sabato 23 settembre 2017

Migranti e integrazione, valori. Una nuova cultura

L'integrazione è possibile, ma c`è bisogno di un modello che rifugga dalla paura e dalla chiusura, valorizzando le piccole e grandi esperienze positive già presenti e diffuse in tutt'Italia

Le migrazioni sono una delle grandi questioni del XXI secolo. I flussi di popolazioni, che si spostano nel mondo, riguardano ogni anno milioni di persone e toccano tutti i continenti. In Europa, stiamo vivendo solo una parte di quanto accade a livello globale, perché oggi non si emigra solo dal Sud del mondo verso il Nord, ma in ogni direzione. L'Africa è l'esempio di un continente i cui popoli sono in movimento nelle direzioni più varie. L'Italia, nel volgere di mezzo secolo, ha profondamente cambiato la sua posizione: da paese di migranti verso il mondo a paese che si sente assediato dai migranti. Non è un cambiamento da poco. Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento, tanti italiani hanno cercato un futuro fuori dai confini del giovane Regno d'Italia. Siamo stati un paese di emigranti. Questa storia ci ha segnato, con le tante opportunità che ha creato, ma anche con le molte sofferenze di chi si è avventurato lontano, fuori dai confini nazionali. Tanto è stato scritto sulle migrazioni italiane e non è qui il caso di ripercorrerne la bibliografia. Un bel museo delle migrazioni è sorto dal 2004 a Genova, «Galata - Museo del mare», nel porto antico, che testimonia questa storia con testi, immagini, racconti e ricostruzioni, vista con gli occhi di chi partiva dalla città ligure. significativo che il Museo ospiti da qualche anno una sezione particolare, «Memoria e Migrazioni», nella quale si racconta, oltre l'emigrazione italiana via mare del XIX e XX secolo anche la recente immigrazione verso l'Italia. E Genova è il punto di osservazione in cui si colloca il nostro autore, Doriano Saracino. Da paese di emigranti siamo divenuti un paese di immigrazione. Un cambiamento rapido e profondo, cui forse la popolazione italiana non è stata preparata da nessun investimento di tipo culturale o educativo. Una realtà su cui si è fatto fatica a registrarsi, tanto che, a differenza di altri paesi europei, non si è sviluppato un modello italiano d`integrazione. Anche le nostre leggi sull'immigrazione, nelle diverse redazioni di questi ultimi anni, poco tengono conto di una realtà in rapido cambiamento. Ne è testimonianza il ritardo con cui si è arrivati a discutere nel Parlamento della riforma della legge sulla cittadinanza con l'introduzione del cosiddetto ius soli temperato o ius culturae (come mi pare ben più corretto definire), che riconoscerebbe un diritto fondamentale a migliaia di minori (circa 800.000), figli di stranieri lungo-residenti in Italia. E un popolo di piccoli, già pienamente inseriti nella nostra società attraverso la scuola, ma a cui non viene riconosciuta la cittadinanza italiana e che quindi hanno un percorso separato dai loro coetanei fin dall'infanzia.

Giustamente Lucio Caracciolo ha affermato che, a differenza di altri popoli europei, gli italiani non hanno mai attribuito un valore pregante alla loro «cittadinanza» e lo mostrano anche oggi rifiutando un riconoscimento così importante ai figli dei migranti. La presenza ormai più che trentennale di stranieri in Italia dovrebbe invece stimolare nuove riflessioni e aprire nuove strade nel vasto campo dell`integrazione. Purtroppo siamo indietro. A partire dalla percezione del fenomeno da parte degli italiani. Molti studi e inchieste, infatti, mostrano come, nel nostro paese, la percezione degli immigrati sia molto distante dalla realtà, anzi esorbitante rispetto ad essa. Gli italiani conoscono poco gli stranieri che vivono con loro. Credono che i numeri della loro presenza siano molto più elevati, fanno fatica a orientarsi nel loro mondo religioso, sono convinti che i musulmani siano tantissimi, poco sanno del vero impatto economico (così positivo) della loro presenza sull`economia reale del paese.

