Passa ai contenuti principali

Il significato del ricordo del rastrellamento nazista a Roma del 1943.L'antisemitismo anche dove non si incontrano più ebrei

La manifestazione del 15 ottobre 2024 in ricordo della deportazione degli ebrei di Roma - Foto Sant'Egidio

Il significato della manifestazione in ricordo del rastrellamento nazista a Roma del 1943

Sono trent'anni che il 16 ottobre si svolge a Roma una manifestazione promossa dalla Comunità ebraica e dalla Comunità di Sant'Egidio. Un lungo corteo si muove da Trastevere e giunge al Portico d`Ottavia, nell'antico quartiere ebraico, dove nel 1943, proprio in quel giorno, partì il più grosso contingente di ebrei di Roma, arrestati dai tedeschi perché ebrei. 

Era sabato, un sabato nero, in cui più di mille ebrei romani furono sorpresi dai nazisti nelle loro case, all'alba, poi concentrati al Collegio militare per essere trasferiti alla Stazione Tiburtina. Tra loro c'erano 207 bambine e bambini. La destinazione era Auschwitz. Alla fine della guerra ne sono tornati solo sedici, fra cui una sola donna. 

La Comunità ebraica di Roma, già isolata dalle leggi razziste del 1938, aveva sperato che i nazisti l'avrebbero lasciata sopravvivere dopo aver versato 50 kg d'oro ai tedeschi. Il maggiore Kappler li aveva rassicurati: «Se lo verserete, non vi sarà fatto alcun male». Pochi giorni dopo, invece, cominciava la caccia all'ebreo. Pochi sapevano della soluzione finale e pochi si nascosero prima del 16 ottobre 1943. Solo dopo quella terribile razzia, gli ebrei romani cercarono rifugio in case di amici, in istituti religiosi, negli stabili vaticani o in luoghi di fortuna, mentre continuava la caccia di nazisti e fascisti, aiutati dagli italiani che vendevano i perseguitati per incassare la taglia. Dal 1994, il rabbino capo di allora, Elio Toaff, grande figura dell'ebraismo italiano che aveva sofferto le persecuzioni, e la Comunità di Sant`Egidio diedero vita a questa manifestazione che negli anni ha visto crescere il numero dei partecipanti, anche tra persone non di origine italiana. Condividere la memoria della ferita del 16 ottobre è stato decisivo per molti. 

Ma, quest'anno, dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 in Israele, con una guerra terribile aperta in Medio Oriente, l'evento ha acquistato un sapore particolare. È necessario ricordare, in un mondo che ha riabilitato la guerra, in cui è difficile immaginare la pace. Ricordare non è un rito, ma un'esigenza vitale per sperare in un futuro migliore. Ma è anche necessario che la Comunità ebraica non sia lasciata sola, mentre risorge l'antisemitismo nelle sue varie e aggressive manifestazioni. 

Così, quest'anno la manifestazione ha assunto un aspetto particolare: lo si vuole sottolineare. Un clima silenzioso, in cui la tristezza per il ricordo del 16 ottobre si unisce alla preoccupazione per il futuro. Il presidente della Comunità ebraica romana, Victor Fadlun, parlando alla gente raccolta presso il Portico di Ottavia, ha detto: «Tra la Comunità ebraica di Roma e la Comunità di Sant`Egidio c'è da molti anni un'amicizia, un'assonanza morale e spirituale. È il segno concreto di un dialogo basato su valori universali». 

L'amicizia tra ebrei e cristiani è un'acquisizione decisiva di questi tempi difficili, che va coltivata. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, si è chiesto come «anche una nazione pacifica e piena di umanità, come quella italiana, possa trasformarsi in una macchina di odio e di morte. Ed è un rischio sempre presente». Quest'affermazione chiede un rinnovato impegno di solidarietà e di memoria dell'orrore della guerra. Perché, tante volte, l'antisemitismo esiste anche laddove non ci sono o non si incontrano più ebrei.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 27/10/2024

Commenti

Post popolari in questo blog

Sudan, la guerra invisibile che riguarda anche l'Europa

Profughi sudanesi in Ciad, ad Adre - 24 Gennaio 2025 - Foto Foreign Office UK/Russel Watkins Da 3 anni il Paese è devastato da scontri tra fazioni. E i rifugiati diventeranno un nostro problema Tra le troppe guerre aperte (oltre 50), forse una delle più sanguinose è quella in Sudan, dove il conflitto civile è iniziato nell'aprile del 2023. Se ne parla solo a tratti.  Sulle vittime i dati sono scarsi perché la guerra è avvolta dal silenzio e dal disinteresse: è raro che giornalisti indipendenti od operatori umanitari abbiano accesso alle aree degli scontri. Si parla di circa 30 mila morti in combattimento e di 150 mila per fame e malattie. Secondo gli esperti, tuttavia, oltre 5 milioni di sudanesi sono a rischio.  La guerra è esplosa tra i due alleati del golpe del 2021: l'esercito ufficiale (Saf, Sudanese Armed Forces) e le Forze rapide di supporto (Rsf), milizia paramilitare usata per combattere i ribelli del Darfur. I due gruppi si sono divisi per ragioni economiche (il c...

La Settimana Santa ci richiama alla compassione. Dall'Ucraina al Libano e all'intero Medio Oriente, non possiamo abituarci al grande dolore delle guerre

Siamo in tempi difficili. Talvolta spaesati e disorientati. Non si vede come le guerre in corso - basta pensare all'Ucraina o alla situazione infiammata in Medio Oriente - approdino a una tregua o alla pace. Ma siamo nella Settimana Santa, in cui la memoria della Passione di Gesù ci spinge a pensare al suo grande amore e alle croci di tanti uomini e donne.   Il piccolo Libano, paese di convivenza (non sempre facile) tra cristiani e musulmani, con meno di sei milioni di abitanti, accoglie due milioni di profughi spinti dal Sud del Paese verso il Centro e il Nord. Una situazione dolorosa e di estremo bisogno.  Non si dimentichi che il Libano ospita dal 1949 mezzo milione di rifugiati palestinesi e da qualche anno due milioni di siriani che hanno lasciato la Siria per la guerra civile. E noi ci lamentiamo di qualche rifugiato!  La Passione e la Croce di Gesù ci chiamano a stare vicini a chi soffre: accanto a noi e in terre lontane. È la scelta di Maria, delle donne, del dis...

I bisognosi vanno messi al centro della nostra fede. Nella Giornata mondiale a loro dedicata siamo invitati a considerarli una "questione familiare"

Foto Sant'Egidio La Chiesa celebra il 16 novembre la IX Giornata mondiale dei poveri, un'idea di papa Francesco per mettere gli ultimi al centro della Chiesa. Non è un fatto solo umanitario. Nemmeno una celebrazione dell'assistenza cattolica e delle sue istituzioni.  Ricordare i poveri con una giornata è decisivo per la coscienza del cristiano e la comunità ecclesiale. Il povero è nel cuore della fede cristiana. Papa Leone ha scritto, con un tocco personale, nell'esortazione Dilexi te : «Tante volte mi domando perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni». È una domanda da porci in questa giornata. Perché ci avviciniamo poco ai poveri e non diventiamo loro amici? Francesco avrebbe detto: perché non li tocchiamo? Spesso pensiamo che ci sono istituzioni preposte alla loro assistenza.  Giovanni Crisostomo, il Padre della Chiesa che ha tanto riflettuto sulla ...