venerdì 24 giugno 2016

L'Europa non sbatta contro i muri che uccidono la speranza

Le barriere sembrano proteggere, ma gli Stati europei, isolati, non riusciranno ad affrontare la sfida di un mondo globale

Qualcosa di serio sta succedendo in Europa. Qualcuno parla di un assedio da parte dei migranti e dei rifugiati. Quale la risposta più logica all'assedio, se non il muro? Ha cominciato Orbàn in Ungheria, costruendo il muro per respingere i rifugiati che salivano dai Balcani e ricordando che proprio a Buda nel 1686 erano stati battuti i turchi. Il muro - così sostiene - dovrebbe preservare il carattere ungherese e "cristiano". Altri Paesi dell'Est hanno seguito il modello fino alla Macedonia. Il muro è una risposta archetipale all'assedio. Si è sempre fatto così, si dice. Si pensi alla Grande Muraglia cinese, cominciata prima di Costantino, nel III secolo o al Vallo di Adriano verso la Scozia, iniziato nel II secolo. Al di là del muro c'era l`ignoto: popoli in movimento che non si controllavano né monitoravano. Mircea Eliade parla di "terrore della storia".
Il muro e l'assedio... Massimo Franco ha scritto in proposito un libro, L'assedio, come l`immigrazione sta cambiando il volto dell'Europa e la nostra vita quotidiana (Mondadori, Milano 2016). Osserva che i migranti assediano le nazioni europee, ma queste, a loro volta, mettono sotto assedio l`Unione Europea. Difendono i loro confini e si ripiegano su logiche nazionali, svincolandosi dall'Unione. Il muro sembra proteggere, ma è solo un'impressione. Dura poco, perché gli Stati europei saranno erosi dalla crisi demografica mentre, isolati, non riusciranno ad affrontare la sfida di un mondo globale e di giganti economici come la Cina. Papa Francesco ha parlato di «un'Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi d'inclusione e trasformazione; un'Europa che si va "trincerando"...». In realtà la storia europea è stata tanto diversa: nel male e nel bene. Si è realizzata superando la logica dei muri ed esplorando il mondo ignoto e altro, per dominalo con la prima globalizzazione, la conquista delle Americhe, e con grandi imperi coloniali. Più che difendere le coste, gli europei andavano oltre, spesso sull'altra riva: esplorazioni, conquista, cartografia, commercio, sfruttamento, rete di contatti mondiale, vanno di pari passo. È un'attitudine radicalmente differente da quella dei muri: diversa per esempio dalla storia della Cina più centrata su se stessa.
Oggi l'Europa di fronte ai movimenti dei popoli rischia di lasciarsi guidare dalla paura. Anche il discorso pubblico su migranti e rifugiati è fatto sulle note della paura. Di anno in anno, crescono in modo esponenziale gli interventi, gli allarmi, le immagini preoccupanti sui migranti e rifugiati. e parlare del fenomeno in modo realistico. Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna hanno pubblicato un piccolo libro che dà, però, le dimensioni della realtà: Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione (Laterza, Roma-Bari 2016). Gli stranieri non rubano il lavoro agli italiani - scrivono - ma immettono aria fresca in un`economia in declino. Bisogna raccontare - insistono - anche le storie di successo nell'integrazione d'immigrati e rifugiati. Non solo gli incidenti e i fatti negativi. Se la cultura è decisiva nell'integrazione di chi viene nel nostro Paese, anche per gli italiani sono necessarie sia cultura che informazione al di là dell'allarmismo. Massimo Franco conclude il suo libro con alcune righe che fanno pensare: «Oscuramente, con fastidio, s'intuisce che c'è più speranza in quella disperata ricerca di futuro di chi anela all'Europa, che nei muri freschi di cemento e nelle barriere di filo spinato... La sindrome dell'assedio è solo il paraocchi per non vedere che il nuovo continente è entrato non in un altro millennio ma in un'altra era». Siamo davvero in un'epoca nuova che ha bisogno di nuove politiche e consapevolezze. Ma anche di speranza.          

Per questo, bisogna ridimensionare l'assedio"

Questo articolo di Andrea Riccardi è apparso sul magazine "Sette" del Corriere della Sera il 24 giugno 2016            

sabato 18 giugno 2016

Gli inglesi al dunque: restare o lasciare?

Comunque vada il referendum sulla Brexit, l'Unione deve ridefinirsi e trovare finalmente un rapporto con i popoli.

Restare o lasciare: è l'alternativa per l'elettorato britannico che va al voto il 23 giugno. Non è facile prevedere la scelta dei cittadini. Non riguarda solo gli abitanti del Regno Unito, ma tutti i cittadini dell'Unione. Sarebbe la prima volta che un Paese lascia la casa comune europea, dove - fino a ieri - tanti avevano l'ambizione di entrare. La democrazia britannica è diversa dalle altre europee. Questo marca in profondità leggi, mentalità, tradizioni, istituzioni. La Gran Bretagna ha un legame speciale con gli Stati Uniti e guarda ancora ad alcuni Paesi dell'ex impero, raccolti nel Commonwealth.

