venerdì 31 marzo 2017

C'è un museo a Phnom Penh che ci inchioda di fronte alla follia degli uomini

Focus sull'Asia in questo post di Andrea Riccardi (apparso su "Sette", il magazine del Corriere della Sera del 31 marzo 2107). L'autore riporta l'attenzione su un genocidio dimenticato del '900, quello compiuto dai Khmer Rossi in Cambogia. 

C'è anche questo nella nostra storia: l'incredibile vicenda della Cambogia dove, tra il 1975 e il 1979, i khmer rossi decisero di costruire una civiltà di donne e uomini nuovi, il vero comunismo basato su un egualitarismo assoluto, che si richiamava anche a tradizioni ancestrali.
In realtà non fu una civiltà nuova, ma un incredibile genocidio di cui è difficile calcolare le dimensioni (tra uno e due milioni di morti, un quarto della popolazione del Paese). L'operazione avvenne sotto la guida del partito comunista cambogiano, il famoso Angkar Padevat, i cui leader a lungo risultarono sconosciuti. L'Angkar era una presenza onnipotente nella vita quotidiana: i suoi ordini indiscutibili. Guidava il popolo verso un "futuro migliore" esercitando il diritto di vita o di morte sui cittadini. La sicurezza rivoluzionaria era un'ossessione: «Meglio uccidere un innocente che lasciare in vita un colpevole». Il primo atto con cui i rivoluzionari si fecero conoscere fu l'abbandono forzato della capitale Phnom Penh da parte degli abitanti. Phnom Penh era una città gradevole, caratterizzata da un misto di architettura cambogiana e coloniale francese. Ma, per i khmer rossi, incarnava la corruzione: «La città è cattiva», dicevano, «perché c'è il denaro, dunque l'ineguaglianza. In città non coltivate il riso che mangiate». Così la popolazione urbana senza alcuna eccezione, compresi i malati degli ospedali, fu costretta a un drammatico esodo verso le campagne.
Era aprile, il mese caldo, e le condizioni di vita erano terribili per la marea umana in movimento. A un certo punto, gli ufficiali, gli intellettuali e il personale amministrativo vennero richiamati con un falso motivo e subito eliminati. Cominciava così l'applicazione del principio della purificazione della popolazione: prima quanti erano stati legati al passato regime, poi gli intellettuali (anche solo quelli che avevano gli occhiali) e quanti avevano gestito attività economiche, infine doveva scomparire chi non era inquadrabile nella classe dei contadini.
Bisognava insomma eliminare tutti i potenziali nemici. Nessuna rieducazione era possibile. Il sospetto, la delazione e il controllo assoluto dominavano la vita dei cambogiani, ormai collettivizzata in villaggi contadini. L'Angkar controllava tutto. La società fu ristrutturata per realizzare il socialismo contadino: abolito il denaro, si viveva in villaggi senza alcuna proprietà privata, si mangiava insieme, mentre la vita personale era ridotta a niente. I ragazzi, dai sei ai dodici anni, vivevano in case separate, educati dal partito: loro dovevano essere i protagonisti del futuro socialista, non deformati dal capitalismo come i loro genitori.
Una bambina dodicenne riuscì a fuggire. Avrebbe poi raccontato la sua testimonianza dolorosa in un libro, Il racconto di Peuw bambina cambogiana. Gli adulti erano costretti a sfibranti giornate di lavoro nei campi. Il popolo, ridotto a una massa di schiavi, però non rispondeva adeguatamente secondo Pol Pot. Questi, alla guida del sistema, già nel 1976 dichiarava: «Una malattia si annida nel partito... Noi cerchiamo i microbi che si annidano nel partito senza successo». Da qui, la follia di purghe, epurazioni ed esecuzioni alla ricerca del nemico da cui purificare la rivoluzione socialista. A Phnom Penh, il museo del genocidio è oggi allestito a Tuol Sleng, un carcere, dove sono state uccise circa 20.000 persone (ne sono sopravvissute solo sette, perché tutti erano condannati a morte). La prigione era uno snodo nel sistema concentrazionario. Vedendo le testimonianze di orrore e di sadismo in quegli ambienti, si misura la follia della "nuova civiltà" di Pol Pot e della banda dei sei. Il loro utopismo veniva da lontano. Pol Pot aveva conosciuto il marxismo durante gli studi in Francia e si era convinto che avrebbe potuto liberare la Cambogia dal controllo francese e ripristinare la pura civiltà khmer. Il suo potere sul Paese dura meno di quattro anni. Ma la sua visione crudele e priva di senso della realtà ha trasformato la Cambogia in un inferno.

giovedì 30 marzo 2017

Il futuro dell'Europa? Velocità diverse, ma un'unica direzione

Un editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 2 aprile 2017 invita a non scandalizzarsi per le divergenze, che sono il frutto della democrazia. "L'Europa è cambiata in meglio - afferma l'autore - I leader nel 1957 erano 6 ora sono 27".


