giovedì 20 settembre 2018

UNA CHIESA PIÙ UNITA PER AFFRONTARE LE SFIDE DEL PRESENTE

Questi non sono tempi facili per l'unità dei cristiani. La settimana scorsa la Chiesa ortodossa russa ha sospeso la concelebrazione eucaristica con il Patriarcato ortodosso di Costantinopoli, guidato da Bartolomeo. Dietro la decisione c'è la questione dell'ortodossia ucraina. Bartolomeo ha fatto alcuni passi per favorire l'autocefalia (l'indipendenza) della Chiesa ucraina. Il presidente ucraino Porogenko l'aveva chiesto. Ma la maggior parte degli ucraini appartiene alla Chiesa di Mosca e questa considera il gesto di Bartolomeo una grave intromissione. Tanto che, il 31 agosto scorso, il patriarca russo Kirill si era recato con un gesto quasi disperato a Istanbul da Bartolomeo per scongiurare il fatto.
L'Ucraina vive una stagione politicamente difficile, mentre si combatte una guerra a bassa intensità in Dombass, la Regione orientale russofona. I cristiani ucraini (ortodossi, greco-cattolici e altri) sono divisi. Non bisogna nascondere come, in Ucraina e altrove, le vicende politiche e nazionali pesino sui rapporti tra le comunità cristiane. Questo è vero, seppur in altro modo, anche in Europa occidentale, dove tra cattolici dell'Est e dell'Ovest non c`è sempre lo stesso sentire. Quelli polacchi, ungheresi, cechi e slovacchi - certo non tutti - sostengono la politica dei loro Governi contro l'accoglienza ai migranti: per loro bisogna difendere l'identità nazionale e cristiana. Diversa sensibilità si trova tra i cattolici in Occidente, come si è visto da tante azioni in vari Paesi. Siamo in una stagione di divisione tra cristiani?
Il patriarca di Mosca Kirill (a sinistra), 71 anni, con il patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo, 78, durante l`incontro a Istanbul del 31 agosto scorso.

In realtà, le diverse Chiese sono radicate in storie e culture differenti. In alcuni casi, come l'Ucraina, l'eredità storica è davvero complicata. I Paesi dell'Est sentono di avere riacquistato da poco la loro libertà e temono di perderla. Ma anche i cattolici occidentali non hanno tutti lo stesso sentire. Non bisogna spaventarsi. Chi conosce la storia sa che le divisioni o le differenze profonde non sono mai mancate nel cristianesimo. Non si può, però, accettarle passivamente. Oggi ci sono problemi globali che non possono essere affrontati nella prospettiva di una singola nazione.
Uno di essi è l'emigrazione. C`è la questione del futuro del continente europeo con una grande storia, ma con una certa assenza di prospettive. Ho sempre pensato che sarebbe necessario un sinodo europeo, almeno per i cattolici, per affrontare insieme queste problematiche. Sotto la guida di papa Francesco non è certo impossibile trovare la via della comunione. Poi, per ortodossi, protestanti e cattolici, è rilevante rilanciare luoghi in cui discutere in modo non formale. Non si tratta di operazioni politiche. Ci vuole un tessuto di dialogo concreto, fraterno, capace di partire dai problemi reali che i cristiani si trovano ad affrontare. Il patriarca Atenagora di Costantinopoli diceva negli anni Sessanta: «Chiese sorelle, popoli fratelli». Aveva proprio ragione: Chiese più sorelle aiutano la fraternità tra i popoli.

