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Un terribile conflitto regionale da cui nessuno sa come uscire


Bombardamento su Teheran il 3 Marzo - Foto di Avash.ir da Wikimedia Commons

Usa, Israele, i pasdaran, le minoranze etniche e i giovani: gli interessi in campo sono divergenti

Dopo circa due settimane di bombardamenti, non capiamo bene dove questo conflitto vada a sfociare, mentre nutriamo il timore che si allarghi. Israele e Stati Uniti hanno prospettive diverse e il potere iraniano pare più resistente del previsto. 

Per Israele la guerra è esistenziale per il rischio atomico (anche se da anni Benjamin Netanyahu avverte che l'Iran è a poche settimane da ottenere la bomba) e per la sopravvivenza dell`attuale maggioranza. Gli Stati Uniti non hanno uguali preoccupazioni: non c'era pericolo imminente e si stava negoziando, anche se con molte difficoltà. 

Nelle due precedenti guerre del Golfo (1990 e 2003 contro l'Iraq), gli Usa avevano evitato di coinvolgere Israele. Anzi, gli americani avevano chiesto a Tel Aviv di non reagire agli Scud di Saddam perché avrebbero imbarazzato gli alleati arabi moderati. Oggi tale prudenza è svanita, anche perché una parte del mondo arabo ha migliori rapporti con lo Stato ebraico. 

Tuttavia i rischi ci sono per la tenuta di Paesi come Giordania, gli Stati del Golfo e i fragilissimi Libano, Siria e Iraq. Se i loro governi sono per lo più schierati con Washington, le opinioni pubbliche hanno pulsioni diverse: in queste ore si sono viste anche manifestazioni filoiraniane in vari Paesi. L'uccisione della guida suprema è il segno che non si vuole trattare con Teheran. 

Gli americani si stanno infilando nel tunnel di una guerra lunga? La base Maga ha fatto capire di non gradire questa prospettiva. Non a caso il vicepresidente Vance si tiene a distanza. Donald Trump continua con il suo stile: minaccia e blandisce, sperando che qualcosa accada a Teheran. 

Non si vedono però cenni di cedimento nel blocco nazional-religioso iraniano. In quasi mezzo secolo il sistema teocratico ha fuso patriottismo e identità sciita. 

L'ala armata del regime - i cosiddetti pasdaran - controlla parte dell'economia e ha molto da perdere. Le forze armate e gli altri ausiliari costituiscono una realtà combattiva, sviluppatasi in un clima di stato d'assedio, ma anche di spirito di conquista dell'egemonia in Medio Oriente (il famoso asse sciita, oggi infranto: Iran, Iraq, Siria e Libano). 

Le minoranze etniche (curdi, azeri, baltici, arabi...) sono frammentate senza una rete comune. La Turchia, sfavorevole al conflitto, fa appelli alla calma. La Russia, che ha aggredito l'Ucraina e la continua a bombardare, si ritaglia il ruolo di potenza saggia e pacifica. Certo, un Iran diverso sarebbe preoccupante per Mosca. 

I giovani e le donne, repressi duramente, vorrebbero il cambiamento, ma sono sprovvisti di leader. Il controllo è ancora nelle mani del regime e non si vede un'alternativa interna. D`altra parte il potere, odiato da buona parte della popolazione, potrebbe essere scosso solo da interventi sul terreno. Gli americani al momento non sembrano orientati a scivolare in una guerra di terra, che sarebbe lunga e sanguinosa. 

Un conflitto prolungato può avere conseguenze inattese ed effetti destabilizzanti per il Golfo, un hub energetico e finanziario globale. Occorre fermare ogni possibile deriva e tornare a parlarsi, prima che parti del Medio Oriente sprofondino nel caos o si scateni un'ondata terroristica globale.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 15/3/2026


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