venerdì 24 febbraio 2017

Gli immigrati sono spaesati perché spesso la loro cultura si sbiadisce nel tempo

La cultura è la vera risposta al radicalismo e agli estremismi, afferma Andrea Riccardi in questo articolo comparso oggi 24 febbraio sul magazine Sette del Corriere della Sera 

L'uomo spaesato è il titolo di un libro, ma soprattutto la realtà di tanti contemporanei. Il libro è stato scritto da un grande studioso d'origine bulgara, Tzvetan Todorov, che nel 1963 lasciò il suo Paese per la Francia, facendone la patria culturale d'elezione. È morto recentemente. Nel libro (una delle sue tante opere), racconta l'esodo dalla Bulgaria comunista, la conoscenza dell'Occidente e degli Stati Uniti. Spiega: «L'uomo separato dal proprio ambiente... in un primo tempo soffre; è più gradevole vivere con chi ci è familiare».

Il percorso di Todorov, che si è messo a scrivere in francese, è una transculturazione. «Siamo tutti, meticci», asserisce. È la storia di un intellettuale affermatosi in Francia e divenuto un punto di riferimento per la cultura occidentale. Ma sono possibili simili passaggi culturali per donne e uomini "normali" che emigrano per approdare a un altro mondo?

Il famoso Lawrence d'Arabia, un inglese immedesimatosi nel mondo arabo durante la Prima guerra mondiale, sosteneva che «ogni uomo che appartiene a due culture perde la sua anima». Todorov insiste: «Perdendo la sua cultura d'origine, l'individuo non vive una tragedia, solo a patto che ne acquisisca un'altra: avere una lingua è costitutivo della nostra umanità...».

Talvolta gli emigrati perdono la cultura d'origine che si sbiadisce come un fatto del passato. E non solo loro. La società globale, con processi complessi e accostamenti inediti tra mondi, "decultura" le persone e le inserisce in una comunicazione globale di messaggi dai caratteri confusi e contraddittori. Si smarriscono o si annacquano tante identità tradizionali anche tra chi vive nella propria terra. Così l'uomo e la donna si trovano senza punti di riferimento per leggere la vita e il mondo: non riescono a dire chi sono e non sanno bene che cosa cercare nel futuro. Sono uomini e donne spaesati, per dirla con Todorov. La globalizzazione, nei suoi effetti molteplici, introduce forti processi di spaesamento. Lo spaesato si allontana dalla sua storia, di cui magari si faceva una narrazione semplice ma costitutiva della sua identità. Perdere la storia vuol dire affrontare "nudi" il proprio futuro, senza difese, orientamenti, griglie per interpretarlo. Così cresce la paura.

Gli spaesati sono spesso immigrati, ma anche nativi delle nostre società. Lo spaesamento provoca marginalità, perché non ci si sa orientare in società complesse. Lo spaesato può reagire ribellandosi o radicalizzandosi. Quando si discute sugli islamisti, si è troppo insistito sulla motivazione musulmana del radicalismo, mentre si è poco guardato alla loro condizione di spaesati che trovano nell'islamismo una risposta forte e identitaria, una visione semplificata e onnicomprensiva del mondo, una "missione" che riempie il vuoto esistenziale. Il radicalismo coinvolge i giovani musulmani di seconda generazione, la cui identità è incerta e la cui integrazione scarsa: non hanno la storia dei genitori e non si ritrovano in quella del loro paese. Ha ragione Olivier Roy: «Non vi è una radicalizzazione dell'Islam, ma un'islamizzazione del radicalismo, si islamizza il proprio disastro personale, la propria rivolta contro la società».

