venerdì 19 agosto 2016

La Cina è più vicina alla Chiesa. Quale futuro per il cristianesimo?

Andrea Riccardi, sul magazine "Sette" del Corriere della Sera, affronta la questione del rapporto tra Chiesa cattolica e Cina. "Con Francesco - afferma - si è intensificato l'impegno per un accordo con il governo che restituisce a Roma la decisione sulle nomine dei vescovi"

I regimi comunisti controllavano tutta la vita sociale. Come si collocava in essi una realtà transnazionale come la Chiesa cattolica? Il problema si pose fin dagli anni Venti in Unione Sovietica e poi, dopo il 1945, nei Paesi cattolici dell`Est: Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia. Cominciò la repressione: vessazioni, arresti di vescovi, controlli, emarginazione e condanne dei cattolici. Il rapporto delle Chiese locali con il Papa e Roma appariva inaccettabile ai governi: andava rotto o fortemente controllato. Un vescovo clandestino ucraino mi raccontò una volta che la polizia gli aveva detto: «Fai i tuoi riti superstiziosi ma, se hai un rapporto con l'estero, sei finito».
Il modello era una Chiesa cattolica sotto il totale controllo statale, simile a una Chiesa autocefala ortodossa. Non fu mai realizzato in Europa, ma i governi comunisti crearono movimenti di preti patriottici per controllare le Chiese. Sono storie dolorose del secolo passato. Non solo europee, ma anche asiatiche.
La cattedrale di Xian
In Cina, sopravvivono problematiche simili, anche se con grandi differenze per le caratteristiche del Paese. La Cina è molto cambiata. È lontana dai modelli dei regimi comunisti dell'Est. Sta andando al XIX congresso del partito comunista cinese, da cui si attendono importanti novità. Eppure il problema della Chiesa cattolica non è risolto. Mancano rapporti diplomatici con il Vaticano. L'ultimo nunzio a Pechino, mons. Riberi, fu espulso dalla Cina nel 1951 e si recò presso il regime di Chiang Kai Shek, a Taiwan, ancora oggi in relazioni diplomatiche con la Santa Sede. La storia del cattolicesimo in Cina è stata dolorosa, segnata dall'mpatto non solo con il comunismo, ma anche con l'estraneità cinese verso il cristianesimo. Dopo una serie di misure per colpire il cattolicesimo, nel 1957 nacque l'associazione patriottica cinese, che controllava la Chiesa e la scelta dei vescovi.
Pio XII condannò questa politica, ma non scomunicò i vescovi, considerandoli costretti. Si formò una Chiesa ufficiale sotto il controllo dell'associazione patriottica accanto a una underground fedele al Papa. Restano ancora due Chiese, anche se oggi parecchi vescovi "patriottici" riconoscono il Papa o vengono nominati con il consenso di Roma. Clandestini e patriottici si mescolano. Nella realtà non più due mondi alternativi in modo rigido, anche se difficoltà e sofferenze non mancano. Con papa Francesco, si è intensificato l'impegno per un accordo con il governo, che restituisce a Roma - attraverso un meccanismo - la decisione sulle nomine dei vescovi, estraniando l'associazione patriottica.
La trattativa procede. I diplomatici vaticani sanno che non si tratta soltanto di problematiche legate alla storia "comunista", ma anche di questioni con un grande Paese dalla concezione politica e dalla cultura diverse dall'Occidente. Un accordo sembra possibile. Per il card. Zen, già vescovo di Hong Kong, si tratta invece di un cedimento a cui i cattolici dovrebbero fare obiezione di coscienza. Ma è già significativo - se si pensa a qualche decennio fa - che il governo cinese cerchi un'intesa con il Vaticano, rispettandone le esigenze.
La Cina è tanto cambiata: enormi spostamenti di popolazione dalla campagne, grande sviluppo e forti mutamenti culturali. Quale spazio avranno le religioni nella modernità cinese? Anche l'orizzonte spirituale cinese cambia, dopo la fine dell`ateismo di Stato. Nota Anne Cheng su Le Monde «Si vedono rinascere certi culti locali e familiari... La perdita di riferimenti ideologici favorisce questa rinascita». Non ci sono solo questioni politico-diplomatiche, ma anche questioni religiose spirituali in un Paese "nuovo" dalle radici antiche, il più popoloso del mondo. Sono domande per il futuro del cristianesimo in Cina.

