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La politica dell'insulto uccide la democrazia

POLONIA, LA MORTE DI ADAMOWICZ: Il sindaco di Danzica è stato assassinato in un clima d'odio che ricorda un passato oscuro
Fiori sulle scale del Comune di Danzica in omaggio a Pawel Adamowicz (nel riquadro), accoltellato a 53 anni lo scorso 13 gennaio durante un evento di beneficenza. Era sempre stato a favore dell`accoglienza dei migranti.

Danzica è lontana dall'Italia, affacciata com'è sul Baltico. Ma la città polacca è stata al centro di eventi decisivi per l'Europa. La rivendicazione nazista sulla città fu la causa scatenante della Seconda guerra mondiale e dell'occupazione tedesca della Polonia. Danzica, dopo la guerra, svuotata dei tedeschi, è divenuta parte della Polonia e lì - negli anni Ottanta - cominciò il movimento di Solidarnosc che portò alla fine del regime comunista polacco e anche alla crisi del blocco sovietico. Nel 1987, di fronte a una folla enorme, Giovanni Paolo II pronunciò il nome "proibito" (dal regime) solidarnosc: «Qui, sulla riva del Baltico, anch'io pronuncio questa parola, questo nome solidarietà, perché essa appartiene al costante messaggio della dottrina sociale della Chiesa». Danzica è all'origine della libertà in Polonia e nell'Est.
Non è periferia, ma cuore d'Europa, proprio oggi, quando il sindaco Pawel Adamowicz è stato pugnalato e ucciso da un giovane squilibrato, rilasciato da poco dal carcere. È avvenuto significativamente durante un concerto della Grande orchestra caritativa di Natale, espressione di libera solidarietà sociale, diretta da Jerzy Oswiak, che raccoglie donazioni, specie per gli ospedali.
Adamowicz è stato sindaco di Danzica per sei volte e l'ha fatta uscire dalla crisi economica, determinandone la rinascita e facendone un centro di cultura aperto al mondo, bello da visitare. Il suo spirito di apertura lo rendeva critico delle posizioni del Governo nazionalista sugli immigrati e altro. I funerali di Adamowicz a Danzica hanno raccolto tantissimi polacchi. In un certo senso, tutti noi europei dobbiamo essere lì, perché quell'assassinio (le cui circostanze andranno acclarate dalla magistratura) è frutto del clima di odio in Polonia, nell'Est europeo e in tutto il continente. Non si tratta di rinfocolare la divisione tra le due Polonie: quella aperta e democratica, soprattutto delle città (che trova un simbolo in Adamowicz), e quella del partito nazionalista di Kaczynski (appoggiato da una parte dei cattolici) e dell'ultradestra. Il fatto è che la competizione democratica non può svolgersi in un clima d'insulti e delegittimazione dell'altro. Rendiamoci conto che la politica di odio e la predicazione del disprezzo fanno precipitare passo dopo passo in una situazione buia che, per parecchi aspetti, ricorda quella precedente alla Seconda guerra mondiale.
Non posso credere che qualcuno voglia tornare indietro, scivolando per una china pericolosa per la pace, almeno civile, anche se ci sono settori apertamente nostalgici o neofascisti. Non si può fare una politica dello'dio, dell'aggressione verbale dell'altro, svuotando le sedi del confronto democratico. Le strategie della tensione mediatica e politica danno risultati nefasti, come si vedrà sempre più. Di fronte al feretro di Adamowicz, padre di due ragazze di quindici e otto anni, fermiamoci tutti e riflettiamo. Anche di fronte alle prossime elezioni europee! Che conta vincere - vorrei dire a chi usa l'odio - se si distruggono la pace e la democrazia del proprio Paese?


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