Passa ai contenuti principali

Cristiani mai in guerra. La Chiesa è una riserva di saggezza per l'Europa

«Padre Jacques è morto come monsignor Romero. E all'odio si risponde sempre con il messaggio della pace». Sul settimanale "L'Espresso" del 4 agosto, un lungo colloquio tra Marco Damilano e Andrea Riccardi sulla violenza terroristica che ha colpito l'Europa e la risposta dei cristiani.

"Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese... Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell'indifferenza dell'anonimato...". Così scriveva frère Christian de Chergé, monaco trappista di Notre Dame de I`Atlas a Tibhirine, in Algeria, decapitato dai fondamentalisti islamici il 21 maggio
1996, assieme a sei suoi confratelli, nel momento più sanguinoso della guerra algerina.
Venti anni dopo lo stesso destino è toccato a un altro religioso francese, padre Jacques Hamel, aveva 86 anni. Ma questa volta non è in missione, non aveva dovuto affrontare il dilemma se andare via o restare da un paese dilaniato. È stato sgozzato mentre stava dicendo messa nella sua parrocchia, a Saint-Etienne-du Rouvray in Normandia. Il nuovo avamposto, la normalità.
Andrea Riccardi, storico, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, cattolico romano e profondo conoscitore del mondo islamico, autore un anno fa di un libro sul genocidio degli armeni in Turchia intitolato "La strage dei cristiani" (Laterza), rilegge le parole del monaco trappista per commentare la prima uccisione di un prete cattolico in Europa da parte dei terroristi dell'Is, «un salto di qualità»: «Si fa riferimento in quel testo ai morti anonimi. E così: non c'è più il martire esposto ma il martire anonimo. Mi sembra di vederla quella chiesa, un bell'edificio immerso nella campagna francese, oggi diventata periferica, presidio di una società plurale, ruolo che viene svolto con fragilità, in mezzo alla tempesta, e con dignità. Una messa feriale, spezzata, interrotta. Il contrario delle stragi dei cristiani in Nigeria ad opera dei miliziani di Boko Haram, durante funzioni affollate, domenicali. Abbiamo sempre pensato che fosse lì il fronte della persecuzione, in una terra dimenticata, lontana. Invece anche andare a messa in una cittadina francese è ora diventata un`attività pericolosa. Con il prete ucciso all'altare, come il vescovo del Salvador Oscar Arnulfo Romero. Romero e padre Jacques, uccisi in chiesa, come in una rituale profanazione».
Monsignor Romero fu ucciso il 24 marzo 1980 mentre diceva messa, è stato proclamato beato un anno fa. Era un bersaglio annunciato, più volte aveva denunciato l`esercito e gli squadroni della morte. La domanda di questi giorni, ripetuta più volte, è invece perché colpire lì, un prete anzia no, una messa deserta, simbolo di una società secolarizzata, la società immaginata come se Dio non ci fosse che si trasforma in modo angosciante nel terreno di una guerra di religione dichiarata da una sola parte.
«Forse è stato scelto quell'obiettivo per casualità, perché era vicino, possibile, senza ostacoli», ragiona Riccardi. «Ma anche i terroristi che colpiscono in modo casuale sentono, capiscono in maniera istintiva, che un atto del genere può far parte di una strategia complessiva. Il presidente francese Frarwois Hollande dopo ogni atto di terrore, dopo ogni tragedia, ripete ossessivamente: "Siamo in guerra". Cerca un nemico grande e lontano, invece il terrore arriva da nemici piccoli e vicini. La Chiesa ha rifiutato lo scontro di civiltà che accomunava Samuel Huntington e al Qaeda. E questo, evidentemente, è diventata una colpa da espiare. L'Is, il fondamentalismo islamico, ha capito che la Chiesa rifiuta la logica della guerra e la vuole trascinare dentro. Il cristiano costituisce per i fondamentalisti un nemico da eliminare per il suo stile di vita, non perché è un avamposto dell'Occidente. Oggi i cristiani sono esposti in Medio Oriente: chi si ricorda di padre Tom Uzhunnalil, il salesiano indiano rapito dall`Is in Yemen, dopo l`uccisione di quattro suore di Madre Teresa di Calcutta? O del gesuita padre Paolo Dall'Oglio, scomparso in Siria tre anni fa? Il cristianesimo che un tempo era oppressore e si sentiva onnipotente è ora perseguitato anche in Normandia. E si produce un effetto forse inaspettato». E qui Riccardi fa riferimento all`hashtag #jesuiscatholique, rilanciato su Twitter e sui social network da molti cattolici, ma anche da protestanti, credenti in altre religioni, laici e atei: un'affermazione nuova e sorprendente.
