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La politica "multiallineata" del presidente turco Erdogan

Erdogan alla riunione dei BRICS a Kazan - Ottobre 2024 -Foto da Presidenza della Turchia

Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e leader del Partito repubblicano del popolo (Chp, fondato da Atatürk), è stato arrestato con l'accusa di corruzione. Il giorno prima gli era stata annullata la laurea, necessaria per candidarsi alla presidenza della Repubblica. 

Erdogan ha già utilizzato altre volte i giudici per mettere fuori gioco gli avversari. Del resto così fecero i kemalisti contro di lui nel 1997, proprio quando era sindaco di Istanbul: condannato a dieci mesi, ridotti a quattro per "aver fomentato l'odio religioso", non poté diventare primo ministro malgrado la vittoria elettorale del suo partito e fu sostituito da Abdullah Gul tra il 2000 e il 2002. La persecuzione gli dette, però, un'enorme popolarità. Potrebbe accadere anche a Imamoglu, un avversario forte (come si è visto alle recenti primarie), pio praticante e nazionalista di Trebisonda, apprezzato dai laici. 

Alle ultime elezioni, Erdogan non ha conseguito la maggioranza per cambiare la Costituzione sul vincolo dei due mandati. Così, alla prossima consultazione, nel 2028, non potrà candidarsi. Avrebbe una sola possibilità: interrompere il mandato con elezioni anticipate. I sondaggi però danno due milioni e mezzo di voti in più al sindaco. Il sistema turco è una democrazia controllata ma di tipo competitivo: c'è ancora una certa libertà per i partiti di opposizione, forti e rumorosi. Ma la legge consente alla magistratura di ingerirsi nella loro conduzione interna. 

Il negoziato con i curdi è una carta importante per Erdogan: nel 2023, perse i voti delle regioni curde e vuole recuperarli. Ha promesso una grande amnistia ai combattenti curdi del Pkk. Ma l'appello al disarmo di Oçalan (leader del Pkk, in carcere) non sta ricevendo tante risposte positive. Il presidente gioca la carta del discredito degli avversari: ieri li trattava da terroristi; oggi li accusa come sostenitori della linea Lgbt. In un mondo dove i sistemi autoritari sono diffusi, Erdogan non è così deprecato dalla comunità internazionale. L'"uomo forte", attaccato al potere in ogni modo, non fa scandalo. Può essere utile: la sua vera carta è la necessità della Turchia nel quadro geopolitico europeo e mediorientale. 

Le sue comunicazioni con Mosca sono aperte: ha mediato con l'Onu l'accordo sul grano. Ha le credenziali per posizionarsi tra Usa e Russia, quando si tratterà di garantire un eventuale accordo sull'Ucraina. Decisivo è il ruolo turco in Siria: Ankara influisce molto sul nuovo regime, composto da ex qaedisti. Erdogan rimane in bilico tra i protagonisti: Usa e Nato da una parte; Russia dall'altra, ma ha anche buoni rapporti con sauditi e Paesi arabi. Solo con l'Europa c'è freddezza, ma forse anche questo cambierà. 

Il fallito golpe del 2016 ha mutato però il carattere del Governo e indotto il presidente a un maggior controllo interno. Sente forte l'opposizione al suo Governo. 

Molti ufficiali e parte delle élite sono stati emarginati o imprigionati; i giudici sono controllati; l`esercito depotenziato (un'azione già favorita dall'Ue quando la Turchia sembrava dover aderire all'Unione). Lo Stato s'identifica sempre più con il potere di Erdogan. 

Il presidente conduce una politica che si potrebbe definire multiallineata: non si schiera e può essere vantaggioso per tutti. Nel disordine mondiale, il suo potrebbe essere considerato un ruolo utile, se non talvolta decisivo.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 6/4/2025

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