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| Lampade vengono deposte presso la croce in memoria dei martiri, alla presenza di Papa Leone e dei rappresentanti ecumenici il 14 Settembre nella basilica di San Paolo durante la Commemorazione dei Martiri del XX secolo - Foto Vatican-Media |
Dalle persecuzioni del Novecento a quelle di oggi: la religione resta una testimonianza scomoda
Il Novecento è stato il secolo di due guerre mondiali, della Shoah, del genocidio degli armeni e dei cristiani nell'impero ottomano, di tante e tante violenze. Per i cristiani ne ho parlato come del secolo del martirio.
Vere macchine del terrore e della morte si sono scatenate contro i cristiani nell'Urss e nei Paesi controllati. Ci fu poi la persecuzione nazista che voleva, magari dopo la guerra, annullare il cristianesimo. E ci sono state tante altre azioni di terrore e persecuzione. Con la fine del nazismo e, poi, del regime sovietico, si è sperato in un tempo migliore, ma non è stato così!
Il 14 settembre scorso, nella basilica di San Paolo, Leone XIV ha voluto ricordare i nuovi martiri del XXI secolo, i cui nomi sono stati raccolti dalla Commissione per i nuovi martiri istituita da papa Francesco. E sono tanti, come documenta anche il nuovo rapporto di Porte Aperte presentato nei giorni scorsi, secondo cui sono oltre 388 milioni i cristiani perseguitati e discriminati nel mondo a causa della loro fede. Nella lettera istitutiva della Commissione, papa Bergoglio osservava che anche nel XXI secolo «i cristiani continuano a mostrare, in contesti di grande rischio, la vitalità del battesimo (...). Non pochi, infatti, sono coloro che, pur consapevoli dei pericoli che corrono, manifestano la loro fede o partecipano all'eucarestia domenicale. Altri vengono uccisi nello sforzo di soccorrere nella carità la vita di chi è povero, nel prendersi cura degli scartati dalla società, nel custodire e nel promuovere il dono della pace e la forza del perdono. Altri ancora sono vittime silenziose, come singoli o in gruppo, degli sconvolgimenti della storia».
Sì, è vero: i cristiani continuano a essere colpiti, talvolta perché frequentano la liturgia della domenica; altre volte perché con la loro vita buona portano ovunque pace e amore. Sono anche odiati perché rappresentano un modo di vivere non soggetto alla violenza, alla prepotenza, alla corruzione, al culto dell'interesse personale e materiale, confessando la fede.
Papa Francesco diceva: «Verso tutti loro abbiamo un grande debito e non possiamo dimenticarli». Oggi è cresciuta la coscienza che la Chiesa è tornata ad essere una Chiesa di martiri: non saranno tutti canonizzati, ma hanno effettivamente sofferto perché si sono detti cristiani.
Il terrorismo jihadista li colpisce nei loro luoghi di preghiera in varie parti del mondo. Lo fa pure la criminalità, che trova nei credenti un argine al suo strapotere sulla vita umana. Quale il nostro debito? Non dimenticare: conoscere, ricordare, tener viva la solidarietà.
La sofferenza, la precarietà di vita, la morte di tanti ci ricorda che essere cristiani è impegnativo e chiede di non vivere per sé, bensì di far dono agli altri della vita. Questo infastidisce, perché mostra che è possibile non sopraffarsi, non competere sempre, non ignorarsi. Papa Leone ha ben colto questa situazione: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle». Il mondo è più umano anche per questi cristiani che non hanno nemici, ma solo fratelli e sorelle!
Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 25/1/2026

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