Ultimamente, il primo ministro David Cameron, mentre negoziava eccezioni alle regole di Bruxelles, ha ribadito che un'unificazione più stretta tra europei non è negli obiettivi del suo Paese. Del resto, sulle Isole si sta diffondendo la paura dell'invasione dello straniero. Innanzitutto dei non europei: quasi 5 milioni e mezzo di residenti, mentre altri sono stati bloccati con decisione a Calais. Si temono anche i lavoratori dell'Unione: 3.300.000 residenti, di cui 257 mila entrati tra il 2014 e il 2015 (ben 50 mila italiani).

Eppure non va dimenticato che un grande impulso all'integrazione europea è venuto da Winston Churchill, che ha lottato strenuamente durante la Seconda guerra mondiale perché il continente europeo non cadesse sotto il controllo nazista. Uomo di grandi visioni, Churchill, dichiarò nel 1946: «Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d'Europa». Da questo difensore ardente del Regno Unito e dell'impero britannico venne la proposta di un esercito europeo e di strutture unificanti. Ancora oggi una parte importante dell'opinione pubblica britannica resta favorevole all'Unione: i più giovani, gli operatori della City, gli scozzesi in maggioranza... Ma il voto è un'incognita.

In caso di Brexit, Christine Lagarde, che guida il Fondo monetario internazionale, ha previsto effetti negativi sull'economia inglese. Per l'Italia, pure, ci sarebbero difficoltà, perché il made in Italy sul mercato inglese rappresenta lo 0,8% del Pil italiano. Grave sarebbe la ricaduta politica sull'Unione. Altri Paesi seguirebbero il Regno Unito? 

In ogni caso, l'Unione deve ridefinirsi e trovare finalmente un rapporto con i popoli. L'Unione ha avuto effetti positivi sulla vita dei cittadini attraverso il welfare. Si pensi a quanto ha investito sulla Polonia. Ma che consapevolezza ne hanno i cittadini? C'è qualcosa che non funziona. Bisogna correre ai ripari con una nuova politica. 

Editoriale di Andrea Riccardi su "Famiglia Cristiana" del 19 giugno 2016.

venerdì 17 giugno 2016

Rifondiamo Roma: investire sulla cultura di una città complessa

"Rifondiamo Roma - ha scritto Andrea Riccardi sul magazine Sette del Corriere della Sera - Bisogna investire sulla cultura di una città complessa e creare connessionie identità condivise. Ma la politica non basta"


Il grande storico tedesco, Theodor Mommsen, dopo la proclamazione di Roma capitale, chiedeva "concitato" a Quintino Sella ne11871: «Ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti: a Roma non si sta senza avere propositi cosmopoliti!». Roma è stata spesso legata a un'«idea universale»: quella imperiale e romana o quella di centro del cattolicesimo. Il Risorgimento l'ha voluta come capitale dello Stato, proprio per la memoria storica e ideale della città. Dopo l'Unità, varie idee di Roma si sono scontrate: quella liberale di capitale della modernità e della scienza e quella cattolica di "città santa" del papa. Il fascismo, anche con un'impronta urbanista, volle fare dell'Urbe la capitale imperiale collegandosi alle memorie antiche di una grande Roma. Più modesto fu il dopoguerra e soprattutto furono i papi a parlare d'idea dell'Urbe, a partire dall'ultimo pontefice nato nella città, Pio XII. Paolo VI evocò Roma come communis patria in una dimensione universale.

L'ultimo cantore di Roma è stato Giovanni Paolo II che parlava di RomaAmor. 
Roma rappresenta ancora un`idea universale? Sembra una domanda retorica a confronto con una città dalle poche prospettive e dalle scarse idee. Ci sono altri problemi: le strade (quanto malridotte e terzomondiali), i trasporti, le periferie, la qualità della vita dei cittadini e tant'altro.
Da troppo, non si pone mano seriamente ai problemi cittadini. E si sta verificando un processo pericoloso di distacco tra le periferie e il centro storico della città, ormai prevalentemente spazio turistico o città amministrativa. Il mondo delle periferie, sempre meno abitato da reti di partecipazione, deve essere integrato nel destino della città. Il centro storico non può essere solo un contenitore di bellezze per il turismo o un insieme d'istituzioni politico-amministrative. Nel suo apparato monumentale sta anche scritta una funzione universale (religiosa) della città, che i Giubilei mettono sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, parecchie chiese del centro storico hanno perso il loro significato e spesso stanno con le porte chiuse, quasi ritratte dalla vita della città. Accade spesso, poi, che gli istituti delle religiose o dei religiosi vendono i loro stabili che passano bruscamente ad altra funzione. Anche da un punto di vista religioso, i pellegrini a Roma o quanti (non italiani) lavorano per la Santa Sede sono spesso un circuito a parte.
Ma la Chiesa di Roma non è una Fao più grande. Il papa è tale perché vescovo di Roma. Sono quasi sessant'anni dai Trattati di Roma, firmati ne11957 in Campidoglio. Non fu un caso, ma una scelta simbolica, perché il nome dell'Urbe allora evocava molto. Roma parlava di un mondo più largo delle patrie nazionali e ben si attagliava all'integrazione che la Comunità Economica Europea voleva inaugurare.
Oggi Roma ha perso tanto del suo significato. Crisi della cultura classica e dei suoi riferimenti o del cattolicesimo? È soprattutto la crisi di Roma e dei romani. Roma è la sede di due importanti agenzie dell'Onu sulle questioni dell'agricoltura e del cibo, la Fao e l'Ifad. Ci sono tre corpi diplomatici: accreditati in Italia, in Vaticano e presso queste agenzie. Numerose sono le istituzioni culturali e di ricerca. L'elenco è impressionante. Roma è ancora, per tanti, un crocevia internazionale. Non è disertata dal mondo, ma tanto di questa vita si rinchiude in nicchie e non si riversa nella città. Bisogna investire sulla "cultura" di Roma, creare connessioni e identità condivise. E la politica non basta. Fa impressione, in giro per il mondo, notare la simpatia spontanea verso Roma, quando si dice di venire da questa città. Roma ancora significa qualcosa. Si dovrebbe riscoprirlo.

