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In Africa la "guerra islamica" continua a fare proseliti

Una famiglia di sfollati, sfuggiti alla violenza del terrorismo nel Nord del Mozambico 
Foto Sant'Egidio

Violenza e terrore si diffondono tra i giovani dove lo Stato è assente. Ma l'Europa non può restare a guardare

C'è un nuovo e forte protagonista in Africa: il jihad islamico. In Africa saheliana, in Nigeria. È ben insediato in Somalia, scende lungo la costa dell'Africa orientale fino al Nord del Mozambico. Arriva persino all'interno, a Kivu, regione del Congo. Ce ne accorgiamo poco, solo nel caso di qualche rapimento di italiani o di religiosi. In realtà il jihad cresce. Che cosa è successo? I grandi cambiamenti, indotti dalla presenza economica internazionale, hanno sconvolto l'economia di sussistenza di regioni povere. Così in Mozambico del Nord giovani senza lavoro e futuro sono stati arruolati, hanno ricevuto armi e un po' di denaro. 

È cresciuta una guerriglia che ha compiuto crimini inumani. Circa 600 mila persone hanno lasciato il Nord del Paese. I combattenti sono quasi tutti giovani e organizzeranno una società islamica, come hanno fatto nel Mali del Nord o nel Sud della Somalia. 

Il copione è quasi sempre lo stesso. Operano in aree dove lo Stato è assente, i servizi nulli, la scuola in stato deprecabile: mondi abbandonati. All'inizio sono accolti bene da popolazioni dimenticate. Poi cominciano i divieti: la musica, il fumo, gli abiti femminili tradizionali, il gioco del calcio. Si combatte contro l'educazione occidentale (come fa Boko Haram in Nigeria). Troppo spesso non sappiamo leggere questo fenomeno, attribuito confusamente alla "violenza" dell'islam. Ma è una lotta tra un nuovo islam di rivolta (anche sociale) contro quello tradizionale, dei vecchi, delle moschee, delle confraternite tradizionali: un conflitto generazionale in un continente giovane. Il jihad ha capacità di saldarsi con i problemi etnici, come i tuareg nel Sahel, o di legarsi ai traffici nel deserto o ai problemi dei nomadi. Gli shabab somali dominano in una parte di una Somalia, "Stato fallito".

 Tante sono le sigle e i movimenti, ma in fondo si ritrovano in una comune strategia. Sono realtà e movimenti che vivono in lotta permanente, esaltano la battaglia contro la corruzione e l'Occidente, coltivano il culto della violenza, nutrendo una visione apocalittica della vita. 

Il problema è grave. Rivela prima la debolezza dello Stato africano in molte regioni, l'assenza del welfare e di prospettive di vita e lavoro per i giovani in un'Africa di pochi africani ricchi e cosmopoliti a fronte di masse giovanili impoverite e senza futuro. Poi la politica di sfruttamento minerario di alcune regioni, da parte occidentale (ma ormai non solo), ha sconvolto gli ambienti. Le città crescono con masse di gente che lasciano le campagne alla ricerca di un futuro. Le classi politiche africane devono ripensare il ruolo dello Stato e della politica sociale. L'Occidente, sfidato dalla Cina e dall'India, non può ritirarsi. 

L'Africa è decisiva nel mondo globale per la pace e il benessere di tutti. Ci sono però buone notizie. Il primo gennaio 2021 è nato il Mercato unico africano, con un miliardo e mezzo di abitanti e un Pil di 2.500 miliardi di dollari, che prevede l'abolizione dei dazi per il 90% dei prodotti. È il più grosso mercato del mondo. Lo scopo è integrare le economie nazionali. Bisogna creare però una rete di comunicazioni intercontinentali. L'obiettivo è più lavoro, specie per giovani e donne. Ma si deve procedere rapidamente. 

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 17/1/2021

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