Proprio in Italia, un paese dalla storia plurale, dalla cultura vivace e vitale, dalla secolare consuetudine all'incontro e al confronto con l'«altro», ci si sarebbe forse potuti aspettare un approccio ben diverso al fenomeno immigrazione. Uno sguardo più aperto e meno impaurito, un porsi intelligente e pragmatico... In un rapporto complesso e che si condiziona reciprocamente, l'opinione pubblica, i media, la politica si sono fatti cogliere impreparati di fronte a dinamiche che avrebbero potuto essere, se non previste, almeno affrontate progressivamente. Tra la fine del Novecento e questo scorcio di inizio millennio, si è spesso scelto di agitare lo spauracchio dell'immigrazione, vuoi per pigrizia mentale, vuoi per mero calcolo elettorale, dipingendo l`arrivo di chi era nato sotto un altro sole come una minaccia all`identità nazionale, come un processo da fermare prima che sia troppo tardi. Insomma una cultura della paura che si sposa a una politica della chiusura. Invece la bruciante tematica delle migrazioni reclama l'allargamento degli orizzonti tradizionali, il superamento di modi d'essere autoreferenziali e talvolta vittimisti. Spesso si è preferito rimuovere questa problematica, sperando che le cose si sistemassero da sole, come tante volte nel nostro millenario itinerario storico. Si temeva inoltre che mettersi a sollevare questioni, a cercare soluzioni, a indicare percorsi, avrebbe significato perdere consenso tra gli elettori. Mi diceva anni fa un politico della sinistra: «Al solo parlare di immigrati, si perdono voti!». Così, però, si è abdicato alla comprensione dei nostri giorni.

Nel cortocircuito tra silenzio e allarmismo si rischia di perdere la possibilità di un discorso serio, razionale, fattivo su un evento di portata mondiale, che sta segnando il nostro secolo. Non mettendo a tema in modo serio e responsabile l`immigrazione, si è mancato di valorizzare quelle piccole e grandi esperienze positive di accoglienza e di inclusione che punteggiano la Penisola e indicano un'integrazione possibile, radicata nel vissuto quotidiano degli italiani. Infatti, personalmente, conosco anche un'altra Italia, che non è quella della paura e della chiusura: è quella che ha accolto, a proprie spese e fattivamente, i rifugiati siriani, giunti nel nostro paese grazie ai corridoi umanitari, aperti dalla Comunità di Sant'Egidio e dai protestanti italiani. Tra le esperienze positive, spicca pure la capacità del sistema formativo, cioè della scuola, di plasmare nuovi italiani. Sì, l'integrazione è possibile. Già ora. Sotto traccia, mentre la rimozione o i toni emergenziali si contendevano gli umori del paese, tanti - giovanissimi, giovani e meno giovani, bambini, adolescenti, adulti - si sono avviati a un incontro costruttivo con la società italiana, con la guida di molti docenti, così intelligenti e sensibili, quanto sottostimati. I'« altro» si è fatto sempre meno differente, meno «altro», e sempre più simile al «noi», peraltro da sempre plurale, della Penisola. Oltre alla scuola si sono sviluppate forme di integrazione ben riuscite nelle famiglie (per il fenomeno delle badanti), in molti luoghi di lavoro, nei servizi alla persona. Molto è stato fatto dal mondo associativo cristiano e laico, dal vasto mondo del volontariato, dai sindacati e da altri soggetti, per favorire una reale integrazione degli stranieri. Generalmente si potrebbe parlare di un modello affidato alla buona volontà e al senso umano delle persone che in tante situazioni ha avuto successo.

Anticipiamo in questa pagina la prefazione di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, al libro di Doriano Saracino "Ringrazio che siamo vivi. Giovani stranieri in carcere" (Jaca Book, pagine 384, euro 20). Un viaggio nelle prigioni con il più alto numero di stranieri per incontrare ragazzi che vivono a metà tra due mondi: un Paese di origine a cui non appartengono più e un`Italia che li ha cambiati più di quanto si aspettavano. Molti sono arrivati come minori non accompagnati, altri sono una seconda generazione mancata, che non ha portato a termine l`integrazione. Nel carcere un passato difficile si intreccia con un presente di coabitazione ricco di sfide. Il libro accosta il tema del carcere a quello degli stranieri, senza cadere in facili schematismi, ma privilegiando l'ottica del reinserimento.