Andrea Riccardi / Religioni e civiltà, Sette del Corriere della Sera, 18 giugno 2016

giovedì 16 giugno 2016

Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione. AUDIO

Per chi avesse perso la presentazione del libro "Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna, organizzato da Comunità di Sant'Egidio e Laterza editore a Roma il 14 giugno 2016, grazie a Radio Radicale è possibile ascoltarne la registrazione. 

VAI ALLA REGISTRAZIONE
Dibattito
Sono intervenuti: Paolo Morozzo Della Rocca (professore), Anna Finocchiaro (senatore, Partito Democratico), Leonardo Becchetti (professore), Andrea Riccardi (presidente della Società Dante Alighieri),
Stefano Allievi (professore), Gianpiero Dalla Zuanna (senatore, Partito Democratico).

Tra gli argomenti discussi: Africa, Criminalita', Crisi, Cultura, Demografia, Donna, Emergenza, Europa, Francesco, Germania, Guerra, Immigrazione, Informazione, Islam, Italia, Lavoro, Libro, Mercato, Occupazione, Parlamento, Partiti, Permesso Di Soggiorno, Politica, Poverta', Razzismo, Rifugiati, Schiavitu', Sicurezza, Siria, Societa', Stranieri, Traffico, Ue.


L'intervento di Andrea Riccardi

Vai a tutti gli interventi di Andrea Riccardi su RAdio Radicale

mercoledì 15 giugno 2016

Il difficile cammino comune delle chiese ortodosse

Il sinodo di Mosca ha chiesto di rinviare il Concilio previsto per il 16 giugno. Se ci sarà, i russi non parteciperanno. In un articolo pubblicato oggi sul Corriere della Sera, Andrea Riccardi offre una lettura della questione del Concilio di Creta, che vuole essere un segno di unità nel mondo contemporaneo, e delle difficoltà derivanti dalle logiche "nazionali" emerse in molte Chiese.

Il sinodo di Mosca ha chiesto, viste le difficoltà di alcune Chiese, di rinviare il Concilio panortodosso previsto per il 16 giugno. Se ci sarà, i russi non parteciperanno. Non è un fatto solo ecclesiastico, ma un passaggio della faticosa ristrutturazione dei mondi religiosi nella globalizzazione. Le religioni, contraddittoriamente, si rilanciano o divengono fondamentaliste o si chiudono.

Il processo conciliare ortodosso però viene da lontano. Lo avviò il patriarca di Costantinopoli, Atenagora: «La chiesa non può irradiare veramente la vita se non unificandosi», diceva. Così aprì il dialogo con i cattolici e riavvicinò gli ortodossi con la conferenza di Rodi (1961). Finalmente, cinquantacinque anni dopo, si sta arrivando al Concilio a Creta. Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, primus inter pares tra i primati ortodossi, si è speso molto per l’impresa. I suoi poteri, limitati per la conformazione dell’ortodossia e il ristretto numero dei suoi fedeli in Turchia, sono accresciuti dalla sua autorevolezza di leader spirituale mondiale. Per lui, l’ortodossia deve uscire dal nazionalismo (il «filetismo» — dicono a Costantinopoli) e dal tradizionalismo («i superortodossi»), per collocarsi nel mondo moderno e globale.

Il Concilio di Creta vuol essere un segno di unità nel «nuovo mondo». Mentre si sta per realizzare, il fronte del rifiuto si è cristallizzato anche per paura di novità. Sono emerse (continua a leggere su corriere.it)

lunedì 13 giugno 2016

Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione: Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna ne parlano in un libro

Martedì 14 giugno alle 18.30 presso la Sala Benedetto XIII del Complesso del San Gallicano, in via di San Gallicano 25 a Roma, si terrà la presentazione del libro "Tutto quello che non vi hanno mai detto sull'immigrazione" di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna.
Insieme agli autori interverranno Andrea Riccardi, Anna Finocchiaro e Leonardo Becchetti