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 23 settembre 2018

venerdì 14 settembre 2018

Bisogna dare un governo alla Libia. Il paese ostaggio delle milizie

Questo dovrebbe essere l'obiettivo dell'Europa, che invece è ossessionata dalla questione dei migranti. Di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Gli ultimi scontri di Tripoli sono stati una battaglia per l'accaparramento delle risorse. Il cartello delle quattro milizie, che controlla la capitale e l'economia, non voleva altri con cui spartirla. La condizione della Libia è questa: in mano a un centinaio di milizie che chiedono il "pizzo" in un saccheggio permanente su tutto, specie l'orrido commercio di migranti. Il fragile governo Serraj, sostenuto dall'Onu, è ostaggio di alcune milizie. La predazione dei signori della guerra avviene su ogni commercio, nomina, decisione. Le milizie competono nel quadro di un sistema mafioso, violento e pervasivo. Lo sguardo degli occidentali è miope. Guardano alla Libia secondo le priorità interne, prima tra tutte i migranti. Si va in ordine sparso a chiedere il "favore" di trattenerli. Gli interlocutori sono predatori e ne approfittano. Inviare motovedette o aiuti a una parte è percepito come sostegno dall'altra. Scattano rivalse, cambi di alleanze, scontri armati, ricatti.
Il generale Haftar, da anni apparentemente "antimilizie", si offre di riunirle sotto il suo comando. Ma la situazione dei gruppi armati che lo sostengono non differisce dal quadrante tripolino. Inoltre Haftar deve tener conto degli interessi dell'Egitto sulla Cirenaica e della sua avversione ai gruppi islamisti. Dopo che il Paese era stato messo a soqquadro dalle due coalizioni (Alba per la Libia e Dignità) che si battevano dal 2013, a Skirat nel 2015 vi fu un primo accordo Onu da cui scaturì il Governo Serraj e il consiglio presidenziale a nove. Il testo era favorevole al Parlamento e al "Governo" di Tobruk e invece non piaceva alla parte Tripoli-Misurata. Ma Tobruk tirò troppo la corda e non firmò, lasciando spazio agli altri. Da quel momento la divisione in due del Paese è ufficializzata: due Parlamenti e due Governi. L'emergenza migratoria europea ha fatto il resto, con il corollario delle diatribe italo-francesi. Nessuno si è concentrato sull'essenziale: il negoziato politico per ricostruire le istituzioni dello Stato, controllando il territorio e procedendo al disarmo. Solo allora si avranno veri interlocutori in Libia. L'idea di Macron era fare le elezioni a fine anno. Oggi sembra difficile. La conferenza, voluta dall'Italia per novembre - cui lavorano Conte e Moavero - può essere una svolta. Ma Francia e Italia devono accordarsi. Vanno coinvolti i tanti soggetti interessati: Russia, Usa, Turchia, Egitto, Algeria eccetera. Cruciale è la presenza delle tribù e delle milizie al tavolo del dialogo. Infine deve trattarsi di un negoziato non ossessionato dallo "scambio migratorio". Tuttavia, più aumenta il disordine e più diviene disperata la situazione dei molti migranti (antichi e recenti) in Libia. Bisogna mettere fine al conflitto che ha reso il Paese una polveriera. Questo avverrà solo ricostruendo l`autorità dello Stato e delle istituzioni. E poi vanno evitate altre "Libie", cioè nuovi Stati falliti nella regione nord-africana e saheliana, nati dal contagio del caos libico.

