giovedì 28 luglio 2016

La risposta della Chiesa alla violenza che dilaga

L'Europa è scossa da un'ondata di violenza: Nizza, Monaco, altre città tedesche... Alle porte del nostro continente, in Turchia, un folle colpo di Stato motiva la dura reazione di Erdogan, che sta cambiando i connotati della democrazia turca. Tanta violenza, tanti morti in questo periodo. Anche nel mondo, come a Baghdad o a Kabul. Per quel che riguarda il terrorismo in Europa, non tutto proviene da quel "califfato" che domina parte della Siria e dell'Iraq. C`è una chiara matrice islamica in alcune violenze in Europa. Non a Monaco di Baviera.

Come si arriva a tanta follia? Spesso si tratta di persone disturbate. Sono marginali, periferiche, alla ricerca della ribalta per scaricare l'odio accumulato contro la società. Ci sono percorsi di autoconversione all'islamismo e al terrorismo, quasi in solitudine o tra pochi. Nel caso di Monaco, c'è l'odio di un diciottenne che voleva vendicarsi sui giovani per la sua esclusione. Gioca anche l'emulazione. Tra i modelli del giovane sembra ci fosse il norvegese neonazista Anders Breivik che, nel 2011, ammazzò 77 persone, tra cui molti giovani.

Il problema è come si passi dal disagio sociale alla violenza terrorista. Ci sono tanti modelli di aggressività e troppi giochi violenti anche su Internet. Avviene un'assuefazione alla morte e alla violenza. Poi circolano armi, tante armi. Papa Francesco ha ammonito sul dramma del commercio delle armi. L'islamismo totalizzante guida parecchi dalla marginalità all'odio. La propaganda terrorista fa il resto. Più volte ho insistito che la questione sociale e delle periferie deve essere al centro dell'impegno della politica e della società. Ci vuole una rigenerazione del tessuto sociale, in cui solitudini, emarginazione, ghetti vengano assorbiti o almeno vissuti come problema.

Un tempo c'era la militanza nella società e nelle sue parti più difficili. Oggi quasi più. È però necessaria una "vigilanza" partecipe sulla società civile nelle sue diverse componenti. La Chiesa si colloca in questa dimensione, spesso sola o talvolta sotto pressione. Le si apre innanzi però una grande missione. Del resto, questa è la settimana della Gmg in Europa, a Cracovia: il papa e la Chiesa si rivolgono ai giovani, proponendo la misericordia. Non da soli, ma come una nuova generazione. Misericordia vuol dire cuore aperto verso gli altri: è la risposta cristiana a un grande vuoto.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 31 luglio 2016

sabato 23 luglio 2016

Non semplifichiamo con «noi» e «loro»

Articolo di Andrea Riccardi pubblicato dal Corriere della Sera il 23 luglio 2016

Servono strumenti politici, come la cittadinanza ai figli d'immigrati per ridurre l'emarginazione che può trovare pericolosi legami con l'estremismo. Ma l'integrazione è anche una battaglia culturale, dove creare sentimenti di condivisione antagonisti all'odio.

Donald Trump l'ha dichiarato da tempo: «L'Islam ci odia». Dietro le gravi violenze ci sarebbe l'Islam. Hollande, dopo la strage di Nizza, ha intensificato i bombardamenti sul territorio siro-iracheno di Daesh. Il messaggio è chiaro: il terrorismo è parte della guerra del «califfato» contro di noi. Le sue rivendicazioni e la sua propaganda lo confermerebbero. Alla fine, dietro a tutto questo, si staglierebbe il mondo islamico con ambiguità e contraddizioni. Si ritorna così a un modello interpretativo di successo, un archetipo: lo scontro tra Occidente e Islam. Ha avuto tanti sostenitori tra intellettuali e politici occidentali; fu all'origine della guerra all'Iraq nel 2003 e del crollo del sistema mediorientale.

