sabato 18 febbraio 2017

Tavola Rotonda per il numero 4000 de La Civiltà Cattolica

Andrea Riccardi, con P.Antonio Spadaro, Emma Fattorini, Giuliano Amato, oggi, 18 febbraio presentano il numero 4.000 de "La Civiltà Cattolica"


venerdì 17 febbraio 2017

Un'Europa più responsabile e integrata nell'era dell'America di Trump

Andrea Riccardi, sulla rubrica Religioni e civiltà del magazine Sette del Corriere della Sera

Il mondo globale si è fatto complicato. È tramontato l'ordine - talvolta tragico - della guerra fredda; quello dei primi tempi della globalizzazione in cui gli Stati Uniti rappresentavano una potenza egemone. Ora l'America di Trump vive un protagonismo un po' imprevedibile, ma sembra non volersi far carico delle responsabilità storiche di "prima nazione" dell'Occidente. Questo provoca un brusco e necessario risveglio degli europei che avevano delegato una parte delle loro responsabilità - non tutte - agli Stati Uniti, in cambio di protezione. Anche l'Italia. Ma pure la Germania e, per certi versi, la Francia, pur autonoma di fronte alle scelte americane. Le domande sul futuro si addensano. Di fronte a uno scenario internazionale con tanti attori, quale il ruolo dei "medi" Paesi europei? Che fare nel confronto con i giganti del mondo, l'India o la Cina, o innanzi al protagonismo della Russia, così vicina all'Europa?  
Viene da chiedersi come sia possibile affrontare il futuro con la ristretta taglia di un medio o piccolo Paese europeo. La storia diverge tra europei dell'Est e dell'Ovest. In Europa orientale si è riconquistata da poco - meno di trent'anni - l'indipendenza dall'impero sovietico. Qualche leader dell'Est paragona i vincoli europei di Bruxelles con quelli sovietici. È un paragone infondato, ma esprime un sentire geloso della loro autonomia nazionale. Bisogna tenente conto. Stanno vivendo il loro Risorgimento nell'era globale, non in quella delle nazioni. Per i Paesi dell'Europa occidentale la storia è diversa. Con i Trattati di Roma del 1957, sei di essi (quelli del Benelux, la Germania, la Francia e l'Italia), hanno dato avvio al processo di unificazione europea. Si tratta di una lunga storia che gli Stati Uniti hanno visto in modo altalenante: talvolta con favore, altre volte preoccupati per la creazione di un polo occidentale alternativo. Gli Stati Uniti di Trump, invece, chiedono agli europei una maggiore responsabilizzazione. La Gran Bretagna se n'è andata dall'Unione. I Paesi dell'Est si preoccupano, perché l'America non conduce più una politica aggressiva verso la Russia di Putin. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici sono destinati all'irrilevanza o all`omologazione nella globalizzazione ed è quindi meno vicina alle loro paure verso Mosca. Tutto appare in movimento. Non si tratta solo di Trump, bensì di un futuro che va al di là della sua presidenza. Paolo Gentiloni, da ministro degli Esteri, aveva già pensato alle celebrazioni romane del 1957 come occasione per stabilire una maggiore coesione almeno tra i Paesi fondatori dell'Europa, proprio per la difficoltà a fare dei Ventotto (ora Ventisette dopo Brexit) un soggetto politico coeso. Il progetto era stato accantonato, per l'instabilità politica di vari Paesi, tra cui l'Italia. Al vertice di Malta, la Merkel però ha rilanciato l'idea: «L'Europa deve assumersi più responsabilità sulla scena internazionale». Da Roma, il 25 marzo prossimo, potrebbe partire un processo che offra un volano ai Paesi europei che vogliono una cooperazione maggiore, almeno un'integrazione su difesa, sicurezza, frontiere, dimensione sociale, euro e investimenti. La prospettiva è creare un "soggetto" europeo più forte per i Paesi che sentono questa esigenza. Naturalmente gli altri vivranno a velocità diverse. Una maggiore integrazione richiederà cambiamenti, sicuramente faticosi. Ma, sul lungo periodo, di là della nostra generazione, questa scelta darà un futuro all'Europa e costituirà nel mondo un "soggetto" rilevante.
È una prospettiva che risponde a esigenze economiche e di sicurezza, ma - mi sia permessa un'espressione forte - rappresenta anche qualcosa di più: salva la civiltà europea, quell'insieme di storia, cultura, diritti umani e umanesimo, configuratosi nella seconda metà del Novecento. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici, sono destinati all'irrilevanza o all'omologazione nella globalizzazione. Sono "barche", piccole seppur preziose, che non reggono ai marosi del mondo globale. Per affrontarlo occorre una nave più grande o, almeno, una flotta coesa. Se vogliamo segnare una presenza della nostra civiltà sugli scenari di domani, s'impone un passo forte e deciso verso l'integrazione.

