giovedì 17 agosto 2017

La crisi in Centrafrica. La gente soffre, facciamo presto

Si cerca ancora la pace per la Repubblica Centrafricana, un paese poverissimo dilaniato da una crisi gravissima di cui ancora non si vede la fine, nonostante tanti sforzi e anche tanti passi importanti per la pacificazione. Ne parla Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana di questa settimana, anche in riferimento alle recenti violenze e la strage di cristiani a Gambo. 


Ancora morti nella Repubblica Centrafricana: 50 vittime innocenti nel villaggio di Gambo in una struttura sanitaria. Una strage brutale compiuta da armati afferenti ai Seleka, musulmani che hanno vendicato in modo folle un attacco degli anti-Balaka, milizie di cristiani e animisti, nate per autodifesa. I centrafricani sono ostaggio delle milizie, in conflitto tra loro, che controllano larga parte del territorio. I cristiani sono spesso sotto attacco, come ha denunciato il vescovo di Bangassou Juan José Aguirre. Non è una guerra tra cristiani e musulmani, anche se spesso si colpiscono i fedeli del gruppo avverso. Aguirre, da parte sua, ospita nel compound della cattedrale 2 mila musulmani, da lui salvati dagli anti-Balaka. 
Ogni giorno può succedere di tutto. La gente soffre da troppi anni ed è allo stremo. Un anno fa l'elezione del presidente Touadéra è stato un fatto molto positivo (anche effetto della visita di papa Francesco nel novembre 2015, quando aprì il Giubileo della misericordia a Bangui). 
Ma il Governo non controlla molto territorio fuori dalla capitale: il vero problema è riunificare il Paese, affermare l'autorità dello Stato, dare sicurezza e alleviare la situazione umanitaria. Ma bisogna fare i conti con tanti gruppi armati e con le ingerenze dei Paesi vicini. L'accordo di Roma, firmato il 19 giugno dal Governo centrafricano e da 14 gruppi politico-militari, vuole avviare un processo di pacificazione e disarmo: purtroppo non è un trattato di pace che pone fine alla guerra. Punta a estendere il controllo del Governo sull'intero territorio. Sono stato testimone di alcune discussioni dell'accordo e mi sono reso conto della distanza tra le parti, ma anche della buona volontà. Occorre far passare l'intesa ai gruppi sul terreno, talvolta legati a interessi economici o minerari. Ci sono pure mercenari stranieri. È necessario un processo lungo. Un mese fa è stato nominato un comitato di attuazione per concretizzare l`accordo sul terreno. Come affermano l'Onu e l'Unione africana, è l'unica via per portare pace. Il Paese è in una grave situazione di decomposizione. In molte regioni la vita umana non vale niente. È uno degli Stati più poveri del mondo, nonostante le ingenti ricchezze minerarie, preda dei gruppi armati. La gente soffre e bisogna fare presto. Si deve favorire un'intesa tra i vari gruppi centroafricani attorno alle fragili, ma esistenti, istituzioni della Repubblica. 
Per capire la crisi nella Repubblica Centroafricana

venerdì 11 agosto 2017

Nell'azione umanitaria la convergenza tra cattolici e laici solidali

L'azione umanitaria, oggi al centro di un aspro dibattito, può essere in realtà, il punto di convergenza tra cattolici e laici solidali. Lo spiega Andrea Riccardi nell'intervista con Francesca Paci apparsa sul quotidiano La Stampa

"La globalizzazione ci ha resi più concentrati su noi stessi, meno attenti agli altri. E' un grave errore perché nel mondo globale siamo più legati. L'autoconcentrazione fa bollare l'azione umanitaria come velleità catto-illuminista ed è un peccato perché la convergenza tra cattolici e laici solidali è quella tra due delle più forti culture europee del 900. Populisti e sovranisti non tengono conto del grande problema di aiutare i vicini a risolvere i loro problemi prima che diventino i nostri. Per questo spero molto in Ghassam Salamé, un arabo che con la sua cultura può farlo». (la versione integrale sul sito www.santegidio.org)

giovedì 10 agosto 2017

L'ultimo regalo di padre Jacques: ricordarci che l'estate è un tempo in cui sentire l'invito di Dio a prendersi cura del mondo

In questo editoriale su Famiglia Cristiana, Andrea Riccardi ricorda una bellissima espressione di padre Jacques Hamel, l'anziano prete francese ucciso lo scorso anno al termine della messa, che è opportuno rileggere in questo periodo estivo. "L'estate - diceva il sacerdote martire - è un tempo per essere più attenti a chi è solo e in cui sentire l'invito di Dio a prendersi cura del mondo"

