Il rifiuto della guerra comincia dalle parole che usiamo ogni giorno
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| Una manifestazione per la pace a Novara - Aprile 2026 - Foto Sant'Egidio |
I conflitti sono considerati una necessità naturale. Serve una comunicazione lucida e disarmata
Voci di guerra. Le sentiamo ogni giorno: parlano dell'inevitabilità di un prossimo conflitto. La responsabilità è del nemico. In Europa oggi è indicato nella Russia che vorrebbe invadere i Paesi europei, come ha già fatto con l’Ucraina con l’infausta "operazione speciale". La Russia però non riesce ad uscire dal pantano in cui si è gettata, mentre l'Ucraina resiste seppure a prezzo di tante distruzioni.
Perché la Russia dovrebbe aprire un altro fronte, magari con la Polonia o i Paesi Baltici? E poi, se vincesse, come riuscirebbe a controllare popolazioni che nemmeno Stalin è riuscito a domare?
La tensione tra Russia e Europa è ad altissimo livello. Il linguaggio è bellicoso da ambedue le parti. Il potere politico impenetrabile in Russia favorisce questo clima. Oggi cercare una via diplomatica è scambiato per viltà, complicità, o, se va bene, ingenuità. Rappresaglia diviene autodifesa. Già la guerra è stata trasformata pudicamente in "operazione militare speciale".
Il cambiamento di linguaggio riguarda anche l'impiego di termini militari in altri contesti: si parla, per i migranti, d'invasione o di sbarchi o di sicurezza dei confini. Il linguaggio bellicoso arriva alla pericolosa affermazione che l'atomica tattica è un'arma solo un po' più potente. Saturando il dibattito pubblico con l'uso dei termini militari, si banalizza il conflitto con il suo corteo di morti, distruzioni e dolori.
In fondo la guerra sarebbe una compagna naturale della storia umana. Le "voci di guerra" si giustificano con un capro espiatorio: il nemico ne è l'origine e gli altri sono le vittime. La narrazione vittimistica dei fatti è lo sfondo generale, da ogni lato della barricata. In questi mesi abbiamo sentito (ed è in buona parte vero) che i russi compiono contro l'Europa atti di sabotaggio e provocazioni militari. A Mosca si fa una narrazione parallela. Un po' di memoria basta a ricordare che non c'è nulla di nuovo: anche durante la guerra fredda - quando l'Occidente e l'URSS erano ufficialmente nemici - avvenivano fatti simili. Ma allora si trattava per ridurre l'armamento nucleare. E si voleva evitare la guerra.
Qualcuno adopera tali fatti per allarmare il pubblico e prepararlo al peggio. Una parte della leadership europea si dichiara convinta che il conflitto tra Europa e Mosca ci sarà. Le voci di guerra si moltiplicano.
Durante la Grande Guerra, il Nobel Romain Rolland rammentava che un grande popolo assalito dai venti di guerra deve difendere la ragione: «Salvarla dalle allucinazioni, ingiustizie e sciocchezze che tale flagello scatena. Gli uomini di pensiero devono difendere il pensiero». Per questo è sensato riportare i fatti alla realtà concreta. Abbiamo già l'esperienza della menzogna delle armi di distruzione di massa che legittimarono la guerra all'Iraq.
Non c'è fatalità nelle diatribe internazionali, ma solo scelte politiche. Meglio farle con saggezza, dimettendo ogni vittimismo aggressivo e l'utilizzo bellicoso delle parole, per restare lucidi sui fatti. Ha saggiamente affermato Leone XIV: «La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire "no" alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra».
Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 4/10/2026
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