È fin troppo facile leggere lo spaesamento nei giovani Neet, che non studiano e non lavorano. E si potrebbe continuare a trovare le tracce di questo fenomeno nelle nostre società. Purtroppo abbiamo troppo vissuto senza riflettere su di esse. La politica, appagata di un consenso, fragile e occasionale, non ha provato a capire questo nostro mondo. Le società globali, esposte a tutti i venti e senza protezione, sono un'opportunità per molti aspetti. Ma per viverle bene c`è bisogno di più cultura: per non essere spaesati ci vuole conoscenza. Qui si apre il grande problema della scuola. La cultura è anche una risposta al terrorismo: «Occorre riportare il religioso nel culturale», afferma Roy. Una società globale, tutta emotiva, senza o con poca cultura, è pericolosa: risulta esposta al dominio volubile dei populismi. Si potrebbe obiettare che non possiamo essere tutti fini intellettuali, come Todorov! Certamente, ma non siamo troppo ignoranti per vivere in un mondo così complicato?

giovedì 23 febbraio 2017

La vera politica sugli immigrati. No operazioni di polizia, servono progetti nei Paesi d'origine

Un editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 26 febbraio 2016
GLI SBARCHI DELLA MORTE: l'82 per cento dei barconi dei trafficanti vengono dal territorio libico. Nel 2016 sono morte nel Mediterraneo oltre 5 mila persone. I Paesi africani devono prendersi la responsabilità dei cittadini che emigrano
I1 Governo italiano ha firmato un accordo con quello libico di Serraj. I temi sono caldi: immigrazione illegale, traffico di esseri umani, contrabbando, traffico di petrolio, terrorismo e altro. L'82% dei barconi dei trafficanti di esseri umani vengono dal territorio libico, controllato solo in parte da Serraj. L'Italia promette aiuto allo sviluppo e formazione del personale per i centri temporanei per i migranti. Dunque la Libia avrebbe un ruolo analogo alla Turchia nel trattenere rifugiati e migranti, per evitare gli sbarchi in Europa? Non sarebbe una novità. Un ruolo simile è stato già attribuito alla Libia dai Governi italiani di Centrosinistra e di Centrodestra. E Gheddafi allora controllava il Paese. In Libia - è bene ricordarlo - avvenivano trattamenti inumani nei confronti dei migranti. È un Paese che non ha firmato la convenzione Onu per i rifugiati. Non mi sembra auspicabile ripetere quella brutta storia. Ancora oggi parecchi migranti provenienti dalla Libia portano le tracce delle dure condizioni di vita e dei maltrattamenti.
Guardiamo le persone che approdano in Italia. Sono state 181 mila nel 2016: vengono da Nigeria (21%), Eritrea (12%), Guinea, Gambia e Costa d`Avorio (7%), Senegal (6%), Sudan e Mali (5%). I profughi siriani non ci sono più, perché intrappolati in Grecia, o nei campi turchi (circa tre milioni). Solo "i corridoi umanitari" organizzati da Sant'Egidio e Tavola valdese hanno finora portato legalmente un considerevole gruppo di siriani in Italia. In realtà gli arrivi più consistenti oggi sono dall'Africa. Bisogna uscire da una logica "di polizia" e fare una politica africana sull'immigrazione a tutto campo, con un vero investimento di energie e risorse. È un segnale l'istituzione di un Fondo per l'Africa (Libia, Tunisia e Niger).
Non sono importanti gli accordi di riammissione, quanto le azioni preventive che responsabilizzino i Governi africani verso i loro cittadini, perché istruiscano sui rischi dei viaggi nel deserto e in mare, aprano opportunità per i giovani. I Paesi africani devono prendersi la responsabilità dei cittadini che emigrano. E noi, con progetti mirati, aiutare perché i giovani abbiano un futuro in patria. Per quale motivo ci sono tanti migranti dalla Costa d`Avorio e dal Senegal, che sono Paesi tranquilli? Si devono sensibilizzare i Governi. L`emigrazione non sia una valvola di sfogo per i governanti di fronte alle domande dei giovani. Infine, non si può chiudere la porta agli immigrati. L`Italia ne ha bisogno per motivi demografici. Bisogna aprire canali attraverso cui è possibile venire in Italia. Va sbloccato il meccanismo delle quote di ingresso, che apre una prospettiva ai giovani africani, consente controllo e integrazione programmata. Nel Sud del mondo la gente si muove: un fenomeno inarrestabile. Si deve lavorare per dare possibilità di permanenza in Africa, ma anche per dare dignità e sicurezza a chi si sposta. Nel 2016 sono morte oltre 5 mila persone nel Mediterraneo: un dramma inaccettabile.



