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Salviamo la Tunisia dal caos o rischiamo una nuova Albania

Lo sbarco della nave Vlora a Bari l'8 Agosto 1991


Preoccupa il precipitare della crisi economica e politica

L'8 agosto 1991, trent'anni fa, arrivavano 20mila albanesi a Bari: il più grande sbarco di immigrati sulle coste italiane. Cominciava un tempo nuovo per l'Italia a confronto con la migrazione. 

Iniziava la globalizzazione. La nave albanese Vlora fu assalita da una folla che impose al comandante di far rotta verso l'Italia. Dopo un tentativo di sbarco a Brindisi, la nave arrivò a Bari. Qui regnava l'impreparazione. Gli albanesi furono accolti nello stadio, per le strade, al porto. L'accoglienza degli italiani fu cordiale. Tanti albanesi, da decenni segregati dal regime oppressivo di Enver Hoxha, guardavano all'Italia come un paradiso. Visto dalla televisione italiana, il nostro Paese era apparso agli albanesi come una terra di opportunità a confronto con la loro miseria. 

Sembrò l'inizio di un esodo biblico. L'emigrazione albanese continuò, ma Roma intraprese una politica di appoggio all'Albania, sostenendo lo Stato, realizzando la cooperazione e un importante aiuto umanitario. Parti, nel settembre 1991, l'operazione Pellicano, che durò fino al 1993 con tanto impegno italiano. Cominciava un'altra storia dell'Albania, fuori dall'arretratezza e la repressione che duravano dal 1945. 

Trent'anni dopo si ripete lo stesso con la Tunisia? Si parla oggi di 15mila tunisini pronti a venire in Italia. Hanno alle spalle un Paese in crisi economica. Il turismo è fermo da anni. I giovani senza lavoro. La disoccupazione galoppa (ufficialmente il 18%, ma si parla del 40%). Su 11 milioni di abitanti, ne sono morti l9mila per la pandemia (ma forse di più). La crisi economica si intreccia con la corruzione legata alla politica. Questa situazione ha spinto il presidente Kais Saied a misure eccezionali: la sospensione del Parlamento per un mese, il rinvio del Governo, l'apertura di processi per finanziamenti stranieri alla politica e su altre questioni calde. Il partito di Ennahda (islamista), guidato da Gannouchi, ha reagito denunciando un "colpo di Stato". Gli islamisti di Ennahda, dalla Primavera araba del 2011, sono protagonisti della vita tunisina. Il loro leader Gannouchi ha tenuto il partito sulla linea della democrazia. 

La Tunisia è l'unica storia a buon fine di tutte le Primavere arabe, finite nel sangue o nella repressione. Tuttavia ormai la situazione politica è instabile e quella economica disastrosa. Per questo, dicevo, si temono massicci sbarchi di tunisini in cerca di una vita degna. 

Il presidente Kais Saied non è un militare, ma un giurista, rigoroso nei comportamenti. Vuole instaurare un regime o favorire una democrazia stabile? Il futuro è aperto. Il regime militare di Al Sisi, ostile agi islamisti, segue da vicino la Tunisia. Ma qui c'è anche una diretta responsabilità dell'Italia e dell'Unione europea, che subito si sono mosse e che monitorano da tempo la situazione. Senza un piano di aiuti che risollevi l'economia e offra nuove possibilità di lavoro ai giovani, la democrazia rischia molto. Noi italiani ed europei non possiamo solo guardare all'"emergenza sbarchi". 

La Tunisia, confinante con la caotica Libia e la complessa Algeria, è un Paese da salvare. Un Paese decisivo, se vogliamo un Mediterraneo meno tormentato da conflitti, dittature, perdite di vite umane in mare, traffico clandestino di migranti. Trent'anni fa, con lo sbarco degli albanesi a Bari si apriva il tempo della "globalizzazione". Oggi, in pieno tempo globale, nessuno è sicuro se brucia la casa del vicino. C'è un fuoco da spegnere, ma soprattutto un futuro da assicurare a una nazione con tanti giovani.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana dell'8/8/2021

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