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In Terra Santa la pace è lontana. Proteste e sangue, mancano i mediatori

Israele registra lo spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme. Le conseguenze politiche e diplomatiche sono drammatiche. Un editoriale di Andrea Riccardi fa il punto su una situazione bloccata, dove la violenza sembra non avere fine.

La scelta americana ha generato violenti scontri sul terreno, con morti e feriti, causando attriti diplomatici non di poco conto. Ha indotto una rottura anche all'interno dell'Unione Europea, i cui Paesi si erano finora rifiutati di compiere questo passo considerando la realtà di Gerusalemme una tematica ancora da discutere in un eventuale accordo di pace.
Lunedì 14 maggio era un giorno di festa per lo Stato di Israele, impegnato a celebrare i suoi 70 anni di vita e felice di registrare il trasferimento ufficiale dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, fatto a lungo auspicato dalla diplomazia israeliana.
Invece, tra i 28 Stati membri dell'Ue, 4 (Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca) hanno accettato l'invito del ministero degli Esteri israeliano inviando loro rappresentanti all'inaugurazione dell'ambasciata Usa nel quartiere di Arnona, nella parte ovest della città. Repubblica Ceca e Romania hanno inoltre garantito, anche se con tempi e modalità diverse, di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Italia, Francia e Spagna, da parte loro, mantengono a Gerusalemme un Consolato generale, autonomo dalle ambasciate a Tel Aviv. Così l'Europa risulta spaccata su un tema tanto delicato. Del resto l'Unione europea è piuttosto irrilevante sulle questioni mediorientali. Ma ciò che più preoccupa è la reazione dei Palestinesi, che sentono ormai definitivamente gli Stati Uniti e una parte dell'Occidente contrari alle loro aspirazioni su Gerusalemme. Forti reazioni serpeggiano anche nel mondo arabo, mentre in Siria la presenza iraniana, sempre più nutrita, tormenta Israele. Il Medio Oriente sta scivolando ancora di più verso la tragedia? La decisione americana innescherà una situazione ancor più conflittuale in Terra Santa e provocherà, come già si vede, nuovi lutti? Sono domande che ci inquietano tutti e su cui non abbiamo purtroppo una risposta. Mi sembra che tutte le politiche abbiano dalla loro delle motivazioni, ma nell'incandescente situazione israelo-palestinese, come nel più largo Medio Oriente, mancano mediatori. I ponti sono crollati. Del resto ci troviamo in un quadro di estremizzazione delle posizioni antagoniste in troppe parti del mondo. In Terra Santa, dove tutto assume un tono drammaticamente paradossale, manca la fiducia vicendevole. In questa situazione prosperano purtroppo gli atti terroristici e le violenze, da tutte le parti in causa. 
Ci interroghiamo su cosa sia possibile fare per riaprire un dialogo che ponga fine a un conflitto che dura da 70 anni. E che ormai sembra incancrenirsi. Non c'è una via per conciliare la sicurezza di Israele, cui teniamo molto, con le aspirazioni legittime dei palestinesi di avere un loro Stato in quella terra? In questo momento ci sentiamo vicini alla piccola comunità cristiana di Terra Santa. Con loro speriamo nella pace e preghiamo per essa.

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