sabato 18 febbraio 2017

Tavola Rotonda per il numero 4000 de La Civiltà Cattolica

Andrea Riccardi, con P.Antonio Spadaro, Emma Fattorini, Giuliano Amato, oggi, 18 febbraio presentano il numero 4.000 de "La Civiltà Cattolica"


venerdì 17 febbraio 2017

Un'Europa più responsabile e integrata nell'era dell'America di Trump

Andrea Riccardi, sulla rubrica Religioni e civiltà del magazine Sette del Corriere della Sera

Il mondo globale si è fatto complicato. È tramontato l'ordine - talvolta tragico - della guerra fredda; quello dei primi tempi della globalizzazione in cui gli Stati Uniti rappresentavano una potenza egemone. Ora l'America di Trump vive un protagonismo un po' imprevedibile, ma sembra non volersi far carico delle responsabilità storiche di "prima nazione" dell'Occidente. Questo provoca un brusco e necessario risveglio degli europei che avevano delegato una parte delle loro responsabilità - non tutte - agli Stati Uniti, in cambio di protezione. Anche l'Italia. Ma pure la Germania e, per certi versi, la Francia, pur autonoma di fronte alle scelte americane. Le domande sul futuro si addensano. Di fronte a uno scenario internazionale con tanti attori, quale il ruolo dei "medi" Paesi europei? Che fare nel confronto con i giganti del mondo, l'India o la Cina, o innanzi al protagonismo della Russia, così vicina all'Europa?  
Viene da chiedersi come sia possibile affrontare il futuro con la ristretta taglia di un medio o piccolo Paese europeo. La storia diverge tra europei dell'Est e dell'Ovest. In Europa orientale si è riconquistata da poco - meno di trent'anni - l'indipendenza dall'impero sovietico. Qualche leader dell'Est paragona i vincoli europei di Bruxelles con quelli sovietici. È un paragone infondato, ma esprime un sentire geloso della loro autonomia nazionale. Bisogna tenente conto. Stanno vivendo il loro Risorgimento nell'era globale, non in quella delle nazioni. Per i Paesi dell'Europa occidentale la storia è diversa. Con i Trattati di Roma del 1957, sei di essi (quelli del Benelux, la Germania, la Francia e l'Italia), hanno dato avvio al processo di unificazione europea. Si tratta di una lunga storia che gli Stati Uniti hanno visto in modo altalenante: talvolta con favore, altre volte preoccupati per la creazione di un polo occidentale alternativo. Gli Stati Uniti di Trump, invece, chiedono agli europei una maggiore responsabilizzazione. La Gran Bretagna se n'è andata dall'Unione. I Paesi dell'Est si preoccupano, perché l'America non conduce più una politica aggressiva verso la Russia di Putin. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici sono destinati all'irrilevanza o all`omologazione nella globalizzazione ed è quindi meno vicina alle loro paure verso Mosca. Tutto appare in movimento. Non si tratta solo di Trump, bensì di un futuro che va al di là della sua presidenza. Paolo Gentiloni, da ministro degli Esteri, aveva già pensato alle celebrazioni romane del 1957 come occasione per stabilire una maggiore coesione almeno tra i Paesi fondatori dell'Europa, proprio per la difficoltà a fare dei Ventotto (ora Ventisette dopo Brexit) un soggetto politico coeso. Il progetto era stato accantonato, per l'instabilità politica di vari Paesi, tra cui l'Italia. Al vertice di Malta, la Merkel però ha rilanciato l'idea: «L'Europa deve assumersi più responsabilità sulla scena internazionale». Da Roma, il 25 marzo prossimo, potrebbe partire un processo che offra un volano ai Paesi europei che vogliono una cooperazione maggiore, almeno un'integrazione su difesa, sicurezza, frontiere, dimensione sociale, euro e investimenti. La prospettiva è creare un "soggetto" europeo più forte per i Paesi che sentono questa esigenza. Naturalmente gli altri vivranno a velocità diverse. Una maggiore integrazione richiederà cambiamenti, sicuramente faticosi. Ma, sul lungo periodo, di là della nostra generazione, questa scelta darà un futuro all'Europa e costituirà nel mondo un "soggetto" rilevante.
È una prospettiva che risponde a esigenze economiche e di sicurezza, ma - mi sia permessa un'espressione forte - rappresenta anche qualcosa di più: salva la civiltà europea, quell'insieme di storia, cultura, diritti umani e umanesimo, configuratosi nella seconda metà del Novecento. Gli Stati nazionali europei, piccoli o medi, per motivi demografici, sono destinati all'irrilevanza o all'omologazione nella globalizzazione. Sono "barche", piccole seppur preziose, che non reggono ai marosi del mondo globale. Per affrontarlo occorre una nave più grande o, almeno, una flotta coesa. Se vogliamo segnare una presenza della nostra civiltà sugli scenari di domani, s'impone un passo forte e deciso verso l'integrazione.