Non dispiaceva a Osama bin Laden e ad al Qaeda, perché, nell'opposizione, riconosceva loro la leadership contro l'Occidente. Non spiace nemmeno oggi al «califfato». Si crea così un'atmosfera bellicosa che favorisce il proselitismo islamico. Per gli occidentali si disegna invece uno scenario chiaro (in qualche modo rassicurante). Sappiamo da dove vengono le minacce, perché abbiamo un nemico: l'Islam, rappresentato complessivamente come ostile o ambiguo, da combattere o da obbligare a una chiarificazione. Solo così si fermano le sue quinte colonne tra di noi, figlie di un sistema politico-religioso globale. Un simile modello interpretativo fa il gioco dell'avversario e gli offre la grande legittimazione di nemico dell'Occidente, quasi avesse una sola testa. Da noi, favorisce i populismi, per cui solo una politica pugnace di muri e scontri ci difende. Motiva uno sguardo sospettoso e diffidente verso la quasi generalità dei musulmani.

Il modello è una semplificazione. Il sociologo francese, Raphaël Liogier, ha recentemente dichiarato a Le Monde: «Bisogna rifiutare di partecipare allo scenario del "noi" contro "loro" desiderato da Daesh, e fornire una narrazione forte e positiva». Eppure parlare di "noi" e "loro" appare tristemente rassicurante nello stabilire frontiere. La realtà è diversa. Ci sono due problematiche distinte, anche se connesse. C'è il totalitarismo di Daesh con insediamenti territoriali, ramificazioni e la sua propaganda, che si sviluppa in un mondo islamico carico di contraddizioni e divisioni (e con tanti morti musulmani per il terrorismo). D'altra parte, si profilano in Europa i radicali, i folli, gli antisistema, pronti a fare tanto male, che vivono tra di noi. Colpendo Daesh si fa una guerra in Medio Oriente. Non c'è però guerra tra Islam e Occidente, bensì terrorismo folle nei nostri Paesi. È qualcosa di diverso, che richiede strumenti adeguati per isolare i folli e difendersi.

Si deve tener conto della fragilità delle nostre società, con aree periferiche fuori controllo, sconnesse dalla vita sociale e comunitaria. Oltre al lavoro d'intelligente e polizia, ci sono vasti spazi sociali da «riconquistare» a un senso condiviso di destino nazionale e da strappare a derive nichilistiche. Si pensi alla banlieu francese, a Molenbeek, il quartiere di Bruxelles dove nascono i terroristi, o a tante periferie «umane» a rischio anche in Italia. Va tenuto conto - il Corriere l'ha mostrato - che il nichilismo di gente antisistema si radicalizza attraverso internet e i social, costituendo ghetti mentali pericolosi. Sostenendo questo, non si sposta la sfida dal politico al sociale, ma si indica il terreno dove si addensano i pericoli.

Il rapporto di Europol sul terrorismo per il 2015 afferma che non c'è prova che i rifugiati siano un veicolo di terroristi: una tematica sbandierata dai populisti. Registra invece l'esistenza di circa 5.000 foreign fighter europei. Soprattutto osserva come il 35% dei «lupi solitari» (tra il 2010 e il 2015) abbia sofferto di disturbi mentali. Si spiegano anche così le rapide o solitarie conversioni alla violenza, ma anche le azioni folli di esibizione del terrore senza logica politica. Il problema è nelle nostre società, specie tra i giovani e chi ha un'ascendenza musulmana, dove l'islamismo agisce come spiegazione onnicomprensiva e ideologia dell'odio. E inutile vedere tutto provocato da oltremare. Il nichilismo serpeggia tra di noi. Lo si nota tra gli ultrà o negli attentati alle chiese a Fermo. È un «ospite inquietante», scriveva Umberto Galimberti. C'è un mondo da bonificare. Le società europee sono depauperate di reti aggregative e comunitarie: i corpi intermedi tradizionali - partiti, movimenti sociali o altro - sono in crisi. Senza sentimenti, passioni condivise, valori, come creare coesione sociale? Qui il problema dell'integrazione e del controllo sociale.

