Spegniamo il fuoco dell'odio prima che divampi nel mondo. Una riflessione sull'attentato a Salman Rushdie

Salman Rushdie - Foto di  Christoph Kockelmann 

Esistono tanti giacimenti di fanatismo e pregiudizio pronti a esplodere. Serve una revisione personale e collettiva, anche da parte di noi cristiani

Purtroppo, 33 anni dopo, la fatwa pronunciata dall'ayatollah Khomeyni è arrivata implacabilmente a destinazione con l'attentato allo scrittore Salman Rushdie, accusato di blasfemia e condannato a morte nel 1989 per la pubblicazione del suo libro Versetti satanici. Khomeyni, che sarebbe morto nello stesso anno, era tornato in Iran dieci anni prima per prendere la guida della rivoluzione iraniana e costruire un regime teocratico. Non tutti gli sciiti del mondo si identificano con la posizione del leader iraniano, ma questa è divenuta prevalente: alla fine degli anni Settanta, l'islam sciita si mostrava come un'efficace "teologia della liberazione"; non solo nella resistenza iraniana agli Stati Uniti, ma anche nella lotta a un Occidente considerato corrotto e imperialista. 

La fatwa voleva colpire un testo considerato una bestemmia nei confronti del profeta dell'islam e affermare che la condanna avrebbe raggiunto ovunque il suo autore. La difesa della libertà di pensiero occidentale si scontrava con chi considerava offesi i valori religiosi, ma anche con chi voleva difenderli con la violenza omicida. Il traduttore giapponese del libro venne ucciso nel 1991, mentre quello italiano e l`editore norvegese furono feriti. La fatwa è stata rinnovata e si è incrementata la taglia su Rushdie, da sempre sottoposto a severissime misure di sicurezza. 

Il ventiquattrenne attentatore, Hadi Matar, nato dopo la pubblicazione del libro, sembra essersi radicalizzato in un viaggio in Libano a contatto con gli Hezbollah. L'onda di odio e di vendetta l'ha travolto, tanto che lo scorso 12 agosto ha tentato di uccidere l'ormai anziano scrittore. 

Si potrebbero sviluppare molte riflessioni. Sull'odio e la vendetta alimentati in campo religioso, specie da un islam radicale e fanatico. Ma vorrei soffermarmi su un aspetto, forse non il principale, ma di certo attuale. Le parole di odio uccidono. La predicazione dell'odio, specie se diventa una fatwa, come nel caso di Rushdie, uccide. Il mondo interconnesso ha un'incredibile capacità di trasmettere a distanza la predicazione dell'odio, le parole di vendetta, il pregiudizio, contagiando con un'intensità che, forse, altre stagioni non hanno conosciuto. 

Ci sono troppi giacimenti di odio, che rischiano di esplodere. Per questo è necessaria una seria revisione personale e collettiva. 

I cristiani hanno fatto una lunga strada. Ma tanto resta da fare per disattivare, anche nella vita personale, le cariche di odio. Perché le parole di odio sono semi che producono male nei comportamenti e nel cuore della gente, anche al di là dell'intenzione di chi le pronuncia. Questa consapevolezza fa comprendere meglio la decisiva predicazione di Gesù: «Chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Matteo 5,22). 

Gesù sembra "esagerato", ma le parole di odio e di condanna sono così contagiose da uccidere. Il male è forte e trova terreno favorevole. Per questo il Maestro chiede di disarmarsi e di perseverare "esageratamente" nel bene.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 28/8/2022

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