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L'allarme coronavirus: in tempi di crisi c'è sempre un nemico

Temiamo il cinese che porta malattie. Ma l'emergenza è l'occasione per ritrovare un senso globale di umanità

Il Presidente Mattarella in visita alla scuola Manin, a Roma, 
nel rione Esquilino - foto Quirinale
La crisi del coronavirus ha provocato allarme tra la gente. È vero che la situazione in Cina è seria e bisogna prendere misure di prevenzione in tutto il mondo. L'epidemiologia mostra che con la globalizzazione, gli scambi intensi e i viaggi veloci la diffusione del virus è più rapida. Tanto panico è però ingiustificato. Addirittura ridicolo quando si scatena contro i cinesi che vivono in Italia da anni.
Ad Avellino due studenti cinesi del Conservatorio sono stati insultati e malmenati per allontanarli perché presunti portatori del virus. Addirittura, a Cagliari un filippino è stato scambiato per cinese e fatto oggetto di insulti e violenza. Siamo al parossismo! Questa è l'espressione della logica della paura che ci domina e identifica il "nemico", di volta in volta, in un gruppo etnico. Oggi i cinesi porterebbero il virus e il contagio. Poco tempo fa il "nemico" era visto nell'africano o nell'emigrato che invadeva l`Italia. Se si elimina o si allontana (magari con un muro o una cordone di sicurezza) il nemico allora saremo tranquilli: così si pensa.
Bisogna superare questa logica che non ha mai funzionato nella storia, ma soprattutto oggi nel mondo globale. I problemi non si affrontano allontanando il "nemico", ma provando a risolverli insieme globalmente. Nel caso della Cina, è chiaro che il Paese ha subìto un brutto colpo, che avrà pesanti ripercussioni sociali ed economiche. Ma la crisi non può essere usata per colpire la Cina o discriminare i cinesi.
Le manifestazioni di solidarietà verso la Cina e i cinesi - come il concerto al Quirinale voluto dal presidente Mattarella - sono segnali assai positivi. Certo, nella gestione della crisi in Cina ci sono stati seri problemi, specie nel rapporto tra il centro e le periferie che, per la grandezza del Paese, sono in qualche modo autonome. La crisi è stata mal gestita nella regione dell'Hubei, probabilmente con l'illusione di sottacerla o di nasconderla. Del resto è la stessa regione dove le leggi sulla religione sono interpretate con estrema severità, proibendo l'insegnamento religioso ai minori di 18 anni.
La realtà della vicenda del coronavirus ci chiama a uscire da una logica di contrapposizione, quella di un "mondo a pezzi".
Bisogna liberarsi dal virus della paura che è in noi. Per essere vivibile, il mondo globale chiede politiche solidali, non quelle dalle caotiche e volubili contrapposizioni. Ora, per esempio, ci si deve chiedere che impatto può avere il coronavirus sull'Africa dalle fragili strutture sanitarie. La crisi del lontano è anche la mia crisi. Vale per le epidemie e per ogni problema.
Le guerre dei lontani e dei vicini ci toccano, non fosse che per il numero di profughi costretti a lasciare i Paesi colpiti. È stato il caso della lunga e terribile guerra di Siria e dei profughi che aspettano il futuro in Turchia, Libano, Giordania. Riusciremo a fare il salto di una coscienza globale più solidale? Non sono pessimista, anche se ci sono episodi sconcertanti come le aggressioni ai cinesi o ai presunti tali.
La giovane generazione sta imparando a vivere il mondo come "casa comune": ci vogliono pensieri, visioni e azioni che sostengano questa coscienza. Anche episodi dolorosi, come il coronavirus, insegnano il senso dell'unità dell'umanità globale. 

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 16/2/2020

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