In Italia è una grave lacuna che si rinvii la cittadinanza ai figli d'immigrati, lo ius culturae di cui si parla da tanto: cresce una generazione a metà, né italiani né stranieri, «diversi» dai giovani italiani. Per i «marginali» i legami sono spesso religiosi, specie con l'Islam. Non si tratta solo di formare imam con spirito italiano, come previsto dal ministero dell'Interno. C'è da integrare i musulmani con le altre comunità, favorendo convivialità e dialogo. Sono cadute esperienze, promosse in passato come, all'epoca del ministero dell'Integrazione, la conferenza dei leader delle varie religioni. Si tratta di creare, in un tempo così emozionale, sentimenti di condivisione antagonisti all'odio tipico dei ghetti mentali e sociali. La politica sociale è decisiva contro la radicalizzazione. Ma è pure decisiva la passione sociale e politica, così fragile in società europee caratterizzate da legami allentati e da un generale ripiegamento individuale. Individui soli e strutture non integrano: ci vogliono comunità di vita e di sentimenti accanto a sogni per il futuro. Quanto accade non chiede soltanto più muscoli, ma un salto d'intelligenza e di ethos sociale da parte di tutti.

Articolo di Andrea Riccardi pubblicato sul Corriere della Sera il 23 luglio 2016

giovedì 21 luglio 2016

Il tentato golpe in Turchia: Erdogan ha vinto, ma il futuro è incerto

La scorsa settimana è stata dura: il barbaro attentato a Nizza e l'improvviso golpe in Turchia nella notte di venerdì. Guardiamo ormai il mondo con paura. Che succederà domani? Da un lato, il terrorismo folle. Dall'altro, l'instabilità di un Paese importante, membro della Nato. Non ha senso trovare una congiunzione tra i due eventi nell'islam.

In Turchia, il golpe è stato fatto da militari laici contro il presidente Erdogan, accusato di islamizzare lo Stato cancellando la laicità, carattere basico della Repubblica fondata da Kemal Atatürk nel 1923. Le Forze armate, attraverso un sistema di controllo del potere, sono state il severo custode della Turchia laica e kemalista - anche con vari golpe - finché, nel 2003, con il voto popolare, Erdogan è divenuto Primo ministro e progressivamente ha smantellato il vecchio quadro istituzionale. Era stato prima, dal 1994 al 1998, sindaco "islamista" di Istanbul.

Pio musulmano, islamista conservatore, è salito al potere con il voto dei turchi dell'Anatolia e delle periferie. Sotto il suo Governo, un forte sviluppo economico ha creato una borghesia islamica accanto a quella laica. Eletto presidente, sta per rafforzare i suoi poteri, mentre conduce una politica di controllo sulla ricca e pluralista opinione pubblica.

I laici lo accusano di creare un Governo autoritario. I settori dell'esercito e dell'aviazione che hanno fatto il golpe hanno parlato di Stato laico e democrazia. Ma non può esistere un golpe per democrazia. Per un momento è sembrato avessero vinto. Ma il messaggio video di Erdogan su FaceTime ha mobilitato i suoi sostenitori. Si è visto il popolo in piazza a mani nude contro i tank. La Turchia si è rivelata un grande Paese democratico. Anche i partiti opposti a Erdogan hanno condannato il golpe. Non si fa cadere con la forza un Governo eletto. Solo parte dell'esercito era con i golpisti. In poche ore, il presidente ha ripreso il controllo.

