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L'eredità dell'arcivescovo anglicano Desmond Tutu: un africano che ha mostrato la forza di liberazione del Vangelo


Desmond Tutu a Santa Maria in Trastevere il 30 Novembre 2006 - Foto Sant'Egidio

Lottò contro l'apartheid rifiutando la violenza, animato dalla fede e dalla tenerezza per i poveri e gli esclusi

Il premio Nobel Desmond Tutu è morto il 26 dicembre. Si sono scritte molte cose su di lui, ma ho avuto la sensazione che non sempre si sia colto appieno il cuore di quest`uomo che, a mani nude, ha sfidato il consolidato e agguerrito potere dei bianchi sudafricani. È stato il primo arcivescovo anglicano di Capetown a essere africano. 

L'ho conosciuto e mi ha colpito soprattutto la sua capacità profonda e comunicativa di predicare la Parola di Dio. Ricordo quando a Santa Maria in Trastevere, in una preghiera per la liberazione del Sudafrica dall'apartheid nel 1988, disse: «L'unico modo in cui possiamo sopravvivere è insieme, bianchi e neri, è l'unica maniera in cui possiamo essere umani». Il cuore della sua vita è stata la fede che cresce nell'ascolto quotidiano della Parola di Dio. 

Dalla fede scaturisce la sua grande «tenerezza per la piccola gente del Sudafrica»: gli africani, poveri ed esclusi, le donne schiacciate da una vita misera, un popolo umiliato dal razzismo bianco. Tutu vive pure - ed è sorprendente - una tenerezza per gli oppressori che considerava anch'essi prigionieri di un sistema che li rendeva tali: «Non sarebbero mai stati liberi, finché anche noi neri non lo fossimo stati». 

Era l'amore per i nemici, insegnato dal Vangelo. Un suo compagno di lotta, a lungo imprigionato, gli diceva rispetto ai bianchi: «Eppure anche questi sono figli di Dio, anche se si comportano come bestie».

Tutu è stato un grande africano che ha mostrato la forza di liberazione del Vangelo. Negli ultimi decenni del Novecento, vari cristiani africani sono stati "profeti" di liberazione. Ho conosciuto alcuni di essi, vere guide del popolo nelle difficoltà e nella transizione degli Stati africani dall'autoritarismo e dalla violenza alla democrazia: il cardinale Monsengwo Pasinya, dal 1992 al 1996 presidente della Conferenza nazionale sovrana per la democrazia in Congo; monsignor Gonçalves, arcivescovo di Beira, mediatore di pace in Mozambico; monsignor De Souza, guida, dal 1990, della Conferenza delle forze vive del Benin verso la democrazia. 

Il cristianesimo africano di allora è stata una forza di liberazione e di pace, che è ancora un'ispirazione per i nostri tempi. Di esso, Tutu è stato l'espressione più forte e nota: ha sognato una transizione pacifica dall'apartheid, quando sembrava impossibile. 

Attraverso l'ispirazione evangelica, la riscoperta della filosofia africana Ubuntu (benevolenza verso il prossimo) operata da Tutu, si è affermata l'idea di una nuova società, quella del vivere insieme, così attuale nel tempo globale in cui i popoli si avvicinano ma scoppiano conflitti etnici e identitari. È l'idea del Sudafrica come "nazione arcobaleno", in cui vivono insieme genti di etnia e religione diversa. 

È la "civiltà del vivere insieme"; alternativa allo scontro di civiltà, di etnia e di religione. Tutu, diverso da molti religiosi africani (come gli anglicani della Nigeria) per la sua appartenenza alla cultura liberal anglosassone, è stato un uomo di grande coraggio personale. 

Ha mostrato, nell'Africa delle guerre, come un Paese può liberarsi senza violenza, anzi contro la violenza della minoranza bianca. Così l`Africa ha donato al mondo una visione: vivere insieme nella diversità. È una grande acquisizione del nostro tempo, ma è anche un importante frutto del Vangelo vissuto con audacia.


Editoriale di Andrea  Riccardi su Famiglia Cristiana del 16/1/2022


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