Per gentile concessione del quotidiano Avvenire che ha pubblicato questo testo il 23 settembre 2017

giovedì 21 settembre 2017

Ius culturae senza paura: è il nostro futuro

"Non si tratta di ius soli, ma ius culturae: non concederlo equivale a ghettizzare". In un editoriale su Famiglia Cristiana del 24/09/2017, Andrea Riccardi interviene sul tema della cittadinanza ai minori figli di stranieri che sono nati in Italia o che studiano nel nostro Paese da almeno cinque anni, facendo chiarezza sulla differenza tra Ius soli e Ius culturae

Ci sono problemi sulla strada dell'approvazione della legge per la cittadinanza ai bambini figli di stranieri nati in Italia o qui da lungo tempo. L'hanno chiamato Ius soli. In realtà è il nome dato dagli avversari al provvedimento, che lo considerano un'apertura indiscriminata a stranieri che invaderanno l'Italia.

La stampa e il dibattito politico hanno, erroneamente, accettato di parlare di lus soli. Credo sia corretto, invece, chiamarlo lus culturae, perché riguarda i nati in Italia, figli di stranieri, o quelli arrivati con i genitori prima dei 12 anni: questi possono diventare cittadini dopo aver compiuto con profitto un ciclo di studi di cinque anni o un corso professionale. Gli studi, cioè la cultura, sono un passaggio decisivo per diventare italiani e integrarsi nella società. Si parla anche di Ius soli temperato, che concede la cittadinanza ai nati in Italia o ai figli di genitori con permesso di soggiorno permanente o di lungo periodo. In questa prospettiva, nessuno diventa cittadino italiano solo perché partorito sul suolo della Repubblica. La cittadinanza si acquista identificandosi nell'identità italiana, fin da bambini.

Il problema è semplice: vogliamo riconoscere la cittadinanza ai bambini che crescono con i nostri figli e che pensano il loro futuro nel nostro Paese? Rifiutarla significa volere per loro una vita "separata" dagli italiani. Quindi, una ghettizzazione. Non si capisce perché l'Italia, che ha seri problemi demografici, si debba privare di gente che vive con noi, parla italiano e si pensa qui per sempre. Vuol dire che c'interessano solo le "braccia" dei migranti e non la loro vita. Alcuni affermano che significherebbe l'inizio dell'islamizzazione dell'Italia. Ma più della metà degli "stranieri" sono cristiani, non musulmani. Questo non solo è sbagliato, ma pericoloso.

Si deve invece lavorare sull'integrazione con molta decisione. L'Italia è un Paese con la sua storia e la sua identità: per inserirsi qui è necessario condividerne la cultura e rispettarne le leggi. C'è spazio per chi accetta di condividere la nostra storia e il nostro futuro. C'è bisogno di nuovi italiani. La ripresa economica porrà in breve il problema di nuovi lavoratori. Nonostante l'apporto dei migranti, il numero dei decessi ha superato quello delle nascite, mentre la popolazione invecchia. Bisogna pensare un futuro dell'Italia, in continuità con la sua storia, ma come una nazione "più larga". Il passaggio della cittadinanza ai bambini è decisivo in questa prospettiva. Si deve strapparlo alla strumentalità delle polemiche politiche. Qui si gioca il futuro di tanti bambini. E anche quello del nostro Paese.

sabato 16 settembre 2017

La preghiera può spostare montagne di odio

Nella foto: la cancelliera tedesca Angela Merkel e il fondatore della Comunità di Sant'Egidio Andrea Riccardi all'Incontro "Strade di Pace" che si è tenuto in germania, a Munster, dal 10 al 12 settembre. All'incontro hanno partecipato 400 rappresentanti religiosi e della società civile, che hanno lanciato un forte invito al dialogo per la pace, unica arma contro i conflitti.
per i testi dell'Incontro clicca qui 

L' anno scorso, ad Assisi, si sono incontrati con papa Francesco i leader delle grandi religioni del mondo per ricordare i trent'anni del cammino di pace, dialogo e preghiera, iniziato da Giovanni
Paolo II nel 1986 nella città di san Francesco. Da allora, i leader religiosi si sono ritrovati puntualmente, ogni anno, in questo spirito. Non è poco. In alcune situazioni concrete, hanno lottato contro l'odio vicendevole e il fanatismo. Quest'anno si sono rincontrati a Münster e Osnabrück, in una Germania che celebra i 500 anni della Riforma protestante. L'incontro è stato contrassegnato da una ferma volontà di trovare "Strade di pace": è il titolo del meeting, che ha raccolto esponenti cristiani, ebrei, musulmani e delle religioni asiatiche. 

