Passa ai contenuti principali

Nei conflitti di oggi nessuno vince e così tutti perdiamo. Hormuz, Ucraina, Medio Oriente: lo stallo da un punto di vista militare non apre al dialogo

Lo stretto di Hormuz - da WikimediaCommons


La guerra nello Stretto di Hormuz è in una situazione di stallo. Nessuno può cantare vittoria: né Stati Uniti, né Iran, né altri. Quella che voleva essere una guerra preventiva non ha dato i risultati sperati. Lo stretto è chiuso dai due lati con l'intento dichiarato di reciproco soffocamento, bloccando filiere commerciali. Le conseguenze economiche ricadono su tanti Paesi del mondo. 

Gli Stati Uniti affrontano un nemico più resiliente del previsto, non solo per capacità militari ma soprattutto perché provvisto di una élite dirigente coesa, capace di utilizzare le leve del patriottismo storico e religioso persiano. La decapitazione del ceto dirigente sciita con l'uccisione della guida suprema Ali Khamenei ha favorito l'emersione del gruppo legato ai Guardiani della rivoluzione, che aveva già il controllo delle risorse del Paese e dei vari corpi armati rivoluzionari. Sono loro che portano avanti la repressione contro giovani, donne e oppositori, con il consenso di una parte della popolazione, quella rurale e più conservatrice. Ma soprattutto la guerra con gli Usa offre loro una legittimazione nazional-patriottica, mentre la maggioranza degli iraniani (che vorrebbe un futuro diverso) è stretta in silenzio dalla tenaglia del conflitto. Sul terreno, malgrado i bombardamenti americani e israeliani, la guerra non ha dato i risultati attesi: il regime regge e reagisce, anche se i danni sono stati tanti. 

È la realtà delle guerre asimmetriche del XXI secolo, senza vinti né vincitori: la sproporzione di forze non basta ad assicurare la vittoria. Non si sa nulla delle centinaia di chili di uranio parzialmente arricchito; non c'è certezza sulle capacità tecnologiche iraniane né sul numero dei missili ancora a disposizione. Le sanzioni economiche pesano sull'economia iraniana, ma il Paese resiste e non ci sono alternative politiche all`attuale regime. Il coinvolgimento dei Paesi del Golfo ha mostrato con chiarezza la loro estrema vulnerabilità. Il modello Dubai tramonta sotto i colpi iraniani e ciò spiega l'estrema prudenza con cui l'Arabia Saudita cerca di non farsi trascinare nel conflitto. Infine, il mercato ha già preso le sue contromisure, spostando il commercio del petrolio via terra con l'aiuto di Riad ma anche dell'Iraq, della Turchia e della Siria. Il prezzo del barile è salito per poi scendere attestandosi su livelli ragionevoli. Da parte iraniana si conta molto su un cospicuo aiuto tecnologico cinese e, meno consistente, militare russo. La guerra è di fatto strategicamente finita in un angolo morto, ma nessun protagonista ha il coraggio politico di ammetterlo: per gli americani sarebbe accettare una sconfitta e per gli iraniani regalare una vittoria agli avversari. C'è da dire che i due contendenti non dialogano direttamente: Pakistan e Oman hanno tentato una mediazione che non è riuscita anche perché per nessuno è ancora venuto il momento di cedere. 

D'altronde i conflitti attuali non vogliono finire anche se la loro razionalità militare è venuta meno: così a Hormuz come in Ucraina ma anche in Medio Oriente. Per questo continuano senza esiti (e talvolta senza scopo), trasformandosi in guerre di attrito o dalla lunga durata, micidiali soprattutto per i civili. La contesa tra Iran e Stati Uniti ha ormai quasi mezzo secolo e non si era mai giunti a uno scontro così violento. Lo stallo attuale dimostra che Usa e Iran devono trovare il modo di dialogare perché nessuno ha la forza di distruggere l'altro.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 30/8/2026

Commenti

Post popolari in questo blog

Giovanni Paolo II: un uomo di Dio dalla profonda umanità

Roma 1979, uno dei primi incontri fra Giovanni Paolo II e Andrea Riccardi Sapeva ascoltare. Non si chiuse in Vaticano: la sua Chiesa voleva essere anima e compagna dei popoli Giovanni Paolo II è morto il 2 aprile 2005. Quindici anni fa. È passato tanto tempo e il mondo è cambiato. Era figlio di una terra lontana: nato in Polonia nel 1920, dopo la Prima guerra mondiale aveva vissuto l'orrore della Seconda e della Shoah, era stato testimone della persecuzione comunista. Eppure il suo ricordo e le sue immagini comunicano ancora oggi una forza viva. Non sanno di passato. Quando l'ho accostato personalmente, ho avuto sempre l'impressione di un uomo abitato da forza e fede. Nella preghiera si raccoglieva tutto in Dio in modo stupefacente. Era uno spirituale, ma nell'incontro era simpatico, umano, attento alle persone, interessato a tutti gli aspetti, anche i più laici o personali. Nonostante fosse il Papa, era un amico, fedele verso i nuovi e gli antichi amici. Sul t...

La Settimana Santa ci richiama alla compassione. Dall'Ucraina al Libano e all'intero Medio Oriente, non possiamo abituarci al grande dolore delle guerre

Siamo in tempi difficili. Talvolta spaesati e disorientati. Non si vede come le guerre in corso - basta pensare all'Ucraina o alla situazione infiammata in Medio Oriente - approdino a una tregua o alla pace. Ma siamo nella Settimana Santa, in cui la memoria della Passione di Gesù ci spinge a pensare al suo grande amore e alle croci di tanti uomini e donne.   Il piccolo Libano, paese di convivenza (non sempre facile) tra cristiani e musulmani, con meno di sei milioni di abitanti, accoglie due milioni di profughi spinti dal Sud del Paese verso il Centro e il Nord. Una situazione dolorosa e di estremo bisogno.  Non si dimentichi che il Libano ospita dal 1949 mezzo milione di rifugiati palestinesi e da qualche anno due milioni di siriani che hanno lasciato la Siria per la guerra civile. E noi ci lamentiamo di qualche rifugiato!  La Passione e la Croce di Gesù ci chiamano a stare vicini a chi soffre: accanto a noi e in terre lontane. È la scelta di Maria, delle donne, del dis...

I bisognosi vanno messi al centro della nostra fede. Nella Giornata mondiale a loro dedicata siamo invitati a considerarli una "questione familiare"

Foto Sant'Egidio La Chiesa celebra il 16 novembre la IX Giornata mondiale dei poveri, un'idea di papa Francesco per mettere gli ultimi al centro della Chiesa. Non è un fatto solo umanitario. Nemmeno una celebrazione dell'assistenza cattolica e delle sue istituzioni.  Ricordare i poveri con una giornata è decisivo per la coscienza del cristiano e la comunità ecclesiale. Il povero è nel cuore della fede cristiana. Papa Leone ha scritto, con un tocco personale, nell'esortazione Dilexi te : «Tante volte mi domando perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni». È una domanda da porci in questa giornata. Perché ci avviciniamo poco ai poveri e non diventiamo loro amici? Francesco avrebbe detto: perché non li tocchiamo? Spesso pensiamo che ci sono istituzioni preposte alla loro assistenza.  Giovanni Crisostomo, il Padre della Chiesa che ha tanto riflettuto sulla ...