Era stato eletto con più della metà dei suffragi e il golpe, in caso di vittoria, si sarebbe trovato contro larga parte della società. Qualcuno ha accusato Erdogan di aver architettato l'operazione come premessa psicologica d'una svolta autoritaria. Le prime ore invece sembravano dure per lui. Ma ha giocato bene e con coraggio. Ora però si addensano tante domande sul futuro, mentre proseguono gli arresti di golpisti, militari, magistrati. Ci sarà una stretta? Le preoccupazioni ci sono. Non depone bene il paventato ristabilimento della pena di morte. Il golpe è stato una follia. Se ne trae però una lezione: nella società massmediatica queste operazioni sono quasi impossibili. Erdogan ha vinto perché ha convocato il popolo anche attraverso i social media. Nel nostro presente non tutto è negativo: contano la società civile e la democrazia. Il vincitore ora ne tenga conto.

venerdì 15 luglio 2016

Il triste destino dei cristiani d'Oriente. Rischiano di scomparire?

Andrea Riccardi, sul magazine "Sette", affronta la questione dei cristiani d'Oriente, perseguitati dal radicalismo islamico ma anche divisi al proprio interno, che rischiano di scomparire


Ex Oriente lux: la luce viene dall'Oriente - dice un'antica sentenza cristiana. Giovanni Paolo II la riprese nel titolo di un'enciclica, Orientale lumen, in cui ricordava come la fede cristiana venisse dall'Oriente, anzi dovremmo dire dal Medio Oriente.

Volgersi a Oriente significa recuperare le radici di una storia antica. Ma quale luce viene dall'Oriente? In questi anni, ci sono tante ombre e molto buio sulla vita dell'Oriente cristiano, tanto che a molti sembra giunto alla fine. Già nel 1994, un diplomatico francese, sotto pseudonimo, Jean-Pierre Valognes, scriveva un ponderoso volume dal titolo premonitore, Vie et mort des chrétiens d'Orient. Concludeva con una nota pessimistica: «Che la terra d'Oriente un tempo la più ricca di cristiani sia ugualmente la prima da cui saranno scomparsi è tristemente esemplare». I cristiani mediorientali hanno resistito per secoli, pur tra tanti problemi. Ma, nel XXI secolo, la situazione si è deteriorata. Le guerre in Iraq (qui i cristiani erano più di un milione e oggi sono circa 300.000) e in Siria li hanno costretti all'esodo. Il fondamentalismo islamico li respinge con la sua politica totalitaria. Aleppo, una città siriana con una forte e caratterizzante presenza cristiana, si è ormai svuotata di questa realtà. La storia sembra andare verso l'islamizzazione e la diffusione della violenza. Per i cristiani orientali, la presidenza di Assad in Siria, di Saddam Hussein in Iraq, di Mubarak in Egitto, erano garanzie. Ancora oggi la decina di milioni di copti egiziani, la più grande comunità cristiana nel mondo arabo, sostiene il presidente al-Sisi, al potere dopo la fine del governo dei Fratelli Musulmani in Egitto.


I cristiani, come i musulmani, pagano un prezzo alto per le guerre. Sono minacciati in modo particolare dal radicalismo islamico e dal sedicente Califfato, anche se non credo si debba parlare di un genocidio. Ci sono, però, situazioni di vero martirio. In Libano, terra di libertà peri cristiani, c'è una grande crisi: non si elegge da due anni il presidente (che dev'essere cristiano maronita), anche per le divisioni tra cristiani e nella comunità maronita (cattolica). Le élite politiche cristiane libanesi non hanno una posizione unitaria, anzi sono divise tra antisiriani e filosiriani, legate al clientelismo confessionale. I patriarchi, eredi di un'autorità che, nell'impero ottomano, li faceva capi di una nazione-Chiesa con un'influenza civile, oggi contano assai meno. Il mondo cristiano è diviso. Non solo in Libano. I cristiani iracheni non riescono a condividere un progetto unitario sul ruolo della loro comunità in Iraq, dove l'unica voce ascoltata è il patriarca caldeo Sako. Lui stesso ha difficoltà nella Chiesa caldea. Nella Chiesa greco-cattolica, la metà dei vescovi s'è rifiutata di andare al sinodo, chiedendo le dimissioni del più che ottantenne patriarca Gregorio Laham. La Chiesa greco-ortodossa (con fedeli in Libano e Siria), per una polemica con il patriarcato di Gerusalemme, non ha partecipato al Concilio panortodosso di Creta.