mercoledì 17 agosto 2016

La lezione del terrorismo contro il terrore

Di fronte alla minaccia dell'islam radicale non bisogna cedere alla paura, ma reagire insieme, come fece l'Italia al funerale di Aldo Moro. La riflessione di Andrea Riccardi sul settimanale SETTE di venerdì 12 agosto.


L'assalto terroristico alla chiesa di Saint-Etienne, vicino a Rouen, e l'uccisione dell'ottuagenario padre Jacques Hamel hanno scosso le coscienze. Ci sono stati attentati ancora più cruenti di questo nei mesi scorsi, ma quello di Rouen ha mostrato un terrorismo islamista senza senso e disegno politico se non far mostra di crudeltà e generare paura. Ha mostrato un`idea di religione che, in nome del culto della violenza, calpesta le dimensioni religiose della vita. I terroristi vogliono far crescere tra noi la diffidenza verso tutti i musulmani, configurando uno scontro tra Occidente e islam. In questa prospettiva il "califfato" si propone come guida dell`intero mondo islamico. È stato il disegno di Al Qaeda. Oggi è del "califfato", che utilizza un`abile propaganda mediatici per terrorizzare e attirare adepti o fame terroristi in Europa. Il terrorismo è terribile; ma non è la guerra. In Italia, per lunghi anni, abbiamo vissuto la sfida quotidiana del terrorismo sia delle Br che di estrema destra: cadevano politici, magistrati, forze dell`ordine, giornalisti, militanti, gente comune. Ma l`abbiamo vinto con l`azione delle forze dell`ordine e la mobilitazione del Paese. 

Ricordo il funerale di Aldo Moro a San Giovanni in Laterano, nel maggio 1978, con la grande piazza antistante la basilica piena di migliaia e migliaia di persone con bandiere - in prevalenza - rosse e bianche. Era la risposta della società civile che, allora, era quella della Repubblica dei partiti, come diceva lo storico Pietro Scoppola. Oggi quel mondo è finito. C`è un`altra sfida terroristica più temibile. Come risponde la società? È una grande questione, perché non basta rifugiarsi nella paura. Domenica 2 agosto, dopo l`attacco a Rouen, c`è stata una risposta importante: i musulmani francesi e italiani hanno chiesto di partecipare alla messa domenicale per dare solidarietà ai cattolici. Hanno evidenziato il loro rifiuto del terrorismo islamista (le autorità musulmane hanno negato la sepoltura religiosa ai terroristi). Hanno mostrato vicinanza ai cattolici: c`è un destino comune. Come abbiamo scritto quando ci furono attentati alle sinagoghe, quando si tocca la sinagoga, si colpiscono anche la moschea e la chiesa. Non ci sono differenze in queste circostanze. I cattolici hanno accolto con simpatia i musulmani. I vescovi italiani, a partire dal presidente, card. Bagnasco, hanno ben accolto le visite dei musulmani. In Italia si parla di migliaia di musulmani nella messe domenicali. Non pochi.


È un gesto educativo per le comunità islamiche e gli altri credenti. Non c`è stata l`unanimità, anche per le diverse sfumature della comunità musulmana sunnita che non ha una gerarchia, ma è comunque un forte movimento di solidarietà. La decisa condanna dell`atto terroristico da parte dell`autorevole Università di Al-Azhar, al Cairo, ha confortato i musulmani. Perché questo gesto tempestivo in Francia e Italia, non in altri paesi europei? Nonostante la presenza di islamisti radicali in Francia, qui si è sviluppato molto il dialogo islamo-cristiano, come mostra la vita di padre Jacques. Così in Italia. E poi mi sembra che le comunità musulmane, anche nella vicinanza con i cristiani, abbiano appreso di più il linguaggio della nostra società. Bisogna però che la solidarietà si allarghi al rapporto tra comunità musulmane e ebraiche. Il rabbino capo di Roma, Di Segni, e il presidente della comunità, Pacifici, qualche anno fa, visitarono la grande moschea della capitale, sperando di essere ricambiati. Le nostre società non possono restare inermi o divise di fronte al terrorismo. Le religioni hanno una grande responsabilità nella tenuta sociale in un tempo così duro, mostrandosi prossime tra loro e integrando il più possibile nel senso di un destino comune.