giovedì 16 febbraio 2017

L'iniziativa del Marocco: qualcosa si muove nel mondo dell'Islam

L'Islam, afferma Andrea Riccardi in questo editoriale su Famiglia Cristiana,  non è monolitico, ma un universo religioso frastagliato e complesso, come dimostra le recente norma approvata in Marocco, dove, sotto impulso del re, è stata abolita la pena di morte per chi pratica l'apostasia, ovvero rinnega la religione islamica. Un passo avanti verso la libertà di coscienza.
Un manifesto dedicato al re del Marocco Muhammad VI a Rabat.
Una domanda viene spesso riproposta: è pericoloso vivere con i musulmani? Non è solo una questione geopolitica. Riguarda le famiglie che vedono i loro bambini a scuola con quelli musulmani. Si chiedono: come sarà il domani con loro? Ci saranno terroristi o radicalizzati tra di loro? Il terrorismo islamista preoccupa assai. Molti si chiedono: l'islam è una religione violenta che spinge i suoi fedeli allo scontro, come un fatto dettato dai suoi cromosomi? Non bisogna allora evitare che i musulmani entrino in Europa, come cerca di fare Trump in America? A guardare lo scenario internazionale, poi, sembra che l'islam (o almeno una parte) abbia lanciato una sfida all'Europa, all'Occidente e ai cristiani. Spesso l'islam è rappresentato come un unico blocco dal Marocco all'Indonesia con propaggini ovunque, guidato da un'irriducibile contrapposizione al cristianesimo e alla libertà dell'Occidente. Se così è, che fare? Uno scontro? Una crociata? La guerra? Crescono la paura e la diffidenza. Alcuni partiti, su questi sentimenti, fondano parte del loro consenso elettorale. Ma la realtà musulmana è più articolata. L'islam è diviso. Non è un blocco. È percorso da un conflitto tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita. Ogni Paese, poi, ha la sua storia e i suoi interessi. Storia, cultura, politica, sviluppo rendono i Paesi musulmani diversi tra loro e al loro interno ci sono tante differenze. Recentemente, in Marocco, il consiglio superiore degli ulema, sotto impulso del re, ha reinterpretato la "ridda" (cioè l'apostasia dall'islam): era punita con la pena di morte, perché assimilata all'alto tradimento. Ora non lo è più. È divenuto possibile praticare la libertà di coscienza in Marocco, anche lasciando l'islam. La libertà di coscienza era finora riconosciuta nel mondo musulmano solo dalla Costituzione tunisina del 2014. Non voglio scendere nei dettagli di questa nuova interpretazione, ma sottolineare come qualcosa si muova nel mondo musulmano e non solo in senso negativo. Certo gli altri Paesi arabi puniscono ancora severamente l'abbandono dell'islam. Ovunque però, come in tutte le religioni, qualche frangia sceglie altri percorsi spirituali. Anche l'islam vive nel mondo globale. E i musulmani cambiano, specie con l'emigrazione a contatto con l'Occidente.

venerdì 10 febbraio 2017

Il caso dei Cavalieri di Malta dimostra che il Papa è misericordioso ma non è un debole

Un editoriale di Andrea Riccardi sul magazine Sette, del Corriere della Sera, sulla questione della ritrutturazione dell'Ordine dei Cavalieri di Malta. "Francesco  - scrive Riccardi - ha piena stima per l'attività umanitaria dell'ordine religioso, ma ciò non gli ha impedito di chiedere le dimissioni del Gran Maestro".