«Questo cristianesimo considerato esangue, il cattolicesimo francese in particolare che è stato dato più volte per finito, cancellato dalla secolarizzazione, svela in questo drammatico evento di essere portatore di un messaggio cui ci aggrappiamo tutti, credenti e non: che alla guerra e al terrore si risponde in modo pacifico».
Sarà, professor Riccardi, ma in questi giorni si sentono dire cose molto diverse, anche in campo cattolico. Che un certo ecumenismo della Chiesa indebolisce la guerra al terrorismo. Che non è vero che l`Islam è una religione di pace e che la distinzione tra islamici moderati e fondamentalisti dell`Is non ha nessun senso. Che la Chiesa farebbe bene a denunciare con maggiore determinazione la minaccia islamica, senza fare distinzioni.
«Le sento anch'io queste voci. E non mi nascondo il pericolo. È legittimo invocare la reazione di un cattolicesimo forte per dare una risposta al giusto sdegno che provocano gli attentati e un prete sgozzato in una chiesa. Ma sarebbe una strada sbagliata. L'unica crociata di questi decenni è stata organizzata da un`amministrazione imbevuta di spirito neo-protestante americano, con la missione di esportare la democrazia in Iraq. È finita malissimo. In Francia ci sono organizzazioni che invocano i valori della tradizione, nell`Est europeo i movimenti nazionalisti si richiamano alle radici cattoliche, le utilizzano e le strumentalizzano. C`è il rischio che il cattolicesimo sia considerato dai partiti populisti di ogni genere una possibile terra di conquista».
Riccardi ricorda che questo 2016 è l'anno in cui si celebra il trentennale di Assisi, ovvero l`incontro ecumenico voluto da Giovanni Paolo II nel 1986,1a preghiera per la pace degli esponenti di tutte le religioni. Incontro contestatissimo dalla destra cattolica, che vide in quella orazione comune una ferita al primato del papa e della Chiesa sulle altre confessioni cristiane e sulle altre fedi. Ma in quell'intuizione di papa Wojtyla c'era già il nocciolo del problema, ben prima che Al Qaeda o l'Is venissero a tormentare le società occidentali. «Bisogna tornare lì: al di là dei tentativi di tornare indietro, lo spirito di Assisi è entrato nei cromosomi della Chiesa, va oltre la personalità dei singoli papi. Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio, tutti sono rimasti fedeli a loro modo a quella storica giornata. E oggi la sfida è tornare a quella strategia. Non accettare la violenza. Sapere che c'è un Islam che odia e un Islam che cerca l'amicizia e che sente l'onta di gesti che profanano la vita e un tempio dedicato al culto. La considero una ragione in più per considerare come figura simbolica questo vecchio prete ucciso che mi sembra rappresentare la saggezza del cattolicesimo francese. Ordinato sacerdote nel 1958, l'anno di elezione di papa Giovanni XXIII, un prete del Concilio. Un curato di campagna». Come il personaggio di Georges Bernanos, nel romanzo ambientato ad Ambricourt, minuscolo villaggio nella regione del Nord-Pas de Calais, non troppo distante da Saint-Etienne-du Rouvray teatro dell'assassinio in chiesa. Il vecchio prete cattolico ucciso e i fedeli aggrediti cominciavano la loro giornata con il gesto più naturale per loro, e meno indagato dalla società laica: pregare. E in questa normalità si sono ritrovati accomunati ai gesti quotidiani di tutte le altre vittime di questo maledetto luglio di sangue, a Nizza, Monaco, Ansbach: affollare un centro commerciale nel fine settimana, andare a un festival di musica, affacciarsi sul lungomare per vedere i fuochi di artificio in una notte d`estate. Gesti di tutti i giorni, anonimi. «E in questa ferialità», conclude Riccardi, «in questo suo essere una realtà indifesa, che accoglie tutti, la Chiesa torna a essere una riserva di saggezza per l`Europa».