L'Europa torna in Campidoglio. Nel 1957, i Paesi all'inizio del processo di unificazione erano sei. Oggi, sessant'anni dopo, sono 27. Il numero mostra la storia alle spalle di questo successo. Il continente è cambiato, e in meglio. È avvenuta la liberazione dal fascismo di Spagna e Portogallo. C'è stata la caduta del Muro di Berlino, che ha permesso la riunificazione della Germania e l'ingresso nell'Unione da parte dei Paesi dell'Europa centrale e orientale, fino al 1989 sotto l'egemonia dell'Urss.
È finito il colonialismo europeo: nel 1957 la Francia era alla vigilia della sanguinosa guerra d'Algeria. Sono vicende positive, mentre la prima metà del '900 ha conosciuto il fascismo e il nazismo, le dittature comuniste e due terribili guerre. Non bisogna dimenticare questa storia di morti e di grandi sofferenze, quando si guarda ai leader europei riuniti al Campidoglio: un messaggio
altamente positivo che fatica a venire da altre macroaree (Asia, America latina, mondo arabo), con l'eccezione africana che si è dotata di un'Unione, che però ha ancora molte carenze.
Quello europeo è un grande risultato di cui ci possiamo accorgere se usciamo dalla cronaca e guardiamo i fatti, nella prospettiva della storia. Si è temuto che la premier polacca, Beata Szydio, non firmasse il documento condusivo. Alexis Tsipras, primo ministro greco, aveva suscitato problemi. Le incertezze sono congeniali alla politica europea. Non bisogna scandalizzarsi. In Europa si determinano spesso oscillazioni, perché le decisioni sono frutto di concertazioni. E queste, in un tempo di politiche gridate, sembrano incertezze. In realtà sono il frutto della democrazia europea: uniti, ma non eguali. Tuttavia, la ricerca dell'unanimità non può bloccare sviluppi ulteriori verso l'unità: di fronte alle novità dello scenario mondiale, l'Europa deve necessariamente essere un polo coeso. Così l'accordo di Roma (un testo di compromesso) prevede: «Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi, se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione». Ci possono essere intensità diverse nell'azione congiunta degli Stati: insomma un'Europa a più velocità non porterà al divorzio. I Paesi dell'Est, che non vogliono una maggiore unificazione, temono però le fughe in avanti di altri Stati, specie dell'Europa occidentale. Tuttavia sarà necessario rendere possibili azioni e processi unitari a quegli Stati che ne sentano l'esigenza e la responsabilità. È una porta aperta a un'Europa più stretta. Un importante passo avanti è stato fatto sulla difesa comune. A suo modo, l'Unione va avanti e mostra di rappresentare nel mondo uno spazio di pace e di prosperità.

venerdì 24 marzo 2017

Per capire la nuova geografia politica bisogna scrutare l'orizzonte del Medio Oriente

Interessante ricostruzione storica di Andrea Riccardi nella rubrica "Religioni e civiltà" del magazine "Sette" del Corriere della Sera del 24 marzo 2017

Il Medio Oriente è un punto d'orientamento nella geografia politica. Spesso, da questa regione non vengono buone notizie. Si pensi alla guerra di Siria, che in questi giorni compie sei lunghi anni: circa 470.000 vittime e cinque milioni di siriani esuli dal Paese. Il Medio Oriente ha radici storiche antichissime ed è stato la culla delle tre religioni monoteistiche, l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam. Tuttavia, come area geopolitica, è un'invenzione recente. Quello che oggi si chiama Medio Oriente era un insieme di province, vilayet, dell'impero ottomano: una regione dove gli arabi dominanti convivevano con altri, tra cui molti cristiani ed ebrei. Il London Times del 1902 pubblicò una serie di articoli di Valentine Chirol, che consacrarono l'espressione "Middle East", già utilizzata da altri prima. Era l'Asia intermedia, cui si guardava con interesse dall'India britannica, come cerniera tra Oceano indiano e Mar Mediterraneo. Così la Mesopotamia, terra di reminiscenze bibliche, doveva rifiorire, mentre il Golfo Persico diventava importante. L'invenzione del Medio Oriente è soprattutto britannica. Non più il Proche Orient, cui aveva guardato la Francia protettrice dei cristiani d'Oriente, ma una terra strategica tra l'Europa e l'Asia. Il suo valore cresce con la scoperta del petrolio.
 Dalla fine dell'impero ottomano, sconfitto nella Prima guerra mondiale, nasce il nuovo Medio Oriente, progettato dai britannici con la cooperazione francese. È un'ardita ristrutturazione politica, su cui molto pesano gli interessi delle potenze. Londra aveva giocato, durante la guerra, la carta dei nazionalismi. Soprattutto quello arabo che aveva nello sceriffo della Mecca, al-Husayn, il suo massimo esponente. Ai sionisti, con la dichiarazione Balfour del 1917, era riconosciuto il diritto a un focolare ebraico in Palestina. L'assetto mediorientale dopo i1 1918 non rispetta queste e altre promesse.
Già nel 1916, Francia e Gran Bretagna avevano stretto un patto segreto, l'accordo Sykes-Picot, per spartirsi il Medio Oriente tra loro e con la Russia. Così vennero i "mandati" - non più colonie - affidati alle potenze. Nascono nuovi Stati, il Libano (a maggioranza - allora - cristiana), la Siria sotto mandato francese, la Palestina e l'Iraq sotto mandato britannico. La Transgiordania, controllata dagli inglesi, viene data a un figlio dello sceriffo della Mecca, al-Husayn, sconfitto nel suo regno dai sauditi, nuovi interlocutori dei britannici e poi degli americani. Un altro suo figlio, Faysal, diviene re dell'Iraq sotto controllo britannico. Questa è la nuova architettura attraverso cui Gran Bretagna e Francia credono di controllare a lungo il Medio Oriente, anche usando le minoranze: cristiani, alauiti e drusi in Siria contro sunniti o, in Iraq, sunniti contro sciiti. Ma la storia non si ferma. L'Iraq nel 1932, il Libano nel 1943 e la Siria nel 1946 diventano indipendenti. Gli Stati mediorientali hanno frontiere spesso fittizie e i loro popoli sono un mosaico etnico-religioso. In questo quadro s'inserisce lo Stato d`Israele, dal 1948, percepito come una sfida dal mondo arabo. Si apre la questione palestinese: per l'Onu i profughi palestinesi erano circa 700.000 nel 1950 e ora sono cinque milioni.
Irrisolta è la questione dei curdi, solo recentemente autonomi nel Kurdistan iracheno e in alcune aree siriane. Il sogno di uno Stato cristiano va in fumo dopo il 1918 e il Libano diventa il rifugio dei cristiani, finché la guerra civile non lo sconvolge, mentre i musulmani libanesi hanno superato il numero dei cristiani. Queste sono solo alcune complessità mediorientali. L'affermazione transnazionale di Daesh, nel 2014, in Siria e Iraq ha sconvolto le frontiere. Finisce il Medio Oriente, sorto un secolo fa? Stati, nati sulla carta, hanno oggi storia e consistenza, anche se le correnti panarabe e panislamiche li hanno sempre scossi. La storia però non torna indietro. Il vero problema oggi è dare sicurezza alle minoranze in quadri nazionali complicati. Soprattutto la grave questione è la pace, in Paesi dove la democrazia appare un miraggio.