Un anno fa è stato ucciso a Rouen, in Francia, padre Jacques Hamel. Era il 26 luglio. La Francia ha sentito l'orrore per l'assassinio di un prete sull'altare. Era indifeso e anziano. L'incredibile fatto ha acceso l'attenzione su di lui. Chi era? Perché appariva così minaccioso ai terroristi? Un bel libro di Jan De Volder, Martire (San Paolo), illustra la sua vita. Un prete che non andava in pensione, nonostante gli 86 anni, in larga parte al servizio della gente in quartieri periferici. Il sacerdozio non ha limiti di età, se è ministero, quindi servizio. Del resto, per i cristiani, vivere per gli altri non finisce con la pensione. Anzi, talvolta, l'età anziana apre nuove opportunità, anche se la nostra società spreca le risorse rappresentate dagli anziani. Padre Jacques, con la sua vita, mostra il senso di un vivere per gli altri, ben lontano dall'eroismo o da un romantico protagonismo. Eppure è morto da martire.
Poco prima di essere ucciso sull`altare a Rouen, l`anziano prete ricordava che le vacanze sono uno spazio di rigenerazione
In questo anniversario mi sono tornate sotto gli occhi le parole che Hamel scriveva il 6 giugno 2016 ai parrocchiani, le ultime prima della morte. Riguardano le vacanze e hanno un senso particolare in questo periodo. Gran lavoratore, padre Jacques sapeva che le vacanze sono utili: «Momento di relax, ma anche di rigenerazione, di incontri, di condivisione, di convivialità». La sua lezione ha un significato anche in questa estate. Per lui le vacanze sono spazio di amicizia, per la famiglia, per incontri, per distaccarsi dalle occupazioni abituali. Ma possono essere pure un momento di crescita spirituale.
Anche questo fa parte del distaccarsi dalle cose di sempre e dalla routinizzazione della vita. E lo spazio della preghiera e per leggere il Vangelo, «come una parola che fa vivere l'oggi». Così dice Hamel con espressioni semplici, levigate da pluriennali frequentazioni di tante persone differenti, di varie generazioni. Ricorda che la natura introduce nel «gran libro della creazione», che parla di Dio. Aggiunge, quasi sommessamente, che l'estate è un tempo per essere più attenti a chi è solo. Padre Jacques propone, per i giorni di vacanza, un impegno di sempre: «Che possiamo... sentire l'invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno». Una bella sintesi da vivere: il sogno del Vangelo, che lui esprime in modo nitido con le parole della gente comune.
D'estate sembra che ci siano meno scuse per sottrarsi. C`è tanto bisogno di pace: «Un migliore vivere insieme». Hamel pensava alle difficoltà in famiglia o nella società e forse anche alla complessa convivenza con alcuni gruppi islamici affacciatisi al suo orizzonte. Chiedeva di pregare. Possiamo sottoscrivere questo messaggio di un anziano prete (che non andava in pensione, ma sapeva il valore delle vacanze) in tutte le espressioni fino all'ultima affettuosa: «Buone vacanze a tutti!». •

giovedì 3 agosto 2017

In Libia l'Europa si gioca il futuro

Un editoriale di Andrea Riccardi fa il punto sulla politica nei contronti della Libia, dopo che la Francia di Macron si è mossa da sola.
In realtà, spiega Riccardi, in Libia si intrecciano tre situazioni drammatiche, diverse ma strettamente intrecciate: la lotta all'ISIS, la questione dei migranti dall'Africa, la capacità dell'Unione Europea di agire senza divisioni.
Nella foto, la stretta di mano tra il premier libico Serraj e il generale Haftar, sotto gli occhi del presidente francese Emmanuel Macron al termine dell'incontro svoltosi nel castello di La Celle Saint Cloud, alle porte di Parigi.