Tra di essi, il grande imam di al-Azhar, Al Tayyb, che ha affermato con fermezza come l'islam non sostenga la violenza e il terrorismo. Ma anche il patriarca ortodosso della Siria, Giovanni X, il quale ha testimoniato il dolore di un Paese martoriato da una guerra che dura da sei anni. Angela Merkel ha insistito sul valore del dialogo tra le religioni per realizzare un clima d'intesa e di pace. Oggi le religioni hanno una peculiare responsabilità in un mondo dove l'economia si è globalizzata, ma sorgono antiche diffidenze e nuovi muri. Nessuna guerra è santa, ma solo la pace è santa: è stata - per così dire - la "scomunica" delle religioni verso la violenza che ha fatto eco alle parole del Papa, pronunciate durante il viaggio in Colombia. 
Il nostro mondo si sta avviando, troppo inconsapevolmente, su strade di guerra. Basta guardare alla vicenda della Corea del Nord. Misuriamo pienamente le conseguenze di una guerra? Siamo consapevoli che, con così potenti armamenti, i conflitti s'incistano e spesso non si concludono nemmeno con la vittoria di una parte? Dalle religioni è venuto anche un invito a non dimenticare i dolori delle guerre del passato. I leader religiosi hanno ascoltato le testimonianze di varie situazioni: quelle dei rifugiati o di chi fugge la violenza. Ma che possono fare le comunità religiose di fronte a potenti logiche politiche e militari? Innanzitutto, ricordare che il dialogo può aprire "strade di pace". Il mondo ha bisogno di più dialogo. E poi i credenti non disperano, perché sanno che la preghiera è una forza di pace: può spostare montagne di odio e orientare i cuori dei governanti e dei popoli su vie di pace. Dalla Germania, è partito un invito saggio e preoccupato: che si cerchino nuovi cammini di pace con il dialogo! Viene da gente che continua a sperare e crede alla forza della preghiera.
Questo testo è stato pubblicato su Famiglia Cristiana del 18/9/2017

giovedì 7 settembre 2017

Di fronte all'incubo atomico, più 'telefoni rossi' per evitare la guerra.

La crisi coreana ha riportato all'attualità l'incubo della guerra atomica. La Corea del Nord, infatti, secondo fonti del Pentagono, disporrebbe di sessanta testate nucleari e sarebbe pronta a utilizzarle montandole sui missili. In un editoriale per Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi indica ancora una volta nel dialogo la via per evitare un conflitto che assumerebbe dimensioni devastanti per tutta l'umanità.

I1 nostro è un mondo violento. Alla violenza diffusa in tante parti del Pianeta, alla tragedia del terrorismo, si aggiungono i venti di guerra che soffiano in aree di vecchia e nuova tensione. Per la prima volta, da molto, si materializza lo spettro della guerra nucleare: tra la superpotenza statunitense e una dittatura isolata e impenetrabile: la Corea del Nord. Sembrerebbe un confronto senza storia. Eppure potrebbe sfociare in una catastrofe atomica. S'intuisce che il regime di Pyongyang vuol far capire che non arretrerà di fronte a nulla, pur di salvarsi.
Che fare? Forzare? La cronaca di questi giorni mostra, paradossalmente, come la minaccia di guerra sia - da una parte e dall'altra - confessione d'impotenza.
Ma si possono esplorare altre strade. Ci sono la Cina e la Russia, c'è quello che una volta si sarebbe detto il concerto delle nazioni. Consegnarsi alla guerra rende impotenti. La memoria va a un'altra situazione bloccata. La guerra fredda nella fase finale: nuovi missili schierati da una parte e dall'altra, uno stallo foriero dei peggiori scenari. E poi il miracolo. Le aperture di Gorbaciov trent'anni fa, tra i1 1986 e i1 1987, e la scelta di firmare con il presidente Usa Reagan un trattato che poneva fine alla questione degli euromissili (dicembre 1987). Farebbe comodo oggi avere uno o più "telefoni rossi" per chiamare l'altro.
La notizia che papa Francesco ha ricevuto in udienza il presidente dei vescovi coreani, monsignor Hyginus Kim Hee-Jong, e i leader religiosi della Corea del Sud, fa intravedere una prospettiva nuova. Il vescovo ha dichiarato saggiamente: «La riconciliazione attraverso il dialogo è l'arma più sicura per la pace. Non i missili, ma la pace». Si può resistere. Innanzitutto, per chi crede, con la preghiera. Poi con la pratica costante del dialogo e dell'incontro. È quello che si cercherà di fare nell'incontro interreligioso di preghiera per la pace nello "spirito di Assisi": in Germania, a Miinster e Osnabriick, dal lo al 12 settembre. Come Assisi contribuì ne1 1986 ad affrettare la fine della guerra fredda, così questa preghiera di pace nel cuore dell'Europa potrà mostrare come la "debolezza" del dialogo è più efficace e produttiva dell'impotenza delle minacce.

