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Non serve costruire nuovi muri, ma un'alleanza fra i Paesi europei

Gruppi di migranti accampati al confine tra Polonia e Bielorussia l'8 Novembre - Foto della cancelleria della Polonia (dettaglio)  da flickr

Non si può scaricare il problema sugli Stati di prima accoglienza. Vanno aiutati quelli di partenza e bisogna offrire una vera integrazione a chi arriva

Un nuovo muro in Europa: tra Polonia e Bielorussia. Il muro c'è già, anche se non costruito a regola d'arte. È fatto di respingimenti, filo spinato, freddo e gelo. Se poi l'Unione europea finanzierà la costruzione del muro con la Bielorussa per impedire il passaggio dei migranti, l'operazione diverrà permanente. Sarà una vergogna per l'Unione. Infatti, l'allargamento dell'Europa ai paesi dell'Est è nato dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dalla fine della "cortina di ferro". 

Oggi muri e cortine di ferro risorgono per proteggere i Paesi europei dalla pressione migratoria. Sulla frontiera tra Croazia e Bosnia è scattato un sistema di controllo - come osserva Nello Scavo su Avvenire - «per una guerra non dichiarata agli esseri umani, pur sapendo a quale trattamento andranno incontro, se respinti». 

Questo non può essere l'Europa alle sue frontiere. I "dannati della terra" bussano alle sue porte. Ci sono afghani, che chiedono asilo politico. Quegli stessi, di fronte a cui l'opinione pubblica europea si commosse ad agosto, quando affollavano l'aeroporto di Kabul: oggi li abbiamo dimenticati? Ci sono libanesi, che fuggono da un Paese in rovina, se non ci sarà un'iniziativa internazionale per sostenerlo. E poi tanti altri: tunisini, magrebini, africani, gente del Bangladesh. Non pochi, purtroppo, sono diventati ostaggi della politica di alcuni Paesi. Cominciò Gheddafi, minacciando l'Italia di sbarchi dalla Libia. Erdogan ha assicurato alla Turchia sostanziosi contributi dall'Unione europea pur di trattenere profughi e rifugiati nel suo Paese, specie siriani ma non solo. È la politica dell`antemurale. Ora il presidente bielorusso Lukashenko utilizza sfrontatamente i migranti, mentre ne favorisce l'arrivo nel suo Paese per fare pressione su Polonia e Lituania. 

Donne, bambini, uomini sono povere pedine, perdute nel freddo, spinte dai bielorussi e respinte dagli altri. Un gioco terribile. Una parte dell`Europa ha paura: può il mondo intero rovesciarsi sul Vecchio Continente? Dalla paura nasce la politica dei muri che spesso conduce a trattamenti disumani, non degni degli Stati di diritto dell'Unione. E poi non è vero che l'Europa sia l'obiettivo dei migranti: è un mito, figlio della paura. 

Certo manchiamo di alcuni strumenti, bloccati come siamo dagli accordi di Dublino che responsabilizzano solo i Paesi di prima accoglienza. Dovrebbe nascere un'alleanza di Stati volenterosi dell'Unione che condividano il problema migratorio. È difficile, perché si teme di pagare queste scelte in termini di voto. Ma non è impossibile, se si conduce una politica cooperativa e costruttiva, non pensando solo ai muri, che sembrano una soluzione forte. 

C'è la necessità di condurre una politica con i Paesi da cui partono i migranti. È quanto l'Italia fa con la Tunisia, evitando una crisi, anche a causa della disoccupazione (vicina al 18%). Bisogna responsabilizzare i Governi verso i loro cittadini, come in alcuni Paesi africani in pace, aiutandoli a aprire opportunità d'impiego. Ci vuole quindi un grande impegno politico internazionale, fatto di creatività e responsabilità, quale il mondo globale richiede. Non serve attestarsi spaventati e aggressivi sui muri: indifferenti alla sofferenza e passivi di fronte alla storia. Del resto di immigrati abbiamo bisogno per il funzionamento dell'economia e per i vuoti demografici. È necessario riaprire le quote di immigrati che possiamo immettere nel mondo del lavoro, mentre è significativa la pratica dei "corridoi umanitari" per le situazioni di emergenza. 

Papa Francesco ha recentemente affermato, anche guardando all'esperienza latino-americana: «Gli immigrati, se li si aiuta a integrarsi, sono una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere». Bisogna essere meno spaventati, più coraggiosi, accoglienti e creativi nel mondo.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 21/11/2021

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