giovedì 23 marzo 2017

Esempio Olanda. L'Europa "tiene" davanti all'ondata populista

Nella settimana del 60mo anniversario dei Trattati di Roma, che celebra l'avvio del processo di unificazione europea, l'Unione si trova ad affrontare grosse sfide: le spinte centrifughe, le politiche di chiusura dei confini, la Brexit, e anche, ce lo ha drammaticamente ricordato l'attentato di ieri a Londra, la minaccia terroristica. Tuttavia, nota in questo editoriale Andrea Riccardi, ci sono notizie positive, come quella giunta la settimana scorsa dall'Olanda. Il risultato delle elezioni olandesi - afferma - fa ben sperare per quelle francesi, dove non è scontato che Marine Le Pen possa essere fermata (l'articolo verrà pubblicato su Famiglia Cristiana del 26 marzo 2017)

L'accoglienza di Trump alla cancelliera Merkel alla Casa Bianca è stata fredda. Eppure si trattava del primo viaggio di un leader dell'Unione europea dal nuovo presidente del più importante Paese del continente, con la quarta economia del mondo. Che ci siano divergenze tra alleati è normale, ma colpisce l'atteggiamento quasi scostante di Trump. Forse è un messaggio per l'elettorato americano: il nuovo Governo si disinteressa dell'Europa e si occuperà di problemi interni. Ma la Germania è un grande alleato degli Usa: sul suo territorio sono stanziati 56.200 militari, il più grosso contingente americano all'estero. Che messaggio si dà al mondo? Bisogna essere attenti al linguaggio: espressioni dure, antagonistiche, fredde o aggressive sono pericolose in un tempo di relazioni internazionali fluide, in cui ogni Paese gioca da solo. Invece la cancelliera tedesca rappresenta uno Stato che crede ancora a un linguaggio diplomatico di dialogo e che non gioca da solo ma all'interno dell'Unione e dell'alleanza occidentale. Il linguaggio tra i leader degli Stati non può essere quello virulento delle campagne elettorali e della politica interna. Purtroppo abbiamo visto recentemente un intreccio sconcertante tra politica interna e rapporti internazionali nella campagna elettorale olandese. Il capo del partito liberale Vvd, Mark Rutte, ha rifiutato il permesso a due ministri turchi di entrare in Olanda per un comizio nel quadro del referendum in Turchia. Si è trattato di una decisione, alla vigilia delle elezioni olandesi, per contrastare la propaganda di Geert Wilders, capo del partito populista schierato contro l'islam e l'Unione. I comizi di ministri stranieri ai loro connazionali in Paesi esteri capitano talvolta (li fanno anche gli italiani), ma il momento era incandescente. Il presidente turco Erdogan ha risposto duramente agli olandesi accusandoli di fascismo e razzismo e criticando aspramente la Merkel che li appoggiava.
Del resto, la partita in Olanda era veramente grossa, seguita con ansietà dall'Europa. Dopo Brexit, non poteva uscire anche l'Olanda. È andata bene: i populisti di Wilders (che volevano un referendum per andarsene dall'Unione e chiedevano di chiudere le moschee) non hanno vinto. Il sistema proporzionale olandese, facendo perno sul partito di Rutte, consente un Governo che ha quasi la maggioranza alla Camera bassa. Due fatti notevoli si sono registrati in Olanda: l'alto numero di votanti, oltre l'80%, e l'affermazione della nuova sinistra ecologista di Jesse Klave. Le elezioni olandesi fanno ben sperare per quelle francesi tra un mese, dove non è del tutto scontato che Marine Le Pen possa essere fermata, soprattutto in caso di fuga dal voto.

