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Il viaggio del cardinale Matteo Zuppi a Pechino testimonia che il Vaticano ritiene l'Asia determinante

 


Ucraina, Russia, USA e ora Cina: la tela vaticana per la pace

Papa Francesco si è recato in Mongolia per una visita alla piccola comunità cattolica e per rendere omaggio a un Paese dalla grande storia, oggi piuttosto marginale nel grande gioco internazionale, situato tra due colossi, la Cina e la Russia. Valorizzare i piccoli Paesi è un tratto decisivo nella visione del Papa, come ha fatto con i viaggi in Europa. È convinto che solo da una valorizzazione della parte "minore" della famiglia dei popoli possa nascere una convivenza mondiale armonica. Dalla Mongolia ha inviato messaggi alla Cina: «A tutto il popolo auguro il meglio! E andare avanti, progredire sempre. E ai cattolici cinesi chiedo di essere buoni cristiani e buoni cittadini». Erano presenti alcuni cattolici cinesi, i vescovi di Hong Kong e Macao. Non sono venuti altri vescovi cinesi, anche perché l'invito era stato inviato loro direttamente e non attraverso l'ufficio governativo. Il viaggio del Papa ha rappresentato la dislocazione reale e simbolica della Chiesa di Roma in Asia, dove generalmente i cattolici sono minoritari (eccetto che nelle Filippine), ma anche il riconoscimento realista di come i Paesi asiatici siano grandi player, non solo della politica internazionale, ma del futuro del mondo. 

Non è un caso che il cardinale Matteo Zuppi abbia compiuto un passo decisivo della sua missione sull'Ucraina andando a Pechino, dove ha incontrato Li Hui, inviato speciale per gli Affari eurasiatici e mediatore nella vicenda ucraina, dopo le tappe a Kyiv, Mosca e Washington. È la prima volta che il Governo di Pechino discute con i rappresentanti del Papa, non solo di questioni ecclesiastiche, ma di problemi internazionali. 

Era la visione del cardinale Casaroli, diplomatico di fiducia di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, con i Paesi dell'Est: assieme a pace e sicurezza parlare anche dei problemi della Chiesa locale. Il Vaticano ha qualche handicap con la Cina: non esistono rapporti diplomatici e un ambasciatore di Taiwan è ancora accreditato presso il Papa. Alcune parole di Francesco ai giovani cattolici russi hanno fatto molto discutere, specie in Ucraina. 

Si è dimenticato che il Papa ha avuto, nello stesso discorso, il coraggio di parlare di pace ai cattolici di un Paese in cui si prega per la vittoria russa nelle chiese ortodosse. Del resto, durante il recente sinodo dei vescovi greco-cattolici ucraini a Roma, gli interventi di Bergoglio e di Zuppi hanno operato un'importante chiarificazione. Tanto che il primate della Chiesa cattolica ucraina Shevchuk ha detto: «Abbiamo bisogno della premura paterna del Santo Padre nei confronti del popolo ucraino». Quasi in questi stessi giorni, il leader supremo della Corea del Nord, Kim Jong-un, è andato in treno fino alla Russia. Ha incontrato Putin, visitato siti militari e si è interessato di armi e tecnologia militare. L'esibita visita del dittatore di un Paese chiuso avviene mentre la sua Nazione soffre molto, soprattutto di fame. È un'altra storia, un altro modo di far politica, da cui ci sentiamo lontani. La Chiesa non ha la soluzione di problemi che richiedono la partecipazione di tutti i soggetti politici, diversi tra loro. 

Ma la tela di relazioni e dialogo tessuta dalla Santa Sede ha un suo valore (anche per finezza, attenzione e semplicità): va capita come contributo originale alla comprensione dei popoli. Fa male quando, con superficialità e rozzezza, anche in Italia, la si disprezza. La Chiesa fa circolare nel dialogo internazionale il valore della pace, del rispetto dei diritti, della necessità di parlarsi e non solo di combattersi.

 

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana  del 24/9/2023

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