Del resto, in questa regione, prima sotto il dominio arabo e poi ottomano, i cristiani sono sempre vissuti separatamente in comunità distinte e con strategie diverse: così non rappresentavano una minaccia per il potere centrale musulmano. Oggi tutto è cambiato nel caos drammatico della regione. Ma la vita dei cristiani non ha registrato a fondo un cambiamento. Forse - come diceva tanti anni fa un conoscitore dell'Oriente, Pietro Rossano - il Concilio Vaticano II non è quasi arrivato tra i cattolici della regione. Insomma è un momento doloroso e difficile per tutti i cristiani. Nonostante gli interventi del Vaticano e di varie istituzioni cristiane, ci si chiede se si può assistere così alla fine di un mondo bimillenario. Certo è che, senza cristiani, le società islamiche saranno più in preda alle pulsioni totalitarie. Per ora c'è buio in Oriente.

Articolo di Andrea Riccardi sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 15 luglio 2016

giovedì 14 luglio 2016

Al Consiglio di sicurezza ONU seggio a metà con l'Olanda, una lezione per l'Italia

Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana propone una politica estera più attiva e attenta alla cooperazione per tornare a contare


ban ki moon e andrea riccardi a trastevere
Un pareggio per l'Italia con l'Olanda: 95 voti a testa per il posto di membro non permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Con fair play, Italia e Olanda hanno deciso: il primo anno di mandato sarà per il Governo di Roma e il secondo per i Paesi Bassi.
Si è fatto notare che l'Italia è stata già varie volte nel Consiglio di sicurezza: l'ultima nel 2007-2008. I piccoli Paesi tengono alla rotazione di presenze in questa assise. Svezia, prima classificata e Olanda mancano da più di dieci anni. Tuttavia c'è da capire meglio questa mezza sconfitta (o se si è ottimisti: mezza vittoria). Indubbiamente bisognerebbe guardare ai motivi di mancate solidarietà europee, come quella della Germania. Del resto noi italiani crediamo che il nostro Paese conti nel mondo e all'Onu più di quanto in realtà avvenga. Certo le crisi nel Sud del Mediterraneo ci pongono in una qualche centralità geopolitica (relativa). Ma c'è anche il peso della storia recente: ci sono stati anni in cui l'Italia si è ritirata da scenari internazionali come l'Africa, dove avevamo un ruolo attivo, non un lascito coloniale come per Francia e Gran Bretagna. Si pensi alla pace in Mozambico, dopo una guerra che ha fatto un milione di morti, firmata nel 1992 proprio a Roma.
S'investe ancora poco sulla cooperazione, nonostante il suo bilancio abbia cominciato a crescere dal tempo del Governo Monti, nonostante la crisi. Il confronto tra l'Italia e l'Olanda è rivelatore: un miliardo e mezzo (0,24 del Pil) invece di 5 miliardi (0,7 del Pil). Per non evocare la Svezia, la cui cooperazione è all'1,4 del Pil. Si può recuperare con una politica attiva e più risorse. L'indicazione italiana del migration compact (solo in parte recepita dall'Unione europea) è investire nella cooperazione con i Paesi africani, anche per responsabilizzarli nei confronti dei giovani e dell'immigrazione. Il segnale del voto alle Nazioni Unite mostra come l'Italia debba spendersi di più in un settore di rilievo geopolitico ed economico.
 Non si esagera il ruolo di un posto al Consiglio di sicurezza? Si possono criticare i limiti operativi dell'Onu, come si vede in tante azioni di pace. Siamo però d'accordo, quasi tutti, che l'esistenza di questa organizzazione abbia un grande valore: un'agorà dove gli Stati s'incontrano e sono richiamati alla misura del "bene comune" mondiale. Del resto le azioni umanitarie dell'Onu sono efficaci, come sono rilevanti alcune organizzazioni della "famiglia onusiana". C'è poi il prossimo appuntamento per l'elezione del nuovo segretario generale dell'Onu dopo Ban Ki-moon, eletto nel 2007, in cui il Consiglio di sicurezza gioca un ruolo importante. Il nuovo segretario generale dovrebbe venire dall'Est europeo, ma l'alto numero di candidature confliggenti forse porterà a orientarsi verso l'America latina. In ogni modo sarà un'occasione per il rilancio dell'Onu sul nuovo scenario di un mondo segnato dal terrorismo.