mercoledì 22 marzo 2017

Pace non è solo assenza di guerra - Videointervista a @QuanteStorieRai

Cosa ne è rimasto del movimento della pace? Come è possibile riuscire a convivere in pace in un mondo ferito da guerre e povertà? Di questo e molto altro si è parlato oggi, a Quante Storie su RAI3, con Andrea Riccardi, a partire dal suo ultimo libro "La forza disarmata della Pace"

lunedì 20 marzo 2017

Sognare l'Europa con papa Francesco

"Sogno un'Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un'Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia". Dal discorso di papa Francesco al conferimento del Premio Carlo Magno (6 maggio 2016) Vai al testo completo

Questa settimana, il 25 marzo, si celebra il 60mo anniversario della firma dei Trattati di Roma, ovvero l'atto costitutivo di quella che diventerà l'Unione Europea.
Nel piccolo volume "Sognare l'Europa", Andrea Riccardi e Lucio Caracciolo hanno raccolto i discorsi del papa sull'Europa, corredati di due contributi dei curatori.
"Papa Francesco  - osserva Lucio Caracciolo - osserva l'Europa con lo sguardo di Magellano, ovvero con l'occhio della periferia che scruta il centro."
Mentre Andrea Riccardi si addentra nell'utopia europea di papa Francesco, che, prendendo le distanze da un'Europa arrocata, chiusa come una fortezza, si apre all'accoglienza dei migranti e dei rifugiati, balurado dei diritti umani e trova in questo una nuova giovinezza.

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sabato 18 marzo 2017

Le ferite della storia e quelle di oggi in Medio Oriente

Andrea Riccardi partecipa al convegno Medì sulle città del Mediterrano, una rassegna promossa dalle Comunità di Sant'Egidio della Toscana.
Quest'anno, il convegno ricorda anche i 100 anni dagli accordi Sykes-Picot, che di fatto disegnarono il Medio Oriente come lo abbiamo conosciuto finora.
Si è parlato dei rapporti tra Oriente ed Occidente, il ruolo dell'istruzione e della scuola nella costruzione di una città per tutti, infine il tema dell'accoglienza dei profughi nel Mediterraneo e il rapporto tra le civiltà e i fenomeni migratori.
Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant'Egidio, ha fatto il punto sulle sfide destinate a modificare l'ordine globale. 

Con l'accordo Sykes-Picot dalle spoglie della periferia ottomana  - ha ricordato - nacque il Medio Oriente.Venne esclusa la Turchia. Il governo Erdogan ha fatto occupare una parte della Siria, segno attuale della volontà della Turchia di essere presente. Si deve registrare la difficoltà nel ritessere la geometria dei vincitori della Prima guerra mondiale, in una terra di grande complessità. Riccardi si è poi soffermato su alcune delle implicazioni odierne, dalla tratta dei migranti al terrorismo. "Salviamo il Mediterraneo", il suo appello.
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venerdì 17 marzo 2017

Le politiche sulle migrazioni devono partire dai giovani africani che usano Internet e il cellulare