domenica 14 agosto 2016

Non ci stanchiamo di gridare di salvare Aleppo, la Sarajevo del XXI secolo

Sulle pagine di Avvenire del 14 agosto, Andrea Riccardi rilancia il suo accorato appello perchè la città di Aleppo sia preservata dalla distruzione.

Si discute in Europa di sicurezza e immigrati. O di economia. Dall`altra parte del Mediterraneo, la Siria è a fuoco da cinque anni e la sua città più emblematica, Aleppo, sta morendo in un assedio spietato. Alcuni di noi, dal 2014, hanno posto la questione all`opinione pubblica internazionale con l'appello SaveAleppo, che ha avuto molte adesioni (vai alla lista dei firmatari) : salvarla, con la tregua, facendone una "città aperta". Ma quanto conta l'opinione pubblica? Soprattutto non contano i lamenti e le grida di sofferenti, bambini, malati, fragili. Voci flebili di chi non ha cibo, acqua, medicinali, medici. Voci di gente, che ha saputo adattarsi a tutto: riaprire gli antichi pozzi, coltivare ovunque, vivere tra le rovine, aspettare. Due milioni di abitanti e più. Solo dal primo agosto sono stati identificati 106 morti. Dall'inizio dell'assedio, se ne calcolano ufficialmente 28.894 (in realtà di più). 
Le immagini di Aleppo, trasmesse al mondo, mostrano una città fantasma, con strade piene di macerie e scheletri di palazzi. Dovunque si è visto questo, ma non si è fatto niente. Aleppo è la Sarajevo del XXI secolo. Sarajevo fu assediata per quattro anni: dall'aprile 1992 al febbraio 1996. Ci furono 12.000 morti. Allora si vide la crudeltà dei combattenti unita all'impotenza dell'Onu e della comunità internazionale. Aleppo è divisa dal 2012: l'Ovest (dove abitano i cristiani) è controllato dal regime di Assad, l'Est dalla ribellione. Oggi i combattenti di al-Nusra si sono distaccati da al-Qaeda e formano un fronte con i salafiti e altri gruppi con l'appoggio di Arabia Saudita, Qatar, Turchia. La parte Ovest è stata legata da una via alla Siria governativa. A volte torna isolata, mentre temibili missili cadono sulle case, distruggendo tutto. 
L'antico suk è un cumulo di rovine. Così la stupenda cattedrale armena. Gli elicotteri governativi, per la loro parte, scaricano terribili barili-bomba sull'Est, progressivamente isolato dalla recente offensiva di siriani, iraniani e hezbollah, appoggiati da aerei russi. Poi c'è stata la ripresa dei ribelli. Alterne vicende di due assedi contemporanei che tengono in ostaggio, dal 2012, una comunità che viveva insieme da sempre: musulmani di varie tradizioni, cristiani (armeni, siriaci, ortodossi, cattolici...). Una danza macabra di siriani, islamisti, potenze regionali, grandi potenze che continua sulla testa della città-simbolo del vivere insieme. Sì, questo era Aleppo. Fino a qualche decennio fa c'erano anche gli ebrei: ne parla Miro Silvera nel suo Prigioniero di Aleppo, romanzo di memoria della convivenza perduta. C'è l'Hotel Baron, di proprietà armena, dove scesero Lawrence e Agatha Christie. Ad Aleppo si è sempre commerciato. Prima della tragedia, vidi all'aeroporto
donne che venivano dall'Armenia per acquisti. C'erano insegne in tante lingue, pure in russo. Aleppo soprattutto era capitale di storia e di cultura. Lo stupendo museo con le statue millenarie dei Baal. Soprattutto si viveva una tradizione di rispetto nella differenza. Per questo i combattenti non hanno salvato la città con una tregua: Aleppo doveva morire. Era, con il suo vivere insieme, la risposta vivente al totalitarismo islamista. Ed era troppo vivace per il clima occhiuto della dittatura. Preservarla era creare un'isola di pace in tanta guerra. 
Ricordo, quando lanciai l'appello SaveAleppo, le obiezioni: "Perché Aleppo e non un`altra città siriana?". Ma Aleppo vuol dire pace e convivenza: il futuro auspicabile per la Siria. Oggi è quasi distrutta. Ciascun attore ha la sua strategia. Ne abbiamo discusso tante volte. Mentre l'Onu è impotente, vediamo la connivenza di tutti (pur nemici) nell'assassinare la
città. Insensibili alle lacrime degli aleppini. Ci dicono nei fatti: la solidarietà e la volontà di salvare Aleppo non contano nulla. Non ci si meravigli allora se cresce il nichilismo tra la gente e i giovani. Non si era proclamato negli anni Novanta "Mai più Sarajevo"? Aleppo è la nuova Sarajevo. Forse peggio, se si possono paragonare i drammi. Peggio, perché non si è imparato niente dalla storia. Non ci stancheremo però di gridare: Save Aleppo! Salvate Aleppo, salviamola.

