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Il Mozambico tradito: i giovani senza futuro né via di fuga. La crisi dei migranti africani rivela diseguaglianze, paure e nuove chiusure

Migranti originari del Malawi in attesa di essere rimpatriati dal Sudafrica - Giugno 2026 regione del KwaZulu-Natal Giugno 2026 - Foto da Facebook


Sono stato in Mozambico pochi giorni fa. Conosco questo Paese dell'Africa australe da vari decenni e non cessa di sorprendermi. 

Recentemente molti migranti mozambicani sono stati respinti dal Sudafrica. Ci sono stati parecchi maltrattati e cinque di essi sono stati uccisi. 

Lo stesso dramma è stato vissuto dai migranti dal vicino Malawi, paese molto povero. Il dramma ha toccato anche i migranti dello Zimbabwe (quasi un milione) e altri provenienti dalle lontane Etiopia e Somalia. I migranti, stimati tra il quattro e il cinque per cento dei residenti in Sudafrica, contribuiscono peraltro all'economia del Paese. 

Inizialmente, in Sudafrica, c'era una legislazione favorevole all'accoglienza ispirata dagli ideali panafricani. Poi c'è stata una stretta. E' cambiata la mentalità dei sudafricani, per cui i migranti sono accusati di sottrarre lavoro ai cittadini del Paese. 

Si scatena contro di loro, come un capro espiatorio, il malessere di una società segnata da gravi diseguaglianze e da forti instabilità. Com'è lontano il sogno di Mandela di un Sudafrica arcobaleno, patria di africani e bianchi, di etnie diverse! Vari Paesi africani, ricordando la solidarietà nella lotta contro l'apartheid e per il nuovo Sudafrica, hanno polemizzato con Pretoria. 

Gli europei credono che i migranti africani vengano tutti nel nostro continente. Non è vero. Fino al 2024, 25 milioni di africani si sono spostati all'interno del continente: il 52% dei 46 milioni di migranti africani (il restante 48% è andato in Europa). Il problema dei migranti, le reazioni "razziste" verso di loro, sono ormai un problema globale. 

Manca una cultura realista tra la gente nell'affrontare la questione, mentre le forze politiche speculano sulla reazione popolare. Il rientro dei migranti è un ulteriore problema per il Mozambico. La pace, firmata a Roma nel 1992 anche con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio, ha concluso una guerra che ha prodotto un milione di morti. Da allora, il Paese è cresciuto economicamente. Nel Nord sono stati scoperti grandi giacimenti di gas (su cui operano imprese, come Eni e Total), che potrebbero eguagliare quelli del Golfo. Proprio nel Nord, una regione povera, è scoppiata una guerriglia jihadista che colpisce le popolazioni e produce numerosi sfollati. Il governo crede che non sia un'emergenza solo nazionale, ma imponga un impegno internazionale. 

Il Mozambico è, secondo la Banca Mondiale, il secondo Paese più povero, che si colloca tra i dieci con più diseguaglianze nel mondo. Ci si accorge di questo nelle città, nelle periferie, fatte spesso da slum. 

Metà della popolazione è al di sotto dei sedici anni: la questione giovanile, l'istruzione e il lavoro per i giovani sono problemi prioritari. Il reddito del 75% delle famiglie mozambicane viene dall'agricoltura, ancora in larga parte di sussistenza, che richiede larghi investimenti se si vuole assorbire una parte della mano d'opera giovanile. Nel 1984, la prima volta che andai in Mozambico, un amico, che viveva nel Paese (allora alla fame), mi disse: «la ricchezza del Paese sono i bambini». Aveva ragione in un certo senso. Ma ora bisogna dare speranza, lavoro e futuro a milioni di giovani, quando anche le vie dell'emigrazione si chiudono.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 26/7//2026

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