giovedì 31 agosto 2017

Migranti, apriamo gli occhi sull'inferno libico

Venduti, resi schiavi, torturati, vittime di violenze inumane. È la condizione dei profughi.
La loro voce non arriva, le Nazioni Unite stentano a intervenire, ma noi cristiani non possiamo rimanere insensibili.
Un editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 3 settembre 2017

Durante l'estate si è molto discusso di migranti e rifugiati. Un tema centrale nel dibattito politico, talvolta gridato e strumentalizzato. Si sono sentite le ragioni di chi è sensibile al dramma dei "dannati della terra" che vengono dal Sud del mondo. E poi le repliche di chi afferma che l'Italia non è in grado, politicamente ed economicamente, di risolvere i loro problemi. 
Ma - una volta tanto - mettiamo da parte la nostra prospettiva: l'accoglienza in Italia o le scelte del Governo. Facciamo silenzio per ascoltare le voci lontane di quanti sono in Libia, dopo lunghi viaggi nel deserto, dopo aver pagato grandi costi umani oltre che economici. 
Sono voci flebili, raramente recepite dai media. Il quotidiano Le Monde ha pubblicato vari reportage dalla Libia. Il primo ha un titolo che dice tutto: Dans l'enfer libyen ("Nell'inferno libico"). Vittime di violenze sistematiche, di incarcerazioni inumane, di tratta ed estorsioni, i migranti sono un popolo di vessati e umiliati. È la condizione di tanti, passati attraverso le mafie dei viaggi: venduti alle prigioni, utilizzati come mano d'opera forzata, taglieggiati, costretti a telefonare ai familiari lontani e a far udire loro gli urli sotto le percosse per ottenere un riscatto. 
Anni fa, un giovane etiopico, arrivato in Libia e mai riuscito a raggiungere l'Italia, mi disse: «L'unica mia fortuna è che ero un uomo e non mi hanno violentato come le donne. Per il resto mi hanno fatto di tutto». L'85 per cento dei migranti ha subìto in Libia torture o trattamenti degradanti, secondo un'inchiesta di Medici per i diritti umani. Il coraggioso Domenico Quirico, inviato della Stampa, è andato a vedere un centro di detenzione a Tripoli: «Centinaia di volti e corpi seminudi per il calore... stivati l`uno accanto all`altro... corrosi, stremati, spolpati, distorti, bolsi». 
Nel caos libico, popolato di milizie e bande, non c'è sicurezza per l'azione dell'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu e dell'Organizzazione internazionale delle migrazioni, che stentano a intervenire. Diversa è la situazione dei rifugiati in Turchia, sotto controllo di uno Stato organizzato e delle istituzioni internazionali. Non arriva facilmente a noi il grido dei migranti-prigionieri in Libia. Ma qualcuno dovrà ascoltarlo. In Italia e in Europa. Nelle sedi internazionali. Tra gli Stati africani, troppo disinteressati alla sorte dei loro concittadini. Nel mondo. Dovranno aprire gli occhi almeno i cristiani. Come ha detto il cardinale Parolin: i migranti «sono nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono».