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L'amicizia sconfigge la solitudine e costruisce la pace nel mondo. Le parole del Papa alla Curia: chi crea legami di fraternità incarna il Vangelo nel quotidiano

Papa Leone XIV saluta i dipendenti della Curia e i loro familiari il 22 Dicembre - Foto Vatican Media

Papa Leone XIV, parlando alla Curia, s'è chiesto: «È possibile essere amici nella Curia romana? Avere rapporti di amichevole fraternità?». La Curia deve essere al servizio della comunione tra le Chiese. 

Ma la domanda può essere posta nella Chiesa, nell'ambiente cristiano: è possibile essere amici? Ci sono difficoltà e delusioni. Spesso ci si rassegna a essere soli o almeno guardinghi. 

Insiste Leone: «Nella fatica quotidiana, è bello quando troviamo amici di cui poterci fidare». È umano. Dice il Siracide: «Chi trova un amico, trova un tesoro» (6,14). 

Nessuno vive bene solo, senza amici. Ma c'è di più! La chiamata a essere amici viene proprio dall'essere cristiani. 

Nei primi secoli quella che chiamiamo Chiesa era detta "Fraternità". Oggi ci si rivolge ai cristiani come fratelli e sorelle. Ma cerchiamo di esserlo? Amicizia è la scelta di vivere da "amici" tra di noi. Il primo amico è Gesù: «Non vi chiamo più servi... ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi» (Giovanni 15,15). Il Vangelo è la grande confidenza di Gesù. Chi lo ascolta diviene amico di Gesù, perché partecipa del suo segreto. Comprende qualcosa che il mondo non conosce: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (ivi, 13). La parola amicizia non è banale. Si riempie di senso evangelico. Gesù è l'amico dei suoi discepoli con grande confidenza e con un amore straordinario. 

Per i cristiani le parole amicizia, amica, amico sono santificate. Eppure sono realtà della vita comune, rivelando un Vangelo vissuto nel quotidiano da parte di chi si fa amico degli amici, ma anche di chi non conosce e persino dei nemici. «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?» (Luca 6,32). Tante volte non siamo amici nemmeno di quelli che ci amano, siamo invece diffidenti o indifferenti. La nostra società ci "educa" a essere soli e a diffidare del "noi". 

Negli Atti degli Apostoli, i cristiani furono chiamati così ad Antiochia, ma tra loro si chiamavano "fratelli" o "discepoli" o anche "amici": a Sidone fu permesso a Paolo prigioniero «di recarsi dagli amici e di riceverne le cure» (Atti 27,3). Forse non lo conoscevano, ma era un "amico" da curare perché discepolo. Non si è discepoli della Parola di Dio senza far crescere l'amicizia per i fratelli e senza vivere un atteggiamento amico verso tutti. Questa è l'ingenuità amica dei cristiani che fa emergere il buono in ognuno. Così la terza lettera di Giovanni si conclude con parole che mostrano come la Chiesa è amicizia personale: «Gli amici ti salutano. Saluta gli amici ad uno ad uno» (15). 

Essere amici popola di donne e uomini di pace questo mondo difficile, su cui si riversa tanta conflittualità. Mentre si allentano i legami, l'amicizia li rinnova. 

Quel che avviene nel quotidiano ha sempre conseguenze dal piccolo alla dimensione più grande. Ha ragione Leone XIV, quando dice: «Non siamo piccoli giardinieri intenti a curare il proprio orto, ma siamo discepoli e testimoni del Regno di Dio, chiamati ad essere in Cristo lievito di fraternità universale, tra popoli diversi, religioni diverse, tra le donne e gli uomini di ogni lingua e cultura. E questo avviene se noi per primi viviamo come fratelli e facciamo brillare nel mondo la luce della comunione». Avviene, se siamo amici!


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana dell'11/1/2026

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