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Sul cuore dell'Europa soffia l'estremismo. Di nuovo tensioni al confine tra Kosovo e Serbia

I Carabinieri presidiano uno dei ponti che dividono le due parti di Mitroviça - Agosto 2022 - Foto di Sergio Pilu 


La guerra in Ucraina ha ridato fiato ai nazionalismi: il linguaggio delle minacce prevale su quello del dialogo

Si è riaccesa la tensione tra serbi e kosovari, specie a Mitroviça, dove sono riapparse le barricate, per fortuna senza morti. Dagli accordi militari del 1999, la città è divisa in due: a sud del fiume Ibar, gli albanesi kosovari, circa 80 mila, e a nord i 20 mila serbi. È l'enclave serba più rilevante tra quelle esistenti nel Paese. La frontiera con la Serbia è controllata dalla polizia kosovara con la Kfor (l'operazione Nato con oltre 3.500 uomini). 

I carabinieri presidiano i due ponti che separano le comunità. A nord di Mitroviça, i serbi possono bloccare importanti strade verso il confine. 

Il confronto è ripreso dopo la decisione kosovara di non accettare più i documenti serbi di trasporto (patenti, carte di circolazione e targhe) rilasciati a Belgrado, che per ritorsione ha subito rafforzato gli apparati militari alla frontiera. I serbi kosovari non cedono sui legami con la Serbia e non hanno mai riconosciuto l'autorità kosovara. 

Pesano sulla situazione i cambiamenti politici in Kosovo e a Belgrado. L'improvvida decisione kosovara è dell'attuale premier, Albin Kurti, che non ha mai sostenuto i colloqui tra Serbia e Kosovo, mediati dall'Ue. Ora il presidente serbo è Aleksandar Vucic, nazionalista e vicino a Mosca. Nella crisi in Bosnia, tra Stato federale bosniaco e Republika Srpska, è schierato con quest'ultima con una politica nazionalista. I serbi più radicali vorrebbero l'annessione della Republika Srpska e del distretto di Kosovska Mitroviça. La Commissione europea ha negoziato, sul Kosovo, con piccoli avanzamenti, ma senza accordi definitivi. A Bruxelles si è pensato di risolvere l'aggrovigliata questione raffreddandola e prendendo tempo, ma anche facendo entrare la Serbia nell'Ue. Negli anni le cose si sono complicate. 

Le tensioni interne alla Ue sulla politica di allargamento hanno provocato la delusione dei serbi filoeuropei. E poi, soprattutto, la guerra in Ucraina ha ridato fiato alle posizioni estremiste nei Balcani, permettendo alla Russia (che sul Kosovo era stata messa in un angolo) di rientrare in gioco. Mosca si è subito schierata per Belgrado, così come aveva dichiarato il suo sostegno alla Republika Srpska. 

Il presidente serbo, parlando alla nazione, ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma lasciatemi dire che non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milošević». Vucic è poi andato nella sede dello Stato Maggiore delle forze armate e ha detto di non escludere «un attacco kosovaro». Gli ha fatto eco la nota portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, affermando che i serbi «si preparano per uno scenario militare». Rapidamente è salita la tensione. Per calmare la situazione, la decisione kosovara sui documenti è stata rinviata al 1° settembre. Contemporaneamente le autorità del Kosovo hanno chiesto di rimuovere le barricate e ripristinare la viabilità. Aver perso troppo tempo e rinviato ogni decisione sulla questione kosovara è stato un errore che l'Europa - certamente l'Italia - e i Balcani potrebbero ora pagare caro. 

La guerra in Ucraina non resta isolata: le relazioni internazionali sono tese e le situazioni conflittuali si infiammano. Anche perché ormai il linguaggio tra Governi non si ispira quasi più al dialogo politico, ma passa subito alle minacce di scontro militare.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 14/8/2022


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