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Non possiamo accettare la normalizzazione della guerra

LA CRISI DELLE NAZIONI UNITE Sopra, il Consiglio di sicurezza dell`Onu riunito dopo l`attacco degli Stati Uniti al Venezuela.

Si è abbandonata l'idea che, di fronte alle contese, vada cercato il dialogo: siamo nell`età della forza

Il cambiamento d'epoca, di cui parlava papa Francesco, è in rapido corso e non si sa quale possa essere il suo approdo: la situazione appare caotica e il disordine aumenta ogni giorno. I conflitti e le crisi ci preoccupano. Ma anche l'assenza di un sistema di valutazione (politico, geopolitico, ideologico o chissà) che permetta di comprendere, prevenire o prevedere le vicende che si sviluppano sotto i nostri occhi. 
Una volta c'erano la divisione in blocchi, alleanze e schieramenti. Anche allora, ogni potenza cercava il proprio vantaggio, ma in un quadro di regole create dopo la Seconda guerra mondiale e più o meno rispettate, perché infrangerle esponeva al biasimo generale. 
Non è più così: chi viola il diritto nelle relazioni internazionali lo fa senza imbarazzi, anzi talvolta se ne vanta. Oppure presenta l`infrazione come un diritto di autodifesa. Come la guerra in Ucraina, dove la Russia giustifica l'aggressione in nome della sicurezza. Simile il caso della Groenlandia: gli Stati Uniti la rivendicano in nome del diritto di difendere l'emisfero occidentale, considerato di loro pertinenza. Anche la guerra a Gaza ha motivazioni simili. L'intervento americano in Venezuela è avallato dalla necessità di controllarne le risorse, affinché non vadano ai nemici.
Ogni azione militare è legittimata da una lettura vittimistica della realtà che motiva l`uso della forza. Chi può intervenire militarmente non ha bisogno di ottenere consenso. Lo fa e non si spiega. Siamo nel pieno dell'età della forza. Questo ci espone all'imprevedibile. 
Ci sgomenta soprattutto non avere più una griglia di lettura condivisa: ogni potenza (grande o media) decide in base a calcoli autoreferenziali e imprevedibili. Si è abbandonata l`idea che, di fronte alle contese, vada cercato un compromesso politico o costruito un equilibrio diplomatico. Per questo le guerre sono tanto difficili da arrestare: prevale la certezza che lo strumento militare procuri comunque dei vantaggi. Quello che ai cittadini ordinari sembra un disordine globale (che imprime un tratto angosciante alla nostra vita quotidiana), alle potenze appare una normale sfida tra poteri o una dinamica di scambi. 
Così si frantuma l'ordine mondiale e ogni riferimento generale. Come diceva il cardinale Martini, restiamo però «affamati di soluzioni globali» che possano aiutarci a immaginare il futuro. 
In tempi di emotività, fondamentalismi e continue polarizzazioni, il rischio è "scivolare" verso una guerra più grande. 
Soffriamo per la mancanza di una visione che mostri una via d'uscita. Cadute le regole e il diritto internazionale, cosa resta oltre la forza? Da poco è stato celebrato l'80° delle Nazioni Unite, costruite sul sogno della pace e del ripudio della guerra. Come ha ricordato Leone XIV agli ambasciatori, è urgente che almeno venga preservato il diritto internazionale umanitario: «Il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari... Oltre a garantire nelle piaghe della guerra un minimo di umanità, deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti, al fine di mitigare gli effetti devastanti della guerra». 
Il grido delle vittime civili giunge da tante parti: dovrebbe impegnare i responsabili a un passo di civiltà. E poi bisogna chiedere tutti il passaggio dall'età della forza a quella del dialogo.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana dell'18/1/2026

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