Passa ai contenuti principali

La guerra cancella la democrazia. Un anno fa il sanguinoso golpe in Myanmar


L'unica reazione alla dittatura pare la resistenza armata delle minoranze: pesantissimo il bilancio

Bastava mettersi un capo di vestiario rosso, il colore della democrazia in Myanmar, per manifestare resistenza alla giunta militare che ha preso il potere proprio un anno fa, il 1° febbraio 2021. Il primo anniversario del golpe è stato "celebrato" con scioperi silenziosi, serrate, gente chiusa in casa, strade vuote. 

Sono state troppe le vittime della repressione (in tutto pare siano oltre 1.500, 12 mila gli arresti) per sfidare apertamente l`esercito, come a giugno. Ora è il tempo del boicottaggio muto, mentre la sfida tra militari e popolo si svolge sui social. A essi si aggiungono le azioni violente delle minoranze in ribellione, insofferenti anche al tempo di Aung San Suu Kyi, the lady, famosa in tutto il mondo e ora agli arresti, condannata a quattro anni di reclusione. 

Il Tatmadaw (nome ufficiale delle Forze armate) si sente l'unica istituzione che rappresenta la nazione. Le Forze armate ricevono l'appoggio di una parte degli importanti capi-monaci buddhisti, anche se un'altra parte sostiene i democratici. 

Il Myanmar è uno Stato molto articolato, con numerose minoranze etniche interne (più di 100): giuridicamente il Paese è un'unione tra 7 regioni (definite la Birmania propriamente detta) e 7 "stati" che rappresentano le minoranze. L'unico vero collante è il buddhismo, condiviso da quasi il 90% della popolazione (il 6% è cristiano e il 4% musulmano). 

I generali promettono nuove elezioni appena la situazione «sarà pacifica e stabile», ma i militanti dei partiti vengono perseguitati, in particolare quelli della Lega nazionale per la democrazia che aveva la maggioranza con Suu Ky. Nei confronti delle varie resistenze armate, come è il caso dei Karen o dei Chin a maggioranza cristiana, i militari hanno ripreso la tattica di sempre: stragi di civili e terra bruciata. Il Paese si trova di nuovo estremamente polarizzato tra parti armate: lo volevano i militari per rendersi indispensabili. Aung San Suu Kyi era stata criticata a livello internazionale per non aver messo un freno all'espulsione dei Rohingya verso il Bangladesh. In Myanmar questi ultimi non sono nemmeno considerati cittadini. 

L'avvento della democrazia aveva provocato un effetto paradossale: non solo i militari (e il loro partito di riferimento) sono stati estromessi dal potere, ma anche le minoranze sono state emarginate. Pur rappresentando circa il 30% della popolazione, queste ultime hanno avuto solo il 6% dei seggi. I burmesi (bamar) della maggioranza etnica stanno nelle città e hanno votato in massa la Lega democratica. Per riequilibrare, invece di creare spazi di rappresentanza, sono state tentate varie riunioni per affrontare la questione etnica. Il dialogo si è prolungato senza risultati. 

Allo stesso tempo, il Governo di Aung non ha avuto il coraggio di un negoziato con le guerriglie per non dare pretesti ai militari. Così la situazione si è incancrenita e i militari hanno potuto affermare che la democrazia non risolveva niente. Oggi la ripresa della guerriglia fa il loro gioco.

L'unica reazione alla dittatura pare la resistenza armata delle minoranze: l'ideale democratico svanisce coperto da una coltre di notizie di guerra. La creazione di nuovi gruppi armati, le azioni delle squadre di autodifesa o degli squadroni della morte sono le uniche notizie che filtrano da un Paese già molto chiuso. La guerra cancella la democrazia.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 13/2/2022

Commenti

Post popolari in questo blog

L'avvenire dell'Africa può cominciare dalla Costa d'Avorio

Una veduta di Abidjan di Gennaio 2025 - Foto Creative Commons Decisivo consolidare la democrazia del Paese. Le prossime elezioni saranno un banco di prova L'Africa non è tutta "nera" - così titolava anni fa Limes , l'autorevole rivista geopolitica. È un invito a leggere con attenzione le diversità e gli squilibri di un continente forse più complesso del nostro.  Sono ritornato di recente in Costa d'Avorio, Paese che conosco dagli anni Novanta. La capitale economica (in pratica pure politica), Abidjan, non era allora la megalopoli odierna con oltre sette milioni di abitanti, ma una città tranquilla, verde, niente di simile alla realtà caotica, vivace e trafficata di oggi. Nel 1960, all'indipendenza, contava 200 mila abitanti. Ora le grandi costruzioni, i grattacieli, le torri, le tante opportunità offerte in differenti campi, ne fanno una megacittà avveniristica, ben collocata nel mondo globale.  Abidjan è una città ricca, molto ricca, differente da tante c...

Sudan, la guerra invisibile che riguarda anche l'Europa

Profughi sudanesi in Ciad, ad Adre - 24 Gennaio 2025 - Foto Foreign Office UK/Russel Watkins Da 3 anni il Paese è devastato da scontri tra fazioni. E i rifugiati diventeranno un nostro problema Tra le troppe guerre aperte (oltre 50), forse una delle più sanguinose è quella in Sudan, dove il conflitto civile è iniziato nell'aprile del 2023. Se ne parla solo a tratti.  Sulle vittime i dati sono scarsi perché la guerra è avvolta dal silenzio e dal disinteresse: è raro che giornalisti indipendenti od operatori umanitari abbiano accesso alle aree degli scontri. Si parla di circa 30 mila morti in combattimento e di 150 mila per fame e malattie. Secondo gli esperti, tuttavia, oltre 5 milioni di sudanesi sono a rischio.  La guerra è esplosa tra i due alleati del golpe del 2021: l'esercito ufficiale (Saf, Sudanese Armed Forces) e le Forze rapide di supporto (Rsf), milizia paramilitare usata per combattere i ribelli del Darfur. I due gruppi si sono divisi per ragioni economiche (il c...

La Settimana Santa ci richiama alla compassione. Dall'Ucraina al Libano e all'intero Medio Oriente, non possiamo abituarci al grande dolore delle guerre

Siamo in tempi difficili. Talvolta spaesati e disorientati. Non si vede come le guerre in corso - basta pensare all'Ucraina o alla situazione infiammata in Medio Oriente - approdino a una tregua o alla pace. Ma siamo nella Settimana Santa, in cui la memoria della Passione di Gesù ci spinge a pensare al suo grande amore e alle croci di tanti uomini e donne.   Il piccolo Libano, paese di convivenza (non sempre facile) tra cristiani e musulmani, con meno di sei milioni di abitanti, accoglie due milioni di profughi spinti dal Sud del Paese verso il Centro e il Nord. Una situazione dolorosa e di estremo bisogno.  Non si dimentichi che il Libano ospita dal 1949 mezzo milione di rifugiati palestinesi e da qualche anno due milioni di siriani che hanno lasciato la Siria per la guerra civile. E noi ci lamentiamo di qualche rifugiato!  La Passione e la Croce di Gesù ci chiamano a stare vicini a chi soffre: accanto a noi e in terre lontane. È la scelta di Maria, delle donne, del dis...