giovedì 11 agosto 2016

Ad Aleppo e in Siria è finita l'umanità

Andrea Riccardi torna a chiedere una tregua per la città di Aleppo. Due anni fa il suo primo appello - lanciato il 22 giugno 2014 - ha riscosso l’adesione di migliaia di firme tra cui un buon numero di rappresentanti delle istituzioni e del mondo della cultura. Da allora, il fondatore della Comunità di Sant'Egidio non ha mai smesso di alzare la sua voce per chiedere un intervento umanitario per la storica città siriana distrutta dalla guerra. In questo editoriale scritto per Famiglia Cristiana, esprime ancora una volta la profonda preoccupazione per il destino non solo di Aleppo e della Siria, ma dell'umanità che da anni assiste impotente ad un massacro di cui non si vede la fine.

Ospedali bombardati e tanti bambini uccisi

Che succede in Siria? Un intero Paese muore in una guerra senza quartiere. È tristemente semplice. Sul terreno, invece, tutto è complicato: guerra tra le forze del presidente Assad (appoggiate dai russi), l'Isis, i curdo-arabi (appoggiati dagli americani), Al Nusra, un tempo affiliata ad Al Qaeda e altri attori armati. Le guerre si intrecciano. La gente non sa dove andare. Ci sono quasi cinque milioni di rifugiati all'estero. Più di 600 mila sfollati si addensano verso la frontiera giordana. Il conteggio dei morti, civili e combattenti, è difficile. Forse mezzo milione. Ha detto recentemente papa Francesco: «È inaccettabile che tante persone inermi, anche tanti bambini, debbano pagare il prezzo del conflitto, il prezzo della chiusura di cuore e della mancanza di volontà di pace dei potenti». Le immagini di Aleppo mostrano palazzi sventrati. La parte est della città, assediata dalle truppe del Governo, accoglie 300 mila persone, condannate alla fame, senza medicine. Lo scontro tra governativi e ribelli segna alterne vicende, ma alla fine la vittoria di Assad è probabile. L'altra Aleppo, controllata dai governativi, dove abitano i cristiani rimasti, soffre molto. Un giovane di quella città ha dichiarato: «L'umanità è finita ad Aleppo». Gli ospedali bombardati. I bambini uccisi. Avevamo fatto un appello per Aleppo "città aperta". Chi lo ha preso sul serio? I curdo-arabi, appoggiati dai raid americani, incalzano l'Isis e hanno occupato Mambij, città a 120 km da Raqqa, la capitale del "califfato". Qui, più di un mese fa, una famiglia di sei persone (con due bambini) è stata fucilata per dare un esempio: aveva tentato la fuga. Tempo di barbarie. Dura da cinque anni. Dal 2011. Resta poco della Siria che abbiamo conosciuto. La situazione si aggraverà dal punto di vista umanitario. Si sentiranno poi le ricadute del tentato colpo di Stato in Turchia nei rapporti turco-americani e nell'operatività delle forze turche. Forse, tra non molto, ci sarà un nuovo giro di negoziati a Ginevra (il terzo). Non basta un comunicato. Il tempo passa: morti, distruzioni, dolore, profughi. C'è bisogno di compromesso tra posizioni irriducibili. Solo gli americani e i russi possono trovarlo. Poi resta la lotta all'Isis. Ci sono parti del Paese dove per fortuna non si combatte: qui il controllo degli uni e degli altri è assodato. Soprattutto, nel dolore, è maturata una larga volontà di pace della gran parte dei siriani. Ho conosciuto un guerrigliero, ieri convinto della guerra e ora alla ricerca della pace. È necessario non sprecare tempo: si dia ascolto alla volontà di pace! Un atto che cancellerà le responsabilità di cinque anni di guerra. E, con quel giovane di Aleppo, gridiamo: «L`umanità è finita in Siria!». Deve tornare presto.

lunedì 8 agosto 2016

Un'introduzione alle omelie di Christian de Chergé, martire in Algeria


ANDREA RICCARDI ALGERIA
La conversione di una Chiesa
Le omelie di padre Christian de Chergé sono preziose. Abbracciano un lungo periodo che va dall`aprile 1980 a pochi mesi dalla sua morte, nel maggio 1996. Anzi, si dovrebbe dire del suo martirio. Infatti le omelie sono i testi spirituali di un uomo che, in qualche modo, sceglie di restare in una situazione sempre più minacciosa. De Chergé era in Algeria da11971, nel monastero di Notre-Dame de l`Atlas a Tibhirine, dove era arrivato quando non erano ancora trascorsi dieci anni dall`indipendenza del Paese dopo una dolorosissima guerra di liberazione e l`esodo di gran parte della comunità cattolica algerina. La grande domanda che, dopo i11962, anno dell`indipendenza, i religiosi e i cristiani algerini si erano posti era se restare o no. Avrebbero condiviso la nuova storia del Paese, come una piccola minoranza. La comunità di Notre-Dame de l`Atlas aveva scelto di partecipare, in una prospettiva monastica, alla ricostruzione della Chiesa cattolica d`Algeria in un mondo divenuto tutto islamico. Lo aveva fatto in una vicinanza particolare all`arcivescovo di Algeri, il cardinale Léon Etienne Duval, il quale era profondamente affezionato ai monaci (infatti la notizia del loro rapimento fu un colpo gravissimo per il cardinale, arrivato alla fine dei suoi giorni). Duval, arcivescovo di Algeri nei tempi dell`Algeria francese, con un profilo che gli valse ingiustamente l`ostilità di tanti suoi diocesani che lo chia- mavano ivionammea Duval, aveva deso lidarizzato la Chiesa cattolica dal regime francese e dalla volontà degli stessi cattolici di mantenere il governo della Francia nel Paese nordafricano. Aveva da sempre creduto nell`autodeterminazione dei popoli e rispettò la volontà della maggioranza degli algerini per l`indipendenza. Duval aveva sognato, insieme ad altri cattolici, che l`Algeria potesse essere una terra di coabitazione tra la maggioranza musulmana, gli ebrei e i cristiani. Negli ultimi anni della sua vita sentiva l`amarezza del fallimento, ma continuava a credere che si dovesse provare a vivere insieme. Il cardinal Duval rilanciò, nell`Algeria indipendente, una Chiesa povera e umile, tanto diminuita come strutture e funzioni, ma che sentiva d`avere una missione di fede, di amore e di preghiera nella società musulmana. Il monastero di Tibhirine è parte integrante e importante di questo nuovo profilo della Chiesa cattolica in terra islamica. Il cardinale appoggia i monaci e tiene molto alla loro presenza, come - del resto - teneva tanto alle clarisse di Bologhine, vicino a Notre-Dame d`Afrique, ad Algeri, dove risiede lui stesso. Christian de Chergé è partecipe della scelta dei cristiani algerini, pochi e quasi tutti di origine straniera: restare nel Paese, vivere con i musulmani e non andare via, nonostante l`Algeria degli anni Settanta, Paese islamico e socialista, non sia più quella che la Chiesa ha conosciuto nei lunghi decenni dell`Algeria francese. La retorica delle memorie cristiane dell`antico Nord Africa è spesso servita per giustificare la dominazione francese. Ma la
Chiesa, dopo i11962, è povera di ogni protezione. Resta il grande prestigio del cardinal Duval presso gli algerini, che protegge la Chiesa dall`accusa d`essere stata parte integrante del sistema coloniale. I monaci di Tibhirine sentono di avere una loro vocazione particolare all`interno della Chiesa cattolica algerina: quella della preghiera nella terra dell`islam e del dialogo con i musulmani. Sono gli unici monaci in tutto il Paese e portano la responsabilità di una collocazione così particolare, consapevoli che il mondo musulmano tradizionalmente ha un rapporto di rispetto verso i monaci. A Tibhirine s`investe molto nei rapporti umani e nell`ospitalità. Non è qui il caso di ricordare i legami spirituali e amicali che il monastero intesse con i musulmani di Medea e dei dintorni all`insegna del dialogo. Per i monaci, di stagione in stagione, si rinnova la scelta di restare. Sono tutti non algerini, quindi stranieri (non hanno la cittadinanza algerina come il cardinal Duval), ma sentono sempre più che l`Algeria è la loro patria. Nell`omelia dell`8 agosto 1983 De Chergé cita il monaco di Taizé Max Thurian: «Silenzio, preghiera, condivisione. Condivisione: forse è questo il senso della missione in Algeria? Riconciliazione e misericordia». La «condivisione» è un grande tema della spiritualità di Charles de Foucauld, che ha trovato origine proprio nel deserto algerino e qui è rinata con petit soeur Mag- deleine e padre Voillaume. Ma significativamente alla condivisione, già ne11983, De Chergé aggiunge la misericordia e la riconciliazione in una società, come quella algerina, traumatizzata da una lunga guerra civile, però anche segnata da una forte crescita demografica. L`Algeria ha ferite storiche, ma pure una grande fame di futuro, quella dei suoi tanti giovani. Christian, proprio un giorno dopo la citata omelia, seguendo il filo che probabilmente animava le riflessioni della comunità, continua a meditare sul senso della presenza cristiana e monastica in Algeria. Qui il suo discorso si fa molto chiaro: «Creare ponti e distruggere barriere; preparare qualcosa di nuovo e crederlo possibile... acconsentire al fatto che la nostra sola presenza abbia senso e valore di riconciliazione; percepire la via della riconciliazione verso l`islam». Niente di forzato o imperialistico, ma un umile servizio monastico che vuole «preparare qualcosa di nuovo» all`insegna della riconciliazione con tutti, ma segnatamente con il mondo musulmano.

«Forse è questo il senso della nostra missione: misericordia e riconciliazione dopo la guerra civile:  Costruire ponti e distruggere barriere»
Christian de Chergé

Questo testo di Andrea Riccardi è pubblicato nel libro "L'altro, l'Atteso. Le omelie del martire di Tibhirine". VAI ALLA SCHEDA LIBRO


venerdì 5 agosto 2016

A Campello, nell'Eremo delle "lodolette", donne di ascolto e di preghiera

Andrea Riccardi, nella rubrica 'Religioni e civiltà' di 'Sette', settimanale del Corriere della Sera, ci porta all'Eremo di Campello in Umbria, dove da 90 anni vive una comunità di donne spirituali.

Benvenuti nell`eremo delle "lodolette". Così i vicini chiamano le sorelle che vivono in un posto fuori dal mondo, sempre apparso strano a un cattolicesimo severo e a una società affrettata
La chiamavano sorella Maria o Maria Pastorella. Nelle lettere si firmava francescanamente "la Minore". Viveva in un antico eremo tra le colline d'ulivi nella zona tra Campello sul Clitunno e Trevi, in Umbria.
Vi si era stabilita nel 1926. Novant`anni fa. Qui è morta nel 1961 ed è stata sepolta in un semplice cimitero, sovrastante l'eremo, chiamato "campiceIlo di pace". Da novant'anni, all'eremo, sulla scia di sorella Maria, vivono con continuità alcune sorelle. Non suore. I vicini le chiamano "lodolette", le "allodole", secondo un'espressione di sorella Maria «Loda l'allodola Dio, quando si solleva in alto e quando cade a terra». Finché ha vissuto, l'eremo è stato in sospetto alla Chiesa, strano, non inquadrato nelle istituzioni. Avevano amicizie fuori dai quadri consuetudinari: anglicani, protestanti e non cattolici. Il pastore valdese Valdo Vinay vi andò negli anni 50 e parlò con sorella Maria. Descrisse la vita all'eremo come un'esperienza all'incrocio tra tradizione francescana e benedettina.
Soprattutto, sull'eremo aleggiava la figura del modernista romano, Ernesto Buonaiuti, scomunicato dalla Chiesa nel 1926. Nel 1919, Maria lo aveva incontrato in una clinica - era suora in quel momento - e gli aveva confidato il suo desiderio di una vita evangelica fuori dai quadri conventuali. Era nata un'amicizia intensa rimasta viva negli anni, anche se Maria era andata per la sua strada. Ma l'amicizia
era cosa grande all'eremo e non la si tradiva anche se l'amico era scomunicato. Maria scriveva, chiamando Buonaiuti con il soprannome di Ginepro: «Sentivo che la mia umile via di semplicità era assai diversa da quella di Ginepro. Ciò che mi unisce a Ginepro è il vincolo dell'affetto. Considero questa amicizia quasi un ponticello tra la Chiesa visibile da cui il povero Ginepro è proscritto...».
Nel 1928, la diocesi di Spoleto decretò l'ostracismo per l'eremo, che appariva poco chiaro sotto il profilo della disciplina ecclesiastica «Si fa noto che nell'ex convento francescano sopra Pissignano in questa arcidiocesi, è vietato a tutti i sacerdoti di celebrare la santa Messa e di compiere qualsiasi altra funzione sotto pena di sospensione a divinis. Sono pregati poi tutti i buoni fedeli di astenersi di accedere al medesimo luogo».
Fu una lunga stagione di diffidenza. Solo nel 1967, sei anni dopo la morte di Maria, il vescovo di Spoleto si recò all'eremo: quell'Ugo Poletti, che sarebbe divenuto poi il Vicario di Roma con Paolo VI.
Per 40 anni le sorelle vivono la loro "vita semplice", circondate dal sospetto ecclesiastico, ma visitate da tanti amici. Sorella Maria non si misura con i dibattiti teologici e l'eremo, nonostante l'isolamento ecclesiastico, non diventa un ghetto, anzi allarga le sue amicizie e diviene un punto di riferimento fuori da confini troppo stretti. Maria incontra Gandhi a Roma; è in corrispondenza con il dottor Schweitzer, medico e missionario in Gabon e con tanti altri. Scrive nel 1936: «Io non ho scelto una religione. La mia religione è la comunione con chi amo e con chi soffre... La mia fede è nel potere unico dell'affetto». Le sorelle, nel piccolo eremo, ospitano gli amici, accolgono i poveri e pregano per tanti e per il mondo: «Noi preghiamo per i lontani, noi cerchiamo di renderli presenti tra noi... Vogliamo accostarci riverenti agli oppressi, ai tormentati, agli stanchi, ai soli...». Maria affermava: «Credo che la preghiera sia la forza cosmica maggiore. Non credo all'apostolato, alla forza dell'educazione, ma alla preghiera, sì». L'ospite, all'eremo, è accolto con festa. Si suona la campana al suo arrivo e alla sua partenza. Non gli si chiede quali siano le sue convinzioni. Un mondo così particolare, nascosto nel verde dell'Umbria, raggiungibile per un tratto solo a piedi, è apparso strano a un cattolicesimo severo, ma forse appare anche straniero a una società affrettata e a un mondo religioso attivista o dotto. Diceva sorella Maria che la grande sfida dei credenti è imparare soprattutto a tacere e poi a parlare: «Chi non vuole affaticarsi per imparare a tacere, per imparare a parlare, con l'andare degli anni... diventa fastidioso per gli altri».

