Passa ai contenuti principali

Il Board of peace di Trump privatizza il sistema internazionale, tagliando fuori le Nazioni Unite dalle trattative

Il 17 Novembre 2025 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione 2803, con la astensione della Cina e della Federazione Russa - UN Photo

Ci eravamo quasi dimenticati di Gaza, malgrado la sofferenza dei palestinesi prosegua acuta e drammatica, distolti da altre crisi come Iran o Groenlandia. La costituzione del Board of peace, voluto da Donald Trump a Davos, ha invece riportato Gaza in prima pagina, come promesso a Sharm el-Sheikh a ottobre scorso. 

Non si è seguita la risoluzione 2803 dell'Onu, che dava valore giuridico parastatale alle nuove autorità di governo della Striscia. Al contrario, il Board è una struttura privata e per entrarvi occorre pagare una cifra, come un club privato. 

Questo preclude l'immediata adesione italiana: la seconda parte dell'articolo 11 della Costituzione parla, per la creazione di istituzioni internazionali, di "condizioni di parità" che non si trovano in tale contesto privatistico. La privatizzazione è ormai un fenomeno globale: si privatizzano una parte dei compiti pubblici (le carceri o la sicurezza); ma anche la finanza (criptomonete) o la guerra (contractors ecc.). Non sorprende quindi la privatizzazione della pace. 

Con questa mossa, gli Usa di Trump cercano di "comprare" la pace con l'adesione dei Paesi interessati al ritorno economico della ricostruzione. Alcuni Stati vogliono compiacere il tycoon per ragioni diverse. Armenia e Azerbaijan necessitano del ruolo degli Stati Uniti nel Caucaso; Albania e Kosovo vogliono il sostegno americano... In un secondo momento, agli Stati saranno associate entità economiche e finanziarie. Molti Paesi - non solo europei e occidentali - non hanno però aderito all'invito americano, perché il Board è una realtà avulsa dalla Carta delle Nazioni Unite. 

È una privatizzazione del sistema internazionale che crea concorrenza al quadro multilaterale costruito dalla Seconda guerra mondiale, che - con i suoi limiti - ha espresso il destino comune del mondo ed è una risorsa di pacificazione. La presentazione del piano di ricostruzione di Gaza, fatta dal genero del presidente Jared Kouchner, è stata incentrata sull'immobiliare, chiamando i partecipanti di Davos ad investire. 

L'ideologia di base è che «la pace come deal economico costringe a cambiare mentalità»: i palestinesi devono abbandonare la contrapposizione violenta di Hamas per acquisire la mentalità giusta per giungere alla prosperità. Chiede Trump: «Chi mai può rifiutare di vivere nella prosperità?». Accanto al Board, vi è un organismo esecutivo guidato dall'alto rappresentante di Gaza, l'ex ministro degli Esteri bulgaro Nikolai Mladenov. Questi, da anni, lavora per gli Emirati Arabi Uniti ed è stato il loro rappresentante per la politica balcanica. Mladenov rappresenta la congiunzione tra il Board e il Ncag, il Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza, cioè i palestinesi. La formazione del Comitato, 15 commissari, è stata negoziata tra Hamas e l'Autorità nazionale palestinese di Ramallah, mediata dai Paesi arabi. Sarà guidato da un ex viceministro dell'Autorità palestinese, il tecnico Ali Shaat. 

La transizione nella Striscia dipenderà dal successo di questa architettura e dall'atteggiamento di Israele, che in un primo momento aveva rifiutato di entrare nel Board, anche per la presenza di Siria e Turchia, per poi ripensarci. La "pace di Trump" punta a che l'interesse economico abbia la meglio sulla polarizzazione dell'odio. 

Speriamo arrivi la pace e si garantisca un futuro vivibile dopo tanto soffrire. Certo è un altro modo di concepire le relazioni internazionali. Non rinunciamo facilmente all'Onu!


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana dell'1/2/2026

Commenti

Post popolari in questo blog

Un popolo unito attorno al Papa nel segno della carità e della pace: il nuovo Pontefice deve contare sull'accoglienza di tutti per guidarci sulla via della speranza

  I cardinali riuniti nella Cappella Sistina al momento dell'"Extra omnes" il 7 maggio - Foto da Vatican Media Mentre scrivo l'elezione non è ancora avvenuta. Ma ricordo che Benedetto XVI, accomiatandosi dopo le dimissioni, disse: «Nel collegio cardinalizio c'è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza». Facciamo nostre queste parole di un grande credente: non sappiamo il nome dell'eletto, ma sarà il nostro Papa, colui che conferma nella fede i fratelli e guida la Chiesa. Attorno al Santo Padre si fa l'unità della Chiesa. Non solo con l'obbedienza, ma anche con la "reverenza". Quest'ultima parola suona antica ma è vitale: rispetto profondo.  I giorni prima del conclave sono stati attraversati da una certa irriverenza: sui media e sui social, che hanno dovuto riempire le "pagine" con pronostici e indiscrezioni. Irriverente, quanto curiosa, è l'immagine di Trump vestito da Po...

Sì al quesito sulla cittadinanza per un'Italia più giusta e prospera

Foto Sant'Egidio L'integrazione di chi vive e lavora nel nostro Paese genera benefici sociali, economici e demografici Il quinto quesito del prossimo referendum propone di dimezzare da dieci a cinque anni i tempi di residenza legale in Italia per ottenere la cittadinanza italiana per lo straniero extracomunitario. Sono favorevole a una risposta positiva.  Bisogna rimettere in discussione una politica che scoraggia la concessione della cittadinanza ai cittadini non Ue.  Tale politica corrisponde a una visione, anzi a una "non visione": la diffidenza verso i non italiani che vengono nel nostro Paese, vivono qui, lavorano, pagano le tasse, contribuiscono al comune benessere.  Questa diffidenza ispira le lungaggini burocratiche che ritardano le pratiche per la cittadinanza anche per chi ne ha diritto. Soprattutto manifesta il disinteresse a integrare gente che già vive in Italia e di cui la nostra economia ha bisogno, come segnalano, inascoltati, tanti imprenditori. Le i...

L'avvenire dell'Africa può cominciare dalla Costa d'Avorio

Una veduta di Abidjan di Gennaio 2025 - Foto Creative Commons Decisivo consolidare la democrazia del Paese. Le prossime elezioni saranno un banco di prova L'Africa non è tutta "nera" - così titolava anni fa Limes , l'autorevole rivista geopolitica. È un invito a leggere con attenzione le diversità e gli squilibri di un continente forse più complesso del nostro.  Sono ritornato di recente in Costa d'Avorio, Paese che conosco dagli anni Novanta. La capitale economica (in pratica pure politica), Abidjan, non era allora la megalopoli odierna con oltre sette milioni di abitanti, ma una città tranquilla, verde, niente di simile alla realtà caotica, vivace e trafficata di oggi. Nel 1960, all'indipendenza, contava 200 mila abitanti. Ora le grandi costruzioni, i grattacieli, le torri, le tante opportunità offerte in differenti campi, ne fanno una megacittà avveniristica, ben collocata nel mondo globale.  Abidjan è una città ricca, molto ricca, differente da tante c...