I Cavalieri di Malta sono saliti alla ribalta con le dimissioni del Gran Maestro, richieste da papa Francesco. In questa vicenda, è apparso un aspetto del governo di Francesco, rispettoso della libertà dei Cavalieri e pieno di stima per le loro attività umanitarie, ma anche capace d'interventi forti.
Chi confonde la "misericordia" predicata da Francesco con la debolezza deve ricredersi. L'intervento deciso del Papa è un segnale su cui riflettere. I Cavalieri di Malta hanno una storia quasi millenaria. Spesso una storia di battaglie, specie contro i cosiddetti "infedeli", gli arabi e i turchi che dominavano la Terra Santa o che minacciavano i successivi possessi dell'ordine, Rodi prima e poi Malta. Ma il colpo mortale è venuto ai Cavalieri dai cristiani. Napoleone Bonaparte nel 1798 li scacciò da Malta, dove si erano insediati creando uno stato teocratico, guidato dai Cavalieri-monaci aristocratici. E il congresso di Vienna, pur attento a restaurare i diritti dei sovrani, non restituì l'isola ai Cavalieri, ma la dette agli inglesi. L'Ordine sovrano militare ospedaliero di Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta - così si chiamano un po' pesantemente i Cavalieri - si è stabilito a Roma nel 1834, senza rinunciare a essere un soggetto internazionale. Senza territorio su cui esercitare la sovranità, il Gran Maestro - così si chiama il superiore dell'Ordine, che è anche capo di Stato - gestisce due zone extraterritoriali a Roma: il palazzo di Via Condotti e la Villa all'Aventino. L'Ordine ha sviluppato, specie nel Novecento, un'intensa attività umanitaria. Se ne incontrano i presìdi in tutto il mondo. Si tratta di una costruzione molto particolare, che può sembrare legata al passato, ma ha anche aspetti di modernità: Stato senza terra, guidato da un ristretto numero di Cavalieri-religiosi (e nobili), quindi dipendenti dalla Santa Sede, in cui operano laici nobili e non, è un'organizzazione complessa, impegnata del lavoro umanitario, con un sostanzioso patrimonio. È anche uno Stato con relazioni diplomatiche con più di cento paesi e vari ambasciatori. Uno è in Vaticano, che però non ricambia con un suo rappresentante presso l'Ordine.
È un'organizzazione umanitaria? Un'istituzione religiosa, come tante, dipendente dal Papa? Un soggetto sovrano come uno Stato indipendente? I Cavalieri nel 2048 celebreranno mille anni di fondazione. In questo nostro tempo senza memoria, si dimentica però che le battaglie dell`Ordine, dopo la perdita di Malta, sono state spesso con la Santa Sede. Basta leggere un romanzo storico, Cavalieri di Malta, pubblicato nel 1957 da Roger Peyrefitte. Racconta la grande "battaglia" tra l'Ordine e un settore vaticano, guidato dal card. Canali, che voleva controllare l'istituzione per farne una sua creatura. Non è un saggio scientifico, ma un libro che narra la battaglia appassionata tra i Cavalieri e i loro avversari. La prima mossa fu trattarli da "religiosi" dipendenti dal Vaticano. La congregazione vaticana dei religiosi nominò tre cardinali, Canali, Micara e Pizzardo, per dirigerli. I Cavalieri difesero l'indipendenza sovrana dell'Ordine. A questo punto, Pio XII formò una commissione di cardinali, comprensiva dei tre già ricordati più un altro, presieduta dall'autorevole decano del Sacro Collegio, Tisserant. Nella vicenda comparve pure il futuro Paolo VI, in una posizione molto equilibrata. La battaglia, a colpi di esposti, ricorsi, ricostruzioni storiche, è vissuta dai Cavalieri come un assedio, stavolta non dai turchi ma da un cardinale: durò cinque anni, finché - nel 1955 - i Cavalieri elessero un Gran Maestro sgradito a Canali. Il romanzo storico (che deve la documentazione -pare - ad ambienti dell'Ordine di allora) si conclude con l'immagine del cardinale disperato per la sconfitta. Il segretario prova a consolarlo così: «Eminenza, non avete preso Malta; ma vi resta l'Italia». Oggi siamo lontani da quel mondo. La storia non si ripete mai, anche se riguarda l`Ordine di Malta.

