venerdì 13 maggio 2016

Migrazioni - e tragedie in mare - da Sud a Sud: il caso dei rohingya

La Birmania buddista costringe alla fuga i rohingya, di religione musulmana: cercano rifugio in Malaysia e Bangladesh. Ma anche lì scattano i respingimenti

Il 20 aprile scorso un barcone pieno di migranti è affondato al largo delle coste birmane con una sessantina di persone a bordo. Venti sono morti, tra cui alcuni bambini. 
Si tratta di rohingya, un'etnia birmana. Si parla pochissimo del loro dramma, pur trattandosi di un gruppo etnico tra i più perseguitati del mondo, secondo quanto affermano le Nazioni Unite. Il terribile incidente in mare non è il primo, anzi viene dopo molti altri e, probabilmente, non sarà l`ultimo, finché non si porrà seriamente attenzione al problema di questa gente. Sono lontani geograficamente da noi, ma vivono un`esperienza simile ai profughi sul Mediterraneo. 
Perché i rohingya fuggono? Dietro alla vicenda c'è un pesante conflitto etnicoreligioso tra maggioranza birmana e buddista al potere a Myanmar e minoranza rohingya di religione musulmana. Si tratta di un piccolo popolo, all`incirca un milione, che parla una lingua d'origine indoeuropea vicina a quelle bengalesi. Sono senza cittadinanza, senza terra, senza diritti. Il governo birmano li ha considerati a lungo stranieri, sostenendo fossero immigrati durante il dominio britannico. In realtà la loro residenza nello Stato birmano del Rakhine settentrionale (dove sono minoritari) pare molto più antica. 
Niente giustifica le incredibili limitazioni da loro subite, che - dopo la fine del regime militare birmano - sono impensabili per il nuovo governo democratico. Vivono in campi con una ridottissima possibilità di muoversi e di lavorare. Una vera condizione inumana.
Lo scorso anno, in una situazione di grave tensione interetnica, migliaia di boat people con a bordo famiglie rohingya hanno preso il mare cercando approdi migliori. Altri si sono rifugiati in Bangladesh (circa 200.000), dove un certo numero è stato respinto l`anno passato. La Malaysia e l`Indonesia, Paesi entrambi musulmani, hanno cominciato ad accogliere i boat people, ma poi hanno preso a praticare una politica di respingimento che ha causato tante morti in mare. Anche la Thailandia ha fatto la stessa scelta. La Malaysia ospita circa 45.00o rohingya nei campi. Di fronte alla pressione dei migranti, s`incrina la solidarietà di musulmani, come gli indonesiani e i malesi, verso altri musulmani come i rohingya (solo la provincia islamista di Aceh in Indonesia li ha accolti). 
La questione dei rohingya è rivelatrice di un volto "politico" del buddismo. II buddismo theravada, diffuso nell`Asia Meridionale e nel Sud Est asiatico, ha esercitato una forte pressione per la democratizzazione di Myanmar. Si ricordano le immagini delle processioni dei monaci buddisti con la ciotola in mano, che manifestavano contro i generali birmani. Tuttavia l'identificazione tra nazione e buddismo ha provocato anche fenomeni d`intolleranza verso i non buddisti, tanto che Time già nel 2013 denunziava la diffusione del "veleno fondamentalista" tra i monaci buddisti birmani e la loro lotta antimusulmana. In genere il buddismo ha in Occidente invece una generale immagine pacifica. Ma sono in molti a sostenere che l`espressione "fondamentalismo" vada oggi applicata non solo all`islam, all`induismo e al cristianesimo, ma anche al buddismo. 
Nella crisi che ha travagliato lo Sri Lanka, si è visto il forte ruolo politico di una parte del buddismo dell`isola, che ancora mantiene una forza notevole. Spesso, da parte buddista, si parla dell`islam come di una minaccia da cui difendersi. Qualcosa di simile a quanto si dice in Occidente. Ma che c'entrano i poveri rohingya con la minaccia islamica? La realtà è che sono veri paria asiatici, un popolo "invisibile" senza diritti e senza terra. Uno degli esempi più evidenti che ormai le migrazioni vanno non solo dal Sud al Nord del mondo, ma anche dal Sud al Sud. 

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 13 maggio 2016

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