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Il mondo deve passare dall'età della forza all'età del negoziato

Sfollati in Libano accampati ai bordi delle strade di Beirut - 3 Marzo 2026 - Foto Ahmad Badr/NRC


L'unica alternativa al dialogo è una guerra di tutti contro tutti. Tacciano le armi, parli la diplomazia

Conflitti, scontri, bombardamenti s'intrecciano su tanti quadri geopolitici, dal Medio Oriente all'Ucraina. Siamo disorientati e spaventati: non si capisce quale sarà il domani. 

Intanto penso agli sfollati in Libano: una massa immensa, circa 900 mila persone, in un Paese che conta meno di sei milioni di abitanti. Gaza è distrutta: la popolazione vive in condizioni disumane in un'attesa senza fine. 

Siamo nell'età della forza: chi ha la forza decide, combatte, comanda. Questo non porta nulla di bene. La maggior parte di noi assiste impotente, sperando di non essere coinvolto. Intanto si sentono le conseguenze delle guerre, anche economiche. Si pensi al prezzo della benzina. In Pakistan, in guerra con l'Afghanistan accusato di essere un santuario di terroristi contro il governo di Islamabad, si soffrono le conseguenze di questa crisi. 

Come uscire da questo groviglio inestricabile, da questo tempo della forza? Bisogna ricominciare a parlarsi. Oggi il linguaggio di guerra è fatto di brevi messaggi, accuse, annunci di vittoria o uccisione. Non è certo parlarsi, ma proseguire a combattersi con le parole. 

La diplomazia è stata messa da parte per le armi. Il diritto internazionale è un remoto riferimento. Non si parla se non c'è un forum (come le Nazioni Unite o il Consiglio di sicurezza) in cui discutere, se non ci sono tavoli in cui negoziare. Così il mondo scivola sempre più in una guerra più grande. 

Bisogna evitarlo: una guerra di tutti contro tutti! Giorgio La Pira, grande uomo di pace, affermava che «al negoziato globale non c'è alternativa»: bisogna uscire dall'età della forza verso un tempo di negoziato, verso l'età del dialogo. 

Il 24 agosto 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Pio XII, affermava, quasi implorando i leader politici: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare». L'aggressione nazista alla Polonia, il 1° settembre, diede inizio alla guerra mondiale. E in guerra avvengono cose terribili: quello fu il tempo della Shoah e dell'uso dell'arma atomica.

Il dialogo è vitale: quello della diplomazia, tra governanti, culture, religioni. Il dialogo è la proposta della Chiesa cattolica a un mondo in guerra, a società sempre più polarizzate che discutono senza ascoltarsi, urlano gli uni contro gli altri. Leone XIV ha molto insistito sui pericoli insiti nella polarizzazione: è la fine del vivere insieme. Il dialogo è vitale per i credenti, diceva Paolo VI: «La religione è di natura sua un rapporto tra Dio e l'uomo. La preghiera esprime a dialogo tale rapporto». L'affermava nell'enciclica Ecclesiam suam, dedicata al dialogo, che crea un riconoscimento dell'altro, del nemico. Non ci sono alternative. 

La vittoria sull'altro è un'illusione in un mondo dotato di armi temibili, abitato da forme di terrorismo e guerriglia. Bisogna tornare a trattare e far tacere le armi. Papa Francesco, in visita a Sant'Egidio nel 2014, esclamò: «Il mondo soffoca senza dialogo!». E sta avvenendo. 

Solo il dialogo porta a un compromesso giusto e rassicurante, consapevoli che nel mondo bisogna vivere insieme tra diversi Paesi, culture e sistemi politici. Non sarà la "mia" pace, ma la pace di tutti. Così concludeva il suo ultimo libro un grande interprete del nostro tempo, Zygmunt Bauman: «Siamo, come mai prima d'ora, in una situazione aut aut: possiamo scegliere se prenderci per mano o finire in una fossa comune».


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 29/3/2026

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