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Senzatetto, un problema sociale che riguarda anche noi cittadini



Un gruppo di volontari visita i senzatetto per le strade di Torino
Da Foto Andrea Pellegrini/La Voce E il Tempo 

Tante storie infelici che molti fingono di non vedere. Ma non si può vivere solo per se stessi. Dobbiamo aiutarli

Nelle nostre città ci sono tante persone invisibili. Non appaiono agli occhi della stragrande maggioranza dei cittadini. Sono quelli di cui le istituzioni non si occupano. 

Paradossalmente ce ne siamo accorti nel tempo del lockdown, quando le strade delle città erano vuote. Loro sono rimasti per strada, nonostante gli inviti al confinamento. Dove potevano andare? Non hanno casa. Dormono spesso per strada o in ricoveri di fortuna. La solitudine del lockdown ha fatto mancare tutto: chi li aiutava anche sporadicamente, chi dava un'elemosina, chi passava loro qualche
vestito... Le città, con i negozi chiusi, non solo hanno negato un aiuto, ma persino i bagni. Nelle strade vuote sono apparsi loro, solo loro: gli invisibili. Quanti sono? Chi sono? 

Misurarne il numero è difficile. Si finisce per strada per infiniti motivi: per un fallimento coniugale, la perdita della casa o del lavoro, la malattia, o altro. A volte gli invisibili non sono italiani: vengono da lontano. Non hanno talvolta documenti. Ci sono stime per cui i senza fissa dimora sarebbero in Italia più di cinquantamila. Una città nelle città: numerosi, come gli abitanti di Bitonto in Puglia o di Aversa in Campania. 

Ma non sono una città, una comunità: sono un fascio di storie personali segnate in profondità dall'assenza di legami, nascoste nelle pieghe di una popolazione che passa affrettata accanto a loro e che talvolta non sa come comportarsi. Alcuni cercano casa; altri, abituati alla strada, quasi ne hanno
paura. 

Ogni uomo e ogni donna ha una storia, qualche volta assai particolare. Una grande lezione è venuta, durante la pandemia, dai volontari: questi popolavano le strade vuote, si fermavano con i senza casa, provavano ad aiutare. Sono stati una rete che raccoglieva questi cittadini particolari, mostrando
che la città non è matrigna. 

Anzi, la parte più debole aveva più bisogno di solidarietà. Così gli invisibili sono emersi dall'anonimato, che è assenza di diritti e di connessione con le istituzioni. Li ho visti, orgogliosi, accedere alla vaccinazione per il Covid, all'hub vaccinale di Sant`Egidio a Trastevere, anche senza documenti, accompagnati da un volontario, finalmente parte di una città che si prende cura di loro. 

Ma chi sono questi volontari? L'espressione è generica, ma la loro realtà importante. Le loro motivazioni sono diverse, ma in fondo si riducono a una sola: non si può vivere solo pensando a se stessi. 

Sono persone che hanno rotto la barriera che separa dagli invisibili, hanno superato la paura di fermarsi con persone "strane". Li hanno riconosciuti come donne e uomini: non solo bisognosi di aiuto, ma anche di parlare, di amicizia, di essere chiamati per nome e di non essere solo un caso sociale. 

I volontari sono l'avanguardia della città che vorremmo: città fraterna, anche se fatta di gente diversa. Gli invisibili sono l'espressione di una città che ha lasciato fuoriuscire dai circuiti persone ferite, che non trovavano spazio in essa. Una città matrigna. 

C'è un serio problema di politica sociale. Ma ognuno di noi, superando abitudini e distanze, può aiutare. Può incontrarli e scoprire che dietro quella donna un po' strana o quell'uomo malvestito dalla barba non rasata, si nasconde uno come me, che ha voglia di vivere e di amicizia. Una città più fraterna comincia da me, da noi.


Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 17/10/2021



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