Nei conflitti di oggi nessuno vince e così tutti perdiamo. Hormuz, Ucraina, Medio Oriente: lo stallo da un punto di vista militare non apre al dialogo
La guerra nello Stretto di Hormuz è in una situazione di stallo. Nessuno può cantare vittoria: né Stati Uniti, né Iran, né altri. Quella che voleva essere una guerra preventiva non ha dato i risultati sperati. Lo stretto è chiuso dai due lati con l'intento dichiarato di reciproco soffocamento, bloccando filiere commerciali. Le conseguenze economiche ricadono su tanti Paesi del mondo.
Gli Stati Uniti affrontano un nemico più resiliente del previsto, non solo per capacità militari ma soprattutto perché provvisto di una élite dirigente coesa, capace di utilizzare le leve del patriottismo storico e religioso persiano. La decapitazione del ceto dirigente sciita con l'uccisione della guida suprema Ali Khamenei ha favorito l'emersione del gruppo legato ai Guardiani della rivoluzione, che aveva già il controllo delle risorse del Paese e dei vari corpi armati rivoluzionari. Sono loro che portano avanti la repressione contro giovani, donne e oppositori, con il consenso di una parte della popolazione, quella rurale e più conservatrice. Ma soprattutto la guerra con gli Usa offre loro una legittimazione nazional-patriottica, mentre la maggioranza degli iraniani (che vorrebbe un futuro diverso) è stretta in silenzio dalla tenaglia del conflitto. Sul terreno, malgrado i bombardamenti americani e israeliani, la guerra non ha dato i risultati attesi: il regime regge e reagisce, anche se i danni sono stati tanti.
È la realtà delle guerre asimmetriche del XXI secolo, senza vinti né vincitori: la sproporzione di forze non basta ad assicurare la vittoria. Non si sa nulla delle centinaia di chili di uranio parzialmente arricchito; non c'è certezza sulle capacità tecnologiche iraniane né sul numero dei missili ancora a disposizione. Le sanzioni economiche pesano sull'economia iraniana, ma il Paese resiste e non ci sono alternative politiche all`attuale regime. Il coinvolgimento dei Paesi del Golfo ha mostrato con chiarezza la loro estrema vulnerabilità. Il modello Dubai tramonta sotto i colpi iraniani e ciò spiega l'estrema prudenza con cui l'Arabia Saudita cerca di non farsi trascinare nel conflitto. Infine, il mercato ha già preso le sue contromisure, spostando il commercio del petrolio via terra con l'aiuto di Riad ma anche dell'Iraq, della Turchia e della Siria. Il prezzo del barile è salito per poi scendere attestandosi su livelli ragionevoli. Da parte iraniana si conta molto su un cospicuo aiuto tecnologico cinese e, meno consistente, militare russo. La guerra è di fatto strategicamente finita in un angolo morto, ma nessun protagonista ha il coraggio politico di ammetterlo: per gli americani sarebbe accettare una sconfitta e per gli iraniani regalare una vittoria agli avversari. C'è da dire che i due contendenti non dialogano direttamente: Pakistan e Oman hanno tentato una mediazione che non è riuscita anche perché per nessuno è ancora venuto il momento di cedere.
D'altronde i conflitti attuali non vogliono finire anche se la loro razionalità militare è venuta meno: così a Hormuz come in Ucraina ma anche in Medio Oriente. Per questo continuano senza esiti (e talvolta senza scopo), trasformandosi in guerre di attrito o dalla lunga durata, micidiali soprattutto per i civili. La contesa tra Iran e Stati Uniti ha ormai quasi mezzo secolo e non si era mai giunti a uno scontro così violento. Lo stallo attuale dimostra che Usa e Iran devono trovare il modo di dialogare perché nessuno ha la forza di distruggere l'altro.
Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 30/8/2026
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