giovedì 22 febbraio 2018

La preghiera sia un urlo contro le guerre

LA PREGHIERA PER LA PACE DOVREBBE ESSERE LA NOSTRA COMUNE INVOCAZIONE AL SIGNORE, SOPRATTUTTO DURANTE LA QUARESIMA
Per questo il Papa dedica preghiera e digiuno del 23 febbraio a Sud Sudan e Congo

Il 23 febbraio, in Quaresima, papa Francesco presiede una preghiera per la pace in Sud Sudan e in Congo. È un gesto che ricorda la preghiera, voluta da Bergoglio, per la Siria nel 2013, in un momento di escalation della guerra. Di fronte all'indifferenza, queste preghiere sono un urlo che rompe il muro del silenzio e dell'impotenza. Mi chiedo perché nelle nostre chiese si preghi così poco per la pace, mentre dovrebbe essere la nostra comune e incessante invocazione al Signore. Molti si domandano: che posso fare io di fronte a guerre lontane? La situazione del Congo, un grande Paese di 82 milioni di abitanti e dalle cospicue ricchezze, è gravissima. Dalla metà degli anni '90 fino al 2003 ci sono state due terribili guerre; ora la crisi è determinata dall'elezione del presidente (l'attuale, Joseph Kabila, vuole ripresentarsi, ma non ne ha la possibilità legale). Bande armate, fame, carenza di strutture sanitarie, scarsa sicurezza, violenze sulle donne e ora anche colera sono alcuni mali che colpiscono una popolazione inerme. Eppure, se ci fosse pace, il Congo potrebbe essere un Paese prospero. Di fronte alla repressione delle manifestazioni dei cattolici, il cardinale Monsengwo, arcivescovo di Kinshasa ha dichiarato: «Siamo in una prigione a cielo aperto? Come si possono uccidere uomini, donne, bambini, giovani e vecchi mentre scandiscono canti religiosi, con bibbie, rosari e crocifissi?».
Ingarbugliata è anche la realtà del Sud Sudan, che dal 2013 è preda di un conflitto etnico tra dinka e nuer. Nonostante le grandi risorse petrolifere, è allo stremo. Metà dei 12 milioni di abitanti sono sfollati e le violenze sulla popolazione si moltiplicano. Ci sono chiare responsabilità delle classi politiche; ma anche gravi responsabilità internazionali. Non si può accettare il cinismo di chi sfrutta le risorse naturali e accetta il conflitto. Ci siamo rassegnati a convivere con la guerra (soprattutto quella degli altri). La preghiera del 23 febbraio, accompagnata dal digiuno, vuol essere un grido d'invocazione per la pace al Signore dell'impossibile, ma anche un urlo di protesta di fronte al mondo e ai signori della guerra. Possa dar origine a una coscienza e a un movimento di pace anche nel nostro Paese.

Sant'Egidio si unisce alla preghiera del papa. In tutte le città veglia di preghiera ore 20
 

mercoledì 21 febbraio 2018

La rivoluzione dell'amore e della tenerezza, l'unica necessaria #santegidio50

La testimonianza di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità da sempre impegnata per poveri e la pace, su Famiglia Cristiana:

Nei giorni scorsi la Comunità di Sant' Egidio ha festeggiato cinquant'anni. Gli amici di Famiglia Cristiana mi chiedono di scriverne qualcosa. Lo faccio volentieri, mentre le immagini di questi anni
mi si affollano nella mente. Quelle dei primi tempi: il ' 68 , la rivolta degli studenti, quando l'utopia di cambiare il mondo, di rivoluzionarlo, sembrava realizzabile. Era tempo (così diverso da oggi) di mobilitazione dei giovani, allora numerosi e protagonisti. In quel clima ci interrogammo su cosa significava cambiare il mondo: non sarebbe stato possibile farlo senza cambiare il cuore dell'uomo e della donna. Solo il Vangelo poteva farlo. Il filo rosso che ha accompagnato i nostri stato l'ascolto della Parola di Dio, provando a viverla da discepoli e amici dei poveri là dove siamo nel mondo: da Santa Maria in Trastevere, all'Avana, a Cuba, a Buenos Aires, a Giacarta o ad Abidjan in Costa d'Avorio. La storia di Sant' Egidio è stata fatta dall'attenzione agli ultimi, alle "periferie urbane e umane".
Tornano alla mente le immagini delle borgate romane, allora angoli di Terzo mondo, con il corteo dolente d'immigrati (del Sud Italia), poveri, anziani, bambini. Con loro si realizzava il sogno di Giovanni XXIII e del Concilio: Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri. È ancora il nostro sogno. I poveri sono stati i compagni di cinquant'anni , tanto che si confonde chi aiuta e chi è aiutato. In loro si scorge Gesù, come si legge nel Vangelo di Matteo: « Ero straniero e mi avete ospitato». Negli ultimi 25 anni, abbiamo sentito con forza la sfida dell'accoglienza e dell'integrazione di rifugiati e immigrati, sino all'esperienza dei «corridoi umanitari» dal Libano e dal Corno d'Africa verso l'Italia, la Francia e Belgio: accogliere in Europa, in sicurezza. La Comunità è conosciuta per il lavoro per la pace, come le trattative per la fine del conflitto in Mozambico, concluse a Roma nel 1992 , dopo una guerra che aveva provocato un milione di morti .
Il lavoro per la pace è lotta alla povertà. Perché la guerra è la madre di tutte le povertà. Non bisogna mai accettare la guerra come ineluttabile. La preghiera per la pace (a Sant' Egidio una volta al mese) esprime la fiducia che la pace sia sempre possibile. La Comunità ha raccolto donne e uomini, giovani e anziani, laici che hanno sentito quanto fosse decisivo essere discepoli del Signore . Papa Francesco ha così sintetizzato storia e futuro di Sant' Egidio: « Andate avanti su questa strada: preghiera, poveri e pace . E camminando così aiutate a far crescere la compassione nel cuore della società, che è la vera rivoluzione, quella della compassione e della tenerezza, a far crescere l'amicizia al posto dei fantasmi dell' inimicizia e dell' indifferenza» . Oggi siamo convinti , ancor più di ieri , che questa è la " rivoluzione" necessaria 