Proviamo a guardare i migranti non solo dall'Europa, ma anche dai Paesi di provenienza, in particolare l'Africa. Non basta uno sguardo dal Nord. Tanto ripetere che bisogna sigillare le frontiere europee nasce proprio da una scarsa comprensione di storie, motivazioni e spinte dei migranti. Nel 2016 ne sono morti circa 5.000 nel Mediterraneo. È un dramma, cui non si può restare insensibili.
Non abbiamo visto nessun capo di Stato africano venire a Lampedusa a inchinarsi davanti alla morte di tanti connazionali. Infatti l'80% delle vittime in mare viene dai Paesi africani. Il fenomeno migratorio non è all'ordine del giorno della politica di molti Paesi africani. L'esodo è talvolta una valvola di sfogo per le tensioni politiche e sociali. I giovani, infatti, sono spesso il motore della contestazione contro poteri corrotti e immutabili. La vita dei giovani africani si sviluppa all'insegna dell'«esodo». Lasciano le campagne in modo massiccio per accalcarsi nelle città africane, le cui periferie sono formate spesso da baraccopoli, prive d'infrastrutture, acqua e fognature. Una città in sviluppo come Nairobi, in cui sono stati fatti importanti lavori urbani, cresce con un tasso insostenibile del 4,4% l'anno. Nelle città, manca lavoro e c'è poca industria. Nelle campagne si trova una qualche forma di lavoro. Ma ormai l'Africa del futuro pulsa in città: i1 40% della popolazione subsahariana vive qui. È un cambiamento avvenuto in breve tempo, che recide molti legami. L'esodo dei giovani in città è un modo di avvicinarsi al centro, dove pulsa la vita, e ci sono opportunità di studiare e lavorare. I giovani africani usano Internet e il cellulare: sono una generazione connessa e informata, molto meno periferica di quella delle indipendenze nazionali e del postcolonialismo. I figli delle indipendenze e degli anni successivi credevano nel proprio Paese, liberatosi dal dominio delle potenze europee: nazionalismo e socialismo africano costituivano un orizzonte di valori e di sogni.
Il centro della loro vita era in Africa. I miti dell'indipendenza sono crollati. I governanti si sono spesso rivelati poco all'altezza o corrotti. Già nel 1968, il romanziere ivoriano, Ahmadou Kourouma, denunciava la crisi degli Stati indipendenti, nel romanzo Les soleils des indépendances. L'Africa indipendente, nata con il sogno della giustizia al posto dello sfruttamento coloniale e con miti egualitari, ha invece registrato - negli ultimi decenni - la crescita di grandi ricchezze in mano a pochi e di larghe povertà per tanti. La delusione dei giovani africani verso la politica e, ancor più, verso il proprio Paese è palpabile. I giovani sono scettici sulla crescita delle società africane, puntano a uscire da situazioni bloccate e dalla diffusa disoccupazione. Eppure sono la vera ricchezza di queste società. In Malawi, i giovani, per dire che non hanno lavoro, usano un'espressione piena di rassegnazione: «I'm staying». Si diffonde tra i giovani la convinzione di vivere nella periferia del mondo e di non avere alcun futuro. Così matura, tra gente globale e molto mobile, il sogno di raggiungere il "centro": l'Europa. Circolano, tra loro, storie di successo di chi ce l'ha fatta, magari parenti e amici ora in Europa. Non mancano, certo, le narrazioni di dolori nei viaggi del deserto, nei campi di detenzione, come quelli libici, nelle traversate in mare. Ma la società non insiste su questo. E i giovani sognano e sperano. Spesso la famiglia mette insieme il necessario per l'«esodo». Il ritorno a casa, di chi ha tentato il "viaggio" senza successo, è umiliante. Del resto anche i ricchi promuovono la migrazione dei colletti bianchi, i loro figli, mandati a studiare e lavorare in America o in Europa. Perché restare? I giovani globalizzati non hanno fiducia nel destino comune dei loro Paesi. Per questo, una politica sulle migrazioni, se vuole essere efficace, deve concentrarsi sull'Africa, sul lavoro e sulla creazione di fiducia fra i giovani. I muri servono a poco e fanno male. 

Articolo di Andrea Riccardi sul magazine "Sette" del Corriere della Sera del 17 marzo 2017

giovedì 16 marzo 2017

Riapriamo ai rifugiati il continente che si chiude

L'Europa non può essere solo quella dei muri o dei barconi. Ma deve aprire porte e ponti: lo afferma Andrea Riccardi in questo editoriale sul Famiglia Cristiana (del 19/3/2017)
 
Una famiglia di Aleppo cristiano-ortodossa con tre figli ha subìto il rapimento di uno dei suoi membri da parte di un gruppo armato. Ha chiesto al Belgio un visto per motivi umanitari, consentito dall'articolo 25 del regolamento europeo. La richiesta è stata respinta. Forse la famiglia aleppina credeva in un' Europa dei diritti umani o amica dei cristiani perseguitati? S'è illusa.
Lo conferma la Corte europea di giustizia, che ha espresso parere negativo al ricorso della famiglia, interpretando l'articolo 25 in modo restrittivo: non ha preso in considerazione la posizione dell`avvocato generale, secondo cui la protezione degli esposti a trattamenti inumani deriva dai princìpi della Carta dell'Unione e ha rinviato alle legislazioni nazionali. Gli Stati membri non devono concedere il visto umanitario, ma possono farlo in base alla legislazione nazionale.
Ecco la grande contraddizione: l'Europa ha un buon sistema di protezione internazionale, ma non si pone in prospettiva il problema di ingressi regolari. Ha commentato il direttore di Migrantes, Giancarlo Perego: così si spinge «a utilizzare solo le vie illegali mettendo a rischio vite umane, dando soldi alla criminalità organizzata. La sola soluzione sta nei "corridoi umanitari"». Ha ragione. Non si può negare il diritto d'asilo a chi fugge, travolto dalla guerra e da immani disgrazie. C'è chi obietta che l'Europa non può essere la patria dei perseguitati del mondo intero. Ma così si chiudono le porte e si condannano tanti a situazioni inumane, se non alla morte. L'Italia, attraverso i "corridoi umanitari" dal Libano e dall'Etiopia, promossi in due ondate per 1.500 persone da Sant'Egidio, gli evangelici e la Cei, ha mostrato un altro volto dell'Europa: i richiedenti asilo, selezionati secondo il criterio della vulnerabilità, possono raggiungere il nostro Paese con viaggi sicuri e trovare accoglienza e cura. Anche la Francia si è mossa in questa linea. Martedì scorso è stato firmato un primo accordo per accogliere 500 siriani dal Libano tra lo Stato e i promotori (protestanti, vescovi cattolici e Sant`Egidio). La Conferenza episcopale spagnola ha chiesto al Governo di fare aperture in questo senso. I "corridoi umanitari" danno garanzia di sicurezza per il viaggio e di controllo sui rifugiati, accolti dalla società civile. L'Europa non può essere solo quella dei muri o dei barconi. Ma deve aprire porte e ponti perché possa essere raggiunta in maniera regolare e programmata. È la lotta concreta contro i mercanti di vite umane. Del resto, le nostre società in crisi demografica hanno bisogno di "nuovi europei".

martedì 14 marzo 2017

venerdì 10 marzo 2017

La sfida dei prossimi anni? Scoprire il valore della vecchiaia

Cresce il numero degli anziani, un fenomeno globale, una sfida per le società chiamate a scoprire il valore della vecchiaia fino a cambiare la mentalità corrente. Ne parla Andrea Riccardi in questo articolo pubblicato oggi 10 marzo 2017 sul magazine Sette del Corriere della Sera.