Editoriale per Famiglia Cristiana del 16/9/2018

giovedì 6 settembre 2018

Ma l'Italia ha bisogno dell'Unione Europea

EDITORIALE di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 9/9/2018

L'Europa sembra all'origine di tanti nostri problemi a partire dalla questione degli sbarchi di immigrati nel nostro Paese. Ma tutto è ben più complesso di questa interpretazione.
Se vogliamo ragionare di politica internazionale dobbiamo abituarci ad affrontare la complessità e non a lasciarci andare a semplificazioni emotive. Che i Paesi europei non siano solidali con l'Italia sull'accoglienza ai migranti è una realtà da tempo. Nasce da una considerazione esclusiva degli interessi nazionali, dimenticando che ci sono frontiere dell'Unione di fronte alle quali essere responsabili.
Nessun Paese vuole farsi carico della questione bollente dei migranti. Soprattutto il cosiddetto gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Cechia, Slovacchia e - di fatto - Austria) rifiuta di accogliere stranieri che sembrano incrinare l'identità europea e cristiana della popolazione. Più flessibile è l'atteggiamento della Germania. Viene da chiedersi (anche dopo l'incontro tra Salvini e Orbàn, primo ministro ungherese), quale sia la coincidenza d'interessi italiani con l'Est europeo. 
I Paesi dell'Est, dall'89, vivono una stagione di riappropriazione dell'identità nazionale, diversamente dagli europei occidentali. I fondi e la solidarietà dell'Unione europea li hanno sostenuti nella ricostruzione economica dopo la Guerra fredda. Ma l'Europa non sembra la loro "casa": si pensano in modo molto nazionale. Una personalità ungherese una volta mi disse: «Prima andavamo a prendere gli ordini a Mosca, ora a Bruxelles».
La realtà è diversa. Sapientemente, Giovanni Paolo II insistette perché la Polonia fosse ancorata all'Europa. Ma i Paesi dell'Est vogliono un mercato comune europeo o una comunità politica? L'Italia ha un'altra storia: è un Paese fondatore dell'Unione. Il suo posto è accanto a Germania e Francia pur con una «vicinanza critica e costruttiva», come ha scritto recentemente Mario Monti.
La politica di un Governo (di qualunque indirizzo) non può non essere connessa alla storia e alla geopolitica italiane. Certo, in Libia esistono problemi tra Italia e Francia. Possono essere risolti. C'è però un consolidato metodo europeo per affrontare le questioni: il negoziato tenace e incisivo. Spesso gli italiani non hanno avuto pazienza e preparazione per affrontare una strada complessa, ma capace di dare buoni risultati. Questo vale per le questioni del bilancio, immigrazione, le necessità d'investimenti infrastrutturali e tant'altro. Molto ci unisce ai Paesi occidentali e soprattutto all'Unione. Anche perché in Europa e nel mondo c'è bisogno dell'Italia. Ma un'Italia ai margini dell'Europa rischia di essere un Paese senza rete, solo, nelle mani dei grandi interessi economici internazionali. Non è solo la questione dell'euro, ma dell'intera politica italiana. L'Unione non è un arcigno compagno di strada da cui difendersi, ma una comunità di destino in cui far sentire il peso dell'Italia. Un'Italia più europea è più affidabile a livello internazionale. E oggi sappiamo che la fiducia di cui gode un Paese è fondamentale per lo sviluppo della sua economia.

giovedì 30 agosto 2018

QUEGLI ERITREI IN FUGA DA UN REGIME OPPRESSIVO Assenza di libertà, disumanità, servizio militare senza limiti, le cause di un esodo di massa

I 150 eritrei della nave "Diciotti" hanno trovato accoglienza in Italia, grazie alla Chiesa, e in altri Paesi. Molti italiani hanno seguito con apprensione il blocco e oggi si rallegrano della soluzione, perché in Italia non è popolare che sulla pelle di questa gente avvenga il braccio di ferro con alcuni Paesi europei. Chi sono gli ospiti della "Diciotti"? Eritrei con alle spalle un lungo e doloroso viaggio attraverso privazioni e violenze (le donne sembra siano state abusate) per lasciare la loro terra. Hanno rifiutato un servizio militare senza limiti per gli uomini e cercano una vita umana fuori dal loro Paese. Se ne incontrano tanti in Etiopia e in tutta l'Africa: rischiano tutto pur di lasciare l'Eritrea. Sono più di mezzo milione nel mondo.
L'articolo 10 della nostra Costituzione garantisce il diritto di asilo agli stranieri cui sia impedito l`effettivo esercizio delle libertà democratiche nel loro Paese. Per la maggior parte degli Stati europei gli eritrei hanno diritto all'asilo (più reticenti sono Gran Bretagna e Danimarca). Gli eritrei non tendono a stabilirsi nel nostro Paese.
Ma l'Italia ha un debito storico verso di loro. Basta andare ad Asmara, capitale dell'Eritrea, per accorgersi dell'impronta lasciata dal nostro Paese. Basta vedere la stazione "Fiat Tagliero" o "la pasticceria moderna". Gli anziani ancora parlano l'italiano. La nostra presenza cominciò nel 1869. Nel 1941, anno dell'occupazione britannica, vivevano in Eritrea quasi 100 mila italiani, circa il 10% della popolazione. La larga presenza di italo-eritrei mostra l'osmosi tra i due popoli, che il fascismo sanzionò come pericoloso meticciato. Molti eritrei - i cosiddetti ascari - hanno combattuto per l'Italia. Erano circa 100 mila nella Seconda guerra mondiale e ancora qualche sopravvissuto avrebbe diritto alla pensione. L'Italia è stata un riferimento per gli eritrei nella loro storia. Indipendente nel 1991 dopo essere stata forzata all'unità con l'Etiopia, l'Eritrea si ritrova in guerra con gli etiopi dal 1998 al 2000 per un contenzioso di frontiera. Da allora i rapporti tra Addis Abeba e Asmara sono stati pessimi, mentre il regime eritreo si militarizza. La buona notizia di questa estate è la pace tra il presidente eritreo lsaias Afewerki e il nuovo primo ministro riformista etiope Abiy Ahmed, che rinuncia al territorio frontaliero all'origine della contesa tra i due Paesi. Un passo importante per l'Etiopia, per cui l'Eritrea è lo sbocco al mare; ma anche per Asmara, dove si spera si alleggerisca la pressione interna. Rifugiati e migranti hanno una storia, come quella degli eritrei della "Diciotti", con cui bisogna misurarsi. Non sono solo un`"emergenza" che si affaccia alle nostre coste. Finché, come europei, non faremo i conti, assieme agli africani, con le tante realtà che producono questi dolorosi esodi provando a ridurne gli effetti, non cambierà molto e troppi soffriranno.
Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 2 settembre 2018

