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Anche se a parole dice altro, l'Europa chiude cuori e confini

Il cosiddetto "cimitero dei giubbotti" sull'isola greca di Lesbo - Foto Sant'Egidio

La riforma non convince. "Soldi contro migranti": un principio che fa discutere. E nel 2024 si vota per l'Unione

La questione migratoria affanna l'Europa politica. La battaglia culturale, svoltasi in questi anni sui flussi migratori, ha visto prevalere un'idea securitaria, per cui il dibattito ormai ruota attorno ai metodi per contenere gli arrivi. È una politica rassegnata all'irregolarità, come mostrano gli ultimi vertici a Bruxelles, dove non si è parlato di favorire flussi regolari e legali, come i corridoi umanitari per i vulnerabili, ma solo di fermare i "clandestini" (così impropriamente chiamati). Nemmeno la grave crisi demografica o le richieste del settore privato fanno breccia. 

Le terribili immagini dei morti in mare non emozionano più molto. Nemmeno i filmati sulle azioni della Guardia costiera greca che assomigliano sempre più a quelle libiche. Oppure le spaventose foto dell'obitorio di Sfax, in Tunisia. 

Proprio su questo Paese si concentrano gli sforzi europei e italiani. Da una parte Usa e Fondo monetario internazionale sono disposti a sbloccare i fondi di supporto solo dopo un impegno formale tunisino alle riforme. D'altra parte, l'Europa (l'Italia in particolare) teme il collasso tunisino. Per evitare uno scenario libico, si vuole giustamente che gli aiuti giungano presto. Anche per contenere i flussi. Per ora il Fondo monetario pare non cedere, anche perché ha le sue regole. 

Parallelamente, a Bruxelles si sta ridiscutendo la riforma del Regolamento di Dublino, il sistema europeo che disciplina l'assegnazione dei richiedenti asilo ai Paesi della Ue. È evidente la necessità di cambiamento a causa dell'aumento e della direzione dei flussi migratori. Al centro delle controversie c'è il fatto che il peso degli arrivi si concentra sui Paesi più esposti, gli Stati di prima accoglienza. La riforma auspicata sarebbe che la gestione avvenga in comune su scala europea, fissando un meccanismo automatico di ripartizione. 

Ma tale metodo viene costantemente rifiutato dagli Stati del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca). Nelle ultime riunioni si è cercato di istituire un meccanismo compensativo "soldi contro migranti": chi non accetta il ricollocamento deve contribuire in denaro. Anche questa è soluzione controversa. 

L'Italia non accetta però di essere un hub di migranti in cambio di soli sussidi. Al principio della "condivisione equa" si vorrebbe aggiungere quello dei "Paesi sicuri": rimandare indietro i migranti nelle terre d'origine (e/o di transito), se sicure per le vite dei rifugiati. Sia il Parlamento che il Consiglio europei dovranno decidere i criteri delle riforme. La novità del preaccordo è che ogni Stato membro deciderà in base ai propri criteri: non ci sarebbe una lista europea di Paesi sicuri, ma solo liste nazionali. Malgrado qualche passo avanti, resta difficile immaginare un accordo di tutte le istituzioni europee, con un Parlamento europeo da rinnovare tra un anno. 

La questione tunisina sta già scatenando accese discussioni a Strasburgo. Non giovano le dichiarazioni del presidente Kais Saied, che sostiene di non voler accettare alcuna condizione né controllo sui finanziamenti, sia da parte dell'Europa che del Fondo monetario. 

Il clima ingenerato dalla guerra in Ucraina rende difficili le relazioni tra l`Europa e i vicini nordafricani o mediorientali, che trovano oggi la forza per opporsi a quello che considerano una sorta di "unipolarismo" occidentale (leggi: i condizionamenti sui diritti umani e sulla gestione finanziaria degli aiuti), sapendo di poter contare su modelli alternativi.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 2/7/2023

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