lunedì 28 novembre 2016

Dieci anni dopo, ricordare don Andrea Santoro

Andrea Riccardi e il cardinale Leonardo Sandri hanno ricordato, nella basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, don Andrea Santoro, ucciso dieci anni fa a Trabzon, in Turchia.
In questo ultimo appuntamento programmato per ricordare la figura di questo testimone del Vangelo, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, ha affrontato un aspetto centrale nella spiritualità del sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, quello del dialogo interconfessionale e interreligioso. «Il dialogo tra le diverse confessioni cristiane e le religioni abramitiche era molto sentito da don Andrea e fu portato avanti anche nel corso dei trent'anni romani attraverso numerosi pellegrinaggi in Terra Santa, fino a creare, dopo la partenza in Anatolia, l'associazione Finestra per il Medio Oriente». Dopo l'intervento di Riccardi, è seguita la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. 


Andrea Riccardi è tornato spesso sulla figura di don Andrea Santoro. Qui una sua recensione al libro di Augusto d'Angelo "Don Andrea Santoro, un prete tra Roma e l'Oriente" di cui ha scritto la prefazione .

venerdì 25 novembre 2016

Francesco primo Papa globale. Vuole una Chiesa larga, misericordiosa e attrattiva

Papa Francesco, Andrea Riccardi, Marco Impagliazzo
Francesco è, per tanti aspetti, il primo Papa globale. Nella sua Chiesa si discute di più. Anche vescovi e cardinali esprimono le loro perplessità verso il Papa in privato e pure in pubblico (fatto inedito nel cattolicesimo). Recentemente, quattro cardinali hanno chiesto chiarezza sul testo dell'Amoris Laetitia, con rispetto, ma decisione. Ma non si tratta solo di dottrina. Le priorità di Francesco non fanno l'unanimità.
Parlando al Giubileo delle persone escluse, ha detto la sua idea di Chiesa: «Apriamo gli occhi al prossimo, soprattutto al fratello dimenticato ed escluso... Lì punta la lente d'ingrandimento della Chiesa. Che il Signore ci liberi dal rivolgerla verso di noi. Ci distolga dagli orpelli che distraggono, dagli interessi e dai privilegi, dagli attaccamenti al potere...». Francesco vuole una Chiesa povera e dei poveri, come ha detto fin dall'inizio. La Chiesa è, per lui, una "lente d'ingrandimento" centrata sul dolore dei più poveri. Questa accentuazione si accompagna a un invito: uscire dai recinti ecclesiastici, incontrare, comunicare la fede, senza dare priorità assoluta ai cosiddetti "valori non negoziabili" (valori etici, assimilabili al diritto naturale, non respinti ma non enfatizzati da Bergoglio). Il Papa punta a un cattolicesimo di popolo, non a una minoranza cattolica coesa: vuole riempire spiritualmente e umanamente i vuoti immensi aperti della globalizzazione. È un cattolicesimo che si misura - come lui faceva a Buenos Aires - sulla complessa città contemporanea. Questa è la sfida del primo Papa globale a un mondo immenso a cangiante: una Chiesa larga, misericordiosa e attrattiva, che parta dai più poveri.
Un'utopia? Non pochi lo pensano. I critici delineano un altro modello di Chiesa, che attribuisce priorità ai valori tradizionali: un nazional-cattolicesimo, in cui l'identità nazionale dovrebbe fare da argine all'invadenza del mondo globale. La nazione, fondata sui valori cristiani, fa argine ai modelli globali, all'immigrazione musulmana, ai parametri dell'Unione Europea. Una simile posizione sta  maturando nell'Est europeo: in Cechia, Ungheria, Lituania, Slovacchia. Anche in Polonia, seppure il grande cattolicesimo polacco è più complesso. È la risposta al rullo compressore della globalizzazione e alla sua proposta (imposizione?) di valori differenti da quelli nazionali e tradizionali.
Per certi versi, si riprende la teologia delle nazioni di papa Wojtyla (il battesimo cristiano dei popoli e la storia cristiana attiaverso essi). Ma non si ritrova la sua fantasia creatrice, messianica e missionaria; mentre cadono gli aspetti universalistici e messianici del suo messaggio, come lo spirito di Assisi e altro. L'audacia wojtyliana sembra tramontata in questa visione nazional-cattolica, segnata dal timore. Il Papa ha allargato le maglie del dibattito: emergono dissensi impensabili qualche anno fa. Oggi gli episcopati, rifacendosi al Vaticano II, prendono le loro posizioni con autonomia.
È il caso dell'episcopato in Colombia, neutrale al referendum sugli accordi di pace tra governo e Farc (una guerra civile di mezzo secolo), nonostante il Papa avesse plaudito a esso. Gli accordi contenevano una parte sul gender. È prevalsa, da parte dei vescovi, una visione nazionale del problema e del ruolo della Chiesa. Negli Stati Uniti, almeno la metà dei cattolici e dei vescovi ha votato Trump, nonostante le polemiche tra lui e il Papa. Certo Hillary era un candidato ostico per i cattolici. Tuttavia c'è una tendenza profonda: la nazione, cristianamente rivisitata, diventerebbe - secondo questa visione - un "vascello" con cui affrontare i marosi globali, anche per la Chiesa (quindi con un rapporto più attento con la politica). Questo nazional-cattolicesimo non sembra il modello di papa Francesco. Eppure ha una storia alle sue spalle. E il Papa? In questo quadro resterebbe un grande predicatore e profeta nell'internazionale cattolica. Non si dimentichi però, che - nel cattolicesimo - è lui che sceglie i vescovi. Francesco sa che una delle più grandi sfide per lui è rinnovare gli episcopati. Lo sta facendo. Ma ci vuole tempo. 

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 25 novembre 2016.

giovedì 24 novembre 2016

Servizio civile, una scuola di cittadinanza, integrazione e lavoro

Finalmente è stato varato, senza restrizioni il servizio civile - afferma Andrea Riccardi che, durante il suo mandato come ministro della Cooperazione e dell'Integrazione, si impegnò a fondo per difenderne l'istituzione e promuoverlo -  Sarà una preziosa occasione di aggregazione e un momento di integrazione e favorirà l'ingresso nel mondo del lavoro.

I1 Governo ha dato il via libera alla riforma del Servizio civile. Per anni, la risposta dello Stato è stata restrittiva. Tra il 2007 e il 2011, a fronte di 432 mila domande di giovani tra i 18 e i 28 anni,
sono stati messi a bando solo 156 mila posti. Molti gli esclusi per restrizioni di bilancio. Un errore. Si calcola invece che ogni euro erogato dallo Stato per il Servizio civile crei 3,4 euro di attività dei volontari e oltre. Nasce il nuovo Servizio civile universale per la "difesa" d'Italia: incrementa la solidarietà, rafforza la pace tra i popoli, opera per l'inclusione sociale, per il patrimonio artistico e culturale, promuove la legalità e altro. Serve alla formazione dei giovani come cittadini, portandoli fuori dai circuiti abituali a contatto con nuove sfide. Finalmente si è arrivati al Servizio civile universale: chi lo chiede, da oggi, potrà farlo, senza restrizioni. Ne avranno la possibilità anche i giovani senza cittadinanza italiana, ma titolari di diritto di soggiorno, con permessi d'asilo e protezione sussidiaria. Il Servizio civile diventa una via d'integrazione: i nuovi italiani, per così dire, vivranno un'esperienza di lavoro per la nazione con gli italiani. Il Servizio militare, dall'Unità, è stato un importante veicolo di nazionalizzazione degli italiani: ha fatto gli italiani, finora chiusi in contesti locali. Per molti il Servizio militare era l'occasione dell'unico viaggio e della sola esperienza fuori dalla regione, che faceva prendere personalmente le misure del Paese, vivendo con italiani di altra origine. Il Servizio militare, insomma, è stato una scuola di cittadinanza in un'Italia che andava creando una coscienza unitaria. Il Servizio civile universale può aiutare l'integrazione tra italiani e nuovi italiani. Ma non solo. Oggi, in fondo, manca una "scuola" di cittadinanza.
La società - specie la periferia - è vuota di presenze aggregative e socializzanti, se non la scuola,  sottoposta a tante domande. Il Servizio civile potrà essere una scuola di cittadinanza e di
educazione alla responsabilità verso gli altri. Una società d'individui, talvolta soli e spaesati, ne ha bisogno. Alcuni sostengono che, nei primi passi nel mondo del lavoro, il Servizio civile possa far perdere tempo prezioso. La sua flessibilità invece consentirà di non creare danni all'inserzione professionale dei giovani. Tuttavia è stato dimostrato che il Servizio civile favorisce l`inserimento dei giovani nel mercato lavorativo. Il contingente di volontari sarà di 100 mila l'anno, di cui 1.000
all'estero, con mobilità sul territorio nazionale. Il Servizio civile, strutturato seriamente, diverrà una proposta importante: può essere l'occasione per allargare la coscienza nazionale. L'Italia non è un Paese da abbandonare, perché non dà futuro ai giovani. È invece un Paese da coltivare.

Sulle attività di Andrea Riccardi in favore del servizio civile si veda
www.andreariccardi.it: Forum della Cooperazione Internazionale 
Avvenire: Riccardi trova i fondi: salvo il serivzio civile 


mercoledì 23 novembre 2016

Oggi a Parigi Jean-François Colosimo incontra Andrea Riccardi sul suo libro: Periferia: crisi e sviluppi nella Chiesa

Mercoledì 23 Novembre (dalle 20h alle 22h), in occasione dell'uscita del suo nuovo libro, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, sarà al Collège des Bernardins di Parigi per una serata di dialogo e riflessione con Jean-François Colosimo, direttore de Editions du Cerf e teologo ortodosso.