giovedì 23 agosto 2018

La crisi turca può anche contagiarci

Erdogan e Trump, alleati dentro la Nato, hanno ingaggiato una infuocata guerra commerciale

La Turchia, Paese della Nato, è stata per decenni il bastione dell'Occidente verso l'Est sovietico. Le sue forze armate sono le più folte dell'alleanza, dopo quelle degli Stati Uniti: un milione di uomini con il servizio militare obbligatorio. Queste forze armate, fino ai radicali cambiamenti introdotti da Erdogan, al potere da più di quindici anni, esercitavano un controllo sulla vita politica, vigilando anche sul rispetto della laicità dello Stato voluta da Ataturk. Il ruolo politico delle forze armate è finito e l'islam è professato in pubblico. Ma oggi in Turchia si vive meglio, soprattutto nelle regioni interne, un tempo segnate dal sottosviluppo.
Erdogan ha ricevuto il 53 per cento dei voti alle ultime elezioni. L'opposizione resta forte, nonostante il controllo sui media, le limitazioni all'opinione pubblica e le misure di sicurezza, specie dopo il fallito colpo di Stato, che ha portato ad arresti e purghe. La Turchia, negli ultimi anni, ha condotto una politica molto autonoma dagli Stati Uniti e dalla Nato, con relazioni strette con la Russia e nei rapporti con l'Iran. Ankara ha cercato di ritrovare un ruolo nelle regioni ex ottomane, come Siria, Balcani e Iraq, tanto da far parlare di "neottomanismo". Ma non tutto va bene per il "sultano", come si pensava dopo la sua elezione presidenziale. L'attuale crisi economica s'intreccia con quella politica con gli Stati Uniti, inquieti per l'arresto del pastore evangelico americano Andrew Brunson, accusato di spionaggio. L'economia turca dipende dai finanziamenti esterni: la fiducia nella politica economica di Erdogan si è ridotta con la perdita dell'indipendenza della banca centrale e la nomina di Berat Albayrak, il genero del presidente, a ministro dell'Economia e Finanze. La Casa Bianca, per ritorsione sull`affare Brunson, ha raddoppiato le tariffe doganali sull'acciaio e l'alluminio della Turchia e la lira è scesa subito del 20 per cento. Gli industriali turchi hanno consigliato moderazione, ma Erdogan ha gridato al complotto e ha scelto lo scontro diplomatico e commerciale con gli Usa, invitando a boicottarne i prodotti. Questo clima infuocato, se aiuta il consenso interno al presidente, scoraggia gli investitori internazionali. Però l'emiro del Qatar, Al-Thani, è accorso ad Ankara promettendo cospicui investimenti e la Russia ha manifestato solidarietà. Tuttavia il mondo dell'economia globale pone limiti anche agli Stati che conducono politiche nazionaliste e sovraniste. Nell'epoca della globalizzazione l'economia turca ha bisogno della fiducia internazionale. La sua crisi - se ci sarà - non mancherà di ripercuotersi anche sull'economia italiana e su quella di altri Paesi europei.

Articolo di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 26/8/2018