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USA e Cina, potenze "amiche" per necessità ma non per scelta

 

Foto da White House


È nato il G2: il mondo è interconnesso e l'instabilità danneggia gli interessi di tutti

Il vertice sino-americano ha consacrato il duopolio globale: Cina e Stati Uniti si riconoscono partner allo stesso livello. Nasce quello che gli esperti chiamano G2, che finora gli americani non avevano voluto accettare. Trump non aveva scelta. La potenza tecnologico-militare di Pechino e la sua penetrazione nei mercati sono evidenti. Ma la Cina di Xi Jinping non prende il posto che fu dell'Urss: la situazione è diversa. Durante la Guerra fredda le due superpotenze si erano spartite il mondo in zone d'influenza, dopo aver deciso di non combattersi. L'una era il contraltare dell'altra: si spiavano, ma non cooperavano. 

Oggi i due grandi competono in molti settori, dalla tecnologia al militare, dalle terre rare all'energia, dalla manifattura allo spazio, ma sono costretti a cooperare, perché dipendenti l'uno dall'altro in tanti settori. Ad esempio Pechino ha bisogno del mercato americano; Washington delle produzioni e delle terre rare cinesi. I due grandi necessitano della libertà di commercio e navigazione che non possono godere uno a discapito dell'altro. Il problema è che non hanno ancora deciso come collaborare. Gli Stati Uniti di Trump vorrebbero far da soli, ma non possono; la Cina di Xi è multilateralista, ma non abituata a utilizzare il suo soft power per risolvere le crisi internazionali. 

Esiste poi una vasta area di Stati (eredi dei non allineati, ma ancora più numerosi) che hanno a che fare con entrambi. Molti Paesi africani, latinoamericani e asiatici cercano una loro strada. Tutto è più fluido del passato. Durante il vertice i due grandi hanno ratificato accordi tecnologici e finanziari (con intrecci pubblico-privati da parte Usa), glissando sulle divergenze. Trump ha taciuto su Taiwan. 

I due sono costretti ad andare d'accordo anche se - per ora - malvolentieri e senza una visione comune del mondo. Gli americani non vogliono fare da gendarme globale e impegnarsi per gli alleati, come gli europei ben sanno. I cinesi non hanno creato una coalizione alternativa e fanno accordi bilaterali, vantaggiosi di volta in volta. La guerra in Ucraina ha avvicinato la Russia alla Cina, ma il vertice ha evidenziato che americani e cinesi non apprezzano il caos nato dal conflitto e sono a disagio con gli effetti della crisi dello Stretto di Hormuz. 

Vedere Washington impelagata con l'Iran o con l'Ucraina può far sorridere Pechino, ma alla lunga le conseguenze disturbano i suoi piani. Se Trump fosse giunto in Cina con la soluzione della guerra in Medio Oriente, il risultato del vertice non sarebbe stato tanto diverso. Xi ha dato un impulso aggressivo alla crescita della Cina e non vuole frenarla con l'imprevedibilità delle crisi. 

Il mondo è ormai troppo interconnesso e tutti subiscono le conseguenze dell'instabilità di un'area. Che cosa faranno le potenze medie davanti a tale quadro? Secondo il premier canadese Mark Carney, Unione europea, Canada e Regno Unito dovrebbero reagire al "brutalismo" delle superpotenze, insistendo sulla politica del dialogo, costituendo un polo di stabilità e di rispetto delle regole internazionali. La potenza tranquilla e normativa delle medie potenze creerebbe un'alleanza stabilizzatrice nel caos attuale che, forse, anche il G2 alla fine troverebbe vantaggioso per i propri interessi.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 24/5/2026

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