Passa ai contenuti principali

È ora di far entrare in gioco nuovi mediatori per la pace in Terra Santa

Gaza Maggio 2021 - UNRWA Photo

Un conflitto irrisolto per troppo tempo può avere conseguenze imprevedibili. È quello che sta insanguinando Israele e Gaza e prende in ostaggio i civili su cui piombano razzi e bombe. 

Si può pensarla in molti modi sulla questione palestinese, ma gli oltre 1.200 razzi lanciati, non solo su Ashkelon ma sulle periferie di Gerusalemme e Tel Aviv, non possono essere considerati una ritorsione per i precedenti fatti della Spianata del Tempio. Sono una minaccia allo Stato di Israele. In reazione vi sono state centinaia di operazioni aeree contro obiettivi di Hamas, ma è difficile evitare errori nella densamente abitata Striscia di Gaza. 

Hamas si nasconde tra la gente e assume l'aspetto multiforme usato dai terrorismi contemporanei. Gli scontri continuano in Cisgiordania e sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme, dove si ammassano migliaia di fedeli. 

In questa crisi sono coinvolti gli arabo-israeliani, come mostrano i gravi incidenti di Lod e la sinagoga data alle fiamme. Se anche loro, che vivono in mezzo agli ebrei israeliani, entrano nella ribellione, allora la situazione è ancora più pericolosa per Israele. 

La crisi è il risultato di un'escalation: all'inizio, la questione delle transenne davanti alla Porta di Damasco, poste dalla polizia all'inizio del Ramadan. Poi la tradizionale marcia di alcuni gruppi radicali ebraici dentro la Città vecchia in memoria della riunificazione di Gerusalemme. 

Tolte le transenne, è esplosa la protesta a Sheikh Jarrah, dove tredici famiglie arabe sono sotto sfratto. La Corte suprema d'Israele ha rinviato a luglio la decisione per calmare gli animi. È una piccola vicenda, ma concerne gli equilibri di Gerusalemme est. Il salto di qualità nella tensione si è visto quando gli scontri sono scoppiati sulla Spianata: un tentativo di limitare gli accessi ha prodotto l'effetto contrario. L'ultimo venerdì di Ramadan, oltre 50 mila uomini sono saliti per pregare, ma anche per manifestare. È stato il caos. Infine il lancio dei razzi da Gaza e la ripresa del conflitto. 

Subito il presidente dell'autorità palestinese Abbas ha rimandato le elezioni legislative del 22 maggio e le presidenziali del 31 luglio. La giustificazione è la guerra, anche se è noto che il motivo è il timore di una vittoria di Hamas, a causa della divisione di al Fatah in più liste. Ormai Hamas si è inserita stabilmente in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Recupera il risentimento giovanile, mentre quella di al Fatah è percepita come una vecchia politica. 

Hamas è sempre più un riferimento dentro la società arabo-israeliana, specie per i giovani. Il leader della lista unita araba (che negoziava con gli altri partiti la nascita di un nuovo Governo israeliano senza Netanyahu), ha sospeso gli incontri. 

I tradizionali mediatori (Egitto, Onu, Stati Uniti) sono all'opera, ma la crisi politica israeliana rende tutto difficile. Forse è il momento di far giocare gli attori della Pace di Abramo anche a Gaza: nuovi mediatori che possano garantire sicurezza a Israele e contenere l'estremismo nella società palestinese e il contagio in quella arabo-israeliana. Un grave problema è rappresentato da Gaza. È una situazione impossibile. Solo il progresso socio-economico può sperare di battere il radicalismo. Ci vuole il coraggio di una politica nuova verso la pace. 


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 23/5/2021


Commenti

Post popolari in questo blog

Sudan, la guerra invisibile che riguarda anche l'Europa

Profughi sudanesi in Ciad, ad Adre - 24 Gennaio 2025 - Foto Foreign Office UK/Russel Watkins Da 3 anni il Paese è devastato da scontri tra fazioni. E i rifugiati diventeranno un nostro problema Tra le troppe guerre aperte (oltre 50), forse una delle più sanguinose è quella in Sudan, dove il conflitto civile è iniziato nell'aprile del 2023. Se ne parla solo a tratti.  Sulle vittime i dati sono scarsi perché la guerra è avvolta dal silenzio e dal disinteresse: è raro che giornalisti indipendenti od operatori umanitari abbiano accesso alle aree degli scontri. Si parla di circa 30 mila morti in combattimento e di 150 mila per fame e malattie. Secondo gli esperti, tuttavia, oltre 5 milioni di sudanesi sono a rischio.  La guerra è esplosa tra i due alleati del golpe del 2021: l'esercito ufficiale (Saf, Sudanese Armed Forces) e le Forze rapide di supporto (Rsf), milizia paramilitare usata per combattere i ribelli del Darfur. I due gruppi si sono divisi per ragioni economiche (il c...

Giovanni Paolo II: un uomo di Dio dalla profonda umanità

Roma 1979, uno dei primi incontri fra Giovanni Paolo II e Andrea Riccardi Sapeva ascoltare. Non si chiuse in Vaticano: la sua Chiesa voleva essere anima e compagna dei popoli Giovanni Paolo II è morto il 2 aprile 2005. Quindici anni fa. È passato tanto tempo e il mondo è cambiato. Era figlio di una terra lontana: nato in Polonia nel 1920, dopo la Prima guerra mondiale aveva vissuto l'orrore della Seconda e della Shoah, era stato testimone della persecuzione comunista. Eppure il suo ricordo e le sue immagini comunicano ancora oggi una forza viva. Non sanno di passato. Quando l'ho accostato personalmente, ho avuto sempre l'impressione di un uomo abitato da forza e fede. Nella preghiera si raccoglieva tutto in Dio in modo stupefacente. Era uno spirituale, ma nell'incontro era simpatico, umano, attento alle persone, interessato a tutti gli aspetti, anche i più laici o personali. Nonostante fosse il Papa, era un amico, fedele verso i nuovi e gli antichi amici. Sul t...

La Settimana Santa ci richiama alla compassione. Dall'Ucraina al Libano e all'intero Medio Oriente, non possiamo abituarci al grande dolore delle guerre

Siamo in tempi difficili. Talvolta spaesati e disorientati. Non si vede come le guerre in corso - basta pensare all'Ucraina o alla situazione infiammata in Medio Oriente - approdino a una tregua o alla pace. Ma siamo nella Settimana Santa, in cui la memoria della Passione di Gesù ci spinge a pensare al suo grande amore e alle croci di tanti uomini e donne.   Il piccolo Libano, paese di convivenza (non sempre facile) tra cristiani e musulmani, con meno di sei milioni di abitanti, accoglie due milioni di profughi spinti dal Sud del Paese verso il Centro e il Nord. Una situazione dolorosa e di estremo bisogno.  Non si dimentichi che il Libano ospita dal 1949 mezzo milione di rifugiati palestinesi e da qualche anno due milioni di siriani che hanno lasciato la Siria per la guerra civile. E noi ci lamentiamo di qualche rifugiato!  La Passione e la Croce di Gesù ci chiamano a stare vicini a chi soffre: accanto a noi e in terre lontane. È la scelta di Maria, delle donne, del dis...