APPROFONDIMENTI

Wikipedia: Maria di Campello
Avvenire: Valeria Pignetti, la perla nascosta del Clitunno
Roberto Morozzo Della Rocca, Maria di Campello Un'amicizia francescana, Morcelliana 2013
 

giovedì 4 agosto 2016

Padre Jacques, una morte che dà la vita. La forza debole di un uomo che incarnava la Chiesa del Vangelo

SEGUENDO PERSONE COME LUI NON CI LASCEREMO TRASFORMARE DAL TERRORISMO IN GENTE PIENA DI ODIO
Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana

Padre Jacques Hamel, 86 anni, era prete ausiliario della parrocchia di Saint-Etienne-du Rouvray e aiutava padre Auguste Moanda-Phauati nella gestione della comunità.

L'assalto alla chiesa di Saint Etienne, nei pressi di Rouen in Francia, mostra- se ce n'era ancora bisogno - il volto barbaro del terrorismo islamista che ruba la mente e il cuore a giovani sbandati.

E' un volto tremendamente irreligioso e disumano. Come uccidere in nome di Dio gente che prega, colpendo un religioso, padre Jacques Hamel? I terroristi - ha detto a Notre Dame de Paris l'arcivescovo Vingt-Trois - «vogliono annunciarci un Dio di morte, un moloch che gioirebbe della morte dell'uomo e che prometterebbe il paradiso a quelli che uccidono invocandolo».
Questa è la religione di morte che abita nei ghetti mentali dei pericolosi gruppetti di terroristi, sollecitati dalla propaganda dell'Isis. Non sono le avanguardie di un esercito che conquista l'Europa, ma terroristi che odiano la nostra vita e che ci faranno soffrire.
Con l'intelligenza del male, hanno colpito un sacerdote che, nella sua umiltà, rappresenta tanto della Chiesa cattolica. L'ottantaseienne padre Jacques era proprio un prete del Concilio, vissuto nello zelo pastorale senza orari e pensione, servendo l'altare e amando la Bibbia. Il suo dialogo con i musulmani non era retorico. Da parroco aveva ceduto il terreno per costruire la moschea, il cui imam ha detto di lui: «Era come un fratello». 
Gli assassini vogliono la morte e la guerra, non vivere insieme. Hanno odiato la "forza debole" di un uomo buono che incarnava la Chiesa del Vangelo. Questa è la Chiesa di Francia, che non ha mai nutrito disegni politici, ma di cui cogliamo bene oggi la grandezza spirituale! Padre Jacques ha vissuto la sua vita nel servizio alla fede e alla pace con tutti. Ci si potrà chiedere: valeva la pena il dialogo con tanti musulmani, per essere ucciso da uno di essi? Il dono della vita di padre Jacques non aveva limiti: offerta per i cattolici e per tutti.
Alle parole di esecrazione per tanto male, si deve unire il ringraziamento per sacerdoti, per donne e uomini che, con il servizio e la porta aperta, ci hanno aiutati a restare umani e saldi nella speranza. Seguendo loro, non ci lasceremo trasformare dal terrorismo in gente piena di odio o non ci chiuderemo nelle nostre case nella paura. Certo bisogna difendere i cittadini (e le istituzioni ne sono consapevoli). Ma, dopo questi fatti, ci vuole uno slancio nuovo nelle nostre società. Queste - ha detto Vingt-Trois - non possono essere un «consorzio d'interessi»: hanno bisogno di un «progetto comune», che motivi i sacrifici oggi richiesti e la resistenza, facendo emergere le energie profonde e la forza che sembrano mancarci.