Commenti

Post popolari in questo blog

L'avvenire dell'Africa può cominciare dalla Costa d'Avorio

Una veduta di Abidjan di Gennaio 2025 - Foto Creative Commons Decisivo consolidare la democrazia del Paese. Le prossime elezioni saranno un banco di prova L'Africa non è tutta "nera" - così titolava anni fa Limes , l'autorevole rivista geopolitica. È un invito a leggere con attenzione le diversità e gli squilibri di un continente forse più complesso del nostro.  Sono ritornato di recente in Costa d'Avorio, Paese che conosco dagli anni Novanta. La capitale economica (in pratica pure politica), Abidjan, non era allora la megalopoli odierna con oltre sette milioni di abitanti, ma una città tranquilla, verde, niente di simile alla realtà caotica, vivace e trafficata di oggi. Nel 1960, all'indipendenza, contava 200 mila abitanti. Ora le grandi costruzioni, i grattacieli, le torri, le tante opportunità offerte in differenti campi, ne fanno una megacittà avveniristica, ben collocata nel mondo globale.  Abidjan è una città ricca, molto ricca, differente da tante c...

Sudan, la guerra invisibile che riguarda anche l'Europa

Profughi sudanesi in Ciad, ad Adre - 24 Gennaio 2025 - Foto Foreign Office UK/Russel Watkins Da 3 anni il Paese è devastato da scontri tra fazioni. E i rifugiati diventeranno un nostro problema Tra le troppe guerre aperte (oltre 50), forse una delle più sanguinose è quella in Sudan, dove il conflitto civile è iniziato nell'aprile del 2023. Se ne parla solo a tratti.  Sulle vittime i dati sono scarsi perché la guerra è avvolta dal silenzio e dal disinteresse: è raro che giornalisti indipendenti od operatori umanitari abbiano accesso alle aree degli scontri. Si parla di circa 30 mila morti in combattimento e di 150 mila per fame e malattie. Secondo gli esperti, tuttavia, oltre 5 milioni di sudanesi sono a rischio.  La guerra è esplosa tra i due alleati del golpe del 2021: l'esercito ufficiale (Saf, Sudanese Armed Forces) e le Forze rapide di supporto (Rsf), milizia paramilitare usata per combattere i ribelli del Darfur. I due gruppi si sono divisi per ragioni economiche (il c...

La Settimana Santa ci richiama alla compassione. Dall'Ucraina al Libano e all'intero Medio Oriente, non possiamo abituarci al grande dolore delle guerre

Siamo in tempi difficili. Talvolta spaesati e disorientati. Non si vede come le guerre in corso - basta pensare all'Ucraina o alla situazione infiammata in Medio Oriente - approdino a una tregua o alla pace. Ma siamo nella Settimana Santa, in cui la memoria della Passione di Gesù ci spinge a pensare al suo grande amore e alle croci di tanti uomini e donne.   Il piccolo Libano, paese di convivenza (non sempre facile) tra cristiani e musulmani, con meno di sei milioni di abitanti, accoglie due milioni di profughi spinti dal Sud del Paese verso il Centro e il Nord. Una situazione dolorosa e di estremo bisogno.  Non si dimentichi che il Libano ospita dal 1949 mezzo milione di rifugiati palestinesi e da qualche anno due milioni di siriani che hanno lasciato la Siria per la guerra civile. E noi ci lamentiamo di qualche rifugiato!  La Passione e la Croce di Gesù ci chiamano a stare vicini a chi soffre: accanto a noi e in terre lontane. È la scelta di Maria, delle donne, del dis...