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| Papa Leone XIV a Lampedusa sosta presso la Porta d'Europa il 4 Luglio - Foto Suore Guanelliane |
I1 4 luglio, 250° anniversario dell'Indipendenza degli Stati Uniti, Leone XIV è a Lampedusa, alla Porta d'Europa, simbolo di speranze e attese di tanti migranti, spesso deluse (e drammaticamente con la morte). Il primo Papa americano non è a Washington per celebrare l'Indipendenza, come taluni speravano negli Usa. Non è il suo posto, perché è un "pastore universale".
Però Leone è un vero americano, figlio dei migranti che hanno fatto la storia americana: ha origini francesi, italiane, spagnole e creole della Louisiana. È anche cittadino del Perù, dove il 10% degli abitanti è emigrato (100 mila in Italia). La sua storia, come quella di Bergoglio, mostra quanto l'emigrazione abbia costruito una parte importante del mondo.
Eppure, da qualche decennio, i migranti sono additati come una pericolosa invasione. In un mondo in cui si teme il futuro, in cui siamo più soli, le paure si concentrano su questa minaccia. Qualche episodio di difficile convivenza sembra confermare che è impossibile vivere insieme. Oggi non si parla tanto di blocco degli immigrati, ma di remigrazione. Non è questo il sentire della Chiesa, ribadito dai viaggi di Leone alle Canarie e ora a Lampedusa: una frontiera di dolore e di morte. Il Papa propone un "esame di coscienza": «Per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l'Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l'Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante». La politica del "muro" (nelle sue diverse versioni) non è accettabile.
La Chiesa sveglia la coscienza europea. Lo fece nel 2013 Francesco a Lampedusa: «In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell'altro». Leone coglie la domanda del popolo in cammino: «Qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità».
La solidarietà tra la Chiesa cattolica e il popolo dei migranti è di lunga data. Nel 1941, Pio XII parlò del diritto all'emigrazione, «fondato sulla natura stessa della terra»: «va rispettato il diritto della famiglia a uno spazio vitale». Anzi, nel 1952, esortò gli Usa a una maggiore apertura di fronte a norme "troppo restrittive". Convergono, nella visione dei Papi, il senso profondo della dignità della persona, anche fuori dal suo Paese, con il realismo umano di una Chiesa "esperta di umanità" che non cede alle paure e alle emozioni del momento. Del resto, tanti sanno - gli imprenditori per primi - che un Paese come l'Italia necessita di immigrati.
Bisogna guardare in faccia la realtà con umanità e realismo. Francesco, rispondendo a una domanda di una rifugiata siriana all'Università di Roma Tre, disse: «Io mi domando: quante invasioni ha avuto l'Europa? L`Europa è stata fatta di migrazioni e di invasioni, e stata fatta artigianalmente così. Le migrazioni non sono un pericolo, sono una sfida per crescere». Per cui non è l'ora di respingere, ma di accogliere, «integrare, ricevere: imparare la lingua, cercare lavoro, un'abitazione».
Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 5/7/2026
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