C'è una grande sfida per la nostra civiltà: l'aumento della popolazione anziana. Se ne parla troppo poco. Si discute al massimo di alcuni aspetti secondari, come il maggior carico per il sistema sanitario o pensionistico. Eppure c'è un fatto assolutamente nuovo: si vive molto di più che in passato. La cosiddetta terza età conosce un prolungamento unico nella storia dell'umanità. L'ultimo censimento Istat (per il decennio 2001-2011) ha registrato un enorme balzo in avanti nella classe degli ultracentenari, aumentata di ben il 204%. Si è realizzato un sogno antico dell'umanità: vivere di più e allontanare lo spettro della morte.

Tuttavia la società non è attrezzata a dare significato e gestire un fenomeno, di per sé, molto positivo. Forse perché si tratta di una stagione segnata dal declino, dalla riduzione dell'autonomia e da una presenza forte della malattia. Ma c'è qualcosa di più serio: manca nella mentalità corrente il senso del valore della vecchiaia. Siamo ancora al latino Terenzio per cui senectus ipsa est morbus (la vecchiaia è per se stessa una malattia). Invece è una stagione della vita da "reinventare" nel suo complesso: per gli anziani e per la società.

Oggi, a differenza del passato, gli anziani sono tanti. In Italia quelli oltre i 65 anni sono il 21,7% della popolazione (e quelli oltre gli 80 arrivano al 6,5%). Il fenomeno non riguarda però solo le società industriali, ma è globale. In Africa cresce il numero degli anziani e declina la funzione sociale dei vecchi. Nel 1962, lo scrittore maliano Amadou Hampate Ba parlò così del ruolo del vecchio: «In Africa ogni volta che un anziano muore è come se bruciasse una biblioteca». La società africana è cambiata. Ci sono tanti anziani, comunemente senza pensione e assistenza sanitaria. La povertà degli anziani africani è un grave problema. In qualche caso vengono eliminati con l'accusa di stregoneria. L'anziano non è più il saggio della comunità, ma un peso in una società in rapido cambiamento.

La crescita degli anziani come fenomeno di massa si scontra con l'impreparazione della società. Talvolta si reagisce soggettivamente negando l'età che avanza e nascondendola in una specie di giovanilismo. D'altra parte la vecchiaia viene vissuta come naufragio di una stagione della vita senza senso. Innanzitutto, c'è il problema di dove e come vivono gli anziani. In Italia il 30,4% abita da solo: la famiglia si è ristretta e ha meno capacità di gestire i suoi anziani. A questa difficoltà ha risposto in parte l'invenzione creativa della badante, quasi sempre immigrata. Per il 2,1% degli anziani c'è l'istituto: una soluzione dolorosa, se la si vede da vicino. Per alcune famiglie, in situazioni di povertà, la pensione del vecchio rappresenta ancora una risorsa, seppur piccola.

Lo storico francese Philippe Ariès ha parlato della "scoperta dell'infanzia" nell'età moderna con l'attribuzione di nuovi valori e di un posto particolare per il bambino nella famiglia (che - secondo lo studioso - è tutt'altro che decaduta negli ultimi secoli). In questa età postmoderna non sarebbe necessario scoprire i valori della vecchiaia e renderli un fatto di mentalità corrente? Una lunga vita, la possibilità di instaurare rapporti gratuiti e meno caratterizzati economicamente, una relazione con le generazioni più giovani (i nonni con i nipoti e gli anziani con i bambini), la manifestazione che la vita non è solo ascesa sociale e progresso infinito sono alcuni di questi valori. Altri vanno scoperti.

Certo il mondo degli anziani può rappresentare, in società troppo competitive, una compensazione nel senso della gratuità delle relazioni. Il grande studioso romeno, Mircea Eliade, scriveva: «Siamo nati tutti con una superstizione: che ci attendano posti migliori in alto, mai più in basso». La sfida degli anziani (nel 2050 secondo le proiezioni più di un italiano su tre sarà vecchio) mostrerà se la nostra società, così emotiva e cangiante, sarà capace di produrre sapienza e significati. Vedremo se saprà dare senso alla vita di un terzo della popolazione e non considerarla una sopravvivenza residuale.