Bene ha fatto Gentiloni a non drammatizzare l'iniziativa di Macron: far incontrare in Francia il premier libico Al Serraj con il generale Haftar. Certo l'Italia avrebbe dovuto esserci, come capofila delle azioni in Libia.
Non importa. Da un atto di diplomazia personale, non poteva emergere molto di nuovo in una situazione così ingarbugliata. Ma ben venga tutto ciò che può creare unità in Libia. Purtroppo Haftar (appoggiato da Egitto ed Emirati, in buoni rapporti con Russia e Francia) ha subito ripreso, dopo la stretta di mano, la sua durezza verso Serraj, invitandolo a tornare a fare l'ingegnere. Questi, che controlla poco territorio ma è riconosciuto dall'Onu, è venuto a Roma. Qui, l'ennesima giravolta: prima la richiesta di navi italiane, poi un passo indietro con roboanti dichiarazioni sulla sovranità libica. Infine il compromesso: le navi italiane sosterranno i libici contro i trafficanti e per salvare i migranti. La vicenda mostra tre situazioni drammatiche; diverse, ma intrecciate tra loro. La prima è una Libia divisa e bellicosa, dove il debole Serraj non crea unità, ma nemmeno l'altero e forte Haftar è la soluzione. C`è l'Isis da respingere. Ci sono forze, clan e tribù abituate al particolarismo. Dietro tanti giochi pericolosi, si vedono i padrini internazionali. C`è poi la seconda drammatica situazione: i migranti. Nei primi sei mesi del 2017 gli sbarchi in Italia sono aumentati del 18% rispetto al 2016. Molto, ma non l`invasione com`è percepita in Italia. Ci si chiede perché arrivino gli ivoriani, i guineani o i senegalesi, provenienti da Paesi in pace. E qui si vede la necessità di responsabilizzare i Governi africani e di una comune politica euro-africana. Il trasporto di gente dal Bangladesh alla Libia mostra la potenza dei mercanti di esseri umani. Molti Paesi europei sognano di chiudere le rotte nel Mediterraneo o in Libia, come nei Balcani. In questa prospettiva l'Italia sarebbe inconcludente o buonista. Ma c`è un enorme problema umanitario. E poi il mare e l'inquieto territorio libico sono differenti dai Balcani. Infine, l'incapacità europea di fare una politica unitaria sulla Libia (e quindi sui migranti che la attraversano). Se l'Europa orientale reagisce con i muri, quella occidentale non ha il coraggio di investire in una politica comune e persegue interessi di breve respiro e molto nazionali. In una "periferia" come la Libia, si gioca tanto del futuro dell'Unione. Solo un'Europa capace di politica comune riuscirà a ricreare le condizioni di uno Stato libico unitario e imporle agli attori interni ed esterni. Altrimenti la Libia resterà terra di nessuno, pericolosamente ricca di petrolio. E sarà una trappola per chi fugge cercando un futuro migliore.

APPROFONDIMENTI 
Gli editoriali di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana >>

giovedì 27 luglio 2017

La nuova Africa tra ricatti e riscatto. Non lasciamola sola

In un editoriale su Famiglia Cristiana del 30 luglio Andrea Riccardi ci parla di Africa, della sua storia di sofferenza, di abbandono, ma anche di sviluppo e crescita. Continua questo continente così affascinante a coinvolgerci ancora ai nostri tempi? Scopriamolo insieme.

L'Africa è stata un orizzonte familiare agli europei e agli italiani. Per vari decenni, i missionari l'hanno resa popolare alle nostre popolazioni. L'Africa è stata l'orizzonte dove un'Italia piccola e presuntuosa ha giocato da impero coloniale. Nel 2017, a ottant'anni dalla strage fascista di circa 2.000 persone (monaci, pellegrini, giovani) nel monastero di Debre Libanos in Etiopia, non abbiamo sentito dalle Forze armate parole di rincrescimento né dalla Chiesa italiana espressioni di dolore perché diede un'immagine caricaturale del cristianesimo etiopico, fiancheggiando l'impresa di Mussolini. Ma ci sono stati anche bei tempi con l'indipendenza delle colonie e la nascita di un'Africa libera: gli anni Sessanta e Settanta. La solidarietà, cattolica o laica, nonché la cooperazione dello Stato si sono impegnate per costruire un'Africa migliore.

Ma, in questo XXI secolo, l'Africa ci coinvolge di meno. Lo si spiega con l'insicurezza delle società africane. Con le guerre in cui muoiono tanti africani. Con la corruzione. Eppure, in vari Paesi africani, c'è stato sviluppo. Ci sono ricchezze nelle mani degli africani (165 mila ricchissimi che detengono però il 30% della ricchezza finanziaria del continente fuori da esso). Molti africani competenti. Eppure i poveri sono ancora masse enormi. Lo dicono l'alta mortalità infantile e la bassa aspettativa di vita. Lo mostra la città africana, circondata da baraccopoli di disoccupati. Pure il riscaldamento climatico provoca gravi danni. Dal 2016 è aumentato del 30% il numero delle persone che necessitano di assistenza umanitaria, specie nell'Africa orientale. I giovani emigrano. Le multinazionali invece fanno grandi guadagni ma, spesso, sfuggono alla tassazione.

Secondo un rapporto di Global Justice Now del maggio 2017, il mondo è in credito verso l'Africa, nonostante la posizione debitoria di quasi tutti i suoi Paesi. L'emigrazione nel continente e verso l'Europa mostra un'Africa squilibrata, che soffre. Una nuova attenzione al continente in Europa può creare una solidarietà che ridiscuta una politica predatoria: ci si deve collegare alla gente africana, rafforzare la società e la cultura, spingendo gli Stati del continente a investire nell'economia locale e nella lotta alla povertà. L'Africa non può essere lasciata sola. Non è paternalismo. Ma senso di responsabilità in un mondo globale.