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L'innovatore illuminato che non ha avuto paura del progresso. Per don Alberione bisognava creare, attraverso i mass media e i libri, una cultura di popolo ispirata dalla fede


Raccolse le sfide del tempo per portare il Vangelo a tutti

Don Giacomo Alberione, nato nel 1884, è un uomo del XX secolo. La sua visione di Chiesa però non è chiusa nelle istituzioni ecclesiastiche. Lo percepiamo bene oggi, a cinquant'anni dalla morte del fondatore della Famiglia paolina. 

Non ha paura del mondo, che gli appare pieno di risorse, nonostante i pericoli e le sfide. Non teme il mercato, le macchine, il rischio calcolato. Traccia una linea delicata e costruttiva: fedele alla Chiesa e ai papi, ma capace di adattarsi al secolo, non solo nella recezione degli strumenti nuovi, ma anche nella prossimità alla gente. Parla di "adattamento" e di "spirito di comprensione". 

È un "imprenditore di Dio". Imprenditore è figura nuova, che appartiene al mondo della seconda rivoluzione industriale. Alberione entra nel mondo della produzione, sul mercato. Prete e imprenditore: non è una contraddizione? Non è una contraddizione quella di preti, suoi seguaci che lavorano in tipografia o di suore che girano di casa in casa con Famiglia Cristiana o altra stampa? Negli stessi anni, il francescano Massimiliano Kolbe, martire nel 1941 ad Auschwitz, fu criticato per iniziative analoghe a quella di Alberione, ma rispose: «Non dobbiamo temere il progresso, dobbiamo santificarlo». 

Don Alberione sentiva la sfida di un mondo cambiato: "Dal fenomeno di secoli della separazione tra liturgia e Bibbia, risultano conseguenze dolorose: il gran popolo che non capiva la messa, i sacramenti". Bisogna raggiungere tutti: in Italia e nel mondo. Il fondatore lo dice a Paolo VI: "Le quattro pie donne che fanno la comunione ogni mattina, i quattro giovani che si radunano attorno al parroco ogni sera, non sono tutto il Paese, non sono tutto il popolo". Il popolo è fuori dai recinti della Chiesa. 

Alberione non si rassegna a questo. Vuole portare il Vangelo a tutti: "Vi era anche una specie di persuasione, che non si potesse dare al popolo il Vangelo, tanto meno la Bibbia". Tra il 1960 e il 1961 lancia la Bibbia da mille lire, un prezzo molto basso (e un'impresa economicamente rischiosa) che consente al testo sacro di entrare ovunque, preparando la coscienza biblica del Vaticano II. 

Per Alberione, bisognava creare una cultura di popolo, ispirata dalla fede. Non solo stampare testi teologici (del resto la San Paolo ebbe una funzione decisiva dopo il Concilio, facendo conoscere in Italia i grandi teologi europei). Un popolo non esiste senza una cultura condivisa. Diceva Giovanni Paolo II: «Se la fede non diventa cultura, è vissuta a metà». Bisognava creare una cultura popolare. È anche un'operazione che richiede capacità organizzativa. Per Alberione, «oggi, più che nei tempi andati, vale l'organizzazione». La modernità di questo "imprenditore di Dio" sta nel comprendere come, nel mondo contemporaneo, non bisogna aver paura di fare cose grandi. 

Tecnologia, organizzazione, spirito d'impresa, entusiasmo evangelico, tanto lavoro formano un impasto umano e religioso da cui nasce la vasta opera di Alberione. Nel 1951, il fondatore afferma che «la parola non è prigioniera», come scrive l'apostolo Paolo: «il progresso umano fornisce i mezzi sempre più perfetti ed efficaci». Il suo problema è «essere San Paolo vivo oggi»: può sembrare un'ambizione smisurata. Ma, tra piccole ambizioni e molte paure del mondo ecclesiastico, spicca questo gran disegno missionario, imprenditoriale, culturale, che mostra come si può sognare e operare "alla grande". Un disegno necessario anche oggi in tempi di molti timori.

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