giovedì 15 febbraio 2018

Forse la paura è la protagonista del nostro tempo. Ma tutto può cambiare




L'Europa e i Balcani, corsa ad ostacoli

Vogliono entrare Albania, Macedonia, Montenegro, Serbia, Bosnia e Kosovo. 
La Turchia rappresenta un travagliato capitolo a sé
In un editoriale di Famiglia Cristiana

Mappa Unione EUropea
L'Europa non è un'espressione geografica: è circolazione di persone e merci, economia, politica, ma soprattutto democrazia e diritti. Un continente senza la pena di morte è un saldo presidio di umanesimo in un mondo globale. L'Unione non è ancora un processo compiuto, ma non si torna indietro. Dopo la guerra, mentre nell'Est dominavano i sovietici, in Occidente cresceva il processo d'integrazione europeo attorno ai valori di libertà e democrazia. Nel '79 l'Europa si allargò con Gran Bretagna (oggi uscita con Brexit), Irlanda e Danimarca. Nell'81 fu la volta di Grecia, Spagna e Portogallo. La grande svolta è avvenuta con la caduta del Muro nel 1989. Prima Svezia, Austria e Finlandia, mentre la Germania Est s'integrava in quella occidentale. Poi, nel 2004, l'Unione si allargò all'Est (Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia). E Cipro e Malta. Seguirono Bulgaria, Romania, Croazia. L'ingresso dei Paesi dell'Est fu la fine dalla loro brutale separazione dall'Europa: anche una grande occasione di sviluppo economico. Tuttavia c'è stato il timore di perdere la sovranità riconquistata. Un autorevole personaggio ungherese mi disse: «Prima andavamo a Mosca a prendere ordini, oggi andiamo a Bruxelles». Non è così. Eppure i Paesi dell'Est si sono smarcati da alcune scelte comunitarie, specie sull'immigrazione, ed esprimono una sensibilità attenta alla sovranità e alle identità nazionali. La storia dell'Europa occidentale e quella dell'Est sono diverse.
I Paesi orientali hanno recuperato da poco l'indipendenza. Alle porte dell'Unione premono i Paesi balcanici: l'Albania, quelli ex jugoslavi, come Macedonia, Montenegro, Serbia (già candidati ufficiali), Bosnia e Kosovo. C'è poi la vicenda della Turchia che ha presentato la domanda di adesione dal 1987, ma il cui ingresso è molto discusso. L'associazione dell'Ucraina all'Unione, per la vicinanza alla Russia, ha profondamente diviso il Paese. L'ingresso dei Paesi balcanici ricomporrebbe l'unità europea e sarebbe il definitivo superamento dei dolorosi conflitti dell'ex Jugoslavia.
Ma le visioni dell'Europa sono diverse secondo la prospettiva dei differenti Paesi e delle loro storie. Per alcuni, come Germania, Francia, Italia e altri, c'è un'unione più stretta da realizzare. Poi l'eurozona vede fuori da essa buona parte dei Paesi dell'Est. Insomma, si delineano vari cerchi attorno a un unico punto di gravità: un comune destino europeo. Resta il fatto che, senza l'Unione, l'identità e la proiezione dei Paesi europei nel mondo globale è a rischio. L'Unione europea è una delle grandi eredità di pace e democrazia del Novecento al nostro secolo e va incrementata. 

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