giovedì 9 febbraio 2017

La risposta a Trump? Un'Europa diversa ...

Cosa facciamo noi? E' la domanda di Andrea Riccardi all'Europa, di fronte alla politica isolazionista e nazionalista di Trump

antitrump refugeeswelcome usa andreariccardiblog
Oggi si parla tanto di Donald Trump. Giustamente, anche perché il nostro futuro dipende - almeno in parte - dalle scelte degli Stati Uniti e del suo presidente. Durante la campagna elettorale molti hanno sperato che le sue affermazioni fossero eccessi verbali o propagandistici. Non è così. Il neopresidente sta mettendo in pratica le promesse agli elettori. In America c'è parecchia opposizione: manifestazioni specie contro il bando degli stranieri di alcuni Paesi musulmani e, complessivamente, verso la politica di Trump. Una parte degli americani è però con lui. Il nuovo inquilino della Casa Bianca afferma la supremazia dell'interesse degli Stati Uniti sugli altri impegni e legami internazionali assunti in passato: America first. È una forma di nazionalismo e isolazionismo, solo in parte in continuità con la storia americana. C`è qualcosa di nuovo in questa politica, che è la risposta nazionalista e statunitense alla globalizzazione. L'onda lunga del nuovo corso americano influenzerà una parte del mondo, più di quanto oggi pensiamo. Si può discutere molto su Trump, che occuperà a lungo la scena mediatica. Ma c'è un`altra discussione forse più interessante per noi. Riguarda quello che hanno intenzione di fare gli europei. Non ci si può solo lamentare di Trump, perché svuoterà la Nato o non si assumerà il peso della difesa in varie parti del mondo. La sua presidenza rappresenta una sfida complessiva ai Paesi europei. Noi che facciamo? Abbiamo intenzione di restare divisi e guardinghi gli uni verso gli altri come finora? Trump rivela quanto il mondo è cambiato: come Paesi di piccolo taglio, quali i nostri, siano irrilevanti o destinati a subire la storia. Si sta per compiere il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, tappa fondamentale del processo d'unificazione europea. Li firmarono sei Paesi europei: Francia, Italia, Repubblica federale tedesca, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Fino al 1973 i partner europei sono rimasti sei, poi è cominciato l'allargamento. Esistono oggi gradi diversi di coinvolgimento e aspettative differenti degli Stati membri verso l`Unione. Si capisce come quelli dell'Est stentino a cedere pezzi di sovranità, dopo che hanno da poco riacquistato la libertà dal controllo sovietico. Recentemente la cancelliera Merkel ha proposto che, al vertice celebrativo di Roma il 25 marzo, si ratifichi un'Europa a più velocità. Un cerchio stretto si formerebbe con l'integrazione dei Paesi che investono di più sull'unità. Era un'idea circolata nei mesi passati, ma sembrava archiviata. Oggi è la risposta più responsabile all'America di Trump.