Ci ha lasciato una testimonianza profetica del Vangelo vissuto tra i giovani in difficoltà
Pochi giorni fa si è spento don Antonio Mazzi. Prete conosciuto, che non temeva le apparizioni in pubblico, il parlare schietto, le battute mordaci, le affermazioni dirette. Ad alcuni piaceva molto, ad altri meno. Non bisogna piacere a tutti.
Nato nel 1929, ha attraversato tanti mondi, la miseria di un'Italia povera e contadina, la guerra mondiale, l'alluvione del Po nel 1951, il boom di un'Italia che si arricchiva... Era stato dal 1962 al 1969, prete ed educatore, nella misera periferia di Roma, a Primavalle (che anch'io ho conosciuto): aveva visto ragazzi e ragazze senza futuro, condannati alla marginalità della borgata. A Milano, al Parco Lambro, aveva sentito come il vuoto di futuro condannasse i giovani alla droga. Attento a tutti i poveri, sentiva con passione una "povertà" nascosta, quella dei giovani. Così era nato Exodus, negli anni '80, per tirar fuori i ragazzi dalla droga, fare un viaggio insieme nella vita e non verso la morte.
Credo di aver capito don Mazzi quando sono andato nella sua comunità e l'ho visto in mezzo ai ragazzi. Un padre. La paternità contrassegnava la sua comunità, che accoglieva quelli spesso giudicati irrecuperabili. C'era sempre posto per tutti. Don Antonio non aveva avuto un padre, perso quando era piccino, ma aveva il carisma della paternità. Dava fiducia ai ragazzi: «Ai disperati del Parco Lambro proposi di venire con me a fare un'avventura. E partimmo con la prima carovana, 9 mesi in giro per l'Italia, con le bici e il camper».
Era un figlio del Concilio: non che lo citasse, ma dal Vaticano II era stato liberato per vivere il Vangelo per strada. Per i giovani era un padre e un profeta che indicava una via di speranza. Per la società, indifferente e consumista, qualcuno che la scuoteva. Un carismatico che viveva la "follia" di aprire una strada per sé e per gli altri.
La stagione del Concilio è stata feconda di personaggi "di spirito profetico dotato", diversi, in direzioni differenti, senza coordinamenti, rischiando di persona: hanno aperto strade nuove alla luce del Vangelo, con un'iniziativa carismatica e rischi personali. Questo vissuto carismatico non si poneva in alternativa all'istituzione, ma era una parte viva, attraente ed estroversa di una Chiesa complessa, plurale in un mondo plurale, che parlava con tante voci. La morte di una figura come Mazzi mostra che sta passando una generazione che ha vissuto il Concilio.
Nella nostra Chiesa, un po' ridotta, si preferisce coprire i buchi dell'istituzione, coordinare più che suscitare. Dopo il Vaticano II tanto si parlava di profezia (talvolta anche a sproposito). Oggi è una parola fuori dal vocabolario corrente. Eppure, in questa età della forza, abbiamo bisogno di creare alternative evangeliche. Ma i sogni di un mondo diverso non s`incontrano più con i colori forti che li hanno fatti crescere ieri, ma con una Chiesa che si sente troppo debole per rischiare la fragilità di nuove strade. I colori sbiadiscono e ci si ingrigisce. È un tempo scuro, che ha sete di visioni e speranza. E di preghiera. Così concludo con la preghiera-poesia di uno spirito profetico, David Turoldo: «Signore, salvami dal colore grigio dell`uomo adulto e fa' che tutto il popolo sia liberato dalla senilità dello spirito. Ridonaci la capacità di piangere e di gioire».
Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 16/8/2026

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