Il Vangelo di don Puglisi divenne un'alternativa a Cosa nostra

 

Sfidò la mafia senza proclami, educando i giovani e togliendo la religiosità popolare ai clan

Il 15 settembre 1993 don Pino Puglisi fu ucciso sotto casa, nel quartiere palermitano di Brancaccio, la sera in cui compiva 56 anni. Un omicidio deciso da Cosa nostra, che utilizzò ben quattro assassini. Perché tanta violenza contro un prete inerme, amato da molti, parroco a Brancaccio da soli tre anni? 

Si tentò di mascherare il motivo vero dell'assassinio con accuse false sul prete. Il quartiere era dominato dalla famiglia mafiosa dei Graviano, ma cosa poteva fare contro di loro questo prete? 

Puglisi non cercava spazio sui media, non si faceva notare, era dimesso, non esibiva la sua cultura (dopo la morte molti si sorpresero che a casa sua ci fosse una vasta biblioteca). Era un prete serio, figlio del Concilio. Lasciava un segno in chi lo seguiva. Parroco a Brancaccio, riforma le feste per il patrono San Gaetano, monopolio di ambienti mafiosi. 

Prova ad ancorare al Vangelo la devozione popolare e le processioni. Il sacro ha forte potere legittimante per i mafiosi. Pochi mesi prima della morte, Puglisi disse in un incontro della Fuci: «Non basta denunciare quello che avviene fra queste case, dobbiamo creare alternative: la responsabilità della Chiesa è questa». 

Il vescovo Cataldo Naro, significativo uomo di cultura siciliano, insisteva che la Chiesa non potesse solo unirsi al coro che stigmatizza la mafia: «Deve fare di più: annunziare e testimoniare quella pienezza di vita che è donata...». 

Puglisi ha fatto di più. Comincia dai piccoli, bambini e giovani, in un quartiere senza scuola media, dove la mafia li illude e li usa, educandoli alla sua "scuola". C'è in lui l'idea coraggiosa, tipica della sua generazione, che i giovani possano cambiare il mondo, mentre oggi spesso siamo rassegnati su di loro.

Totò Riina, registrato in carcere, disse: «Il quartiere lo voleva comandare iddu [lui], ma insomma, deve comandare il parrino? Allora ammazziamolo...». L'efficacia della sua pastorale spinse la mafia a volerne la morte. Pochi mesi prima Giovanni Paolo II ad Agrigento aveva detto con accenti "profetici": «Dio ha detto una volta: Non uccidere. Non può un uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!». 

Cosa nostra reagì con le bombe a Roma: a San Giovanni in Laterano, cattedrale del Papa, e in un'altra chiesa. Riina spiegava così l'azione: «Il papa sta diventando un pericolo, sta smontando il morale...». 

Il coraggio di comunicare il Vangelo faceva paura alla mafia, perché creava un'alternativa laddove non c'era altro che Cosa nostra. Perché il Vangelo libera. Non è rassegnazione al male. Ma bisogna viverlo e comunicarlo con pazienza e umanità. Mi ha colpito un testo di don Pino per i giovani, evangelicamente esigente (si potrebbe pensare non adatto): «Gesù ha detto: "Chi vuol essere mio discepolo, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua". Può sembrare una cosa che atterrisce prendere la croce per essere discepolo di Gesù, ma se noi vogliamo crescere, sarà questa la logica. Chi vuol crescere deve accogliere la logica del chicco di frumento». Quando ho visitato Brancaccio, anni dopo la sua morte, vicino alla chiesa, ho visto alcuni ragazzi che, allegri, giocavano. Me ne hanno indicato uno: «Viene dalla famiglia dei Graviano. Questa è la vittoria di don Pino!».


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 13/9/2026

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