Passa ai contenuti principali

L'attacco di Trump al Papa che chiede ai signori della guerra di fermarsi

  

Papa Leone XIV saluta i giornalisti durante il volo verso Algeri il 13 Aprile - Foto Da Vatican News

Leone: «Basta con l'esibizione della forza». E il tycoon risponde con una critica senza precedenti

Per la prima volta nella storia un presidente americano attacca direttamente il Papa: «L'atteggiamento di Leone, troppo debole, sul fronte della criminalità e su quello delle armi nucleari, non mi va affatto a genio». Ha aggiunto: «Leone dovrebbe essermi grato... Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano». 

Cos'è successo? Il tutto per un Rosario. Sabato scorso, Leone XIV ha invitato a pregare per la pace proprio con un Rosario a San Pietro. Sulla piazza c'era gente. La risposta, a Roma e altrove, è stata forte. La Chiesa è ormai impegnata a combattere la buona battaglia per la pace, mentre c'è guerra in Ucraina, le trattative tra americani e iraniani sono a rischio, il Libano è sconvolto, in Sudan si combatte da tre anni. 

Il Papa, umile e fermo, ha lanciato una sfida ai "signori della guerra". Leone XIV è apparso rivestito di una paternità universale, che non si è voluto attribuire, ma è stata riconosciuta da tanti che non vogliono la guerra. 

Si è fatto voce dei senza voce. Ha ricevuto tante lettere dai bambini nelle zone di guerra, che dicono «tutto l'orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio». Ha chiesto: «Ascoltiamo la voce dei bambini!». C'è stata una svolta: la chiamata dei credenti e degli uomini di buona volontà ad agire: «Uniamo (...) le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani, che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati dalla follia della guerra». Si sta vedendo la risposta: «Un'immensa moltitudine che ripudia la guerra». 

Leone XIV è stato la voce dei senza potere, schiacciati dall'impotenza. Comincia a essere recepito, come fu Giovanni Paolo II, quando parlò di pace prima dell'attacco all'Iraq nel 2003, divenendo di fatto il leader di un movimento di pace. Oggi, il Papa grida ai governanti: «Fermatevi! È tempo della pace! Sedetevi ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!». 

Intima: «Basta con l'idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l'esibizione della forza! Basta con la guerra!». Il suo grido è liberante dal senso d'impotenza che ci attanaglia: «Niente ci può chiudere in un destino già scritto». Oggi la guerra è divenuta uno strumento principe della vita internazionale, mentre ottant'anni fa le nascenti Nazioni Unite si diedero il compito di «liberare il mondo dal flagello della guerra». Non dobbiamo rassegnarci: possiamo pregare e la preghiera sposta le montagne. Continua il Papa: «La preghiera ci educa ad agire». È la forza debole di chi non ha potere, "il potere dei senza potere" per dirla con Havel. Sì, serve pregare e agire. Così: «Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio». Tutti possiamo essere "artigiani di pace". 

Leone raccoglie e rilancia l'esperienza di umanità della Chiesa: da Pio XII («Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra»), a Giovanni XXIII («Dalla pace tutti traggono vantaggi»), a Paolo VI («Mai più la guerra»). Chiede di non farsi imprigionare dalla polarizzazione, ma di tornare «a credere nell'amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona...». Anche alla moderazione! Tutti possono giocarsi in prima persona per la pace. 

Le comunità cristiane sono chiamate ad essere case di pace. Perché «la Chiesa è un grande popolo al servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensioni e disprezzo». Leone - ora in viaggio in Africa - continua la sua sfida. Le dure critiche di Trump mostrano che esiste l'alternativa all'egemonia dell'età della forza.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 19/4/2026

Commenti

Post popolari in questo blog

L'avvenire dell'Africa può cominciare dalla Costa d'Avorio

Una veduta di Abidjan di Gennaio 2025 - Foto Creative Commons Decisivo consolidare la democrazia del Paese. Le prossime elezioni saranno un banco di prova L'Africa non è tutta "nera" - così titolava anni fa Limes , l'autorevole rivista geopolitica. È un invito a leggere con attenzione le diversità e gli squilibri di un continente forse più complesso del nostro.  Sono ritornato di recente in Costa d'Avorio, Paese che conosco dagli anni Novanta. La capitale economica (in pratica pure politica), Abidjan, non era allora la megalopoli odierna con oltre sette milioni di abitanti, ma una città tranquilla, verde, niente di simile alla realtà caotica, vivace e trafficata di oggi. Nel 1960, all'indipendenza, contava 200 mila abitanti. Ora le grandi costruzioni, i grattacieli, le torri, le tante opportunità offerte in differenti campi, ne fanno una megacittà avveniristica, ben collocata nel mondo globale.  Abidjan è una città ricca, molto ricca, differente da tante c...

Sudan, la guerra invisibile che riguarda anche l'Europa

Profughi sudanesi in Ciad, ad Adre - 24 Gennaio 2025 - Foto Foreign Office UK/Russel Watkins Da 3 anni il Paese è devastato da scontri tra fazioni. E i rifugiati diventeranno un nostro problema Tra le troppe guerre aperte (oltre 50), forse una delle più sanguinose è quella in Sudan, dove il conflitto civile è iniziato nell'aprile del 2023. Se ne parla solo a tratti.  Sulle vittime i dati sono scarsi perché la guerra è avvolta dal silenzio e dal disinteresse: è raro che giornalisti indipendenti od operatori umanitari abbiano accesso alle aree degli scontri. Si parla di circa 30 mila morti in combattimento e di 150 mila per fame e malattie. Secondo gli esperti, tuttavia, oltre 5 milioni di sudanesi sono a rischio.  La guerra è esplosa tra i due alleati del golpe del 2021: l'esercito ufficiale (Saf, Sudanese Armed Forces) e le Forze rapide di supporto (Rsf), milizia paramilitare usata per combattere i ribelli del Darfur. I due gruppi si sono divisi per ragioni economiche (il c...

La Settimana Santa ci richiama alla compassione. Dall'Ucraina al Libano e all'intero Medio Oriente, non possiamo abituarci al grande dolore delle guerre

Siamo in tempi difficili. Talvolta spaesati e disorientati. Non si vede come le guerre in corso - basta pensare all'Ucraina o alla situazione infiammata in Medio Oriente - approdino a una tregua o alla pace. Ma siamo nella Settimana Santa, in cui la memoria della Passione di Gesù ci spinge a pensare al suo grande amore e alle croci di tanti uomini e donne.   Il piccolo Libano, paese di convivenza (non sempre facile) tra cristiani e musulmani, con meno di sei milioni di abitanti, accoglie due milioni di profughi spinti dal Sud del Paese verso il Centro e il Nord. Una situazione dolorosa e di estremo bisogno.  Non si dimentichi che il Libano ospita dal 1949 mezzo milione di rifugiati palestinesi e da qualche anno due milioni di siriani che hanno lasciato la Siria per la guerra civile. E noi ci lamentiamo di qualche rifugiato!  La Passione e la Croce di Gesù ci chiamano a stare vicini a chi soffre: accanto a noi e in terre lontane. È la scelta di Maria, delle donne, del dis...