giovedì 9 marzo 2017

Tutti si armano contro tutti. Guerra fredda? No, molto peggio

Andrea Riccardi in un editoriale su Famiglia Cristiana (del 12/3/2017): Il rafforzamento militare rischia l'escalation di una conflittualità fuori controllo. Il sogno che nasca un movimento per la pace
Il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin. Il primo ha annunciato un aumento delle spese militari, il secondo vuole rafforzare il proprio potenziale nucleare. Ma molti altri Paesi, soprattutto in Asia, si stanno armando sempre di più.
La Svezia, Paese neutrale e pacifico, ripristina il servizio militare obbligatorio e investe in armi. Un brutto segnale che mostra il deterioramento della situazione internazionale. Il presidente americano Trump ha annunciato un aumento delle spese militari. Gli Usa secondo lui non devono rinunciare al ruolo di prima potenza militare, anche se non sono più il gendarme del mondo e non suppliranno alle carenze della Nato. La Russia ha mostrato, negli ultimi tempi, una forte capacità d'intervento militare e Putin ha dichiarato di voler rafforzare il potenziale nucleare. La Svezia ha paura del suo forte vicino, che possiede più testate nucleari degli Usa, mentre il suo armamento convenzionale e l'alto numero di tank preoccupano gli europei. La Cina, potenza atomica, ha il più grande esercito del mondo. Aumenta le spese militari del 7% sul 2016. Pechino non pensa a teatri militari all'estero, ma alla difesa del territorio e alle proprie rotte. Il Giappone lo scorso anno ha approvato una legge che permette la costituzione di vere forze armate (ci sarà un aumento dell'1,4% per le spese militari). Le Filippine di Duterte spenderanno il 18% in più. L'India, altra potenza nucleare, è in testa agli acquisti di armi (il 13% del mercato globale). E poi l'Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati, la Thailandia e altri Paesi si vanno armando. Il rapporto del Sipri, l'istituto svedese che osserva il commercio delle armi, registra per gli anni 2012-2016 la crescita dell'8,6%. Siamo quasi tornati ai tempi della Guerra fredda. Ma ormai il quadro è un disordine mondiale, in cui ci si arma contro tutti. Non si tratta più della deterrenza tra Est e Ovest. La corsa agli armamenti può trascinare in avventure politico-militari pericolose oltre le intenzioni: vere escalation di una conflittualità fuori controllo. Tutto è pericolosamente in movimento. La politica internazionale e la corsa agli armamenti sono una partita giocata sopra la gente comune. Che si può fare? Non smettere di seguire la politica internazionale, di farsi sentire. I mercanti delle armi e gli arsenali pieni spingono alla guerra. Ma il sogno è che nasca un forte movimento di pressione per la pace nell'opinione pubblica. In questa linea si muove papa Francesco, che ha denunciato la corsa agli armamenti: «La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato».

venerdì 3 marzo 2017

Quella tragica campagna di Russia che fu presentata come una "guerra santa"

Andrea Riccardi nella rubrica Religioni e civiltà del magazine Sette del Corriere della Sera, ripercorre la drammatica vicenda dei soldati italiani in Russia rievocata in un libro di M.Teresa Giusti, recentemente presentato alla Dante Alighieri.

La campagna di Russia fu presentata come una guerra di civiltà e di religione dai nazisti che la aprirono nel 1941 con il blitzkrieg, la guerra lampo della Germania contro l'Unione Sovietica. Mussolini voleva partecipare al banchetto della vittoria nell'Europa dell`Est e chiese insistentemente di combattere a fianco dei tedeschi. È la storia della sfortunata vicenda dei soldati italiani (raccontata in un bel libro di
Maria Teresa Giusti, La campagna di Russia, 1941-1943): quella del Corpo di spedizione italiano in Russia poi dell'Armir. Un disastro: partirono 229.000 uomini per la Russia e più di un terzo non fece ritorno, mentre dei circa 70.000 prigionieri in mano sovietica ne tornarono a casa solo 10.000. Gli ultimi furono liberati nel 1954. Intere famiglie hanno aspettato per anni il ritorno dei loro cari dall'Urss nella speranza che fossero sopravvissuti. Fu una lotta, non solo contro l'accanita resistenza e la controffensiva dei sovietici, ma anche contro il freddo dell'inverno: i soldati combatterono in condizioni d'impreparazione con calzature e vestiti inadatti. Il dolore di questa storia ha colpito l'immaginario degli italiani, dando luogo a una sconfinata memorialistica. Ricordo solamente quello di Giulio Bedeschi Centomila gavette di ghiaccio - che nel 1979 vendette un milione di copie - e quelli di Nuto Revelli e di Mario Rigoni Stern.