giovedì 16 febbraio 2017

L'iniziativa del Marocco: qualcosa si muove nel mondo dell'Islam

L'Islam, afferma Andrea Riccardi in questo editoriale su Famiglia Cristiana,  non è monolitico, ma un universo religioso frastagliato e complesso, come dimostra le recente norma approvata in Marocco, dove, sotto impulso del re, è stata abolita la pena di morte per chi pratica l'apostasia, ovvero rinnega la religione islamica. Un passo avanti verso la libertà di coscienza.
Un manifesto dedicato al re del Marocco Muhammad VI a Rabat.
Una domanda viene spesso riproposta: è pericoloso vivere con i musulmani? Non è solo una questione geopolitica. Riguarda le famiglie che vedono i loro bambini a scuola con quelli musulmani. Si chiedono: come sarà il domani con loro? Ci saranno terroristi o radicalizzati tra di loro? Il terrorismo islamista preoccupa assai. Molti si chiedono: l'islam è una religione violenta che spinge i suoi fedeli allo scontro, come un fatto dettato dai suoi cromosomi? Non bisogna allora evitare che i musulmani entrino in Europa, come cerca di fare Trump in America? A guardare lo scenario internazionale, poi, sembra che l'islam (o almeno una parte) abbia lanciato una sfida all'Europa, all'Occidente e ai cristiani. Spesso l'islam è rappresentato come un unico blocco dal Marocco all'Indonesia con propaggini ovunque, guidato da un'irriducibile contrapposizione al cristianesimo e alla libertà dell'Occidente. Se così è, che fare? Uno scontro? Una crociata? La guerra? Crescono la paura e la diffidenza. Alcuni partiti, su questi sentimenti, fondano parte del loro consenso elettorale. Ma la realtà musulmana è più articolata. L'islam è diviso. Non è un blocco. È percorso da un conflitto tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita. Ogni Paese, poi, ha la sua storia e i suoi interessi. Storia, cultura, politica, sviluppo rendono i Paesi musulmani diversi tra loro e al loro interno ci sono tante differenze. Recentemente, in Marocco, il consiglio superiore degli ulema, sotto impulso del re, ha reinterpretato la "ridda" (cioè l'apostasia dall'islam): era punita con la pena di morte, perché assimilata all'alto tradimento. Ora non lo è più. È divenuto possibile praticare la libertà di coscienza in Marocco, anche lasciando l'islam. La libertà di coscienza era finora riconosciuta nel mondo musulmano solo dalla Costituzione tunisina del 2014. Non voglio scendere nei dettagli di questa nuova interpretazione, ma sottolineare come qualcosa si muova nel mondo musulmano e non solo in senso negativo. Certo gli altri Paesi arabi puniscono ancora severamente l'abbandono dell'islam. Ovunque però, come in tutte le religioni, qualche frangia sceglie altri percorsi spirituali. Anche l'islam vive nel mondo globale. E i musulmani cambiano, specie con l'emigrazione a contatto con l'Occidente.