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Il ricordo del 16 ottobre 1943 si colloca in un tempo in cui la logica della guerra si è allargata. Ma la liberazione dalla paura è un augurio, una preghiera, una speranza per tutti

Andrea Riccardi alla commemorazione della deportazione degli ebrei di Roma, avvenuta il 16 ottobre 1943

Riportiamo il testo del discorso pronunciato da Andrea Riccardi il 15 ottobre 2024, al Portico d'Ottavia, nella commemorazione della deportazione degli ebrei di Roma, avvenuta il 16 ottobre 1943

Cari amici,

il ricordo del 16 ottobre 1943 non cambia, ma si colloca nel tempo. Tempo di guerre che si allargano pericolosamente. Lo scorso anno eravamo sconvolti dell’attacco terroristico di Hamas a Israele il 7 ottobre, angosciati per i rapiti. E chiediamo il rilascio degli ostaggi sopravvissuti nella sofferenza, imprigionati a Gaza. Perché un anno di dolore per loro e i loro cari, che abbiamo conosciuto?

Con una logica implacabile la guerra si è allargata. Ebrei, ora qualche cristiano, musulmani sono morti. Dove una vita umana, specie di bambini, specie in maniera crudele, è colpita, si spegne un po’ della nostra speranza e umanità.

Penso pure all’Ucraina, cui siamo legati, e all’inverno di guerra che si prospetta. E infine al timore di una guerra più grande o all’uso dell’arma atomica.

Perché allora non fermarsi sul presente e invece tornare al 16 ottobre? Il 2024 coincide con gli ottant’anni della fine dell’angoscia degli ebrei romani, perseguitati da nazisti e fascisti, venduti da italiani. Finì la paura con la liberazione di Roma nel giugno ‘44. L’angoscia era cominciata prima del 16 ottobre con la fuga del re e di Badoglio, ma in quel Sabato nero si manifestò con brutalità la condanna di tutti gli ebrei. Erano stati isolati, in un grande silenzio, dalle leggi razziste del 1938. C’era stato un rarefarsi di rapporti che facevano mancare risorse. La portiera la mattina del 16 svegliò Giacomo Zarfati: "fuggite mi disse con voce rotta". Ma dove? E dove fuggire per gli ebrei rifugiati a Roma?

E’ una storia che raccontiamo da anni. La studiamo, raccogliendo, come frammenti preziosi, testimonianze e documenti. Una storia di orrore che non si finisce mai di scoprire. Vorrei ricordare il grande lavoro della Fondazione Museo della Shoah a Roma. C’è una convinzione che spinge a studiare e ricordare, che non si ritrova rispetto a altri eventi della storia: è un luogo storico decisivo del Novecento, che parla al nostro secolo, anzi la cui voce è essenziale. Riguarda tanti. Questa manifestazione di memoria compie trent’anni: un’idea concepita dalla memoria benedetta del rabbino capo Elio Toaff con la Comunità di Sant’Egidio, che ha raccolto generazioni di romani, giovani, ma anche tanti non italiani avviati a di ricordare, essere amici degli ebrei, come lo siamo per una molteplicità di motivi che vanno dalla fede, alla storia, alla simpatia, a rapporti umani consolidati nelle belle e brutte stagioni.

Tanti non italiani cui, talvolta, nel mondo abbiamo parlato contro l’antisemitismo o l’antisionismo che non avevano conosciuto mai un ebreo. Ma l’odio gira, spesso, a velocità vertiginosa, in un mondo confuso e alla ricerca di un "nemico ideale", come dice Nathania Zevi. Riaffermo il valore di far crescere, negli anni, una coscienza matura e libera dall’odio, che ci ha resi tutti migliori.

Il rabbino britannico, Jonathan Sacks, parla del diffuso e radicato vittimismo di tanti io isolati, che si sentono vittime di propri olocausti. Il vittimismo diffuso, sommessamente, ma con la prepotenza dell’egocentrismo, oscura o almeno ridimensiona il grande dramma del Novecento, la Shoah. E’ un revisionismo non aggressivo, ma efficace, che circola più di quanto crediamo.

Racconta Sacks che, nell’incontro con i sopravvissuti, ha notato invece il loro costante concentrarsi sul costruire il futuro: i figli, la famiglia, il lavoro, la libertà. Questa è la grande vendetta contro gli assassini! Per i sopravvissuti più tardi è venuta l’età della memoria e del servizio alla memoria.

E’ l’ora della responsabilità nel costruire il futuro, in una società che non vota e ne ha paura. Oggi ci troviamo in un tempo nuovo, non per questo migliore. La guerra in tanti scenari è stata riabilitata come l’unico strumento per risolvere i conflitti e semina dolorosamente morti su morti ovunque. Il terrorismo si è strutturato in maniera pesante e barbara. La diplomazia sta vivendo una stagione di debolezza. Si potrebbe dire che il 16 ottobre è passato e altri sono i problemi, quasi di maggiore entità.

Non credo che dobbiamo perdere la memoria, anzi ravvivarla, allargarla, farla più nostra. Il Novecento ci insegna tra l’altro che le guerre, le due mondiali, sono state terreno favorevole ai genocidi, e se non sempre a questi a tante stragi. Ma tutto questo potrà aver fine. Per gli ottant’anni della liberazione di Roma, vorrei citare quello che ricordava Asor Rosa, che visse a dieci anni la liberazione: "sembrò che la città intera esalasse un gigantesco respiro di sollievo: finalmente non c’era bisogno di guardarsi continuamente le spalle". E’ la liberazione dalla paura: un augurio, una preghiera, una speranza per tutti.

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