Su Famiglia Cristiana del 17/7/2016
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venerdì 8 luglio 2016

Religioni e civiltà: Quando dall'Africa scappavano solo i bianchi

Nella seconda metà del Novecento, in seguito alla decolonizzazione, furono gli Europei a tornare nei loro Paesi d'origine. Non sempre ben accolti

C'è stato un tempo non lontano, in cui i rifugiati dall'Africa non erano africani, ma "bianchi". Si diceva: "ritornano" in Europa, ma parecchi erano nati o discendenti di nati in Africa. Come parlare di ritorno? La loro storia nasceva con la colonizzazione. La partenza avvenne con la decolonizzazione. Spesso sono state tragedie per l'abbandono di una vita consolidata e l'inserimento in un paese che più che la madrepatria appariva come una matrigna.
È stato il caso dei "rimpatriati" dalle colonie del Portogallo: Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Sào Tomé e Principe, Capo Verde. Il regime di Salazar, assieme a quello di Franco in Spagna, era sopravvissuto al nazifascismo. Aveva difeso strenuamente l'impero d'oltremare ben oltre la stagione della decolonizzazione. Qualificava le colonie come province d'oltremare, ma gli africani erano discriminati e poveri. Nelle colonie, viveva almeno mezzo milione di portoghesi, che aveva lasciato il Portogallo per lavorare e talvolta condurre una vita agiata. I movimenti di liberazione lottavano contro il colonialismo portoghese che, con la rivoluzione dei garofani, non poteva durare. Fu subito l'ora dell'indipedenza e mezzo milione di portoghesi - tra il 1974 e i1 1975 - dovettero
abbandonare case e lavoro. Parecchi non conoscevano la madrepatria. Intanto il Portogallo viveva una delicata transizione verso la democrazia. L'impatto fu doloroso per i rimpatriati, inseritisi a fatica in un paese povero. Restavano nelle ex colonie (divenute poi regimi marxisti) alcuni portoghesi dalla parte dei liberatori.
Negli anni 80, ho incontrato in Mozambico anche portoghesi poveri, che vivevano di stenti. Per le ex colonie, la partenza dei portoghesi -favorita dai nuovi governi- fu un'emorragia di personale qualificato. Me ne parlava come di un errore, all'inizio degli anni 90, Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe. Eppure, anche lui, che ottenne l'indipendenza del suo paese nel 1980 contro il governo della minoranza inglese (che gestiva le terre migliori), avrebbe condotto una politica per cui i 296.000 "bianchi" su più di cinque milioni del 1980 sarebbero calati a meno di 30.000, emigrando in Sud Africa.
Molto vasto fu l'esodo dei francesi dall'Algeria, nel 1962, con la fine della guerra di liberazione, iniziata nel 1954. Un milione di persone, il 10% della popolazione residente. L'esodo si svolse in condizioni caotiche in pochi mesi, nel 1962, in un clima di tensione dovuto alla lunga guerra. L'Oas, l'organizzazione militare clandestina per l'Algeria francese, fomentava rivolte e resistenze. I nazionalisti algerini (musulmani) premevano per la partenza dei francesi: alcuni con lo slogan, "La valise ou le cercueil", la valigia o la bara.
I rimpatriati non furono tanto ben accolti in Francia, dove non si prevedeva un simile esodo. Sembravano gente particolare, sospettata di essere di destra, un po` estranea. Se ne andarono anche gli ebrei algerini, da tanto nel paese, che godevano tutti della cittadinanza francese: su 130.000, la gran parte andò in Francia, 5000 in Israele e qualcuno rimase in Algeria. Nel 1990, in Algeria, restavano 2000 francesi: molti anziani che non volevano vivere altrove. I "rimpatriati" si sentivano algerini, discendenti da famiglie da molto nel paese (che consideravano parte della Francia): li chiamarono pieds noirs ed erano anche gente povera. Uno di loro, lo scrittore Albert Camus, morto nel 1960, ha descritto efficacemente questo mondo. Lo storico francese Benjamin Stora ha raccontato la partenza della sua famiglia per la Francia: «... mia madre aveva pulito l'appartamento da cima a fondo, come quando partivamo per qualche giorno di vacanza. I miei genitori hanno a lungo conservato le chiavi del loro appartamento, come fosse impossibile accettare la partenza...».

