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In un mondo multiconflittuale solo il dialogo ci può salvare. Violenza e odio nella società sono in aumento: recuperiamo il senso di comune appartenenza

 

Le immagini dell'attacco alla sinagoga di Manchester - un fotogramma 

In un giorno Yom Tov, benedetto per gli ebrei, lo Yom Kippur, un inglese musulmano di origine siriana ha attaccato la sinagoga di Heaton Park a Manchester, investendo due fedeli e tentando di entrare armato nel luogo sacro. Il terrorista è stato ucciso e due ebrei sono morti. 

Si ripete la vergogna di un attacco terroristico a un luogo di preghiera, dove i credenti, indifesi, si rivolgono a Dio. Il rabbino capo della Gran Bretagna, Ephraim Mirvis, ha parlato dell'attentato come frutto di «un'incessante ondata di odio». E ha ragione. 

In Europa, con i bombardamenti a Gaza dopo il 7 ottobre, ha ripreso vigore l'antisemitismo mai sopito. Si teme che gli ebrei possano essere obbiettivi della follia antisemita. A Manchester è stata un'espressione dell'antisemitismo musulmano, collegato alla questione palestinese. Anche le recenti manifestazioni per Gaza in Italia hanno dato luogo a espressioni e atti di carattere antisemita. 

Questo non è che un aspetto (assai grave) del clima di violenza e odio delle nostre società. Ma ci sono altri fenomeni su cui riflettere. Mi ha colpito che, a più riprese, papa Leone, nella sua intervista con Elise Ann Allen, non ancora tradotta in italiano, abbia insistito sul rischio della polarizzazione nella società e nella Chiesa. 

Contrapposizioni radicali che sanno di scontro irriducibile. Questo si manifesta pure nella politica italiana impostata su un bipolarismo (imperfetto). È un sistema che vorrebbe garantire la governabilità, ma in realtà non appassiona gli italiani, tanto che alle recenti elezioni per la Regione Marche il 50% dei cittadini non è andato a votare. L'offerta politica non genera interesse, non canalizza tensioni trasformandole in proposte, non sembra rappresentare la gente. 

In Europa le tensioni trovano ricorrente espressione nelle manifestazioni di protesta o negli scontri. Qualche settimana fa, in Francia, blocchi sulle autostrade e scontri con la polizia hanno causato forti tensioni e circa 500 arresti. Le manifestazioni erano dovute alla protesta contro la politica di Macron. 

Questi e tanti altri fenomeni mostrano come le società europee siano inquiete. I giovani, anche in Italia, esprimono la loro protesta. Esplode la loro rabbia, per motivi concreti, ma anche per un sentimento di disagio in un mondo senza visioni. Inoltre siamo di fronte a un orizzonte segnato da tante guerre: il che contagia la società, comunicando una cultura del conflitto. 

Nella diversità delle sensibilità e delle identità, c'è da ricostruire un senso comune di appartenenza: un "popolo", diceva papa Francesco. E aggiungeva: «Il tentativo di far sparire dal linguaggio tale categoria potrebbe portare a eliminare la stessa "democrazia"». Ma il popolo sparisce anche quando si dissolvono i tanti "noi" che aggregano la gente (dalla famiglia ai partiti, alle istituzioni, alle comunità religiose o di ogni tipo). 

Per arginare questa scomposizione - scriveva in modo preveggente Bauman - «dobbiamo essere parte attiva nella costruzione della cultura del dialogo in grado di guarire le ferite del nostro mondo multiculturale, multicentrico e multiconflittuale». I protagonisti siamo noi, "gli uomini comuni". Ed è urgente, perché «siamo, come mai prima d'ora, in una situazione aut aut: scegliere se prenderci per mano o finire in una fossa comune».


Editoriale di  Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 12/10/2025

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