Hitler volle una campagna in un clima radicale e criminale - nota la Giusti - che portò ad un imbarbarimento delle truppe. Da qui, non solo i maltrattamenti della popolazione, ma anche le stragi di popoli che andavano decimati per fare spazio al dominio nazista che, al massimo, avrebbe avuto bisogno di schiavi. In una visione razzista, gli slavi erano Untermenschen, "sottouomini", la cui vita non valeva niente. Si pensi che un bielorusso su quattro è morto in guerra. Lo sguardo dei nazisti sugli "altri" era quello di un colonizzatore razzista, chiuso a ogni comprensione della realtà delle popolazioni occupate. Lo sguardo italiano, invece, nonostante la propaganda fascista e anticomunista, non era venato dal razzismo, anzi sorprendentemente empatico. Un soldato scrive riguardo ai polacchi: «I volti dei contadini sono smunti. I corpi alti e magrissimi, appena coperti di stracci. II loro sguardo rivela una sottomissione senza riserve». Ed aggiunge: «La loro fame è autentica: ma ormai sono avvezzi a soffrirla». C'è poi un dissenso italiano nei confronti del trattamento verso gli ebrei, «tutti accomunati sotto lo stesso giogo e sempre con i mastini tedeschi alle spalle». I bambini fanno pena: «Domandano pane a mani giunte». Intorno ai campi e agli ospedali degli italiani c'è quasi sempre popolazione locale che chiede aiuto. È poi considerato inaccettabile il trattamento dei prigionieri sovietici da parte dei tedeschi: questi «fattili sedere in mucchio, si erano messi a sparare ridendo, uccidendoli tutti». Ci furono anche crimini italiani, poi contestati dai sovietici, ma risulta evidente la differenza con i tedeschi nel rapporto con la gente del luogo, come si evince da tanta memorialistica e documentazione. Al momento della disfatta e della ritirata in condizioni terribili, gli italiani furono anche aiutati dalla popolazione per quel che poteva. Freddi furono invece i rapporti con i tedeschi, alleati ma quasi ostili.
Non voglio indulgere al mito dell'italiano "brava gente". Su questo sono intervenuto anche su Sette, mostrando come, pochi anni prima della spedizione in Russia, nel 1937, i militari fascisti furono criminali con gli etiopi, massacrando circa duemila persone nel monastero di Debre Libanos. Lì il crudele comando del maresciallo Graziani, il razzismo e la fascistizzazione esercitarono un'oscura influenza. In Russia era diverso. E si misurava già, nonostante ci fossero anche soldati volontari, il rifiuto latente della guerra, che si manifesta con forza l'8 settembre 1943. Emergevano anche i limiti della fascistizzazione, che seppure era stata intensa, non aveva alterato del tutto la capacità di vedere gli altri come propri simili. I contadini italiani, mandati a combattere tanto lontano da casa, dopo lunghe marce, scrivono con una certa pietà a proposito degli ucraini: «Povera gente che vive in uno stato medievale».

giovedì 2 marzo 2017

Per l'Italia "globale" la Cina è più vicina

Cina e Italia oltre all'economia unite dalla cultura.  A Pechino siamo visti come un'autostrada verso l'Europa, scrive Andrea Riccardi, dopo il viaggio del presidente Mattarella in un editoriale su Famiglia Cristiana
L'Italia appare un Paese instabile. Così ci giudicano talvolta i partner europei. In realtà non è così instabile, nonostante il recente cambio di Governo. Il presidente del Consiglio Gentiloni, con un'impronta personale, continua la politica di Renzi. Lo si vede anche nel delicato dossier dei rapporti tra Italia e Cina. Su di esso è sceso in campo il presidente Mattarella, con una visita in Cina assieme ai ministri degli Esteri e delle Infrastrutture, nonché a un centinaio di imprenditori. L'interesse italiano per la Cina è una componente strutturale di lungo periodo della nostra politica estera e di quella commerciale. Non cambia con il presidente del Consiglio. Del resto l'export italiano in Cina è cresciuto del 6,4% nel 2016. Da parte cinese, l'interesse è stato chiarito dal presidente Xi Jinping, che ha parlato dell'Italia come "ponte" verso l'Europa. La Cina segue con molto interesse il rafforzamento dell'Unione europea come interlocutore sulla scena mondiale, mentre ha visto con preoccupazione Brexit e gli sviluppi della politica di Trump. Forse non tutti in Italia sanno che la Cina ha una politica europeista, o meglio, filoeuropea. L'Italia è un partner rilevante per la Cina, pure un'autostrada per i prodotti cinesi verso l'Europa. Mattarella ha rilanciato la nostra presenza sul mercato cinese. Sono stati firmati parecchi accordi fra le parti: la costruzione di due navi da crociera in Italia, l'accesso delle aziende farmaceutiche italiane al mercato cinese, su questioni spaziali, accademiche e tant`altro. C'è però anche uno spessore storico e culturale nel rapporto tra i due Paesi. Lo ha detto Xi Jinping: si tratta di «due millenarie civiltà che da sempre si affascinano e si rispettano».
Lui stesso ha ricordato Prospero Intorcetta, gesuita italiano del Seicento, che fece conoscere Confucio in Europa. Mattarella ha visitato la tomba di Matteo Ricci, gesuita pure lui, che operò per avvicinare l'Occidente e la Chiesa alla Cina. I rapporti commerciali si accompagnano a quelli tra culture. Non è irrilevante per i cinesi, che avvertono la sfida di una globalizzazione che omologa le identità. L'Italia, finora, è stata troppo provinciale e poco capace di guardare lontano. La presenza italiana può fare la differenza nelle relazioni tra civiltà, con i mondi religiosi e soprattutto tra Europa e Cina (alla ricerca di partner stabili nel caotico mondo multipolare). La Cina è vicina è il titolo di un film di Bellocchio del 1967. La Cina è vicina per un'Italia meno provinciale, che ha un ruolo nel mondo globale.