutti invece confidano ancora nella guerra: il Governo e i suoi alleati, i guerriglieri di ogni fazione, la Turchia, gli occidentali che, nonostante il prospettato disimpegno americano, ora puniscono Assad... La questione è invece cambiare radicalmente strada, fermare la guerra e costruire un futuro per tutti in Siria. Bisogna passare al negoziato. Usa e Russia devono riprendere a parlarsi. Finché non si dirà basta alle armi, ogni male è possibile.