giovedì 7 luglio 2016

Perché l'Isis non può vincere

In due settimane l'Isis ha mostrato di poter colpire con tanta violenza. Far paura è la sua vittoria. Eppure sta perdendo pezzi consistenti dello Stato tra Siria e Iraq e in Libia recede, mentre pochi mesi fa sembrava in crescita. C'è un cambio di strategia a causa della perdita di territorio. Oggi l'Isis investe sul terrorismo o beneficia delle azioni dei gruppi collegati. Ha colpito all'aeroporto di Istanbul, qualche giorno fa, con più di 40 caduti. Poi è toccato a un ristorante a Dacca, in Bangladesh, con un attentato suicida che ha ucciso 20 persone, tra cui nove italiani. Poi due attentati a Baghdad con 126 morti. Molti erano sciiti. Ma talvolta le vittime sono anche sunnite.

Altre volte i terroristi evocano l'idea della lotta agli "infedeli", come a Dacca. Oltre ai nostri connazionali sono morti anche giapponesi, bengalesi, un'indiana e un americano. I musulmani sono stati risparmiati, se dimostravano una minima conoscenza del Corano. Un diciannovenne, Faraaz Hossain, al tavolo con due ragazze occidentalizzate, era stato graziato per la sua conoscenza del Corano, ma non ha abbandonato le amiche ed è stato ucciso.

Abbiamo da una parte i musulmani terroristi (figli della buona società), suicidi per togliere la vita agli altri e dall'altra parte un musulmano generoso che sacrifica la vita per amicizia. È una manifestazione chiara della lacerazione del mondo islamico. I terroristi hanno ucciso con crudeltà gli italiani che erano nel locale per festeggiare: volti positivi del nostro Paese, gente coraggiosa, con voglia di intraprendere, legati all'Italia, aperti al mondo. Qualcuno era impegnato nella solidarietà, come Claudia D'Antona. Pochi mesi fa era stato ucciso a Dacca un cooperante italiano, Cesare Tavella, e l'Isis aveva ammonito: «Ai membri della coalizione crociata diciamo: Non sarete mai sicuri nelle terre dei musulmani. È solo la prima goccia di pioggia».

Sembrerebbe una farneticazione, se non ci fossero tante morti. L'offensiva del terrore colpisce il Bangladesh, un Paese dove la cultura bengalese s'integra con un islam pacifico. Qui vivono minoranze indiane e cristiane, bersaglio della violenza. Il terrorismo vuole seminare paura. A una mondializzazione fatta d'incroci, scambi, cooperazione, si cerca di contrapporre il terrore globale. Ci potranno essere ancora episodi dolorosi, ma non è questo il futuro.

Editoriale di Andrea Riccardi su "Famiglia Cristiana" del 10 luglio 2016.