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Un popolo unito attorno al Papa nel segno della carità e della pace: il nuovo Pontefice deve contare sull'accoglienza di tutti per guidarci sulla via della speranza

 

I cardinali riuniti nella Cappella Sistina al momento dell'"Extra omnes" il 7 maggio - Foto da Vatican Media

Mentre scrivo l'elezione non è ancora avvenuta. Ma ricordo che Benedetto XVI, accomiatandosi dopo le dimissioni, disse: «Nel collegio cardinalizio c'è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza». Facciamo nostre queste parole di un grande credente: non sappiamo il nome dell'eletto, ma sarà il nostro Papa, colui che conferma nella fede i fratelli e guida la Chiesa. Attorno al Santo Padre si fa l'unità della Chiesa. Non solo con l'obbedienza, ma anche con la "reverenza". Quest'ultima parola suona antica ma è vitale: rispetto profondo. 

I giorni prima del conclave sono stati attraversati da una certa irriverenza: sui media e sui social, che hanno dovuto riempire le "pagine" con pronostici e indiscrezioni. Irriverente, quanto curiosa, è l'immagine di Trump vestito da Pontefice. 

Ma c'è stata anche irriverenza, da quel che si sa, nel parlare di papa Francesco durante le congregazioni dei cardinali, accusandolo di aver trascurato la dottrina, creato confusione nella Chiesa, dimenticato i cattolici perché proteso a "quelli di fuori"... Forse è frutto della libertà che Bergoglio ha coltivato nella Chiesa. Mi è sembrata però una rottura di stile con il passato, quando la parola verso il defunto era sempre rispettosa. 

Nella discussione dopo la morte del Pontefice è ovvio che le opinioni divergano tra cardinali. Non è disunione, ma articolazione di pensieri verso la scelta del candidato migliore. Tuttavia, una maggiore reverenza non avrebbe fatto male. Il parlare nella Chiesa non si può appiattire su quello della politica. Ricordo con quanta delicatezza il cardinale Martini si espresse nel 2005 su Bergoglio che, allora, non vedeva come candidato adatto. Non dimentico le parole di un altro cardinale, dopo l`elezione di Francesco: «È un bel Papa, ma non si fa un bel Papa distruggendo qualche altro cardinale». Già allora le parole si erano fatte contundenti. C'è il problema nella Chiesa di un linguaggio franco, argomentato, rispettoso, unitivo. Se parliamo di sinodalità, dobbiamo affrontare prima il problema del linguaggio.

Qualcuno ha parlato di un Francesco divisivo. Il suo funerale così partecipato, la gente commossa per le strade di Roma al passaggio del feretro, mostrano quanto ha unito un popolo. 

Sono convinto che, per ogni Papa, l'unità si fa a partire dal suo ministero e non da quanto siano accolte le proprie posizioni. Il popolo dei funerali e di Roma ha dato anche un grande esempio di reverenza. Così i preti romani (non sempre in sintonia con Bergoglio) hanno partecipato addolorati, e in massa, alla Messa a San Giovanni per il papa, da poche ore defunto. Francesco ha insegnato che il "popolo fedele" (come diceva) ha lezioni da dare. 

Quel che importa è che il nuovo Papa possa contare sull'accoglienza di un popolo grande che, in questo mondo difficile, sente il bisogno di essere confermato nella fede, guidato sulla via della speranza, aiutato a credere che la pace potrà vincere. Diceva l'arcivescovo ortodosso d'Albania, Anastasio: «Il contrario della pace non è la guerra, ma l'egoismo». In questo mondo dei tanti "io", del "prima io o prima il mio Paese", la parola del Vangelo ci porta ad amare chi (pur sconosciuto) s'incontra ferito e a vivere sentendosi famiglia dei popoli, in un mondo troppo in frammenti, in cui la Chiesa è sacramento d'unità. 


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana dell'11/5/2025

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