In "Periferia - e nuove crisi nella Chiesa", Andrea Riccardi riflette sull'urgenza per i cristiani di recarsi in periferia, come chiesto da Papa Francesco fin dall'inizio del suo pontificato. Un approccio sempre valido che è anche una vocazione da rinnovare.

Ingresso gratuito. Per partecipare scrivere a:
communautedesantegidio@gmail.com

Don Milani. Prete senza etichette, dalla parte dei poveri

Don Lorenzo Milani. Non è stato un cattolico contestatore anni Sessanta e neppure un clericale. Perché la sua figura crea interesse ancora oggi? Una riflessione di Andrea Riccardi pubblicata oggi da Avvenire.

Su don Lorenzo Milani è stato scritto molto. La sua figura ha scosso in profondità tante coscienze a partire dagli anni Sessanta. Ha fatto quindi discutere e scrivere. La sua scuola è stata un modello per numerose scuole, anche se non si può dire che ci siano state repliche dell’esperienza di Barbiana. Resta però la grande domanda su chi sia stato davvero don Milani.
Barbiana, quando don Milani vi fu inviato, era niente: un posto di montagna sperduto e spopolato. Oggi è ancora meno. Tuttavia oggi Barbiana resta un fatto della nostra storia, nonostante la sua piccolezza, ma anche un simbolo. Un simbolo su cui converrebbe interrogarsi di più. La dimostrazione di quanto, in condizioni impossibili, possono fare un uomo o una donna che amano e lavorano per gli altri. Torna alla mente quanto il Priore scrisse alla madre: «La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche le possibilità di fare del bene si misurano dal numero dei parrocchiani».
Per tanti anni, la figura del Priore di Barbiana, con la sua scuola, si è imposta all’attenzione di molti. È apparso soprattutto un maestro o un protagonista di battaglie civili. E lo è stato effettivamente.
Lettera a una professoressa è un testo su cui si sono misurati quanti si occupavano di scuola ed educazione, ma anche molti che si sono impegnati nella società civile e nelle periferie. Quel testo ne ha fatto una figura nota come educatore, ma anche attore di una pedagogia rivoluzionaria e di un’azione sociale di promozione degli ultimi. Un grande attivista sociale, che in vita è stato qualificato anche come un eversivo o un comunista. A questo avrebbero contribuito pure le sue posizioni sull’obiezione di coscienza, la guerra, l’antifranchismo e l’antifascismo. Ed anche la sua assenza di “prudenza” ecclesiastica che, allora, contraddistingueva anche non pochi preti illuminati di Firenze.
Eppure non c’è solo il don Milani di Lettera a una professoressa. O meglio, questo libro è il punto d’arrivo di una storia. A tante rappresentazioni della figura del Priore sfugge il cuore della sua personalità. È anche motivo della sua angoscia personale negli ultimi tempi di vita, quando domandò alla Chiesa di ereditare la sua opera. Chiese che la sua persona fosse riconosciuta con un qualche gesto dalla comunità ecclesiale. Non fu la ricerca di un viatico rassicurante o ancor meno fu carrierismo, ma rappresentò l’espressione di un sentire profondo. Non era un impegno privato il suo: «Temeva che quel clima – ha dichiarato un prete che lo conosceva – avrebbe vanificato la sua scelta di servire la Chiesa attraverso i poveri, col rischio che, agli occhi della gente di Barbiana, il suo apostolato apparisse un fatto privato».
Milani è fondamentalmente un prete e un cristiano che sceglie per i poveri e per il Vangelo. Sia la sua opera che la sua personalità sono impregnate da questa sua scelta evangelica. È però significativo come il prete Milani, così prete, parli oltre i confini confessionali, rappresenti un’attrazione per i laici e un oggetto d’interesse per la stampa laica. Vuol dire che dal profondo di un’esperienza evangelica vera con i poveri c’è qualcosa che interpella il mondo laico e quello di sinistra nell’Italia degli anni Cinquanta-Sessanta e forse oltre quel periodo. Si vede come un dialogo non ideologico – anche in un tempo di muri ideologici qual era quello di don Milani – possa sempre partire dai poveri.
Non è un prete di sinistra. Non è un prete a suo agio con l’intelligenza progressista. Don Lorenzo non è un cattolico contestatore come quelli degli anni postconciliari. Non è certo un clericale. Don Lorenzo non si poteva incasellare o ancor peggio utilizzare. Scandalizzava i conservatori e i tradizionalisti in un mondo in cui erano ancora forti. Scavalcava i progressisti in un tempo in cui avevano un’identità. Don Milani non si può classificare con le categorie con cui si leggono i cattolici degli anni Sessanta. Molti lo hanno fatto ed è normale. Ma non lo hanno capito.