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Fede, rigore e onestà: una lettera testamento, la sofferta memoria scritta di Ratzinger

Papa Benedetto XVI incontra un gruppo di anziani a Novembre 2012 - Foto Sant'Egidio


Benedetto si difende, solidarizza con le vittime e si rimette al giudizio finale di Dio, che sente prossimo

Nel quadro del rapporto sulle vittime di abusi nella diocesi di Monaco di Baviera, si è inserita una vicenda che ha attratto l'attenzione, quella dell'ex arcivescovo Ratzinger che ha guidato la diocesi tedesca dal 1977 al 1982. Il Papa emerito ha fatto rispondere alla constatazione delle sue responsabilità con una memoria di 82 pagine nella quale risultava però un errore: era stata negata la partecipazione di Ratzinger a una riunione del 15 gennaio 1980. Benedetto XVI è stato fortemente attaccato per questa omissione e ha voluto rispondere subito con una lettera. 

Ha scritto: «Mi ha profondamente colpito che la svista sia stata utilizzata per dubitare della mia veridicità, e addirittura per presentarmi come bugiardo». Da questa lettera emerge una preoccupazione ancora maggiore nel Papa emerito: egli non vuole essere o apparire insensibile e non partecipe al dramma delle vittime. Per questo, nella lettera, parla di profonda vergogna, grande dolore, domanda di perdono. E aggiunge: «Ho avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica. Tanto più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi». 

Molto anziano, Benedetto XVI mostra di non aver nulla da difendere, ma di essere animato da una genuina fede vissuta alla presenza del Signore: «Ben presto mi troverò davanti al giudice ultimo della mia vita». Una lunga vita di responsabilità ispira timore del giudizio divino, tuttavia - dice il Papa - il Signore misericordioso è anche l'amico, il fratello e l'avvocato. L'essere cristiano - conclude - «mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte». 

Con la lettera, Ratzinger conferma le qualità della sua personalità: un sincero credente, un uomo di Chiesa nel profondo, qualcuno che crede nel dialogo, un cristiano che si sa peccatore e amato da Dio. È anche una personalità di grande onestà e rigore, pur non essendosi mai presentato come un uomo di governo (la nomina a Monaco lo strappò dal suo impegno di teologo). 

Queste caratteristiche lo hanno spinto al gesto inedito delle dimissioni, sorprendendo la Chiesa e l'opinione pubblica, e attirandosi tante critiche. Il Papa, considerato tradizionale, ha compiuto una scelta inedita, di cui ricorre l'anniversario proprio in questi giorni, nella coscienza di non poter più sostenere la responsabilità del suo ministero. Benedetto XVI, con quest'ultima lettera, ha mostrato di credere nel dialogo, di non difendersi con la sua storia. Mi ha ricordato, quando nel 2009, dopo la remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, ordinati illecitamente, si scoprì che uno di essi era un negazionista. Il Papa, in una lettera ai vescovi, chiese scusa e ricordò che non intendeva rimettere in discussione il rapporto con l'ebraismo. Citò alla fine un brano della Lettera ai Galati: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri» (5,15). 

Qui si tocca quello che è stato sempre il tormento di Ratzinger: non avere un rapporto disteso e dialogico con tanti nella Chiesa, quel dialogo che per lui è essenziale per una vera comunione. Nonostante l'età, però, il vecchio Pontefice non rinuncia a cercarlo nuovamente come ha fatto con questa lettera.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 20/2/2022










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